da Antonietta DelMastro | Lug 30, 2016
Un libro breve ma intenso, la mano che scrive è quella di una regista e le scene che si susseguono ai nostri occhi, descritte quasi fossimo su un set cinematografico, ne danno ampio merito.
È un romanzo tagliente questo della Comencini, che scava dentro di noi con storie e personaggi cupi e nevrotici.
La voce narrante è quella di Caterina, alle sue spalle due vite: la prima che si interrompe a sei anni con un tragico incendio in cui perderà tutta la famiglia, una vita fatta di povertà sia materiale che affettiva, di malattia e ignoranza; la seconda con Graziella che la adotta e, con l’ottimismo e la forza che la contraddistingue in ogni battaglia in cui si getta, riesce a costruirle un futuro. Ma l’ottimismo e l’ipercinesi della madre adottiva sono troppo ingombranti, Caterina non può mai dubitare, non può mai tentennare, non può mai tirarsi indietro.
Guidata dall’amore ingombrante di Graziella, Caterina diventerà donna, si sposerà e avrà dei figli, restando comunque nel suo profondo una donna irrequieta e irrisolta che dubiterà sempre del proprio amore verso gli altri.
Quello che per Graziella sembrava essere stato, per anni, un punto di arrivo – la figlia “realizzata” – in realtà la riporterà al suo vuoto interiore lo stesso che l’aveva portata verso Catarina. Ha bisogno di un’altra lotta da intraprendere, di un altro obiettivo che trova in Sebastiano, un pittore bipolare, per cui Graziella lascerà la famiglia e si butterà a capo fitto in una storia totalizzante e che purtroppo si concluderà in una camera d’albergo di Atene in cui i loro corpi verranno ritrovati senza vita.
E Caterina si recherà ad Atene per l’ultimo gesto che la legherà alla madre e, ad Atene, conoscerà Daniele, il figlio di Sebastiano, per qualche giorno saranno uniti dal dolore, dai loro problemi irrisolti, dai loro passati analoghi.
Caterina è schiva e riservata, Daniele iperattivo e non conosce filtri, una strana coppia che affronterà insieme un percorso che li porterà a capire, e accettare, le proprie radici e i comportamenti dei loro genitori questo percorso li aiuterà a comprendere cosa li ha portati a essere gli adulti che sono diventati.
Questi giorni passati insieme, queste confidenze, queste scoperte li ricondurranno ai loro affetti come fossero nati una seconda volta, come una farfalla da una crisalide avranno una nuova forza e una nuova consapevolezza che li porterà a: Essere vivi.
data di pubblicazione: 30/07/2016
da Accreditati | Lug 28, 2016
(Hotel Excelsior di Roma, 27 luglio 2016)
Spero di rivedervi a Venezia, perché credo che quest’anno valga particolarmente la pena esserci. Con questo buon auspicio il Presidente della Biennale Paolo Baratta chiude il suo intervento alla conferenza stampa di presentazione della 73. Mostra internazionale d’arte cinematografica. E in effetti Venezia 73, dedicata a Abbas Kiarostami e Michael Cimino, sembra promettere davvero bene. Il film d’apertura sarà il musical La la land di Damien Chazelle (con Ryan Gosling ed Emma Stone), in concorso, mentre la chiusura sarà affidata al fuori concorso The Magnificent Seven di Antoine Fuqua (con Denzel Washington e Chris Pratt, attesi al Lido), che aprirà il Festival di Toronto.
La Mostra intraprende l’ambizioso tentativo di coniugare armoniosamente tradizione e innovazione. Tra le novità più attese, dopo la copertura di quello scavo che per anni ha invaso l’area adiacente al Palazzo del Casinò, c’è l’inaugurazione della nuova sala di circa 450 posti, che ospiterà la nuova sezione “Cinema nel giardino”. Si tratta di un esperimento dall’esito incerto, il cui obiettivo è quello di collocarsi nel medio virtuoso tra il cinema d’autore e quello commerciale, con proiezioni (gratuite) destinate non solo alla ristretta cerchia degli accreditati. Il Direttore Alberto Barbera non può fare a meno di rilevare la tiepida accoglienza della nuova sezione da parte dei registi italiani, con la sola eccezione di Gabriele Muccino. Vedremo se lo scetticismo dei cineasti nostrani si rivelerà fondato oppure no.
La Mostra intende poi aprirsi a tutte le forme di produzione e distribuzione, che il cinema non può più ignorare: non solo l’ormai consolidata realtà dei documentari, ma anche le serie televisive (grande attesa per i primi due episodi di The Young Pope, firmati Paolo Sorrentino, con Jude Law e Diane Keaton) e quelle destinate al web.
Se lo scorso anno il filo conduttore dei film proiettati al Lido sembrava essere la spasmodica ricerca di un rapporto con la realtà che fosse diretto e immediato, la chiave di lettura della nuova edizione parrebbe sensibilmente mutata. Posto che, precisa il Direttore, un film che parla del passato o del futuro finisce inevitabilmente per restituire una riflessione sul presente, l’approccio con il reale può avvenire in maniera “filtrata”.
Il primo filtro è quello rappresentato dalla letteratura. Sono molti i film in programma tratti da opere letterarie: talmente tanti che viene da chiedersi se non si tratti dell’ennesimo segnale di una “crisi della sceneggiatura originale”. Tra quelli in concorso meritano segnalazione Les beaux jours d’Aranjuez (cui si aggiunge l’ulteriore “filtro” del 3D) di Wim Wenders, Frantz di François Ozon, Nocturnal Animals di Tom Ford.
Il secondo filtro, ancora rivolto al passato, è rappresentato dalla valorizzazione dei fatti storici come oggetto del racconto cinematografico: il riferimento obbligato all’attesissimo Jackie di Pablo Larraím, con Natalie Portman chiamata a interpretare Jacqueline Kennedy nei giorni immediatamente successivi all’omicidio di JFK.
Il terzo filtro, proteso stavolta verso il futuro, è quello rappresentato dalla fantascienza: si segnala anzitutto The Bad Batch di Ana Lily Amirpour, che gareggia in concorso.
Gli italiani in concorso sono tre. Giuseppe Piccioni torna al Lido con Questi giorni (Magherita Buy e Filippo Timi nel cast); Roan Johnson presenta Piuma, che, a detta del Direttore, rappresenta la commedia che tutti vorrebbero realizzare; Massimo D’Adinolfi e Martina Parenti, coppia cinematografica e nella vita, provano a sorprendere la Mostra con Spira mirabilis, che, anticipa ancora Barbera, sarebbe riduttivo definire un documentario, trattandosi di una sorta di cosmologia e di riflessione sul senso della vita raccontata con immagini di sorprendente impatto visivo.
Il programma integrale della Mostra è consultabile da http://www.labiennale.org/it/cinema/73-mostra/film/. In attesa del 31 agosto e delle meraviglie di Venezia 73.
data di pubblicazione: 28/07/2016
da Antonietta DelMastro | Lug 24, 2016
Dodicesimo incontro con Lincoln Rhyme famosissimo ex capitano tetraplegico della NYPD. Questa volta però non lo incontriamo nelle vesti di detective consulente della scientifica di New York, ha messo un punto alla sua precedente carriera e si è trasformato in un tranquillo professore di criminologia; sarà ingaggiato dalla detective Amelia Sachs sua compagna di vita che, durante l’inseguimento di un efferato omicida, si trova testimone di un terribile incidente: la morte tra atroci sofferenze di un uomo intrappolato tra gli ingranaggi di una scala mobile. Compito di Rhyme sarà quello di analizzare la scena e valutare se ci siano gli estremi per intentare una causa per danni tanatologici e, nel caso, contro chi.
Deaver ci incatena alla storia che si trasforma sotto i nostri occhi, le ricerche di Lincoln e le indagini di Amelia si intrecciano, l’incidente che si è verificato è stato in realtà causato dall’omicida che Amelia stava inseguendo e che si rivela essere un serial killer che continuerà a colpire New York attraverso la domotica.
Tornano quindi in campo le lavagne con tutti i dati di cui siamo a conoscenza per poter trovare il nascondiglio del Sosco 40 e per porre fine agli omicidi.
Non è certo il miglior romanzo di Deaver in cui appare Lincoln, ma dopo così tante puntate sono francamente sorpresa che sia ancora in grado di scrivere con una tale fluidità e di sorprenderci con un serial killer caratterizzato in modo decisamente avvincente. Ritengo che si sarebbe potuto fare senz’altro a meno della parte centrale riguardante le indagini effettuate da Ron Pulansky e la comparsa dell’ex compagno di Amelia, Nick Carelli, che francamente nulla avevano a che vedere con la storia principale e danno l’idea che siano servite solo per arrivare al numero di sedicesimi richiesti dall’editore.
Colpita molto positivamente dal nuovo personaggio che spero di incontrare nuovamente: la tirocinante di Lincoln, Juliette Archer; sicuramente una buona idea per dare una ventata di novità e di freschezza alle prossime storie.
Attendiamo un nuovo episodio e vediamo cosa ne sarà della decisione di Rhyme di non collaborare più con la NYPD e che parte avrà verrà riservata alla Archer.
data di pubblicazione:24/07/2016
da T. Pica | Lug 24, 2016
(Taormina, 2 luglio 2016 – serata Rai Uno, 23 luglio 2016)
A chiusura della stagione cinematografica settembre 2015/giugno 2016, come ogni buona stagione o anno scolastico che si rispetti, si tirano le somme e si danno le “pagelle”. I “professori” sono i membri del Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografico i quali, presieduti dall’energica Laura Delli Colli, hanno in gran parte confermato gli orientamenti dei Premi David di Donatello 2016. A presentare la serata da una cornice storica e intensa la giovane Matilde Gioli, scoperta da Virzì nel film Il capitale umano, che come una fatina tutta d’argento vestita ha condotto con professionalità la premiazione.
La pazza gioia di Paolo Virzì si è aggiudicato sei Nastri su dieci candidature: per la regia, per le migliori attrici, Valeria Bruni Tedeschi (vincitrice poi anche del Nastro per lo Stile) e Micaela Ramazzotti, per i costumi e la sceneggiatura condivisa da Paolo Virzì con Francesca Archibugi. Il film di Virzì pare aver ormai siglato un profondo legame e amore tra le due protagoniste, così come una vera amicizia e un legame d’affetto speciale è stato manifestato tra i due attori Luca Marinelli e Alessandro Borghi destinatari in comunione del Nastro d’Argento Persol per Personaggi dell’anno con il film Non essere cattivo di Claudio Calligari ai quali la platea dell’Anfiteatro e i due giovani talenti del cinema italiano hanno dato il loro commosso saluto. Non essere cattivo è stato anche premiato con il Nastro Miglior film dell’anno. Sempre Alessandro Borghi si è visto assegnare il nuovo Nastro Rivelazione dell’anno, intitolato al ricordo della talent scout agente di attori come Claudio Santa Maria e Stefano Accorsi, Graziella Bonacchi. Con il film Io e lei Maria Sole Tognazzi (insieme a Marciano e Cotroneo) si è aggiudicata il Nastro per il miglior soggetto e il Premio Nastri-Porsche Tradizione e Innovazione. Greta Scarano e Luca Marinelli, rispettivamente con Suburra e Lo chiamavano Jeeg Robot, sono stati premiati con i Nastri per i Migliori attori non protagonisti. Stefano Accorsi si aggiudica il Nastro come miglior attore protagonista per Veloce come il vento, mentre le sua coprotagonista, la giovanissima Matilda De Angelis è stata segnalata con il Biraghi per gli attori alla prima affermazione. Gabriele Mainetti, con Lo chiamavano Jeeg Robot, ha vinto il Nastro come Miglior regista esordiente. Il palco si affolla quando ai magnifici 7 protagonisti di Perfetti sconosciuti, con il regista del film Paolo Genovese e la squadra dei produttori (Marco Belardi, Raffaella Leone, Giampaolo Letta), è andato il Nastro speciale per il miglior cast insieme a quello per la canzone, andato a Fiorella Mannoia coautrice oltreché interprete con Chiodo e Bungaro. Il regista Paolo Genovese ha dichiarato di essersi sentito il Leonardo di Caprio del cinema italiano che dopo esser stato in nomination per 7 anni è riuscito finalmente a vincere il Nastro, paragonabile appunto all’Oscar hollywoodiano. Perfetti sconosciuti si è anche aggiudicato il Nastro per la miglior Commedia dell’anno. Tra gli altri premi speciali si ricorda il Premio Nino Manfredi, consegnato dalla moglie Erminia, a Carlo Verdone e Antonio Albanese per il film L’abbiamo fatta grossa. Juliette Binoche ha ringraziato con un video messaggio inviato dalla sua tournee francese l’assegnazione del Nastro europeo per L’attesa di Piero Messina, che le ha regalato l’occasione di un viaggio personale interiore straordinario. Infine Piero Valsecchi, premiato con il Nastro Miglior produttore, per Chiamatemi Francesco, Non essere cattivo e Quo vado?, si è tolto un sassolino nei confronti di quella critica giornalistica e di quegli addetti ai lavori che snobbano o criticano Checco Zalone ed ha sentenziato che il suo talento e il valore delle sue opere sarà riconosciuto dai posteri.
Che dire, il Cinema italiano pare aver messo quest’anno tutti d’accordo e le nuove leve del grande schermo sembrano davvero intimamente rispettose dell’arte del mestiere dell’attore e unite senza invidie e scaramucce da divi immaturi. La commedia è tornata in auge e tutto il cinema italiano sembra prometterci ancora grandi sogni, emozioni, risate e speranza per le prossime stagioni.
data di pubblicazione: 24/07/2016
da Maria Letizia Panerai | Lug 22, 2016
E’ il film del “felicemente non sposati” ed è la consacrazione di Hugh Grant in un ruolo che poi l’attore britannico replicherà, sotto varie forme, sino ai nostri giorni. Qui è Charles, sciupafemmine incallito, ritardatario impenitente, che non vuole rinunciare per nessuna cosa al mondo al suo status di scapolo perché decisamente allergico al matrimonio. L’ironia del film sta nel fatto che Charles, nonostante le sue inossidabili caratteristiche, venga continuamente invitato a matrimoni ai quali deve, suo malgrado, partecipare sino a quando, ferito profondamente al cuore da Carrie (Andie MacDowell) senza rendersene conto a causa della sua ostinata cecità, commetterà l’errore di accettare di convolare a giuste (?) nozze con Henrietta, soprannominata dalla sua amica Fiona (una esordiente Kristin Scott Thomas) faccia di chiulo!
Il film, che incassò moltissimo e consacrò un’intera generazione di attori inglesi, non ha bisogno di troppe presentazioni perché fece epoca sia per l’argomento trattato sia per la struttura stessa della pellicola che si chiude con una serie di fotografie che documentano la vita dei vari personaggi ritratti tutti il giorno delle loro nozze, tranne Fiona e Charles; potremmo anche dire inoltre che film fece conoscere, anche al mondo non anglosassone, un certo gusto per l’organizzazione dei matrimoni che oggi da noi è addirittura abusata con la diffusione eccessiva della figura del “wedding planner”. Qualche annotazione la merita il regista che esordì nel 1985 con un bellissimo film drammatico dal titolo Ballando con uno sconosciuto (interpretato da un giovanissimo e bravissimo Rupert Everet), con il quale Mike Newell vinse lo stesso anno a Cannes un premio per giovani registi. Sono suoi anche Monna Lisa Smile, Harry Potter e il calice di fuoco, L’amore ai tempi del colera.
Ad un film così divertente ed ironico come Quattro matrimoni e un funerale, non potevamo che abbinare una ricetta di frittelle di ricotta, tipici dolci carnascialeschi che ben si addicono agli scherzi che il nostro impenitente scapolo subisce, dall’inizio alla fine del film, oltre che dai suoi amici burloni anche dalla sorte che, grazie alla sua perenne indecisione, risulta essergli decisamente avversa!
INGREDIENTI: 125 gr. di ricotta – 1 uovo – 50 gr. di farina – 1 cucchiaio di Rhum o liquore all’anice o marsala – 2 cucchiai di zucchero – scorza di arancia candita – semi di baccello di vaniglia a gradimento – olio di semi di arachidi per friggere – 100 gr. di zucchero semolato
PROCEDIMENTO:
Queste frittelle soffici e cremose chiamate anche “castagnole di ricotta” per la loro forma rotonda, sono dolci tipicamente carnacialeschi in tutta l’Italia. Sono semplici, morbide e cremose. Mischiare ricotta con lo zucchero ed aggiungete l’uovo, la farina, il rhum, la scorzetta d’arancia a pezzettini e, se volete, i semi di mezzo baccello di vaniglia; ottenete quindi un composto omogeneo e liscio. Scaldare abbondante olio per friggere in una pentola piccola (le frittelle devono galleggiare e non toccare il fondo della pentola). Con l’aiuto di due cucchiai far cadere delle porzioni (circa le dimensioni di una castagna) di composto nell’olio caldo. Quando saranno gonfie e imbrunite toglierle dall’olio, ci vorranno circa 90 secondi. Se cuociono troppo in fretta abbassate la fiamma leggermente. Scolate le frittelle su carta assorbente e, sempre calde, passatele nello zucchero semolato.
da Maria Letizia Panerai | Lug 22, 2016
Malinconia e paesaggi autunnali mozzafiato fanno da cornice ad un film intenso, ambientato nel 1957 nello stato del Connecticut, emblema di quella provincia americana dove albergano pregiudizi che hanno il potere di stritolare la vita delle persone. E’ ciò che accade alla protagonista Cathy Whitaker (una sempre convincente Juliane Moore), che si trova a lottare tra la scoperta dell’omosessualità del marito (Dennis Quaid), manager di successo e padre dei suoi figli, e la insperata serenità che le regala l’amicizia con il suo giardiniere di colore (Dennis Haysbert), che lei non potrà mai amare sia per problemi di classe sociale che per problemi razziali.
Todd Haynes (Io non sono qui, Carol), con lucida e millimetrica precisione, ci rappresenta l’ambiguità della provincia americana degli anni ’50, raccontandoci una storia “scandalosa” che si scontra con un falso perbenismo, non solo di quegli anni. Diversi i temi trattati: la differenza di classe, l’omosessualità, ma anche l’integrazione razziale e la capacità delle donne di evolversi per uscire da un ruolo che le vuole solo mogli irreprensibili, incarnazione di quell’angelo del focolare domestico solo in apparenza cardine della perfetta famiglia americana, ma in realtà esseri relegati al ruolo di casalinghe di lusso, che nel migliore dei casi si dedicano alla beneficienza e all’organizzazione di party per le persone che contano, comunque destinate ad una vita vuota e di solitudine.
Di questo film è anche molto bella la fotografia, soprattutto nelle scene degli incontri tra Cathy ed il suo giardiniere nel verde di giardini e boschi. Il colore delle foglie d’autunno e l’ambientazione nella natura di questi due esseri che amano le piante e che hanno una medesima sensibilità, ci suggerisce una ricetta di frittelle a base di castagne, adatta ad un clima autunnale.
INGREDIENTI: 500 grammi di farina di castagne – 150 gr. di uvetta sultanina – 70 gr. di pinoli – 60 gr. di zucchero – 2 uova – 50 gr. di lievito di birra – 1 bicchiere di latte – 1 limone – zucchero a velo q.b. – olio di arachidi per friggere – sale q.b..
PROCEDIMENTO:
Mettere a bagno l’uvetta in acqua tiepida per circa 15 minuti. Su di una spianatoia versare la farina di castagne a fontana, formare il buco al centro, unire quindi lo zucchero, le uova, il lievito di birra sciolto in un po’ di acqua tiepida, la scorza grattugiata del limone ed il pizzico di sale. Impastare tutti gli ingredienti, aggiungendo il latte tiepido poco alla volta, continuando ad impastare. A questo punto incorporare nell’impasto l’uvetta sgocciolata e strizzata ed i pinoli; coprite il composto con un panno e fatelo riposare per un’ora in modo che lieviti bene. Riprendete dunque l’impasto, confezionate delle piccole frittelle che friggerete nell’olio di arachidi ben caldo, sgocciolatele con un colino, poi acsiugatele con carta assorbente e spolveratele con zucchero a velo prima di servire. Un’autentica delizia!
da Alessandro Rosi | Lug 15, 2016
(Casa del Jazz – Roma, 14 Luglio 2016)
Musicisti in erba suonano al chiaro di luna sul manto verde del parco di Villa Oslo. Tra i fili d’erba del giardino spunta un giglio del Nilo con i suoi inconfondibili petali bianchi: è la giovane Margherita Vicario con indosso una candida gonna larga a crinolina, la cui forma ricorda il fiore di origini africane; il nettare della sua voce è profuso sul pubblico presente mercé alcuni pezzi del suo repertorio, nonché con alcune cover di cantautori italiani, da Daniele Silvestri a Lucio Battisti. Le melodie della cantautrice e compositrice (ma anche attrice in diversi film, tra cui The Pills – Sempre meglio che lavorare) si fondono con il suono caldo e vibrante della chitarra di Gian Marco Ciampa, abbracciato al suo strumento come se fosse la sua compagna, carezzando in alcuni passaggi docilmente le corde, mentre in altri le afferra e scuote con vigore. Il formidabile chitarrista italiano – insignito, tra l’altro, del premio “Chitarra d’oro” come miglior giovane talento – brilla per virtuosismo ed eleganza sia quando accompagna le canzoni della Vicario, sia durante l’esibizione in solitaria con l’arrangiamento di una canzone di Francisco Tarrega; e per la sua straordinaria abilità ricorda il maestro spagnolo Andres Segovia: tant’è che mentre suona la chitarra sembra di sentire un’orchestra su sei corde. Non è tuttavia la sola orchestra presente sul palco, anche quella giovanile di Roma – che annovera tra i suoi 52 componenti una musicista giovanissima (di soli 10 anni!) ed è diretta da un esaltante Vincenzo di Benedetto – esegue diversi componimenti classici, come l’indimenticabile overture di Rossini de L’italiana in Algeri.
Ad arricchire la serata è l’ospite speciale Marco Zitelli (moniker: Wrongonyou), artista italiano eclettico che segue le orme tracciate dalle tonalità folk di Bon Iver. Durante lo spettacolo, attraverso il campionamento in loco della sua voce delicata, riproduce in loop i suoni creati realizzando una performance degna di nota, in special modo nell’esecuzione della cover di Mad World, il celebre brano composto da Gary Jules.
I diversi musicisti e i brani che si susseguono contribuiscono a offrire una serata piacevole, dove l’alternarsi di musica classica e leggera finisce per mescolarsi dando vita ad un’unica melodia. Un concerto allegro, vivace, spensierato, non solo per la giovane età dei partecipanti, ma anche per il modo in cui sono eseguite le canzoni. Un evento che merita di essere ripetuto, se non altro per vedere la crescita musicale di questi talentuosi ragazzi.
data di pubblicazione:15/07/2016
da Antonio Iraci | Lug 13, 2016
(Teatro Vascello – Roma, presentazione della stagione 2016/17)
Con un titolo che in effetti suona meglio se tradotto in Necessità di esistere, Manuela Kustermann, in veste di direttrice artistica del Teatro Vascello, ha presentato la nuova stagione che avrà inizio il 17 settembre e che prevede ben 62 lavori in cartellone. Molto variegati gli spettacoli proposti che prevedono diverse tipologie quali la prosa, la danza, la musica, il teatro-danza, il circo, i concerti e tanto altro ancora, facendo così già pregustare al pubblico presente in sala una stagione di per sé molto interessante.
Da anni infatti il Teatro Vascello ha come missione di cercare di soddisfare le varie esigenze dello spettatore spaziando dai classici ai lavori di scena contemporanea, sia con compagnie teatrali italiane che mediante collaborazione con produzioni straniere. Quest’anno in particolare una fattiva cooperazione con la Romania con due spettacoli in coproduzione: Baccanti con la regia di Daniele Salvo, già in scena con successo nella scorsa stagione, e La Tempesta con la regia di Silviu Purcarete, entrambi i progetti in gemellaggio con i teatri rumeni di Costanta e di Craiova.
Ecco perché, come ribadisce la Kustermann, il teatro sente istintivamente come esigenza la necessità di esistere, di affermarsi in una realtà, quella italiana e romana in particolare, dove la cultura soffre spesso di disattenzione da parte di quelle istituzioni che ne dovrebbero invece assicurare un ruolo primario nella vita di tutti i giorni.
Accanto ai maggiori teatri di prosa capitolini, il Vascello rappresenta senza ombra di dubbio una palcoscenico di grande prestigio per gli artisti che si esibiranno, per molti sarà un ritorno per altri un esordio, ma in tutti, dalle brevi presentazioni che hanno fatto dei propri spettacoli, si è riscontrato in maniera tangibile un grande impegno a fare, una grande voglia di esserci…
data di pubblicazione:13/07/2016
da Alessandro Pesce | Lug 12, 2016
Con vergognoso ritardo di ben oltre tre anni, rispetto alla presentazione al festival di Venezia 2013 e all’uscita internazionale, ecco che, finalmente, nelle sale semivuote e gelide di aria condizionata, viene proposto al pubblico Tom a’ la ferme, uno dei gioielli del giovane regista canadese francofono Xavier Dolan, geniale talento, conosciuto al grande pubblico per Mommy ma autore di una mezza dozzina di pellicole che rivelano un talento altissimo e una ispirazione fresca e originale, e soprattutto di una mano sicura e ormai anche ampiamente matura. Il mese scorso gli è stata dedicata, qui a Roma, un’affollata e applaudita retrospettiva. Chi non ha avuto la fortuna di poterla seguire, è invitato a vedere questo Tom a’ la ferme e soprattutto a non perdere, quando uscirà, dopo l’estate, il mirabile Fino alla fine del mondo, premiato all’ultimo Cannes, entrambi film tratti da pièce, ma per nulla teatrali anzi cinematografiche in sommo grado.
Ma quali sono le doti principali di Dolan? Innanzitutto la maestria con cui con pochi e mai banali elementi, introduce lo spettatore e lo cattura. Alcuni critici hanno paragonato il tipo di effetto da approccio di Dolan a quello che avranno avuto i primi spettatori della nouvelle vague o a quello che avranno colpito i primi spettatori di Petri, Bellocchio e Bertolucci, e questo non per improbabili similitudini o affinità tra questi cineasti, ma per la incredibile felicità di mano e di potenza di racconto.
Come negli altri suoi film è un nucleo familiare al centro di Tom a’ la ferme.
Tom è un giovane pubblicitario che si reca nella fattoria di famiglia del suo compagno morto per, partecipare alle esequie dello stesso, ma molto presto Tom capirà che è chiamato a sostenere un ruolo rassicuratore poiché la madre Agatha non sa nulla della vita del figlio defunto e l’altro fratello è violento e omofobo. Il film si trova ad un certo punto sulla soglia di una virata da thriller psicologico o addirittura di un horror fino a una svolta regalataci dal racconto di un non protagonista. Invece no, è solo l’inferno quotidiano che scaturisce da non detto.
data di pubblicazione: 12/07/2016
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da Maria Letizia Panerai | Lug 11, 2016
Will (Hugh Grant in una delle sue indimenticabili interpretazioni) è un quarantenne single, annoiato e disilluso, che non ha mai lavorato perché vive (e bene) con i diritti d’autore di una famosa quanto stupida canzoncina natalizia, scritta dal padre molti anni addietro. Will è un uomo apatico che passa ore a vedere dvd sdraiato sul divano di casa o bighellonando per il quartiere con il precipuo scopo di continuare a non fare nulla. L’unica cosa che sembra interessargli sono le conquiste femminili e, per avere il campo ancora più facile, decide di partecipare ad incontri di genitori single fingendosi un “ragazzo padre”. Durante uno di questi incontri, pur interessandosi ad una giovane ed attraente donna di nome Susie, la sua goffaggine lo porterà, in seguito ad una serie di eventi, ad essere coinvolto nella vita di un’altra donna, Fiona, sola e complessata sempre sull’orlo del suicidio e madre di Marcus, un ragazzo adolescente sovente tiranneggiato dai suoi coetanei. Sarà proprio l’incontro con il ragazzo che gli cambierà la vita: con prepotente determinazione Marcus entra nella vita di Will e la “scompiglia” dandogli un senso, facendolo uscire da quell’isolamento, così gelosamente custodito per proteggersi dalle insidie del mondo. Marcus vede in Will ciò che lui stesso non riesce a vedere: una figura maschile di riferimento per lui e per sua madre, facendogli scoprire inaspettati lati del suo carattere che lo porteranno ad intaccare la monotona superficialità in cui era vissuto sino ad allora.
Il film è una commedia romantica ben riuscita e Hugh Grant ne è l’indiscusso protagonista. La scena in cui Will interviene soccorrendo Marcus mentre, durante una recita scolastica, canta Killing me softly with his song pur di accontentare la madre, naif e depressa, vale tutto il film, e Hugh Grant come padre surrogato è perfetto nell’affrontare il “pubblico ludibrio”, come quando in una delle scene finali di Notting Hill si dichiara in una affollata conferenza stampa “brutto cazzone avariato”, pur di riconquistare la sua amata Anna (Julia Roberts).
A questo film, che avvicina i grandi alle problematiche degli adolescenti, non potevamo che abbinare la ricetta di un dolce che piace a grandi e piccoli: la girella o jelly roll ripiena.
INGREDIENTI: 200gr di zucchero+ un po’ di zucchero a parte – 110gr di farina – 5 cucchiai di acqua – 3 uova intere – ½ cucchiaino raso di lievito per dolci in polvere – scorza grattugiata di un limone – 1 pizzico di sale – marsala o altro liquore o acqua e zucchero; PER IL RIPIENO: marmellata, oppure crema spalmabile al cioccolato (molto nota), oppure fragoline di bosco con panna.
PROCEDIMENTO:
Montare i tuorli d’uovo con lo zucchero sino a farli diventare bianchi e spumosi quando cioè le fruste fanno il “nastro”, quindi unire l’acqua, la farina setacciata ed il lievito continuando a girare con le fruste; infine montare i bianchi montati a neve ferma con il pizzico di sale. Unire i bianchi montati al composto e versare il tutto in maniera uniforme in una tortiera rettangolare (40×27 cm) o nella placca da forno precedentemente foderata con carta da forno, avendo cura di formare uno strato alto un dito.
Cuocere in forno ben caldo a 200° per soli 13 minuti.
Sfornare ancora caldo e rovesciare questa torta bassa ottenuta su di un panno umido ed inzuccherato con zucchero semolato, spennellare la parte superiore con liquore o con acqua e zucchero, quindi arrotolarla su se stessa in modo da modellarla un po’; dopo averla srotolata, spalmare l’interno con della marmellata o con crema di cioccolata oppure con un composto di panna e fragoline di bosco. Quindi arrotolate nuovamente e velocemente (prima che si freddi completamente la pasta perché potrebbe rompersi) aiutandosi con il panno umido e quindi tenere il rotolo ottenuto avvolto nello stesso finché non sia completamente freddo. Togliere lo strofinaccio ed avvolgere il rotolo oramai freddo con pellicola trasparente. Mettere in frigo.
Una volta ben freddo e stabile potete affettare il rotolo o jelly roll in tante girelle e servire.
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