THE ONLY LIVING PICKPOCKET IN NEW YORK di Noah Segan, 2026

THE ONLY LIVING PICKPOCKET IN NEW YORK di Noah Segan, 2026

(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)

La Festa di Roma compie 21 anni! Da un po’ di tempo non punta più sul glamour Hollywoodiano, sulle Star o sui grandi Autori. Al contrario dà visibilità a produzioni indipendenti, a cinematografie meno note o “minori”, a giovani emergenti e poi a molto (forse troppo) Cinema Italiano. In questo scenario di cui l’unico vero giudice sarà poi solo il pubblico in sala, ecco subito una piccola pepita del Cinema Indie…

The only living pickpocket in New York già apprezzato al Sundance Festival è un Noir Urbano deliziosamente rétro. Un Thriller Psicologico elegante, malinconico, semplice e scorrevole con un suo discreto fascino. Un film che consapevolmente si ispira alle atmosfere dei Grandi Classici dell’epoca d’oro del Genere. Segan con questa sua opera seconda non punta certo a modernizzare il Genere o a reinventarlo, si limita solo a rendergli omaggio e lo ripropone con amorevole rispetto.

Al centro un abile borseggiatore avanti con gli anni. Ha vissuto e vive ancora alla giornata. Con il suo iconico cappotto lungo percorre su e giù New York ma ormai nessuno porta più contanti o oggetti di valore. Fatica a trovare i mezzi ed il tempo per assistere la moglie ridotta a stato vegetativo da una malattia. In un’esistenza di marginalità un piccolo gesto innesta però una catena di eventi. Ruba senza saperlo al giovane erede di una spietata famiglia criminale appropriandosi di una chiavetta USB. Si troverà nei guai e costretto a ritrovare e restituire la refurtiva pur di salvare almeno la vita della moglie. Una corsa contro il tempo per i quartieri di New York…

Un toccante ritratto di un uomo che ha vissuto egoisticamente e che ora chiamato ad assumersi le sue responsabilità cercherà di redimersi con chi gli è stato vicino, lo ha amato o aiutato. Nel contempo anche una singolare lettera d’amore per una New York minore e fuori del Tempo. Bella, autentica, sporca, notturna con le luci al neon. Con uno splendido sottofondo sonoro che restituisce tutta l’atmosfera tipica della città e dei film d’epoca.

Il ritmo è scientemente lento senza essere però pesante. La trama è talora prevedibile ma le atmosfere prevalgono su tutto. Un film fatto più da percezioni che da eventi. Pur senza grandi effetti la tensione pervade la narrazione fino al bel finale. John Turturro è il film! Un attore che avrebbe meritato una carriera più significativa e che ha finalmente la sua grande opportunità. È bravissimo. Una recitazione fatta di piccoli gesti, atteggiamenti e sguardi, tutta in sottrazione. Malinconico e crepuscolare rende vivo ed autentico il suo personaggio. I ruoli di supporto sono ottimamente caratterizzati da attori come Giancarlo Esposito e Steve Buscemi. Nel finale agrodolce un cameo della brava Jamie Lee Curtis.

Con un montaggio perfetto concentrato in soli 88 minuti The only living pickpocket in New York (titolo che rimanda ad una canzone di Simon e Garfunkel) è un bel film. Lontano dai noir ipermoderni è consapevolmente un piccolo bel Noir Classico. Un tributo al Genere, ad un’epoca e ad una Città. Un piacere per tutti gli appassionati dei Noir all’antica o anche soltanto del buon cinema.

data di pubblicazione:14/10/2026








LEMNOS di Giorgina Pi

LEMNOS di Giorgina Pi

(Teatro Vascello – Roma, 7/11 ottobre 2026)

Giorgina Pi è tornata alla quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival con lo spettacolo Lemnos in scena al Teatro Vascello dal 7 all’11 ottobre, presentato in corealizzazione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e prodotto da Bluemotion.

Lemnos è una drammaturgia originale che rilegge il mito. Ulisse e il giovane Neottolemo tornano a all’isola di Lemnos, dove avevano abbandonato Filottete durante il viaggio verso Troia, per sottrargli con l’inganno l’arco, senza il quale la guerra di Troia non potrebbe essere vinta. Alla fine, però, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia.

Il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete, abbandonato a Lemnos dopo essere stato ferito da un serpente. Per tale motivo è lasciato sull’isola dai suoi compagni durante la spedizione verso Troia. Anni dopo i greci scoprono che solo il suo arco può garantire la vittoria e sono costretti a tornare a cercare colui che era stato espulso. Ulisse e il giovane Neottolemo tornano per sottrargli l’arco con l’inganno. Nasce parallelamente un racconto per immagini sui luoghi della Grecia, tra isole e paesaggi. attraversati da memorie politiche, in particolare l’isola di Makranysos, che è stato il luogo di deportazione durante la guerra civica civile greca. La stessa Lemnos, in realtà, è stata una delle tante isole di confino greche, a partire dal 1946 in poi fino agli anni 70, teatro di una storia crudele di campi di concentramento nel Mar Egeo che ben poco si conosce.

Giorgina P rovescia il mito e lo declina nel presente: Filottete diventa una donna, un omaggio alla poetessa e scrittrice Adrienne Rick che aveva fatto dell’eroe greco una figura capace di guardare il mondo dal margine del dolore, e per focalizzare il dramma dell’’esilio e del prezzo del dissenso.

Lemnos è la tragedia del confine, della solitudine, dell’invecchiamento, che allo stesso tempo difende strenuamente il pensiero, l’idea, la libertà. E ne nasce un atto politico, in forma di teatro, quel teatro che vive negli spazi sociali, nei luoghi occupati, che sono quei luoghi nei quali la regista è cresciuta e si è formata.

Lo spettacolo procede per immagini evocative e rarefatte in un’atmosfera mistica che esalta i singoli personaggi, tutti bravissimi: Gaia Insenga è un Filottete che incarna allo stesso tempo fragilità e tenacia; Alexia Sarantopoulou personifica un coro profondo e moderno; Aurora Peres raccorda i frammenti del racconto, Giampiero Judica impersona un Ulisse che rinnega la propria superbia mentre Gabriele Portoghese, racconta tutta l’ambiguità di Neottolemo che comunque saprà trarsi dall’inganno in cui non è né vittima né carnefice.

data di pubblicazione:13/10/2026


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UN PO’ DI LUCE di Ali Asgari, 2026

UN PO’ DI LUCE di Ali Asgari, 2026

Arash è un medico di Teheran al quale viene interdetto di esercitare la professione. La sua colpa è quella di aver curato, nel suo studio privato, alcuni giovani gravemente feriti per aver manifestato contro il regime degli Ayatollah. L’uomo viene condannato all’isolamento e la sua condizione riflette l’angoscia di chi lotta contro la repressione interna e la minaccia americana di una guerra imminente. Una situazione drammatica che diventa un crudo reportage in Un po’ di luce del regista Asgari, presentato in concorso all’ultimo festival del Cinema di Venezia …

Nonostante l’interdizione, Arash (Misagh Zareh) continua clandestinamente a soccorrere alcuni pazienti disperati, ma privato della sua propria identità. L’uomo scivola così in una lucida disperazione con la ferma volontà di togliersi la vita. Il regista sceglie di ovviare alla logica del dramma rivelando da subito la decisione del protagonista, il resoconto intimo di una cronaca di morte annunciata. La struttura narrativa del film segue Arash nel pellegrinaggio alle sorelle e al fratello minore, preparandoli alla sua scelta che culminerà nella cena dall’anziana madre. Sullo sfondo di questi incontri, densi di dolore, aleggia la minaccia di una guerra sull’intero Iran, che acuisce il senso di precarietà esistenziale di tutti.

Ecco che la cinematografia iraniana trasforma ogni racconto in un atto di ribellione. La macchina da presa cessa di essere uno strumento di osservazione per diventare uno scomodo testimone d’accusa. Il film di Asgari si inserisce in un filone di resistenza che caratterizza il cinema iraniano costretto a operare in un clima di assoluta censura. Il regista, già autore di Kafka a Teheran, utilizza delle scelte formali precise come inquadrature fisse, interni eleganti ma asfissianti. Una gestione claustrofobica dello spazio che riflette visivamente lo stato d’animo del protagonista. La sua decisione di togliersi la vita diventa così l’unica forma di libertà rimastagli visto che il regime gli ha tolto la voglia di vivere.

Un po’ di luce diventa così la speranza di chi sceglie forse di restare, trovando così nel calore degli affetti l’unica vera possibilità di sopravvivenza. Nell’epilogo domestico vediamo l’intera famiglia riunirsi attorno a una tavola per la cena. La cinepresa indugia sui volti dei commensali quasi a sottolineare sprazzi di solidarietà. In questo microcosmo il regista introduce così uno spiraglio di luce. La luce stessa diventa così un manifesto politico contro il regime che può togliere il lavoro, può persino togliere la vita, ma non gli affetti. Il ballo finale, dove ognuno è legato all’altro in un abbraccio salvifico, andrà a incrinare la determinazione del medico, aprendo un varco al dubbio.

data di pubblicazione:11/10/2026


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WHAT THE BODY DOES NOT REMEMBER di Wim Vandekeybus

WHAT THE BODY DOES NOT REMEMBER di Wim Vandekeybus

(Teatro Argentina – Roma, 8 e 9 ottobre 2026)

What the Body Does not Remember (Revival 2026) è il grande riallestimento della storica opera di debutto del 1987 del coreografo belga Wim Vandekeybus con la sua compagnia Uultima Ves in cartellone al Romaeuropa Festival l’8 e 9 ottobre al Teatro Argentina di Roma. Il pezzo originale, che vinse un prestigioso Bessie Award a New York, ha ridefinito la danza contemporanea europea grazie a una fisicità estrema, dinamiche di rischio e pura energia E viene oggi presentato in una rivisitazione live con pezzi inediti eseguiti dai Solisti dell’ensemble Intercontemporain.

Wim Vandekeybus è un coreografo, danzatore, regista che ha fondato la compagnia di danza Ultima Ves a metà degli anni ‘80. È noto per il suo linguaggio del movimento speciale che correla impulsi e istinti in un’estetica forte che esplora il conflitto tra corpo e mente. Il coreografo presentò questo lavoro nel 1987, quando aveva più di vent’anni, senza avere una formazione specifica tradizionale da coreografo.

Lo spettacolo focalizza l’istante che ha preceduto la decisione, quando non c’è stato tempo di pensare, ma solo di agire. Un input, qualcosa che accade prima di un evento, quando si reagisce a qualcosa che arriva in maniera inaspettata. Ed allora il corpo risponde con la propria essenza, in quel frangente tra ricezione e reazione.

Sul palcoscenico si ritrovano 10 danzatori che corrono, cadono, si inseguono, si spogliano, si calpestano. Lanciano mattoni bianchi in aria. Un movimento esposto al rischio di chi si fida ma al contempo si protegge dagli altri.

La colonna sonora di Thierry De Mey e Peter Vermeersch enfatizza l’atmosfera di tensione e imprevedibilità, amplificando l’impatto viscerale dello spettacolo.

Duro, brutale e giocoso, ironico e straordinario, dopo quarant’anni, lo spettacolo è ancora estremamente contemporaneo e mantiene intatta la sua forza espressiva, confermandosi come opera fondamentale della danza contemporanea europea.

data di pubblicazione:10/10/2026


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ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI di Caterina Filograno, 2026

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI di Caterina Filograno, 2026

Regia e drammaturgia di Caterina Filograno – con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi- Una produzione Sardegna Teatro/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/Teatri di Bari

(Teatro India – Roma, 8/11 ottobre 2026)

Originale, e quanto mai impressiva, pièce scritta e interpretata dalla Filograno che inaugura la stagione del Teatro India con una esplorazione surreale delle dinamiche matriarcali. Un’analisi attenta, solo apparentemente superficiale, per interrogarsi sulle incognite che la vita prospetta, in un intreccio tra passato e presente, tra ricordi e emozioni…

La scena si svolge all’interno del villino Tajani, nella imprecisata località balneare di Speronetta, costruito dall’ormai defunto Gabriele all’inizio dello scorso secolo. Lo spettacolo si inserisce in una scenografia suggestiva, interamente dominata dal rosso. Drappi scarlatti cadono costantemente sulla scena per indicare una metafora cromatica di passioni, legami di sangue e tensioni latenti. Al centro della narrazione si sviluppano le dinamiche di una famiglia al femminile, una microsocietà domestica con a capo l’anziana Maddalena, pilastro immobile della memoria. Sotto di lei, con atteggiamento rispettoso, si muovono le figlie Mina e Simonetta, e le affettuose nipoti, Caterina e Rebecca.

Tra le due si innesca un continuo e brillante gioco di provocazioni e dispute verbali. In questo spazio sospeso, isolato dal mondo esterno, le protagoniste ricordano episodi del passato. Frammenti di esistenze dove ognuna, a modo suo, sta ancora cercando la propria esatta collocazione. Dall’esterno si percepisce il suono rabbioso delle onde del mare e il garrito assordante di una numerosa colonia di pappagalli che alimenta un fastidio costante. Elemento cardine della drammaturgia è la totale assenza fisica degli uomini sulla scena. La casa si trasforma cosi in un alveare perfettamente strutturato secondo le ferree regole di un’ape regina e delle sue api operaie.

Qui il ruolo maschile subisce una radicale destrutturazione. Gli uomini vengono esplicitamente paragonati a stelle o comete. Corpi celesti dotati di una propria temporanea e indipendente luminosità che, tuttavia, è destinata a spegnersi rapidamente nel tempo. Senza scivolare in un manifesto prettamente femminista o ideologico, il teatro della Filograno riesce a rimarcare il ruolo fondamentale e autonomo delle donne nella società. Le protagoniste dimostrano una capacità straordinaria di organizzazione e di indipendenza, riducendo la figura maschile a una funzione puramente marginale. Un esordio di stagione intenso e visivamente potente, capace di trasformare le mura domestiche in un luogo di universale riflessione psicologica. Un lavoro potente, ben sorretto dalla straordinaria bravura delle interpreti.

data di pubblicazione:09/10/2026


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THE SOCIAL di Aaron Sorkin, 2026

THE SOCIAL di Aaron Sorkin, 2026

Sedici anni dopo The Social Network, Aron Sorkin, che ne aveva curato la sceneggiatura, torna a raccontare Facebook. Ma se il primo film parlava della nascita di un’idea destinata a cambiare il mondo, questo fissa il momento in cui quella stessa idea presenta il conto. Non è propriamente un sequel, forse è meglio considerarlo il secondo capitolo di una stessa grande storia americana, quella della tecnologia trasformata da promessa di connessione a formidabile strumento di potere.

Al centro stavolta non ci sono i ragazzi di Harvard ma Frances Haugen, giovane ingegnera che nel 2021 decise di portare all’esterno migliaia di documenti interni dell’azienda, e Jeff Horwitz, il giornalista del Wall Street Journal che li trasformò in un’inchiesta. Mikey Madison, nei panni della prima, offre un’interpretazione tesa e vulnerabile, priva di eroismi facili, mentre Jeremy Allen White, nelle vesti del giornalista apparentemente antiquato, quello delle fonti, delle verifiche e dei documenti, è misurato e caparbio. E poi c’è Mark Zuckerberg. Jeremy Strong lo interpreta come una presenza algida, molto diversa dallo Zuckerberg giovane e nervoso di Jesse Eisenberg. Non cerca di imitarlo, quanto piuttosto di restituire l’immagine di un uomo, talmente potente e ricco, da essere radicalmente distante da tutti gli altri. Sicuramente una scelta poco conciliatoria, destinata a dividere.

Il ritmo è serrato, eppure rispetto a The Social Network c’è meno elettricità. Lì la velocità del dialogo coincideva con l’energia febbrile di un mondo che stava nascendo, qui, quella stessa velocità, cerca faticosamente di capire ciò che ha creato. Manca la regia di David Fincher, manca quella miscela quasi perfetta di freddezza, ambizione e seduzione visiva. Il racconto dei fatti è un po’ didascalico, anche perché gran parte del materiale trattato era già di dominio pubblico.

Non siamo di fronte a un nuovo miracolo cinematografico, ma l’opera è stimolante ed interroga lo spettatore sulla responsabilità degli algoritmi e sulla nostra assuefazione al cinismo digitale. E la domanda che ci lascia è molto più scomoda di qualsiasi condanna a Zuckerberg ed al sistema. Se sappiamo ormai come funziona la macchina, perché continuiamo a starci dentro?

data di pubblicazione:07/10/2026


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L’ESTRANEA di Paolo Strippoli, 2026

L’ESTRANEA di Paolo Strippoli, 2026

C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’idea che l’orrore non abbia bisogno di irrompere da un luogo oscuro, da una casa abbandonata o da un mondo soprannaturale. Può arrivare in una casa elegante, durante un pranzo, dentro una famiglia apparentemente perfetta. Può persino presentarsi con un sorriso, un trench impeccabile e l’aria di chi sa esattamente dove mettere le mani. È da questa crepa nel quotidiano che Paolo Strippoli costruisce L’Estranea, un film che prende i codici dell’horror e del thriller psicologico per trasformarli in una storia sulla famiglia, sull’apparenza e sul prezzo che siamo disposti a pagare per conservare intatta l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Al centro c’è Anna, interpretata magistralmente nella sua ambiguità da Jasmine Trinca, madre di una famiglia agiata ed apparentemente felice, la cui esistenza viene sconvolta da un avvenimento drammatico. È nel momento della massima vulnerabilità che compare l’estranea del titolo, che introduce una vena angosciante di umorismo nero. Valeria Bruni Tedeschi, qui forse in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, è una presenza insieme seducente e perturbante, capace di assumere la forma di una tentazione molto più sottile di quella tradizionale. Non offre semplicemente una soluzione, ma propone uno scambio. E, come in ogni buon patto faustiano, il problema non è tanto ciò che viene promesso quanto ciò che si è disposti a sacrificare per ottenerlo.

Strippoli racconta così una discesa agli inferi che ha ben poco a che fare con l’inferno. Il vero territorio del film è infatti quello delle relazioni familiari, dove l’amore può confondersi con il possesso, la protezione con il controllo, la cura con la vanità. Anna vuole salvare i propri figli, ma in questo desiderio affiora anche la necessità personale di mantenere intatta una certa idea di famiglia, di successo, di normalità, persino di bellezza. Il film mette quindi in discussione una delle formule più rassicuranti della nostra cultura, ossia che tutto ciò che un genitore fa per un figlio sia automaticamente giustificato dall’amore.

Il risultato è un film inquieto ed inquietante, una fiaba nera e una commedia feroce nello stesso tempo, con immagini e situazioni spinte al limite, che ci parla in maniera diretta delle nostre ossessioni più rispettabili.

data di pubblicazione:07/10/2026


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CAPITAN AMAZING, UMANISSIMO SUPEREROE di Alistair McDowall

CAPITAN AMAZING, UMANISSIMO SUPEREROE di Alistair McDowall

traduzione e regia di Marco Maria Casazza, con Stefano Annoni

(Teatro Vittoria – Roma, 28/30 settembre 2026)

Presentato per la prima volta al Fringe di Edimburgo nel 2013, Capitan Amazing di Alistair McDowall ha debuttato al Teatro Vittoria di Roma per la regia e la traduzione di Marco Casazza e la deflagrante interpretazione di Stefano Annoni. Un uomo vive nell’identità di un supereroe, inventato per affrontare il male che affligge la piccola figlia. Uno spettacolo che racconta con tenerezza lo smarrimento di un uomo dalla vita ordinaria, prodotto da Malalingua.

Tipico della tradizione drammaturgica inglese è l’irruzione della violenza e della crudeltà nel flusso della normalità della vita dei personaggi. Individui, spesso monologanti, con coscienze ferite dalla solitudine e dallo smarrimento. Un teatro che rifiuta la consolazione della metafora per costringere lo spettatore in un qui e ora estremamente riconoscibile.

Mark è un uomo comune che vive un’esistenza come tante. Lavora in un megastore dove puoi trovare tutto per la casa. La sua vita cambia quando incontra una donna, venuta in negozio per riparare una crepa nel lavandino. Tra i due scatta una scintilla che porta a una relazione e alla nascita della figlia, Emily.

La svolta drammatica arriva prima con il divorzio della coppia e successivamente con una malattia inaspettata che colpisce la bambina. È in questo momento che Mark, per superare il senso di impotenza e reagire al dolore, si trasforma in Capitan Amazing. Un supereroe armato solo di un mantello rosso, con cui si illude di volare e di avere il potere di sconfiggere il male.

Una trama semplice eppure complessa nella sua struttura narrativa che Marco Casazza sa gestire con pulizia e ordine. Merito certamente della sua esperienza pluriventennale con un certo tipo di letteratura teatrale, spesso affrontata in sodalizio artistico con Enrico Luttmann.

La sua è una direzione asciutta ed essenziale, che fa leva solo sull’utilizzo delle luci e una sedia per scenografia. Attentissima a sottolineare le sfumature emotive del personaggio che il testo, riadattato magnificamente anche nelle parti comiche, propone. Casazza governa con precisione una struttura temporale sfalsata e una narrazione complessa, in cui un unico attore deve muoversi continuamente tra la cruda realtà e la dimensione mentale e fumettistica creata dal protagonista.

Il peso di questa sfida cade sulle spalle di Stefano Annoni, che dà vita a un vero e proprio spettacolo pirotecnico di voci, movimenti ed emozioni. L’attore interpreta tutti i personaggi caratterizzandoli con posture e gesti che li rendono immediatamente riconoscibili.

Il culmine della performance lo raggiunge nella batteria di colpi finale, in cui tutti i personaggi tornano per un attimo a chiosare la storia.  È qui che mostra un esercizio di memoria e coreografia vocale incredibili. Un caos mentale controllato da una precisa sinfonia di voci e gesti. Il momento più alto in cui diventa percettibile la confusione, l’angoscia e lo smarrimento di un padre impotente davanti alla malattia della figlia. Un terremoto di pura energia capace di scuotere l’anima del pubblico.

data di pubblicazione:04/10/2026


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LA CITTA’ DEI VIVI di Edoardo Gabbriellini, 2026

LA CITTA’ DEI VIVI di Edoardo Gabbriellini, 2026

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, nella Sezione Orizzonti, il film dell’attore e regista Gabbriellini ha subito guadagnato il consenso della critica. La storia tratta di un caso di cronaca nera che riguarda l’omicidio del ventitreenne Luca Varani avvenuto nel marzo del 2016. Un delitto insensato che aveva già ispirato il romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia…

In un’epoca dominata dalla brutalità gratuita del true crime, il merito di Gabbriellini risiede in una rigorosa scelta riguardo l’eliminazione totale della violenza visiva. Dalle confessioni degli assassini si sa che il calvario di Luca è durato ore, ma il regista decide coraggiosamente di saltare l’intera parte cruenta. Il film si dedica essenzialmente sul prima e sul dopo. Nella prima parte ci si concentra interamente sulla figura di Luca e sulle dinamiche tipiche della sua età. Gli incontri con gli amici di borgata e il rapporto con la sua fidanzata Marta. Il regista esplora con delicatezza il contesto familiare del ragazzo, circondato dall’amore dei genitori adottivi. Una madre casalinga e un padre che si guadagna da vivere onestamente come ambulante vendendo dolciumi per strada.

Questa immersione nella sua vita ordinaria rende la tragedia, a cui inconsciamente va incontro, ancora più devastante. Saltato l’orrore del delitto, la seconda parte del film riguarda il tentativo straziante dei genitori e della fidanzata di ricucirsi una parvenza di normalità. Gabbriellini rileva con pudore il peso della tragedia e la fatica del quotidiano di chi resta. Emerge così con forza l’impossibilità di una elaborazione totale del lutto anche se i familiari proveranno ad andare avanti con le loro vite. La figura del ragazzo rimane un pensiero inevitabile, baricentro emotivo che ritorna costantemente in ogni loro discorso, in ogni silenzio e in ogni respiro.

A dare corpo e anima a La città dei vivi troviamo un cast di primissimo ordine. Emanuele Maria Di Stefano incarna la straordinaria semplicità di Luca e per questa sua genuina interpretazione si è guadagnato a Venezia il Premio RB Casting. Viene affiancato da una bravissima Gaia Merlonghi nei panni della fidanzata Marta, con il suo sguardo profondo che incarna il dolore di un amore spezzato. Infine troviamo un Valerio Mastandrea nella parte di un padre buono, dignitoso e soprattutto comprensivo. La forza del film sta nella capacità del regista di firmare un’ottima trasposizione dell’omonimo romanzo di Nicola Lagioia. Con grande abilità cinematografica Gabbriellini evita di scendere nei particolari più morbosi e cruenti della cronaca nera. Riesce comunque magistralmente a restituire la stessa identica atmosfera di disorientamento che si ritrova nelle pagine del romanzo.

data di pubblicazione:03/10/2026


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NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, 2026

NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, 2026

All’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il Premio Speciale della Giuria è assegnato a Naza, dirompente docufilm dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Entrambi erano stati vincitori nel 2025 di un Oscar per il loro documentario No Other Land, diretto e montato da un collettivo israelo-palestinese. Il termine Naza costituisce un acronimo militare impiegato specificatamente per indicare le vittime civili previste dal comando militare israeliano. Ogni singolo attacco aereo programmato aveva l’obbiettivo di annientare tutti i palestinesi della striscia di Gaza…

Il corpo centrale del film si sviluppa interamente attorno alle complesse interviste registrate di notte da Yuval sui tetti di Tel Aviv. Protetti dall’oscurità, alcuni ufficiali e veterani dell’intelligence delle forze di difesa israeliane scelgono di violare il silenzio rilasciando pesanti testimonianze. Le loro rivelazioni indicano una pianificazione strategica, radicalizzata a seguito del drammatico attentato del 7 ottobre 2023, volta alla totale distruzione di Gaza. I militari intervistati denunciano come i continui bombardamenti erano di fatto programmati per individuare non soltanto elementi di Hamas. Gli attacchi erano infatti rivolti alla totale eliminazione della vita sociale palestinese, arrivando così ad un vero e proprio genocidio.

A fare da stridente contraltare a questi racconti, a volte freddi e asettici, si trovano frammenti di vita quotidiana. Il montaggio, curato insieme alla fotografia da Rachel Szor, alterna le agghiaccianti confessioni dei militari a immagini ordinarie di Tel Aviv. La telecamera scruta, dietro le finestre, le case dove la gente comune vive la propria vita comune, indifferente alla distruzione di massa in corso. A soli sessanta chilometri da quella normalità si consuma una tragedia sistematica che per i metodi adottati ricorda le pagine più buie delle persecuzioni naziste. Lo spettatore si trova quindi ad affrontare questo dramma morale, questa apatia verso l’orrore della guerra e verso l’uccisione sistematica di civili inermi.

Proprio per l’estrema gravità del contenuto, il film è stato girato con estrema prudenza e in assoluta clandestinità. I due registi hanno rischiato la propria vita per aver dato luce a un atto di accusa così evidente. Si vuole pertanto sottolineare la discrepanza tra il comportamento della popolazione israeliana e l’annientamento sistematico dei palestinesi. In qualche modo vengono in mente le atmosfere del film di Glazer La zona d’interesse. La vita borghese della famiglia del comandante di Auschwitz scorreva ordinata e idilliaca a un passo dal muro del campo di sterminio. Naza è un film forte che non lascia indifferenti perché denuncia la tragica apatia degli israeliani e ci consegna una testimonianza vera. Rimane a stento riconosciuto il genocidio ancora in atto nei confronti dei palestinesi.

data di pubblicazione:01/10/2026


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