da Rossano Giuppa | Giu 16, 2016
(Teatro Argentina – Roma, 14/16 giugno 2016)
Immagini e memorie, delicate e complesse, articolate, nitide e sfocate dell’universo pasoliniano. Lo scontro tra uno spoglio presente ed i valori dello scrittore. Una discarica rarefatta che scopre e mette a nudo le ipocrisie della società. Copertoni velati di bianco, un falso candore, un inferno interiore. Siamo nella nuova creazione di ricci/forte, PPP Ultimo inventario prima di liquidazione che chiude la stagione del Teatro Argentina dal 14 al 16 giugno completando l’omaggio che il Teatro di Roma ha dedicato a Pier Paolo Pasolini, nel quarantennale della sua tragica scomparsa.
Lo spettacolo si interroga sulle involuzioni culturali del nostro presente, attraverso un testo poetico di dura denuncia dell’Italia contemporanea. Uno spettacolo meno esasperato, apparentemente più sobrio rispetto ad altri, che temporaneamente mette da parte l’estetica pop e le esasperazioni stilistiche per lasciarsi guidare dal narrato e dall’evocato. Ma le parole le non hanno mai un significato solo. PPP sta per Pier Paolo Pasolini, a cui è dedicata la rappresentazione un’elegia all’uomo ed al poeta in contrapposizione al confomismo dei tempi. Ma PPP sta anche per primissimo piano, ovvero inquadrature e focalizzazioni su dettagli, primi piani, controcampi per raccontare una scampagnata, una corsa in bici, una mattinata al lido, preferibilmente quello di Ostia, in autunno. Un omaggio all’intellettuale, scrittore, poeta, attraverso una struttura di memorie e immagini cinematografiche a metà tra compassato racconto biografico ed potenti invenzioni coreografiche.
Un ragazzo (Giuseppe Sartori capace sempre di grandi performance), alter ego dell’intellettuale in crisi, si piega sotto il peso di un grosso copertone bianco e inizia a vagare e a rimuginare sullo stato delle cose e sul suo ruolo. Immerse tra i copertoni cinque donne – Capucine Ferry, Emilie Flamant, Anna Gualdo, Liliana Laera, Catarina Vieira – sono un mondo di apparizioni a cui si contrappone l’isolamento di un “io”, del poeta- Sartori. Le cinque figure sono riflessi della sua coscienza, sono donne, uomini, in un continuo alternarsi di integrazione e repulsione.
Giocando su una scrittura ora letteraria, ora cinematografica, ricci/forte costruiscono un percorso avvincente dal primo all’ultimo istante, con la solita ricerca musicale efficacissima e dirompente. Rimane la forza dell’espressione teatrale ed il messaggio all’orizzonte, che supera violenza, atarassia e volontà degli uomini per rigenerare, ciclicamente, l’utopia di un possibile cambiamento, di una nuova rinascita socio-culturale.
data di pubblicazione: 16/06/2016
Il nostro voto: 
da Antonietta DelMastro | Giu 13, 2016
Un nuovo libro del Re.
Questa volta è un libro di racconti. In genere non amo le raccolte di racconti perché appena si inizia ad addentrarsi nella storia, ad amare e conoscere i personaggi, tutto finisce e si resta sempre con un po’ di amaro in bocca.
Ma il Re è il Re non si discute, si ama! Ergo ho letto subito anche questo nuovo libro e, come sempre, ne sono rimasta entusiasta!
Già solo l’introduzione valeva il prezzo del volume: “Ho preparato un po’ di cose per te, Fedele Lettore; ce le hai davanti agli occhi sotto il bagliore lunare. Però, prima di curiosare tra i piccoli tesori fatti a mano che offro in vendita, parliamone un attimo, d’accordo? Non ci vorrà molto. Forza, siediti accanto a me. Avvicinati. Tanto non mordo. Però… ci conosciamo da secoli e forse sai che non è proprio vero. O mi sbaglio?”
Scherza con il suo lettore, lo irretisce, istrionico come solo lui sa essere, gli offre la sua “merce” da scegliere tra gli scaffali di un immaginario Walmart.
Sono 20 le storie che ci ha preparato, ognuna delle quali è introdotta da una pagina di presentazione in cui si diverte nella spiegazione della nascita o, in alcuni casi, di come qualche avvenimenti gli abbia offerto l’idea iniziale oppure di come un qualche accadimento improvviso gli abbia chiarito come sviluppare un’idea inizialmente accantonata. In alcune di queste pagine ci aiuta a compiere anche una piccola analisi del testo in cui sottolinea le sfumature del racconto che riportano, in qualche modo, le influenze delle sue letture del momento.
Non è possibile fare un sunto perché si svelerebbe troppo della magia dei racconti che ci ha “dedicato”, ne cito qualcuno di quelli che mi più mi sono piaciuti: Miglio 81 in cui ritroviamo un il classico di Stephen King, la macchina “infernale”, il mostro che vuole impossessarsi del nostro mondo e l’innocenza e il coraggio di alcuni bambini che sconfiggono un simile flagello.
La Duna in cui un anziano Giudice racconta di come si sia reso conto che le Dune della spiaggia dove andava in barca da piccolo gli parlavano scrivendogli messaggi che annunciavano stragi e morti premature, e il tocco di macabra ironia dell’autore che non posso assolutamente svelare…
Geniale Ur, un racconto che King scrisse su ordinazione, l’amore per la scrittura “non paga le bollette” ci spiega – anche se nel 2009 non credo che fosse ormai più il suo problema!!! – scritto in esclusiva per Amazon in occasione del lancio del Kindle, il suo eReader. Un professore di inglese, Wesley Smith, attaccato alle “tradizioni” per dimostrare di essere aperto alle novità ordina un Kindle eReader che Amazon gli consegna in 24 ore, l’unica differenza da quelli che stanno cominciando a circolare sembra essere il suo colore: rosa. Ma Smith troverà un menù molto particolare sul suo “lettore”, un menù che gli permetterà di leggere libri che sarebbero stati scritti da Hemingway se non fosse morto nel 1961, oppure da Shakespeare se fosse deceduto diciamo nel 1630… e la storia continua ma va letta, assolutamente.
Ne ho citati tre, non che gli altri diciassette non siano mitici, ma mi conosco, se comincio a parlare di racconti, novelle, libri di King mi entusiasmo e non mi fermo più!
data di pubblicazione: 13/06/2016
da Alessandro Rosi | Giu 11, 2016
“Non giriamo più film qui. C’è la guerra ora.”
Amhed (mercenario ceceno al servizio degli abcasi) e Nika (miliziano georgiano) sono nemici seduti uno di fronte l’altro, convalescenti dalle ferite riportate in seguito a un conflitto a fuoco. Non c’è solo un tavolo a separarli; le loro religioni, i loro rituali, la loro musica diventano una barriera insormontabile. E alla violenza delle armi, si sostituisce quella della favella: nella loro lingua fredda, spigolosa, tagliente il suono delle parole risuona duro e secco come quello dei colpi di un’ascia.
La scure è utilizzata anche da Ivo, proprietario della casa che li ospita, per tagliare la legna e costruire cassette utili al vicino Margus nella raccolta dei mandarini. I due sono tra gli ultimi a essere rimasti in un piccolo villaggio estone (retaggio di un’emigrazione di parte della popolazione del paese baltico per volere dello Zar, ai tempi dell’immenso impero russo) situato in Abcasia, regione della Georgia, dove tra il 1991 e il 1993 gli abcasi lottano per l’indipendenza, ma trovano la strenua opposizione dei georgiani.
I motivi che hanno spinto i due estoni a rimanere sono differenti: Margus vuole raggranellare più denaro possibile dal raccolto di mandarini prima di ritornare in Estonia; Ivo, invece, è legato alla terra da un segreto orfico, che ha radici ben più lontane e profonde della guerra che imperversa. Dopo uno scontro armato avvenuto innanzi alle loro abitazioni, salveranno la vita ad Amhed e Nika; ma la convivenza tra i miliziani non sarà semplice. L’anziano canuto Ivo, tuttavia, si dimostrerà capace di sradicare dai due l’odio e il veleno che li corrode e di introiettare in loro l’amore e la fratellanza. I mandarini allora, frutto dalla buccia ruvida ma con la polpa interna dolcissima, finiscono per tramutarsi in allegoria dei due combattenti che, tolte le loro armature, si riveleranno disponibili e affabili; perché, come afferma il regista, “anche i più fieri nemici possono superare l’innaturale opposizione e i massacri istituzionalizzati dettati dalla guerra, se credono nell’umana bontà, nella capacità di perdonare e proteggersi l’un l’altro”.
La pellicola realizzata da Zaza Urushadze inquadra la guerra da un punto di vista insolito, più intimo; un lavoro completo, quello del regista estone, che per la seconda volta vede una sua opera selezionata tra i migliori film stranieri agli Academy Awards; e quest’anno, per giunta, ha ottenuto anche una candidatura per la scintillante statuetta dorata (e pensare che un film così intenso e ben arrangiato è stato scritto in sole due settimane e realizzato in cinque!).
Contribuiscono a elevare il film l’oculata scelta degli attori, che si addicono alla perfezione ai ruoli rivestiti, e la malinconica colonna sonora composta dal georgiano Niaz Diasamidze: tra il suono penetrante del panduri (strumento a corde: ibrido tra mandolino e chitarra) e la voce soave di un cantante georgiano, lanciamo anche noi insieme a Ivo lo sguardo oltre l’orizzonte, con la promessa di un ritorno.
data di pubblicazione: 11/06/2016
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da Antonio Iraci | Giu 8, 2016
Vincent Garenq con quest’ultimo suo film ancora una volta ci racconta una storia vera, un caso di omicidio che per molti anni ha tenuto con il fiato sospeso l’opinione pubblica francese per tutta una vasta serie di implicazioni politiche e sociali, che questo fatto di cronaca aveva sollevato. L’intenzione del regista, infatti, non è stata tanto quella di esporre il trentennale iter giudiziario avviato da André Bamberski per l’uccisione della figlia Kalinka da parte del patrigno, il medico tedesco Dieter Krombach, quanto piuttosto di esplorare la personalità di un uomo che ha dovuto per buona parte della sua vita lottare al fine di ottenere finalmente giustizia.
Bamberski, commercialista di maniacale rigore, porta avanti la propria battaglia legale scontrandosi non solo con la sua ex moglie che, sin da principio, difende ad oltranza il nuovo compagno, ma anche con la burocrazia giudiziaria francese vistosamente in difficoltà a causa dell’ostruzionismo da parte della giustizia tedesca che, a tutela del proprio cittadino, tende a rallentare le indagini.
Bamberski è un ottimo Daniel Auteuil, interprete di spessore ed intensità, adatto a ricoprire il ruolo di un uomo in bilico tra l’ossessione nel portare avanti la propria battaglia legale ed il suo pudore che lo induce a chiudersi in un riserbo che si manifesta nella reticenza a parlare dei propri sentimenti, restando sempre coerente con sé stesso e limitandosi ad agire solo ed esclusivamente in memoria della figlia crudelmente stuprata ed uccisa.
A supportare Daniel Auteuil ci sono altri due bravi interpreti: Sebastian Koch nella parte di Dieter Krombach, uomo apparentemente per bene e molto rispettato dalla cittadinanza, e Marie-Josée Croze in quella di Dany, ex moglie di Bamberski, donna innamorata del suo uomo e disposta a tutto pur di non compromettere il suo amore.
In nome di mia figlia vanta una sceneggiatura molto rigorosa, curata in parte dallo stesso regista, che riesce a trasmettere intense emozioni grazie a scene toccanti ma equilibrate, in cui è assente qualsiasi forma di morboso voyeurismo. L’arco di tempo in cui si svolge l’intera vicenda ha la durata di trent’anni e Vincent Garenq, pur non potendo entrare nel dettaglio di tutti gli eventi realmente trascorsi, è riuscito a regalarci una pellicola essenziale e fluida nella sequenza delle situazioni, dividendo il film in capitoli temporali ben cadenzati che non hanno affatto appesantito la narrazione, ma che al contrario spingono lo spettatore alla disperata ricerca di un finale liberatorio.
data di pubblicazione:08/06/2016
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da Alessandro Rosi | Giu 3, 2016
(Teatro Sala Umberto – Roma, 1 Giugno 2016)
Una coltre di fumo inonda il palcoscenico fino ad avvolgere gli spettatori presenti in sala. Tra le nubi s’intravede una sagoma oscura, imponente, inquietante; nonostante la densità dell’aria, le sue parole fulminanti squarciano la nebbia: si chiama Aron ed è qui per raccontarci la sua storia.
La figura testé palesatasi non è altro che un sicario al libro paga di un’organizzazione criminale. La sua unica compagna è una Colt calibro 45, per il resto la solitudine lo divora, lo consuma. Mentre la sua arma fa fuoco verso le vittime designate, a far infuocare il suo cuore sarà Juliet, una splendida cantante incontrata in un night. La relazione che nascerà sconvolgerà la vita del criminale: spietato e cinico durante il lavoro, si dimostrerà un amante comprensivo e passionale ma, proprio per la sua inesperienza in campo amoroso, vivrà una profonda crisi d’identità e, pertanto, mediterà di lasciare il suo lavoro. La vita che Aron sogna di costruire, tuttavia, è puntellata da evanescenti illusioni e il suo progetto è destinato a crollare. La rottura con la splendida giovane aprirà una frattura indelebile e lo farà ripiombare nell’oscurità. Si addensano nuovamente le nubi intorno a lui, e prendono la forma dei suoi fantasmi, dei suoi demoni, pronti ad assalirlo di nuovo; perché non si possono rinnegare le proprie radici e Aron lo sa, lui è il professionista.
Ai continui sconvolgimenti tellurici dell’animo del protagonista, fa da pendant la scenografia realizzata da Fabrizio Bellaci e Davide Germano che, utilizzando del truciolato, forgiano gli elementi della scena in guisa che possano assumere varie forme, incastrandosi durante la messinscena come tessere di un mosaico.
Il conflitto interiore è reso adeguatamente con la personificazione del lato oscuro di Aron, interpretato efficacemente dall’adone Marco Rossetti, che realizza, in coppia con Maurizio Tesei, una delle scene più intense della rappresentazione.
La dark-comedy di Tommaso Agnese si rivela interessante e al contempo divertente, mercé il monologo esilarante di Antonino Iuorio (nei panni del rivale in amore di Aron) che consente di alleggerire la narrazione.
Lo spettacolo lanciato Fabrique du Cinéma, affiancato dalle mostre d’arte contemporanea, è un’idea innovativa che ha il merito di aver sperimentato e, soprattutto, di aver dato spazio ai giovani, rischiando dal punto di vista del risultato; d’altronde, come recita lo stesso protagonista durante la rappresentazione: “La vita è come un dado, non sai mai quale numero ti uscirà.”
data di pubblicazione: 03/06/2016
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da Antonio Iraci | Mag 31, 2016
(Teatro India – Roma, 29 maggio 2016)
Come l’arte concettuale va al di là delle forme espressive tradizionali, sovrapponendo al risultato estetico l’idea che ha inizialmente concepito l’opera stessa, così anche il teatro e la musica oggi vanno alla ricerca di nuove esperienze convergenti, sperimentando nella rappresentazione modalità singolari e significati insoliti. In Vie de Famille raffigurazione scenica e musica, voce e suono, si sovrappongono per dar vita ad uno spettacolo estremo in cui la parola risulta mantrica e trascende il testo, il suono si fonde in espressioni aritmiche che trovano tuttavia un punto di coesione in una definizione che solo un ossimoro può esprimere: una pura e semplice disarmonica armonia che accompagna le parole in un recitativo spesso ripetitivo.
L’Ensemble Aleph è un teatro musicale costituito da sei musicisti francesi che, sotto la regia di Louis Clément, sono riusciti a mettere in scena le proprie individualità ognuno con la scelta di uno scritto, in una performance accompagnata dalla musica del tutto sperimentale di Jean-Pierre Drouet: il risultato è una pièce teatrale del tutto singolare, un’opera inedita che si articola in diversi tempi, come capitoli di un racconto unico disarticolato, un concerto nel concerto che ha molto incuriosito e coinvolto gli spettatori in sala.
Lo spettacolo rientra in un progetto promosso dal Teatro dell’Opera di Roma insieme ad altre importanti istituzioni culturali romane quali l’Accademia di Santa Cecilia, il Teatro di Roma, la Fondazione Musica per Roma, l’Accademia di Francia. Con l’istituzione di questo primo Festival Internazionale di Teatro Musicale Contemporaneo, curato da Giorgio Battistelli, si è voluto portare all’attenzione del pubblico romano le nuove espressioni artistiche contemporanee, spaziando dalla musica al teatro, dalla danza alle arti visive digitali e portando le rappresentazioni stesse in vari punti della città con la peculiare intenzione di renderle quanto più fruibili da parte degli interessati.
Il Fast Forward Festival, iniziato il 27 maggio, proseguirà sino al 9 giugno.
data di pubblicazione:31/05/2016
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da Antonietta DelMastro | Mag 31, 2016
Vincitore del premio Strega giovani 2014
È la storia della vita di Samia Yusuf Omar. La sua vita a Bondere, un quartiere di Mogadiscio, la sua crescita tra le strade polverose e la sua passione per la corsa che la porterà a partecipare, a solo 17 anni con una preparazione autodidatta, alle Olimpiadi di Pechino del 2008.
Impareremo ad amare questa ragazza con la sua determinazione e le sue sofferenze, in un paese dilaniato da una guerra intestina in cui perderà amici e familiari, che la spingeranno a pretendere sempre di più dall’unica cosa che pensa potrà metterla in grado di fare qualche cosa di utile per il suo paese: vincere alle Olimpiadi di Londra del 2012 e ottenere le attenzioni sufficienti per poter dare voce alle donne della Somalia, ai problemi del suo paese, alle sue difficoltà e alla sua sofferenza, per poter chiedere aiuto.
Ma benché il comitato olimpico della Somalia la aiuti nella sua scalata verso il “successo”, Samia si rende perfettamente conto che non sarà mai in grado di poter competere con le campionesse degli altri continenti; l’unica sua possibilità per poter vincere, perché sa che nelle sue gambe c’è la potenza che può portarla sul grandino più alto del podio, è di arrivare in Europa e allenarsi con le altre atlete. Percorrere la strada che ha già fatto sua sorella prima di lei e, se fortunata, raggiungere il suo idolo Mo Farah che da Mogadiscio è arrivato a Londra e ora gareggia sotto la bandiera inglese.
A questo punto inizia il viaggio di Samia per arrivare in Europa, il dramma di un viaggio della speranza, descritto nei minimi particolari in modo crudo e duro, che la porterà a solcare il Mar Mediterraneo nella speranza di raggiungere le coste di Lampedusa.
Di una drammatica attualità, è un libro che dovremmo leggere tutti, perché nessuno di noi è in grado di immaginare neanche lontanamente cosa affrontano queste persone pur di passare il Mediterraneo.
data di pubblicazione: 31/05/2016
da Maria Letizia Panerai | Mag 29, 2016
Almodòvar con il suo nuovo film è riuscito a dare una forma, un colore e un viso al dolore. Si rimane ipnotizzati dal modo con cui descrive il terribile vuoto nella vita di Julieta generato dall’assenza di sua figlia Antìa: “la tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge. Esisti solo tu”. Il dolore per Pedro Almodòvar ha la forma della mela che addenta la sua protagonista, ha il colore rosso fuoco, vivo e pulsante, del cuore tatuato sul braccio dell’amato Xoan, ha l’apparente peso di un sipario di velluto che poi diviene palpitante come un leggero vestito estivo che copre il corpo ancora giovane della sua Julieta, ha il viso di lei che cambia in un batter di ciglia mentre attende che ritorni la serenità perduta. Julieta è un film misurato, “contenuto” come dice lo stesso regista, che riesce a descrivere il tentativo di continuare a vivere dimenticando lo strappo lacerante di un distacco o di una perdita, per poi interrogarsi se è davvero possibile cancellare dalla propria memoria chi si ama profondamente, quando per un puro capriccio del fato riaffiorano ingombranti vecchi sensi di colpa che si pensava sopiti.
Per la protagonista della storia i sensi di colpa iniziano ad affacciarsi molti anni addietro durante l’inverno, nel vagone di un treno, in cui fortuitamente incontra un uomo triste e misterioso. Il treno si ferma bruscamente perché un cervo ha (forse) attraversato i binari. È notte, c’è la neve e fuori fa molto freddo; tra gli uomini che accorrono dopo la brusca frenata c’è Xoan, l’uomo della sua vita. In quella stessa notte e su quel treno verrà concepita Antìa, che per molti anni riempirà le vite di Julieta e Xoan, sino a quando la vita non metterà alla prova tanta felicità.
Vita e morte si mescolano come sempre nei film di Almodòvar e le donne ne sono il fulcro. Julieta racconta ciò che la vita può riservarci e lo fa in modo asciutto e crudele, senza troppi giri di parole. L’assenza, il distacco, il dolore sordo si percepiscono in questo film anche nell’essenzialità degli arredi, nelle vecchie carte da parati di appartamenti in affitto, negli oggetti e nei libri che ad un certo punto vengono impacchettati per essere portati in un nuovo appartamento, dove andranno parzialmente a riempirne spazi precedentemente abitati da altri, ma dove tuttavia, come una fiammella, alberga il desiderio di reagire, testimoniato dall’unione dei brandelli di una vecchia foto e da una scultura in bronzo ricoperta di argilla dall’aspetto compatto, che il vento non fa cadere…
Il regista spagnolo, passando attraverso il melodramma della sua precedente filmografia, si misura con il dramma, in cui la vita della protagonista ci viene descritta come in un thriller “le cose accadevano senza che io vi prendessi parte: una anticipava l’altra…”, mantenendo tuttavia quello stile di intrecci e colpi di scena che rendono Julieta inconfondibilmente sua, in cui le azioni/reazioni di questa donna indirizzano l’intera vicenda verso un epilogo che, come in ogni film di Almodòvar e nella vita, non risulta mai essere scontato.
data di pubblicazione:29/05/2016
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da Antonio Iraci | Mag 26, 2016
Durante una gita in barca alle isole Eolie, Anna (Lea Massari) scompare nel nulla. Il suo compagno, l’architetto Sandro (Gabriele Ferzetti) e la sua amica Claudia (Monica Vitti), nonostante la mobilitazione generale, decidono di continuare le ricerche da soli seguendo degli indizi che presto però si riveleranno poco attendibili non portando ad alcun risultato concreto.
Con il passare dei giorni tra Sandro e Claudia nasce una reciproca attrazione per cui, da una semplice avventura iniziale, il loro rapporto si trasformerà in una vera e propria relazione sentimentale che, per quanto indecifrabile, verrà presto accettata dall’intera compagnia. Sandro tuttavia non smentisce la sua vera natura di don Giovanni e subito si concede una distrazione con la bella scrittrice Gloria (Dorothy De Poliolo) gettando Claudia in una cupa costernazione visto che proverà gli stessi sentimenti frustranti che avevano fatto tanto soffrire l’amica scomparsa. In questo film Antonioni rimarca le tematiche a lui ben note e che hanno caratterizzato molti dei suoi lavori: la fragilità dei rapporti interpersonali in quel tipo di società borghese e annoiata degli anni sessanta dove vengono sempre messi in discussione i principi base di una morale sociale oramai anacronistica.
L’Avventura rese famoso il regista a livello internazionale ed ebbe un clamoroso successo a Cannes anche se non vinse la Palma d’Oro ma solo il premio speciale della giuria. In Italia il film fece grande scalpore e indusse la censura a far sequestrare la pellicola per oscenità visto che il comportamento dei protagonisti poteva essere interpretato come sconvolgente e amorale.
Girato tra Noto e Taormina il film ci suggerisce questa ricetta ideata da Andrea, siculo doc, che consiste in una versione di pollo arrosto con patate: ricetta semplice e allo stesso tempo ricca dei sapori forti della Sicilia.
INGREDIENTI: 1 pollo grande – 150 grammi di pomidoro secchi sott’olio – 500 grammi di patate – rosmarino e uno spicchio d’aglio – 2 cipolle bianche – un peperone – 100 grammi di olive nere al forno – 100 grammi di olive bianche – pepe qb.
PROCEDIMENTO: Tagliare in pezzi il pollo e metterlo in una teglia oleata insieme alle patate, alle cipolle ed al peperone, tutto tagliato nella grandezza desiderata. Aggiungere un poco di rosmarino, le olive ed i pomidori secchi sott’olio che verranno precedentemente triturati in pezzetti molto piccoli, dunque mescolare con le mani tutti gli ingredienti. Cospargere il tutto con un poco di pepe, evitando di aggiungere sale perché i pomidori secchi risultano già abbastanza saporiti. Infornare per circa 40 minuti (ed oltre se necessario) ad una temperatura di 200 gradi. Il pollo va servito caldo.
da Antonio Iraci | Mag 24, 2016
Daphne e Josh, colpevoli di fronte alla legge per aver compiuto dei piccoli furti, devono scontare la pena in un carcere minorile. Pur essendo detenuti in sezioni separate, trovano il modo di incrociare i propri sguardi e, nonostante il divieto assoluto di comunicare tra di loro, iniziano una intensa e passionale storia d’amore che al momento, tra le mura e le grate che li separano, si limiterà ad uno scambio furtivo di bigliettini e di brevissimi contatti fatti di semplici e innocenti gesti. E così il loro vissuto, le loro colpe e le frustrazioni causate da un affetto a loro negato, sembrano improvvisamente svanire per lasciare il posto allo sbocciare di “un fiore” che i due adolescenti riescono a custodire e ad alimentare con l’amore che, come sempre, non conosce ostacoli perché capace di andare oltre le sbarre dell’incomprensione e delle sterili convenzioni sociali.
Ben presto imparano, sulla propria pelle, che in carcere la privazione della libertà investe soprattutto la sfera dei sentimenti e che per correre insieme verso un futuro che sta lì ad aspettarli, oltre le mura penitenziali, bisogna necessariamente infrangere quelle barriere.
Dopo il successo di Alì ha gli occhi azzuri, che ha ottenuto nel 2012 il premio speciale della giuria al Festival Internazionale del Film di Roma, ancora una volta il regista romano Claudio Giovannesi ci racconta una storia vera di adolescenti veri.
I protagonisti, interpretati rispettivamente da Daphne Scoccia e Joshua Algeri, alla loro prima esperienza cinematografica rappresentano sé stessi, riuscendo a trasmettere quel giusto pathos emotivo richiesto dall’intenso script e rendendo la narrazione assolutamente perfetta grazie alla loro spontaneità, con imprevisti e colpi di scena che non risultano per niente banali o scontati.
A questi due giovani interpreti si affianca, come padre di Daphne, Valerio Mastandrea che con brevi apparizioni riesce a comunicarci quella giusta dose di sentimento paterno, intenso ma impacciato, grazie a quella collaudata naturalezza che ben conosciamo.
Questa bella pellicola sicuramente riceverà dal pubblico in sala lo stesso calore con cui è stato accolto a Cannes, dove il film è stato presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs.
data di pubblicazione:24/05/2016
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