VITA DEL SIGNOR DE MOLIÈRE di Maria Teresa Berardelli, con Fausto Paravidino

VITA DEL SIGNOR DE MOLIÈRE di Maria Teresa Berardelli, con Fausto Paravidino

regia di Danilo Capezzani

(Teatro della Città di Roma/Teatro Greco – Roma, 3/8 febbraio 2026)

Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, smette i panni del commediante e diventa il personaggio di un dramma che ne ripercorre la vita artistica e i tormenti privati. La drammaturgia di Maria Teresa Berardelli si stacca con originalità dal solco biografico tracciato da Bulgakov e Fausto Paravidino ne fa un capolavoro interpretativo. Accanto a lui sul palco Barbara Giordano e Aurora Spreafico nei ruoli fissi delle attrici-amanti Madeline e Armande. In tutti gli altri ruoli la bravura cangiante di Paolo Faroni, Diego Giangrasso e Paolo Madonna. Una produzione della Compagnia Mauri Sturno e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.

Ridurre uno scrittore al silenzio è decretarne la morte. Il prologo risuona come un monito brutale, introducendo lo spettatore nel cuore di una narrazione che fonde due epoche e due destini. L’opera, liberamente ispirata al romanzo di Michail Bulgakov Vita del signor de Molière scritto nella Russia sovietica degli anni Trenta, non è solo un omaggio al drammaturgo francese, ma un grido di resistenza artistica. Bulgakov avvertiva vicino al suo il destino che aveva colpito Molière. Le affinità tra i due autori sono infatti diverse. Il difficile rapporto con il potere che, invece di proteggere, concedeva spazio solo per soddisfazione egoistica o propaganda. Da questo le battaglie estenuanti contro la censura. E ancora il bigottismo e l’invidia di una società di omuncoli, sempre pronta a interferire con il loro lavoro. Ma li faceva somigliare anche la dedizione totale al teatro che era, allo stesso tempo, ragione di vita e condanna.

Il lavoro drammaturgico di Maria Teresa Berardelli compie un lavoro eccellente. Se l’ossatura narrativa rimane ancorata alla biografia di Bulgakov – seguendo Molière dall’adolescenza ribelle rispetto al padre, che lo voleva tappezziere come lui, alla morte, avvenuta emblematicamente durante la recita de Il malato immaginario – il testo si stacca dall’originale per approdare a un racconto stratificato e moderno. L’ambientazione barocca della corte del Re Sole viene sostituita da una contemporaneità scarna. Si concentra sul triangolo affettivo e scandaloso tra Molière, Madeline e Armande (presunta figlia del commediante), che perde però i merletti del passato per mostrare la carne viva di un sentimento che sfida le convenzioni sociali.

La regia di Danilo Capezzani abbatte ogni barriera. Le quinte sono assenti e lo spettatore si trova davanti allo scheletro nudo di un palcoscenico in allestimento. La quarta parete è abbattuta: lo spazio privato e sacro del dietro le quinte viene continuamente invaso da personaggi che entrano e escono dalla platea. È una scelta scenografica non solo estetica, ma funzionale a mettere in evidenza le ingerenze esterne che hanno avvelenato il lavoro dell’artista. E soprattutto riflette il programma didattico di Molière e della recitazione di Paravidino: la ricerca della verità dei sentimenti umani.

In questa sala prove di un teatro ancora non aperto al pubblico, dove le luci disegnano ambienti che mutano con il ritmo serrato delle scene, la vita degli attori si mescola infatti agli impegni del mestiere. È un teatro che mostra i suoi meccanismi, i suoi dubbi e i suoi attriti, rifiutando lo sfarzo delle false prospettive per abbracciare l’essenza dell’essere umano.

Il Re, figura ambigua e imperante, sembra difendere il genio ma non lo difende mai davvero. Lo lascia da solo contro La cabala dei bigotti e l’invidia dei mediocri. Il testo attinge anche al dramma bulgakoviano del 1929, evocando l’oscurità dei camerini e lo scandalo pubblico. Evidente perfino nella citazione finale dei medici che circondano il commediante moribondo, ormai alla sua ultima apparizione sulla scena.

Lo spettacolo è così un giardino di tracce narrative dove la letteratura classica (si attinge anche a L’Avaro e a Il Malato immaginario) si intreccia a una ricerca biografica rigorosa. Ne esce un Molière dal carattere difficile, ma determinato e profondamente umano. Un’opera che ci ricorda come, nonostante le ingerenze del potere e la mano pesante della censura e delle malelingue, la verità dell’arte sia l’unica forza capace di sopravvivere al tempo.

data di pubblicazione:08/02/2026


Il nostro voto:

SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier, 2026

SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier, 2026

Sentimental Value è un film molto bello. Un lavoro sofisticato che conferma la sensibilità e la bravura di Trier. Un film di alta scrittura ed alta recitazione in una struttura solidissima che si pone a pieno titolo tra i favoriti agli Oscar.

Un dramma psicologico molto nordico ma altrettanto universale. Una riuscita rappresentazione di una vicenda familiare. Tre generazioni di non detti, risentimenti, sensi di colpa ed incapacità di esprimere le proprie emozioni confluiscono e si rispecchiano nella storia della casa di famiglia che ne custodisce i ricordi. Un tema caro alla tradizione artistica scandinava che rimanda ad Ibsen e a Bergman. Trier però ha una mano più lieve del suo Maestro, una visione meno cupa e una sensibilità più coerente con i nostri giorni. Gestisce la vicenda con i giusti tempi e i giusti toni e sa stemperare la tensione con una sapiente alternanza di dramma e leggerezza che ricorda a tratti anche Woody Allen.

Lo spunto è apparentemente convenzionale. Al funerale della madre due sorelle restano sconvolte nel rivedere il padre rinomato regista che le aveva abbandonate ancora piccole per dedicarsi tutto al Cinema. Intenderebbe ora usare la casa per ambientarvi un film autobiografico e proporre alla figlia maggiore, apprezzata attrice, la parte della protagonista. Tutto parte dal rifiuto della figlia che non riesce a perdonare il padre.

Pur nella prevedibilità degli sviluppi i protagonisti diventano materiale narrativo per Trier che li osserva, li rende vivi ed autentici ma non li giudica. Quattro personaggi (il padre, le figlie ed una giovane attrice americana) più un quinto che appare fin dall’inizio e che tutti li rispecchia: la Casa! Un luogo bello, amato e carico di vite vissute. Set cinematografico tramite il quale si dipanerà l’ammasso di incomprensioni perché il Cinema come l’Arte consente con la finzione di sublimare i traumi con funzione catartica e redentiva.

L’autore affronta i temi a lui cari: i rapporti familiari, la memoria, i tormenti dell’anima e del processo creativo. Ha un suo stile originale di scrittura, ritmo, scansione del racconto, uso dello spazio, del tempo, dei colori e della luce. I primi piani ed i piani sequenza non sono estetismo ma parte attiva della sua narrazione. Filma in modo classico ma gioca con un montaggio dai tagli netti e con ellissi narrative audaci. La direzione è eccezionale grazie anche ad un quartetto di interpreti bravissimi ed intensi. Su tutti Stellan Skargard e Renate Reinsve.

Sentimental Value è un lavoro profondo, raffinato, coinvolgente e con un finale splendido. Un film molto particolare per contenuti ma di gran qualità e talmente bello e fascinante da renderlo apprezzabile anche dal grande pubblico.

data di pubblicazione:07/02/2026


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OTTIMO

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE di Eugene O’Neill, 2026

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE di Eugene O’Neill, 2026

Adattamento di Chiara De Marchi, regia di Gabriele Lavia, con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani, Beatrice Ceccherini

(Teatro Argentina – Roma, 4/15 febbraio 2026)

In un certo giorno d’agosto del 1912, nella casa della famiglia Tyrone nel Connecticut. James, il padre, è stato un attore di teatro piuttosto mediocre, tra una citazione shakespeariana e l’altra di Sofocle cerca di arginare il dramma familiare. Sua moglie Mary, totalmente dipendente dalla droga, prende finalmente coscienza del proprio fallimento come moglie e come madre. Jamie, il figlio maggiore alcolizzato e assiduo frequentatore di bordelli, riconosce di essere inadeguato a fare il teatrante, come il padre l’ha costretto a diventare. Edmund, il figlio più giovane, in preda all’ansia per la dipendenza della madre e per la sua stessa salute minata dalla tubercolosi. Una famiglia disfunzionale come tante altre, in cerca di improbabili soluzioni, che vive di rimpianti e di ricordi del passato…

 

Considerata un caposaldo della drammaturgia americana del ventesimo secolo, Lungo viaggio verso la notte si può considerare un’opera del tutto autobiografica. Per tale motivo O’Neill, completata la stesura nel 1942, predispose che la stessa dovesse andare in scena non prima di venticinque anni dalla sua morte. Per una serie di circostanze tutto questo non avvenne e il lavoro debuttò dopo appena tre anni dalla sua scomparsa, ottenendo postumo il Premio Pulitzer. Un’opera di grandissimo pathos portata ora in scena dal grande Gabriele Lavia che, oltre a recitare la parte del protagonista, ne ha curato la regia.

Sulla scena un salotto borghese, piano di libri polverosi che dovrebbero indicare la presenza in casa di una cultura che di fatto si presenta stantìa. Sistematicamente emergono le varie citazioni di James, frutto di reminiscenze recitative. Una casa prigione dove però si può entrare e uscire, un rifugio dove ogni elemento della famiglia sente la necessità di custodire le proprie dipendenze. Dipendenze che non rimandano solo all’alcool o alla droga, ma che riguardano anche l’essere incapace di guardarsi dentro e di prendere atto del proprio fallimento. Lavia riesce sapientemente a creare un’atmosfera claustrofobica, priva di luce, quasi a voler proteggere i singoli personaggi dalle proprie inquietudini, da sé stessi.

Il mondo esterno fa fatica ad entrare, la nebbia fuori isola la casa, il suono lontano della sirena antinebbia segna così le ore della giornata. Ottima l’interpretazione del cast che affianca lo stesso Lavia nella recitazione, ognuno per la sua parte trasmette il senso di una non riuscita realizzazione. Si percepisce una mancanza affettiva, un’angoscia che invade lo spazio e non lascia scampo. Una regia tradizionale che avrebbe potuto azzardare di più nella scena, pur solida, che risulta in effetti un po’ troppo classica. Manca quel tocco di originalità che avrebbe potuto elevarla ulteriormente. Lavia comunque ci riporta al teatro di una volta, quello autenticamente vero e realizzato con cognizione di causa.

data di pubblicazione:06/02/2026


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CANTO DEGLI ESCLUSI, di e con Alessio Boni e Marcello Prayer

CANTO DEGLI ESCLUSI, di e con Alessio Boni e Marcello Prayer

con la partecipazione di Giuliano Del Sorbo

(Teatro della Città di Roma/Teatro Greco – Roma, 27 gennaio/1 febbraio 2026)

La collaborazione artistica tra Alessio Boni e Marcello Prayer ha incontrato spesso la poesia. Tra gli autori trattati ci sono Omero (Il Gioco degli Dei tratto dall’Iliade è il loro ultimo, grande lavoro), Dante, Pasolini, Cervantes, Pavese. Dal 2012 portano in scena il Canto degli esclusi, un concertato a due con i versi di Alda Merini. I brani poetici declamati sono 46, come il numero di elettroshock a cui venne sottoposta la poetessa. Un viaggio nel suo mondo arricchito dalla sua voce registrata e dalla performance pittorica di Giuliano Del Sorbo.

Un foglio bianco ispira un pittore e un poeta allo stesso modo. Per l’attore la pagina pulita è un palco vuoto. Sono spazi di ispirazione, dove viene concesso alla vita di trovare forma in un gesto creativo, in piena libertà. Che poi diventa collettivo perché condiviso. La libertà e l’ispirazione per i suoi componimenti Alda Merini le trovava nel disordine del suo appartamento milanese. Oppure in mezzo alla gente, magari seduta ai tavolini di un bar. Dovunque, purché si avvertisse la vita pulsare.

Alessio Boni e Marcello Prayer sfruttano le possibilità di un teatro privo di scene per dare voce alla poetessa dei Navigli attraverso la lettura di brani scelti dalla sua sconfinata produzione. Ma anche per dare giustizia alla sua storia, al messaggio che ha lasciato, alle battaglie che ha combattuto sempre dalla parte degli esclusi, come recita il titolo. All’artista che è stata e che non tutti hanno saputo comprendere. È la voce stessa di Alda Merini a essere protagonista, non solo perché la si sente registrata. È contenuta nella parola-carne delle sue liriche, nella brillantezza dei suoi aforismi, nei brani narrativi costruiti anch’essi con la musicalità del verso poetico.

La selezione prende avvio dal momento della nascita, evento nel quale, secondo la Merini, «assumiamo la morte come estrema colorazione della vita». Per arrivare al testamento, «Io non fui originata/ma balzai prepotente/alle trame del buio/per allacciarmi a ogni confusione».  Il ritratto della poetessa si staglia tangibile, onesto, prepotente. La scelta cade su immagini di carne che la voce e il corpo degli attori definiscono con semplicità e naturalezza. Nell’elenco trovano spazio le cose a lei più care: la musica, le osterie. Ma anche le più dolorose a cui venne costretta: la follia, il manicomio, la lontananza dalle figlie.

Boni e Prayer si rincorrono e si completano nella lettura, formando una sorta di eco. La declamazione a volte è sussurrata, altre volte esplode di gioia e stupore. Molto spesso è detta in intimità, come un consiglio o una confidenza. Ripetono la stessa parola o lo stesso verso con intonazioni differenti, come per fissarli nella memoria (si imparano così le poesie). Per meglio capirli. Perché la declamazione aiuta la comprensione, mentre la ripetizione accresce il sapere e la conoscenza.

Anche la pittura di Giuliano Del Sorbo, inserita nello schema drammaturgico, è un gesto teatrale, perché mette la figura umana al centro della composizione. Dalle pennellate blu cobalto prende forma la figura di una donna vista di profilo mentre sbuffa fumo di sigaretta dalla bocca. È un altro modo per ritrarre Alda Merini, oltre a quello delle parole, che sa coglierla ancora nella nudità della carne. La stessa offerta che regalava ai suoi lettori: “i miei poveri versi sono brandelli di carne”.

L’unico atto di risposta del pubblico è il silenzio, l’ascolto.

data di pubblicazione:05/02/2026


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LAVOREREMO DA GRANDI di Antonio Albanese, 2026

LAVOREREMO DA GRANDI di Antonio Albanese, 2026

Lago d’Orta. Una sgangherata compagnia di amici – Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese – si ritrova per festeggiare l’uscita di prigione di Niccolò Ferrero, figlio di uno di loro. Tornando a casa in auto a tarda notte e alticci urtano qualcosa o qualcuno. Inizia una surreale deriva notturna fatta di eccessi, imprevisti, incontri e decisioni assurde…

Albanese si è guadagnato all’interno del Cinema Italiano un proprio spazio autoriale per stile, qualità e capacità di tenere insieme sorriso e malinconia. Un cinema, il suo, intelligente, garbato, ben scritto e ben diretto, mai banale e con al centro personaggi fragili e contraddittori ma pur sempre umani. Il regista continua ad osservare la realtà e con Lavoreremo da grandi ci racconta una nuova bella storia ambientata, questa volta, in un contesto lacustre. Un ambiente immobile, una realtà ancora semplice e bonaria, in cui non succede mai nulla. Un microcosmo isolato e immutabile su cui aleggia un lieve sentore di follia collettiva.

Con un approccio a tratti quasi teatrale per scenografie, unità di luogo e di tempo l’Autore racconta, tra colpi di scena, situazioni paradossali e personaggi bizzarri, la notte assurda vissuta dai quattro scombinati perdigiorno. La concezione del tempo si identifica con la durata del film, tutto avviene nell’arco della notte e la via d’uscita si paleserà con le prime luci dell’alba. Una storia surreale e imprevedibile, perfetta metafora ironica di una piccola umanità di inconsapevoli perdenti che, pur tutto cambiando, restano sempre uguali a sé stessi non sapendo o non volendo cogliere le occasioni per darsi una scossa. Forse ce la faranno ma un giorno…da grandi!

La sceneggiatura, i dialoghi, le location sono come dovrebbero essere. La messa in scena ci restituisce i vezzi, gli oggetti e le atmosfere di un piccolo mondo. Il ritmo è incalzante e il montaggio alterna sapientemente piccoli momenti di ilarità ad altri più seri e riflessivi. Albanese dirige con mano salda e si conferma attore di qualità, preciso nella sua interpretazione dolente ed ironica. Lo circonda un cast credibile di attori e caratteristi affermati, di volta in volta impacciati, stralunati, sempre sinceri. Un film corale in cui tutti sono giusti nei vari ruoli. Un lavoro ironico, piacevole e mai banale che ricorda le atmosfere dei libri di Piero Chiara e Andrea Vitali.

Lavoreremo da grandi è una commedia malinconica e divertente che si segue con piacere e usa il sorriso come elemento di analisi della realtà rappresentata. Un film ben fatto, dolceamaro ma che diverte, efficace e leggero ma che proprio nella sua leggerezza ha la sua forza.

data di pubblicazione:04/02/2026


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AGATA CHRISTIAN – DELITTO SULLE NEVI di Eros Puglielli, 2026

AGATA CHRISTIAN – DELITTO SULLE NEVI di Eros Puglielli, 2026

Agata Christian- Delitto sulle Nevi è l’ultimo tentativo italiano di coniugare l’impianto del giallo classico con il linguaggio frizzante della commedia, un Knives Out all’italiana, che gioca apertamente con i topoi del genere e con l’iconografia del giallo isolato in un luogo chiuso. Il film ha un cast corale eterogeneo, in cui Christian de Sica fa da capofila, nei panni di un investigatore irriverente, accompagnato da caratteristi e volti noti dell’intrattenimento nostrano.

Nel cuore narrativo c’è Christian Agata (Christian de Sica appunto), che si autodefinisce “il miglior criminologo d’Europa”, invitato nel sontuoso castello di una ricca famiglia dell’industria ludica per un evento promozionale. L’ambiente innevato della Valle d’Aosta, tra Gressoney e Cervinia, diventa subito cornice ideale per un omicidio: il patriarca Carlo Gulmar viene trovato morto in circostanze bizzarre, e il detective deve dipanare una matassa di sospetti, segreti familiari e dinamiche umane.

Il film di Puglielli si fonda su un equilibrio tra commedia farsesca e intrigo investigativo, a vantaggio però della battuta e del gioco di coppia comica tra il detective cinico ed il brigadiere ingenuo, interpretato da Lillo Petrolo. Questo non è necessariamente un difetto, ma chiarisce l’intento del film di privilegiare la leggerezza rispetto alla costruzione di un puzzle giallo rigoroso.

Il resto del cast, da Maccio Capatonda a Paolo Calabresi, da Chiara Francini ad Alice Pagani, è diligente e aderisce al registro richiesto. La presenza del rapper Tony Effe, al suo primo impegno cinematografico significativo, aggiunge poi un ulteriore elemento di novità allo schieramento, dimostrando come il film tenti di dialogare con pubblici diversi.

In definitiva Agata Christian non reinventerà il cinema italiano, ma rappresenta un tentativo interessante di esplorare un filone da noi poco praticato: la commedia gialla moderna, quell’impianto da Invito a Cena con Delitto che all’estero è già stato ampiamente cavalcato. È un film che funziona certamente più come intrattenimento e gioco meta-cinematografico, che come giallo da risolvere, con un punto di forza che è l’alchimia del cast, e che, se viene accolto con lo spirito giusto, può benissimo trasformarsi in un piccolo cult di stagione, soprattutto per gli amanti del genere.

data di pubblicazione:04/02/2026


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HAMNET- Nel Nome del Figlio di Chloé Zhao, 2026

HAMNET- Nel Nome del Figlio di Chloé Zhao, 2026

Diciamolo subito: Hamnet è un film molto bello e struggente supportato da una buona regia, da un’ottima sceneggiatura coscritta dalla regista e dall’autrice del romanzo da cui è tratto e soprattutto dalle superbe performance di Paul Mescal e Jessie Buckley. La Buckley è da Oscar!

La Zhao è di ritorno con un dramma storico ed è più brava che mai! Ci offre una vicenda epica e non convenzionale, una tenera meditazione su gioia e paura, dolore e perdita e sull’Amore che può distruggerci o salvarci. Una rivisitazione poetica sul processo creativo, la genesi di un grande capolavoro. Il fantasioso spunto iniziale è l’incontro, l’innamoramento ed il matrimonio di una giovane coppia nell’Inghilterra Elisabettiana. Agnes è una ragazza dei boschi eccentrica e legata al mondo magico della Natura, lui è… il giovane Shakespeare. Un inizio sensuale, forse troppo lungo ma dolce e a tratti lirico. Poi le ambizioni letterarie portano Shakespeare a Londra mentre la moglie resta a Stratford a crescere i tre figli. La tragedia incombe e porta via il piccolo Hamnet. La regista ci rende partecipi di un inimmaginabile dolore che arriva a minare il legame della coppia.

Zhao è un’acuta osservatrice della Natura e dell’Umanità sofferente. Lirismo e crudo realismo sono il suo tratto distintivo. È compassionevole ma anche attenta a non scadere nel dramma strappalacrime. Agnes precipiterà in una spirale di disperazione, Shakespeare invece, fra ambizione letteraria e dolore, talento e sensi di colpa creerà il suo capolavoro: Amleto!

Il senso del film è tutto qui. Non la rappresentazione della sofferenza ma una riflessione sul lutto che sottolinea la forza e la capacità dell’Arte. Trasformare un dolore personale in uno dei lavori artistici più universali. Una Catarsi terapeutica struggente. Un modo per un padre, non potendo riportare in vita il figlio di rendere eterna la sua memoria e farlo vivere per sempre nei suoi versi.

Un’idea intrigante con qualche eccesso di fantasia ma convincente. Zhao lavora per sottrazione e realizza un’eccezionale elegia visiva fortemente coinvolgente. Consente al pubblico di immedesimarsi nella storia e nelle passioni con intensi primi piani. Esalta con un lavoro di cesello fotografico gli ambienti poco illuminati per accentuare la cupezza degli animi addolorati. Porta così lo spettatore su un piano emotivo elevato. Un lavoro intelligente e complesso che sa ben toccare i sensi e le emozioni con immagini evocatrici e un’ottima direzione degli interpreti. La Burkley è il cuore pulsante del film, gli dà vita reale e con il suo magnetismo affascina, impressiona e commuove.

Un film più che ottimo. Già premiati con i Golden Globe e con 8 Nomination significative per gli Oscar, sentiremo sicuramente riparlare di Hamnet e della sua interprete nella notte del 15 Marzo.

data di pubblicazione:04/02/2026


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STEAL – La Rapina di Sotiris Nikias-Mini Serie PRIME VIDEO, 2026

STEAL – La Rapina di Sotiris Nikias-Mini Serie PRIME VIDEO, 2026

Londra. Alcuni rapinatori fanno irruzione nella sede di una Società di Investimenti che gestisce Fondi Pensione. Seminano il panico, costringono Sophia Turner, un’impiegata ed un suo collega, ad eseguire i loro ordini e rubano 4,5 miliardi di Sterline. Gli inquirenti cercheranno poi di scoprire chi ha progettato la rapina…

Un Thriller ben curato su un furto cyber-finanziario che decolla subito con i piedi sull’acceleratore. Steal è una Miniserie britannica di qualità (uscita il 21 Gennaio) che conferma che un Format Breve (6 puntate di 45’) può funzionare se ben pensato, ben sceneggiato e ben diretto con un Casting solido.

Il primo episodio teso e dinamico di un’audacia incredibile ed una semplicità sorprendente ci fa subito vivere in tempo reale più che un colpo perfetto una rapina dura e violenta piena di tensione. Pone così le basi per una narrazione efficace, coinvolgente e ricca di sorprese. La suspense resterà una costante mantenendo gli spettatori in ansia fino all’intrigante finale.

Sia ben chiaro, non è un furto alla Ocean’s Eleven né una serie d’azione, difatti dopo la dinamicità spettacolare e cinematografica iniziale la vicenda cambia ritmo e si centra tutta sulla gestione degli ostaggi, sulle manovre dei criminali e sulle inchieste degli inquirenti volte a scoprire mandanti e talpe. Sospetti, paure, tempi dilatati per sviluppare i fatti e spiegarne il meccanismo in un contesto complesso in cui nulla è semplice, nessuno è ciò che pretende di essere, molteplici gli interessi in gioco.

Al centro il tema del Denaro, del Potere e del Potere del Denaro con una protagonista che è un’antieroina fragile ma, all’occorrenza, sveglia e determinata. Lo stile narrativo è quello delle fruizioni seriali: un susseguirsi di eventi per mantenere sempre viva l’attenzione dello spettatore e ancorarlo di episodio in episodio. Questa volta però i sotto intrighi non disturbano, gli autori sanno evitare gli eccessi. La storia tiene grazie ad una buona scrittura, all’accuratezza dei dettagli, ad un ritmo incalzante, ad un montaggio accurato e ad una giusta alternanza di momenti tesi e momenti più calmi. La regia asciutta e nervosa regge saldamente il timone fino alla fine. La Turner sostiene la Serie con la sua bravura. Un’interpretazione più che convincente che dà spessore al suo personaggio di episodio in episodio.

Steal è senza dubbio un Thriller efficace girato con cura, il cui intrigo tiene col fiato sospeso fino alla fine. Un divertimento di qualità ben interpretato e ben realizzato. Un prodotto ambizioso che conquista rivedendo anche il Genere in chiave moderna e psicologica.

data di pubblicazione.01/02/2026

PERCHE’ NON CANTI PIU’ – TRIBUTO A GABRIELLA FERRI di Pino Strabioli

PERCHE’ NON CANTI PIU’ – TRIBUTO A GABRIELLA FERRI di Pino Strabioli

(Teatro de’ Servi – Roma, 29/1 -1/2 2026)

Perché Non Canti Più è uno di quegli spettacoli che, col passare degli anni, smette di essere semplicemente un omaggio e diventa una presenza stabile, quasi necessaria, nel panorama teatrale e musicale italiano. In scena da oltre dieci anni, il tributo a Gabriella Ferri ideato e diretto da Pino Strabioli e interpretato da Syria, ha attraversato stagioni, teatri e pubblici diversi, senza perdere forza, anzi raffinando il proprio equilibrio tra racconto, musica e memoria.

Non si tratta di un’operazione nostalgica né di un’imitazione, Strabioli costruisce una drammaturgia leggera ma precisa, fatta di parole, immagini evocate e musica, che ci restituisce tutta la complessità di Gabriella Ferri. La figura che emerge è quella di un’artista viscerale, attraversata da una felicità incontenibile ed allo stesso tempo da una malinconia profonda, capace di incarnare Roma e insieme di sfuggirle, di essere popolare senza mai diventare facile.

Syria affronta questo materiale con intelligenza e con misura, scegliendo la strada più difficile, quella di non sovrapporsi a Gabriella ma di dialogare con lei. La sua voce, diversa per timbro ed impostazione, non cerca la replica ma l’interpretazione, ed è proprio in questo spazio che nasce l’emozione più autentica.

Le canzoni, da quelle più celebri a quelle meno frequentate, vengono attraversate con rispetto, ma anche con libertà, restituendo tutta la modernità di un repertorio che parla di amore, rabbia, abbandono e dolore, con una verità disarmante.

Lo spettacolo è intenso, intimo, e la regia di Strabioli, fedele alla sua cifra elegante e mai invadente, accompagna il racconto senza sovrastarlo, lasciando spazio alla parola e alle note ed evitando ogni enfasi superflua. Anche l’apparato scenico, volutamente sobrio, contribuisce a creare un luogo della memoria che non è museale, ma vivo, attraversabile. Perché non canti più funziona perché non pretende di spiegare Gabriella Ferri, né di risolverne le contraddizioni, ma le accoglie e le consegna al pubblico così come sono, lasciando che siano le canzoni e le parole a fare il resto.

Si tratta di uno spettacolo, in definitiva, che è in grado di parlare a generazioni diverse, a chi Gabriella l’ha amata e a chi l’ha scoperta in teatro, dimostrando che il vero tributo non è la celebrazione, ma la capacità di tenere alta una voce e di farla risuonare ancora senza tradirla.

data di pubblicazione:31/01/2026


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LA SINGOLARITÀ collettivo Algo Ceiba

LA SINGOLARITÀ collettivo Algo Ceiba

drammaturgia di Riccardo Tabilio, regia di Dario Aita e Elena Gigliotti

(Fortezza Est – Roma, 22/24 gennaio 2026)

Nasce sotto l’egida dell’Officina Pier Paolo Pasolini il collettivo Algo Ceiba. Ne fanno parte Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino e Gianluca Fischetto. Il loro lavoro, La singolarità, nato nell’ambito del programma Labor Work, è stato realizzato con il sostegno di DiSCo Lazio e Regione Lazio. La scelta di uno stile documentaristico mette al centro un tema piuttosto diffuso: la disposofobia, altrimenti conosciuta come disturbo da accumulo. Al progetto, diretto da Elena Gigliotti e Dario Aita, hanno collaborato Riccardo Tabilio (drammaturgia), Luca Piomponi (coreografia), Tommaso Grieco (musiche) e Chiara Saiella (luci).

C’è stato un momento, nella storia dell’universo, in cui tutta la materia era concentrata in una singolarità. È il punto zero, l’inizio. Da lì, l’esplosione che conosciamo come Big Bang, ha fatto disperdere atomi e molecole, creando la realtà così come la conosciamo. Che sia stato per pura casualità o perché delle precise leggi abbiano regolato l’espansione, oggi ci ritroviamo dove siamo, così come siamo, e l’unica cosa da fare è prenderne atto. È con questo espediente narrativo quasi calviniano di contrazione e dilatazione spazio-temporale che prende vita La singolarità.

Scritto da Riccardo Tabilio per il collettivo Algo Ceiba – il cui punto zero è avvenuto artisticamente all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini – l’esperimento drammaturgico si interroga sulle cause psichiche che scatenano il disturbo di accumulo nelle persone. Il lavoro, presentato in prima assoluta nella sala teatrale di Fortezza Est, ha la forma quindi di un’indagine. Storie provenienti da contesti e città differenti, in epoche recenti come in quelle più lontane, vengono presentate e analizzate dai tre attori protagonisti: Nadia Fin, Gabriele Ratano e Francesco Savino. Per dire che la disposofobia non solo è più diffusa di quanto si immagini, ma è un disturbo trasversale, tipico della nostra società capitalista. E può cogliere tutti in forma più o meno lieve.

È il pubblico infatti a ritrovarsi inconsapevolmente coprotagonista della performance. Il vuoto fa paura a tutti, soprattutto quello che lasciano le persone care che sono venute a mancare. Lo spazio, misurabile nei metri quadrati calpestabili in un appartamento, si riempie così di oggetti, di ricordi. Ma anche di cose inutili che l’inerzia e l’incapacità di elaborare il lutto ci impediscono di buttare. La roba si accumula perché non c’è accettazione della morte. E infatti l’unico oggetto a non poter entrare nel caos è proprio una bara, come a voler sottolineare questo rifiuto.

Complesso il problema, non di facile soluzione. Come lo è il lavoro drammaturgico, articolato in molti linguaggi. Dall’utilizzo di materiale documentario, proiettato per testimoniare la difficile gestazione dello spettacolo, alla danza dei corpi, oggetti sepolti tra gli altri oggetti. E ancora, le musiche originali e, in particolare, le luci il cui utilizzo stroboscopico gioca un ruolo centrale. Moltiplica la percezione degli oggetti sulla scena, creando effetti visivi di prospettive variabili e tagli inaspettati. Un meccanismo che amplifica il caos, riproducendo ciò che si genera nella mente di un accumulatore.

Lo spettacolo, nonostante possa ancora crescere nell’armonizzazione dei singoli episodi in un flusso narrativo più fluido e organico, possiede il grande pregio di stimolare nello spettatore degli interrogativi. Un risultato affatto scontato e di raro valore per la drammaturgia contemporanea.

data di pubblicazione:31/01/2026


Il nostro voto: