LA DONNA PIU’ RICCA DEL MONDO di Thierry Klifa, 2026

LA DONNA PIU’ RICCA DEL MONDO di Thierry Klifa, 2026

Una tragicommedia ben costruita e ben ritmata, sostenuta da due attori eccezionali: Isabelle Huppert e Laurent Lafitte. Una satira sociale raffinata e sferzante. Un ritratto umano ricco di sfumature e humour noir. Una storia ambigua di dipendenza e manipolazione.

Quale migliore occasione per rivivere le atmosfere eleganti e penetranti di un acuto ed ironico osservatore della Commedia Umana come Chabrol!

Con La donna più ricca del mondo il suo allievo Klifa ci propone infatti nello stile del Maestro una caustica ma elegante e distaccata analisi di un certo ambiente e dell’ipocrisia familiare che contiene e nasconde lati oscuri, passioni, desideri e rancori. Però mentre Chabrol osservava il microcosmo provinciale, il nostro regista filma una versione mondializzata ed alto borghese. Il principio è lo stesso. Rappresentare non tanto la morale ma la verità sublimandola con l’eleganza e gli espedienti della finzione cinematografica. Utilizzare il registro della Commedia per dare uno sguardo incisivo ma distaccato e divertito su un mondo elitario e privilegiato.

Lo spunto è quello dell’Affaire Bettencourt che occupò ad inizi 2000 le cronache mondiali per i suoi risvolti mondani, politici e giudiziari. Il regista non cerca di ricostruire la vicenda ma la usa simbolicamente per restituirci il rapporto ambivalente fra controllo e dipendenza. Filtra la realtà, tutto è vero senza esserlo. Come ieri in Chabrol un estraneo faceva affiorare le nevrosi dell’ambiente borghese, così oggi in Klifa un fotografo arrivista è l’intruso che farà emergere nella famiglia alto borghese tutto ciò che era nascosto: la noia, la solitudine, la mancanza d’amore, la sudditanza affettiva verso una relazione manipolatoria.

Scritto e messo in scena con cura ed attenzione ai dettagli La donna più ricca del mondo evita ogni approccio farsesco ed ogni cliché. Gioca su più toni e generi in equilibrio costante fra Commedia dei Costumi, riflessione graffiante sul denaro e sul potere, ed analisi dei rapporti umani fra ricchissimi mantenendo sempre quel tocco molto francese di leggerezza che prevale sugli elementi seri. Ovviamente il ritmo è elevato, i dialoghi sono briosi, rifiniti e ricchi di sottotesti. Gli interpreti poi rendono vivo e vero il film. La Huppert è sublime in un gioco di sfumature fra intensità e distacco, autorità ed ingenuità. Lafitte è istrionico, provocante e seduttore. Attorno a loro un cast di supporto validissimo.

La donna più ricca del mondo è senz’altro un bell’esempio di Commedia Francese. Ben diretta ed interpretata dall’inizio alla fine, combina eleganza, leggerezza e profondità, finezza d’analisi e humour graffiante. Un vero piacere vederla!

data di pubblicazione:16/04/2026


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79° FESTIVAL di CANNES – 12/23 Maggio 2026

79° FESTIVAL di CANNES – 12/23 Maggio 2026

Come da 79 anni a maggio prenderà il via uno degli avvenimenti più mediatizzati del mondo. Gli sguardi del Pianeta Cinema e non solo si concentreranno tutti su un evento artistico e al pari tempo commerciale: il Festival di Cannes. Una Kermesse ogni anno più gigantesca ed articolata in cui per 12 giorni sarà possibile conoscere ed apprezzare le diversità di stili, sensibilità e talenti dell’Universo Cinematografico e formarsi già un’idea dei nuovi gusti ed orientamenti.

Essere sulla Croisette significa prendere parte ad un evento imperdibile. Un privilegio riconosciuto a pochi, un sogno per molti. Uno dei maggiori momenti di celebrazione dell’eccellenza dell’Industria Cinematografica. Un’Industria che attraversa un momento di fragilità fra crisi di utilizzo delle sale, forme alternative di fruizione, nuovi gusti delle giovani generazioni, fusioni delle Major Americane e, non ultimo l’A.I. Obiettivo del Festival è proprio osservare i cambiamenti, incontrare il rinnovamento e favorire le nuove tendenze. Vetrina del Cinema di Oggi e del Cinema di Domani!

Questa 79ma Edizione la cui giuria sarà presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook si presenta però ben diversa da quelle degli ultimi anni. Pur in una annata in cui sono già preannunciati film di autori come Nolan, Spielberg, Inarritu e Gray non ci saranno né Grandi Maestri del Cinema né tantomeno produzioni degli Studios Hollywoodiani. Sarà invece dato molto spazio ad autori in ascesa, a giovani emergenti e a cinematografie “minori” ma di qualità, europee ed orientali.

Complessivamente 118 film su un totale di 2541 film visionati. Ripartiti fra la Selezione Ufficiale, Un Certain Regard, Fuori Concorso, Proiezioni Speciali, Proiezioni di Mezzanotte, Cannes Première e altre sezioni collaterali. Unitamente alle contemporanee Quinzaine des Cinéastes e Settimana Internazionale della Critica una Manifestazione davvero straripante.

Tra i 21 film In Concorso potremo vedere: Amarga Navidad di P. Almodòvar; Histoires Parallèles di A. Farhadi; La vie d’une femme di Ch. Bourgeois-Tacquet e All of Sudden di R. Hamaguchi.

Fuori Concorso: La Vénus électrique di P. Salvadori che aprirà il Festival; Karma di G. Canet; Diamond di A. Garcia; L’objet du délit di A. Jaoui.

Cannes Première: Vol de nuit pour Los Angeles debutto alla regia di John Travolta; La troisième nuit di D. Auteuil. Tra le Proiezioni Speciali: Avedon di R. Howard.

Due leggende come Peter Jackson e Barbra Streisand riceveranno la Palma d’Oro per la Carriera.

Da tutto ciò sarà però totalmente assente il Cinema Italiano! Incredibile ma vero! Il nostro Cinema non ha più la capacità di affrontare temi universali. Non riesce più a superare le Alpi, a svincolarsi dai nostri limiti culturali e ad essere dove conta veramente essere. Illusoriamente convinti che il nostro Cinema continui a fare buoni incassi ci stiamo abituando a non essere più presenti nei grandi eventi.

data di pubblicazione:14/04/2026

L’INVERNO PIÙ DURO di Thordur Palsson – Netflix, 2026

L’INVERNO PIÙ DURO di Thordur Palsson – Netflix, 2026

Horror psicologico aggiunto di recente su piattaforma Netflix, compare attualmente tra i dieci film più visti e apprezzati. Inquietante e misterioso fino agli ultimi istanti, per la storia, l’ambientazione e le musiche, cattura e a tratti quasi ipnotizza lo spettatore.

Siamo in Islanda, a fine Ottocento. In un villaggio sperduto, nel cuore gelido di una natura inospitale. Qui, una stazione di pesca è gestita da una donna, Eva (interpretata da Odessa Young). Vedova malgrado la giovane età e “capobranco” in una piccola comunità di uomini, pescatori e marinai. Che lei cercherà di preservare, mantenere in vita, malgrado le avversità e la scarsità di cibo. Un evento improvviso spezza la staticità dello scenario. Occhi increduli, sgomenti, fissano un punto fermo all’orizzonte: è la sagoma di una barca incagliata sugli scogli, che lentamente affonda. Da quegli stessi occhi scaturiscono impulsi contrastanti. Uscire in mare, per soccorrere i naufraghi, e al tempo stesso, sulla terraferma, accendere fuochi per scaldarne i corpi, una volta messi in salvo. Oppure rimanere immobili, inerti, restare a guardare. Per timore di chi, venendo accolto, potrebbe sottrarre il poco nutrimento a disposizione, già insufficiente, segnando la propria fine.

È lo slancio dello spirito contro la carne (“Potremmo esserci noi là fuori!”), ed è la bestia che prende il sopravvento sull’uomo (“Ma non siamo noi!”). Tutto in un unico vortice, di coraggio e paura. Istanti infiniti, poi la scelta: gli “altri” dovranno morire. Loro, gli estranei, gli “stranieri”. Saranno abbandonati alle acque impietose e al loro destino.

Così si manifesta “l’inverno più duro”, che ci era stato annunciato. L’inverno, uno stato mentale più che una stagione. Duro, monolitico come un pezzo di ghiaccio, e irremovibile come una condanna a morte. Di contro, il titolo originale, The Damned, evocando la visione infernale dove il fuoco è protagonista assoluto, punta i riflettori sugli abitanti del villaggio e sulla loro dannazione, conseguente alla colpa. Il paesaggio, immortalato da una fotografia più che suggestiva, appare immacolato, limpido, tra la neve e l’azzurro quasi irreale del cielo del Nord. Ma l’innocenza è ormai perduta, e così pure la compattezza del gruppo, che giorno dopo giorno si sfalda, viene meno. Come le corde delle barche lasciate marcire a riva, o come la carne dei cadaveri in decomposizione, trascinati dalla corrente.

Il ritmo della narrazione è pesante, è lento. Di una lentezza funzionale all’attesa angosciosa di qualche orrenda rivelazione, che attinge alle leggende di quei luoghi, e al soprannaturale. “Guardati dal Draugr”, ripeterà una cantilena, cercando di esorcizzare il demone vendicatore, capace di insinuarsi nella mente di ciascuno e di infondervi la pazzia. Ma chi è veramente il Draugr? E soprattutto, esiste davvero? È fuori o dentro di noi? È l’incubo che alloggia nella mente di chi ha rinunciato alla propria umanità o una minaccia che giunge dall’esterno, qualcosa da combattere affinché non intacchi l’integrità, psichica e morale, del nostro essere? Nel dubbio, nella costante esitazione, mantenuta sino alle ultimissime scene, risiede l’anima del fantastico. Alla fine, il dénouement rivela una verità atroce. Dolorosa e incredibilmente struggente. Come una lingua sconosciuta, come una presenza nuova, disarmata e disarmante, uno sguardo autentico. E un grido disperato, riconosciuto per ciò che è realmente. Troppo tardi.

data di pubblicazione:14/04/2026


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LA SALITA di Massimiliano Gallo, 2026

LA SALITA di Massimiliano Gallo, 2026

Nel 1984 Eduardo De Filippo organizza nel carcere minorile di Nisida, piccola isola nel golfo di Napoli, un laboratorio teatrale. L’occasione coincide con il fatto che 18 detenute del penitenziario femminile di Pozzuoli, per un breve periodo, verranno ospitate in quella struttura finora esclusivamente maschile…

Massimiliano Gallo, come Eduardo, è figlio d’arte e napoletano doc. Faccia molto conosciuta al pubblico per aver lavorato come attore sia in teatro che nel cinema. Dopo varie esperienze anche come regista teatrale, firma adesso la regia di La salita, presentato all’ultima edizione del Festival di Venezia, nelle Giornate degli Autori. Sicuramente molto interessante come film d’esordio perché, prendendo spunto da fatti realmente accaduti, risulta essere un pretesto per omaggiare la figura del grande Maestro partenopeo. I fatti raccontati risalgono gli inizi degli anni Ottanta, quando per puro caso si viene a creare una particolare convivenza. Si trovano così a fronteggiarsi nello stesso luogo i giovani di un carcere minorile e le detenute di un altro penitenziario.

Dopo le prime inevitabili tensioni, nascerà invece una tenera amicizia tra il giovane Emanuele (Alfredo Francesco Cossu) e Beatrice (Roberta Caronia). Quest’ultima, vedova di un camorrista, cerca invano vendetta per la morte del figlio adolescente, ucciso da un noto esponente di una banda rivale. Emanuele promette alla donna di aiutarla in cambio di una somma di denaro che servirà per costruirsi una nuova vita, una volta uscito dal carcere. Non è tanto questo ciò su cui si concentra l’intera vicenda quanto piuttosto la messa in atto di uno spettacolo di varietà, all’interno del penitenziario. Su iniziativa di Eduardo De Filippo attori e attrici professionisti istruiranno a dovere i detenuti e le detenute che così potranno finalmente condividere un interesse. L’importante sarà dimostrare come il teatro sia una scuola di vita e se ne ha la prova ascoltando le parole del grande Maestro.

La salita, nei titoli di coda, fa parlare il vero Eduardo che esorta i ragazzi a non ricadere nell’errore ma a rifarsi una nuova vita. Il regista affida questa sua opera prima a un cast per lo più formato da attori e attrici esordienti. Una scelta rischiosa per affrontare un tema così impegnativo, ma senza ombra di dubbio una scelta ben riuscita. Una sceneggiatura pulita e senza eccessi manieristici, in parte curata dallo stesso regista che ha affidato la musica a Enzo Avitabile. Dopo una serie di film ambientati a Napoli con i soliti cliché di malaffare, finalmente arriva nelle sale un film misurato e senza esagerazioni stilistiche. La sostanza c’è e l’ingrediente principale rimane il teatro che riesce sempre a interpretare il reale nella finzione e a portare la finzione nella realtà.

data di pubblicazione:12/04/2026


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MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE di Arthur Miller

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE di Arthur Miller

regia di Carlo Sciaccaluga; con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti, Michele De Paola, Giovanni Cannata, Riccardo Livermore, Silvia Biancalana, Sergio Basile, Andrea Nicolini, Giovanni Arezzo, Domenico Bravo, Eletta Del Castillo, Chiara Sarcona; Produzione Teatro Biondo Palermo

(Teatro Biondo – Palermo, 11/19 aprile 2026)

Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller debutta a Broadway nel 1949, nel cuore del boom economico del dopoguerra. Ma lungi dal trasmettere “sentimenti” positivi come ottimismo e fiducia nel futuro, l’opera mostra il “lato oscuro della luna”. E la competizione, in campo finanziario più che nello sport, la corsa al “successo”, a costo di ogni sacrificio, diventano una lunga marcia verso il patibolo.

Un progetto di vita comune “comprato a rate” è un progetto fallimentare. Così come un programma di crescita sociale – ciò che si dice “progresso” – basato sulla produttività di ciascuno è ugualmente destinato al fallimento. Questo, in sostanza, il messaggio dell’opera di Miller, in perfetta sintonia con l’epoca contemporanea, i “tempi moderni”.

Elementi apparentemente accessori della scenografia fanno la propria comparsa nel corso della rappresentazione. Sono l’indispensabile frigorifero domestico, sorta di nume tutelare di casa Loman oltre che marcatore di status, e l’incredibile magnetofono, “verità rivelata” ed esibita come una specie di ostensorio sulla scrivania del boss dell’azienda di New York. Volutamente “piazzati” in un angolo della scena ma ben visibili, emblematici di un’epoca, di una “prospettiva”.

Materia inumana e disumana, come disumanizzata è quella terra d’America, da Boston alla Florida, che il nostro Willy Loman, commesso viaggiatore, è costretto a percorrere in auto, malgrado l’età avanzata. Più di mille chilometri per più di dodici ore al dì. Pena l’esclusione dal lavoro, il disastro economico, la disgregazione fisica e morale della propria famiglia. Questo il dramma di Willy il venditore, dopo anni di duro lavoro che lo hanno reso “un tantino stanco”.

Di quest’uomo che non riesce più a fare fronte alle spese di gestione della casa, amministrate dalla moglie con equilibrio e assennatezza. Che non è più in grado di tenere dritto e saldo il volante dell’automobile su strada, idealmente il “timone” della famiglia. Che non è riuscito e non riesce a guidare i propri figli, il primogenito Biff soprattutto, verso una realizzazione personale, nella scelta di una professione come nelle condotte di vita. E che, assorbito dalle proprie ossessioni, non sa “farsi bastare” l’amore della propria sposa, Linda (una straordinaria Pia Lanciotti). Che da sempre lo ama per sé stesso, per ciò che lui è come uomo.

Alla domanda rivoltagli da altri – “Cosa sei?” – lui risponde “Io vendo”. Non con un nome, un’identità, ma con un verbo d’azione, che assimila l’essere ad una “operazione commerciale”. Con un unico “bagaglio”: un campionario di merce da cedere per ricavare denaro, o da barattare con un’illusione fugace (la giovane amante gli concederà i suoi favori in cambio di calze di nylon).

I volti delle comparse che sin dall’inizio si manifestano sulla scena, coperti da un panno di colore chiaro, rievocando i soggetti di certi dipinti – da Magritte a De Chirico – emergono come simulacro di questa umanità negata. Disumanità anonima, come anonimi e disumani sono la città, la strada, il condominio. In una visione che si percepisce attraverso lo sguardo del protagonista, proteso verso l’esterno reale, ma desideroso di guardare oltre, “altrove”. Verso gli olmi della casa del passato, verso un orto dove piantare carote. Verso le giungle dell’Africa o le gelide terre d’Alaska persino, là dove pare volerlo dirottare lo spettro del fratello Ben, partito tantissimi anni prima, a “fare fortuna”.

E il sogno americano evolve verso l’incubo, mentre passato e presente si intrecciano, come le diverse fasi della morte, sotto varie forme, nel corso della vita.

data di pubblicazione:12/04/2026


Il nostro voto:

C’ETAIT MIEUX DEMAIN di Vinciane Millereau, 2026 – XVI RENDEZ-VOUS

C’ETAIT MIEUX DEMAIN di Vinciane Millereau, 2026 – XVI RENDEZ-VOUS

Anche ai Francesi…” non tutte le ciambelle vengono con il buco”! C’était mieux demain è una commedia molto leggera e popolare scientemente voluta come tale dagli autori e così costruita per piacere a tutti. All’atto pratico scontenta invece un po’ tutti perché risulta un film di non particolare raffinatezza, sottigliezza e originalità.

Il viaggio nel Tempo, pur se non originale è un ottimo filone cinematografico che può ben ispirare gli sceneggiatori, se bravi.

Lo spunto narrativo di C’était mieux demain con cui si è chiusa la XVI Edizione di Rendez- Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese è assai semplice: una coppia normalissima di un paesino della Francia profonda, tradizionale e patriarcale del 1958 si ritrova per caso catapultata nella Francia caotica del 2025.

Per la sua opera prima la Millereau prova a sfruttare tutte le possibili opportunità di un confronto fra gli Anni ‘50 ed i giorni nostri. Insieme agli sceneggiatori cerca quindi di regalarci una commedia tanto assurda quanto potenzialmente comica che flirta con ben più illustri precedenti provando a fondere realtà ed irrealtà e ad accennare anche a temi non banali di attualità. L’emancipazione femminile, i nuovi valori sociali e sessuali, le innovazioni tecnologiche e la presa in giro di un certo maschilismo di provincia. La sceneggiatura risulta però piuttosto debole.

La regista per alimentare i toni della commedia prova a costruire una narrazione tutta giocata sugli equivoci ma tende ad abusarne troppo. Lo humour raffinato latita ed i toni si fanno presto farseschi a scapito della tensione narrativa generale. Il breve avvio nel 1958 è interessante e gradevole ma ben presto quando nel 2025, il ritmo rallenta, perde efficacia fino ad impantanarsi nella ripetitività. È evidente che il filo conduttore non riesce a trasmettere alcuna tensione. Si scivola quindi nella riproposizione di situazioni simili, prevedibili o poco divertenti. Una sequenza di cliché, di gag, di stereotipi e battute poco sottili. La recitazione è sopra i toni, quasi caricaturale, in un contesto visuale appesantito da un gioco poco originale di campi e controcampi.

Peccato! Il risultato non è del tutto all’altezza dei propositi e dà la sensazione di un lavoro senza ambizione né sorprese nella scrittura e nella realizzazione.

C’était mieux demain poteva essere una di quelle belle piccole commedie popolari francesi di buoni sentimenti, garbata e spiritosa che giocava sulle tradizioni obsolete. Non riesce invece ad andare oltre un po’ di divertimento superficiale né a trasmettere emozioni o spunti di riflessione. Una commedia appena discreta di cui ci si dimentica subito. Alla regista andrà offerta una prova d’appello.

data di pubblicazione:12/04/2026







COUTURES di Alice Winocour, 2026 – XVI RENDEZ-VOUS

COUTURES di Alice Winocour, 2026 – XVI RENDEZ-VOUS

Una vicenda corale al femminile delicata, poetica e di rara intensità. Un film apprezzabile che, anche se non perfetto, affascina e fonde con abilità ed eleganza il Glamour e la Serietà dei contenuti.

Il Cinema Francese sa passare dalla vita quotidiana ai polar, dalla commedia ai drammi sempre catturando lo spettatore per la capacità di scrutare i sentimenti più intimi con storie vere ed intense e sapendo dare rilevanza ai ruoli femminili.

La Winocour è una delle autrici più promettenti del Nuovo Cinema Francese e del movimento di registe e sceneggiatrici che hanno consolidato gli spazi di rappresentazione femminile apportandovi ciascuna la propria sensibilità.

Con Coutures già presentato alla Festa di Roma ‘25 la regista torna a tratteggiare alcuni ritratti di donne tenaci, solidali e resilienti. Varia il contesto ma resta lo sguardo attento, l’abilità e la passione. Siamo alla Fashion Week Parigina e la coralità si esprime in uno sguardo d’insieme sul dietro le quinte e sui diversi destini di quattro donne occasionalmente riunite per l’evento. Tutte lavorano nell’ombra e tutte hanno fragilità e paure. Al centro Angelina Jolie regista americana di film horror giunta a Parigi per girare una clip goticheggiante per l’avvio delle sfilate. Attorno a lei una truccatrice che fronteggia le tante emergenze elaborando pensieri per il libro che intende scrivere; una giovane originaria del Sud-Sudan appena arrivata dall’Africa per esordire in passerella e, infine, una promettente couturière oberata di incarichi ma attenta a mantenere cura e qualità per ogni suo delicato lavoro.

Un mondo glamour ed una retrostante realtà di lavoro, sacrifici, aspettative e decisioni. Una storia di simpatie, sostegno, resistenza tutta femminile con due sole presenze maschili marginali ma umanissime: Vincent Lindon e Louis Garrel.

La Winocour sa scrivere, dirigere e filmare con ritmo e fluidità. Muove la cinepresa con eleganza ed esalta i primi piani delle sue donne per coglierne il lato umano sotto la fragile bellezza. Il suo sguardo resta estraneo a ciò che filma più per pudore di invadere i sentimenti che per distacco. Lascia così allo spettatore l’onere di farsi un giudizio personale sui personaggi tutti veri e profondi. L’intensa presenza della Jolie nei panni della regista che scopre di avere un cancro è l’innegabile atout del film. Un ruolo che fa eco alla sua esperienza umana e dà una dimensione emozionale forte al personaggio, squilibrando però la narrazione a danno delle vicende parallele.

Pur con qualche carenza e piccoli difetti Coutures è un film interessante e coinvolgente. Scritto molto bene e realizzato con abilità e delicatezza. Potrà anche affascinare perché capace di fondere con sensibilità storie belle e tristi e di incrociare fascino e serietà.

data di pubblicazione:11/04/2026








LA FAME – LA PARABOLA DELL’UOMO CHE FECE TUTTO PER AMORE

LA FAME – LA PARABOLA DELL’UOMO CHE FECE TUTTO PER AMORE

di e con Alberto Fumagalli e Chiara Liotta

(Teatro Basilica – Roma, 10/12 aprile 2026)

Presentato lo scorso settembre a Forlì per Colpi di scena, parte ora in tournée dal Teatro Basilica La Fame, il nuovo spettacolo di Les Moustaches. In riconfermata coproduzione con Accademia Perduta/Romagna Teatri, la compagnia bergamasca porta sul palco un’affascinante e insieme inquietante allegoria dei nostri tempi. Alberto Fumagalli firma il testo e, insieme a Ludovica D’Auria, anche la regia. Mentre sale sul palco con lui una straordinaria Chiara Liotta. Non c’è più nulla da mangiare e la fame coglie di sorpresa Sagrestano e Virtuosa. Cosa faranno per sopravvivere?

È già tutto descritto nella forte immagine iniziale. Statici, pittorici, avvolti da una desolante nebbia, stanno Sagrestano e Virtuosa. Lei lo allatta al seno sotto il tendaggio pesante di un teatrino, come quelli che approntavano nelle piazze i comici dell’arte. L’immagine descrive da subito un rapporto di dipendenza, che si rivelerà malata e velenosa.

Come suggeriscono i nomi, lui è il custode servile nella casetta dove lo strano nucleo familiare sembra destinato a crescere. Lei è una creatura pantagruelica, insaziabile nella sua ingordigia, e pare sia incinta di Sagrestano. Virtuosa in fondo non è quello che il suo nome dice. A meno che non si assurgano a qualità il tempo perduto, la storditezza, il vaniloquio, lo sfruttamento, l’inganno.

Si muore di fame, la dispensa è vuota. Lo stomaco brontola e i crampi sono dolorosi. Sarà proprio l’attesa sperata di quella che Sagrestano pensi sia una bambina a spingerlo ad affrontare le sue paure più profonde. Per procacciare il cibo e sfamare la gestante sarà disposto a sfidare la vastità del mare e il buio della notte. Sarà disposto – come recita il sottotitolo – a fare tutto per amore, guidato dallo sguardo benevolo di una Luna ancora incontaminata.

È una parabola drammatica, dunque. Una favola nera, anacronistica e profana. Anacronistica, perché maschera dietro una scena in apparenza medievale una verità contemporanea. Profana, perché non ammette più nessun tipo di morale: dio è stato scacciato. Un male riferito ai tempi che viviamo. «Ci siamo mangiati tutto», dirà Sagrestano quando si accorgerà che della Terra non è rimasto più nulla.

La fame parla della nostra cecità e del nostro egoismo davanti al male del mondo. Della nostra coscienza, incapace di ravvedersi finché la pancia è piena. E lo fa attraverso un contenitore fortemente teatrale. È un’allegoria dei nostri tempi mascherata dietro una scena, tanto semplice quanto magica, fatta di tavole inchiodate. E nei costumi, bellissime estensioni visive del carattere dei personaggi. Merito del lavoro artigianale di Davide Moriggi e Giulio Morini (le luci sono di Giulia Bandera).

Ma sono il testo e la recitazione la vera forza del lavoro. Il linguaggio aiuta a formulare la struttura e a delimitare i confini del mondo – iperbolico fino alla distopia eppure verosimile – inventato da Fumagalli. La parola scorre, poetica e ritmata, ma a volte si accartoccia, inciampa. Per necessità diventa invenzione, invertendo i generi, improvvisando desinenze. E si adagia sui personaggi, grotteschi e ridicoli. Due insetti esopici che hanno conservato la spregiudicatezza della cicala e dimenticato la previdenza della formica. Due burattini manovrati da un’intelligenza invisibile che li tiene insieme. Il sentimento a servizio di una ragione sbagliata, impaurita. Corpo e voce degli attori suonano come un’unica partitura, ma la recitazione è prima di tutto negli occhi.

Il monito è chiaro: se non ci ravvediamo, come singoli e come comunità, finiremo col distruggere tutto. E quello che rimarrà, soprattutto alla luce degli avvenimenti storici che stiamo vivendo, sarà solo un’atavica, perenne, fame.

data di pubblicazione:11/04/2026


Il nostro voto:

STORIA DI UN CINGHIALE – Qualcosa su Riccardo III

STORIA DI UN CINGHIALE – Qualcosa su Riccardo III

scritto e diretto da Gabriel Calderón, con Francesco Montanari, scene Paolo Di Benedetto

(Teatro Biondo – Palermo, 08/12 aprile 2026)

(Teatro India – Roma, 22/26 aprile 2026)

Il lungo monologo di Francesco Montanari, diretto dal regista e drammaturgo uruguayano, reinterpreta il Riccardo III di Shakespeare in chiave moderna e personale. In un perenne parallelismo tra opera d’arte ed autobiografia, e fra teatro e vita.

L’attore, unico protagonista di questa pièce, coadiuvato appena da una scenografia palpitante e a tratti sbilenca, recita la parte di un attore. “Qualcuno” che rivendica il diritto di essere “qualcosa”. Dopo anni di estenuanti attese, finalmente un ruolo importante, degno di nota. Finalmente la possibilità di un riscatto, a lungo agognato, un riconoscimento pubblico, all’altezza del proprio talento. Sarà Riccardo III, ma non “l’originale”, quello nato dalla penna del celebre drammaturgo inglese. Poiché Shakespeare “è morto”, e con lui il “pentametro giambico” e l’impalcatura dei valori d’un tempo. Sarà “qualcosa” di simile o affine. Qualcosa di Riccardo III.

Bestia antropomorfa o piuttosto uomo dalle sembianze animalesche, sbuca dal sipario con la testa soltanto, come quei cervi impagliati appesi al muro, macabri trofei di caccia. Quindi si lancia sulla scena, con la voce e la gestualità invadente, dando in pasto alla platea uno charabia che egli stesso definisce “incomprensibile”. Duro da “masticare” e spesso indigesto, una sorta di “intossicazione da versi”.

Della compagnia teatrale che lo affianca e del regista che lo dirige, in questo modello perfetto di mise en abyme, non si vede traccia. Se non attraverso la stessa recitazione di lui, fatta di una mimica variegata e di voci diverse, in continuo sdoppiamento tra il proprio ruolo da protagonista-sovrano e le parti degli altri attori. Dalla regina Margherita con le sue solenni maledizioni alla madre dello stesso Riccardo, figlio aborrito. Parti invidiate (“Un attore ucciderebbe per un monologo come quello!”), quindi usurpate come si usurpa un trono, un regno, una corona.

E ancora si viaggia lungo i binari dell’analogia. Francesco, che racconta sé stesso, è un attore in una famiglia di chirurghi e istruttori di guida. Una “bestia rara” e ridicola, che non sapendo usare le proprie mani per dirigere gli altri o salvare vite, non può far altro che agitare i lunghi artigli, sotto una coltre di pelo disordinato e folto. Quasi un Minotauro esiliato tra le quinte di un teatro, all’ombra d’un palco, “gobbo, losco, torvo”, perso in un labirinto di parole febbrili e di inutili rime.

Cambiando pelle come un serpente, o mutando il mantello (le setole del cinghiale, animale con cui si identifica), Francesco l’attore è dominato dall’ira, dall’intolleranza e dal livore, frutto di sogni inappagati e di ambizioni irrisolte. Fino a collassare sotto il peso delle proprie zavorre, e spogliandosi di tutti gli orpelli, complice lo “spettatore pietoso”, ritrovare la nudità pura e semplice. E con essa l’umanità vera, che è l’essenza del teatro, quello autentico. Il resto è aneddoto, è storia.

data di pubblicazione:11/04/2026


Il nostro voto:

L’AFFAIRE BOJARSKI di Jean Paul Salomé, 2026 – XVI RENDEZ-VOUS

L’AFFAIRE BOJARSKI di Jean Paul Salomé, 2026 – XVI RENDEZ-VOUS

Una bella scoperta! Un buon piccolo film all’antica. Un film di qualità, appassionante e solido, che sembra un Polar elegante degli anni’50.

Dopo l’apertura con un’apprezzabile commedia raffinata e graffiante, la XVI Edizione di Rendez- Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese prosegue proponendo un altro genere di eccellenza della cinematografia d’Oltralpe. Un doveroso omaggio a quel mix tutto francese fra Poliziesco e Noir così popolare fra i ‘50 e i ‘70: il Polar.

L’Affaire Bojarski presentato in anteprima italiana, si ispira apertamente ai grandi registi di quel ventennio – J. Pierre Melville, Jacques Deray, Henri Verneuil – e ne ripropone ambienti e atmosfere con una messa in scena molto classica ma altrettanto efficace. Un Polar all’antica ma di qualità ed appassionante da cui ci si aspetta quasi di veder apparire sullo schermo Alain Delon o Lino Ventura.

Salomé è un buon artigiano del Cinema Popolare nel senso migliore del termine e in questo suo ultimo film si ispira liberamente a fatti accaduti in Francia fra il 1940 ed il 1960. La vicenda di un ingegnere polacco geniale e solitario rifugiatosi in Francia all’inizio della II Guerra Mondiale e che poi, al termine del conflitto, pur onesto ed ingegnoso non riesce ad inserirsi nella Società e nel mondo del lavoro francese. Ridotto ai margini scoprirà casualmente di avere un talento eccezionale nel falsificare banconote di vario taglio, quasi irriconoscibili alla stessa Banca di Francia. Gli si apre una nuova vita, terrà nascosta a tutti la sua attività solitaria. Agirà per un quindicennio pur nel mirino del più abile ispettore di Francia.

Al centro della narrazione c’è la relazione a distanza fra il falsario ed il poliziotto che lo sospetta ma al tempo stesso coglie la dimensione artistica del suo lavoro di creatore di falsi. Un gioco del gatto con il topo, di reciproco rispetto, sfida e ammirazione fra i due uomini. Un confronto che il regista riesce a mantenere sempre ad un livello alto e costante, cinematograficamente riuscito, godibile e degno dei migliori film del genere.

Un racconto palpitante senza tempi morti e molto ben costruito grazie ad una sceneggiatura ben scritta e ben adattata. Salomé non è certo un esteta ma sa filmare bene. La sua realizzazione è lineare, di buona fattura e molto classica. Scientemente un film all’antica per coerenza con il periodo rappresentato. Ottime le ricostruzioni degli ambienti e delle atmosfere d’epoca. Di alto livello i due protagonisti anche se purtroppo poco conosciuti in Italia.

L’Affaire Bojarski è senz’altro un film che ben ripropone il buon cinema popolare di qualità e di successo di una volta. Un poliziesco di buona resa visiva con un discreto charme narrativo che diverte e coinvolge con piacere.

data di pubblicazione:09/04/2026