da Antonio Jacolina | Ott 17, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Compito dei Festival è dare visibilità anche a quelle cinematografie che hanno meno opportunità di passare sui nostri schermi. È il caso di un singolare film svedese che pur non essendo un capolavoro ciò non di meno non lascia indifferenti. Al contrario riesce anche ad interessare ed attrarre fino alla fine il pubblico sia che lo si apprezzi sia che ci si stia semplicemente domandando come possa concludersi.
The Patron è il film d’esordio di Julia Thelin. La vicenda gira attorno ad una giovane addetta alle pulizie che aspira velleitariamente ad una vita migliore. Approfittando di circostanze fortuite cerca di cogliere, anche solo per pochi attimi, e con un tocco di folle incoscienza, mistificazioni, furbizie e supponenza le occasioni per sognarsi in una realtà diversa.
La sua ultima datrice di lavoro è una ricca mecenate appena partita per New York. La ragazza approfitta dell’assenza e si reca ad un vernissage spacciandosi per lei. Attratta da due camerieri, studenti dell’Accademia di Belle Arti, sempre fingendosi quel che non è li invita a casa sua. In realtà nella casa al momento vuota della padrona.
Si avvia un gioco all’apparenza innocente che però in un crescendo di equivoci, fraintendimenti, illusioni, promesse e bisogni diviene sempre più rischioso. Si trasforma in una spirale di menzogne, aspettative, desiderio, dipendenza e manipolazione psicologica. Uno spunto per la regista per operare da una parte una critica indiretta al mondo dell’Arte visto come un universo elitario e pretenzioso ove il potere di chi può decidere la riuscita o meno di un artista consente di approfittarsi dei sogni e delle speranze di successo. Dall’altra di offrirci anche un’analisi spietata del comportamento umano quando succube del desiderio di affermazione non si pone più limiti, disposto a credere e fare qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che si desidera quale che sia il prezzo. Palesi i richiami ai lavori di Polanski, di Haneke, al recente The Square di Ruben Ostlund ed anche al Cinema Indie di Sean Baker.
Nella villa isolata ai bordi del mare i tre giovani esibiranno una ambiguità voluta e carica di violenza psicologica trattenuta, sensualità e tensione crescente che pervade tutto il film. Lo spettatore non può che osservare e attendere con ansia crescente il disvelamento del castello di menzogne e domandarsi quanto tragica o meno sarà l’esplosione della carica di tensione accumulatasi.
The Patron non è certo un film perfetto anzi ha delle pecche ma la messa in scena è buona, il ritmo ha i suoi tempi ben scanditi e nulla sembra affidato al caso. Un Thriller Psicologico vivace, magnetico, dalle giuste atmosfere, con un’idea intrigante e con non pochi sprazzi di talento. Nel complesso un esordio apprezzabile in cui si coglie impegno, cuore ed intensità. Un film piccolo ma sufficientemente interessante.
data di pubblicazione:17/10/2026

da Giovanni M. Ripoli | Ott 16, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Ci si sono messi in due, certamente fan, per ideare e realizzare Lorenzo- L’incredibile Avventura presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, 2026. Francamente, non se ne sentiva la mancanza!
È vero che nel passato abbiamo avuto ammiratori maniacali che arrivavano a frugare nelle spazzature di Bob Dylan o di Lucio Battisti, quindi non è escluso che venire a conoscenza, ad esempio, della rovinosa caduta in bicicletta in Costarica e del successivo iter fra operazioni e fisioterapia del buon Lorenzo, possa interessare o galvanizzare qualche fan. Il dubbio nel merito resta. Vederlo poi in posa da guru pontificare quasi sul nulla, sentirlo raccontare dell’infanzia, del padre in Vaticano e di altre storie private, supportato da filmini di famiglia che annoiano più di una puntata di Porta a Porta, nulla aggiunge alla esaltazione del nostro. Non c’è invece alcuna analisi approfondita del “fenomeno Jovanotti”, né quando era un giovanissimo dj idolo dei paninari, né durante l’interessante trasformazione, personale, musicale e creativa che lo ha portato a diventare prima un apprezzato e delicato cantautore, poi una rock star da stadi e/o spiagge gremite. Dunque, film, documentario, intervista o quello che è, alla fine Lorenzo-L’incredibile Avventura si palesa solo come una auto indulgente celebrazione incentrata sul mito (?) dell’artista di Cortona. Contrariamente al brio che normalmente caratterizza le performance di Lorenzo Cherubini, spesso supportato da musicisti di gran talento, il lavoro di Zonta e Zoratti è invece privo di ritmo, risultando confusionario e purtroppo in buona sostanza privo di interesse. Nelle intenzioni dei registi c’era forse la meritevole finalità di un racconto autentico e personale che andasse oltre il divismo o lo scontato excursus musicale. Purtroppo però, la troppa retorica, un buonismo, a volte, esasperante, riflessioni da Baci Perugina, sul presente, passato e futuro, logorano lo spettatore ampliando la sensazione di aver assistito a uno spot pubblicitario neanche tanto riuscito. Non sappiamo che contributo reale abbia dato Lorenzo Cherubini nell’ideazione e nella costruzione di tale impresa o se la cosa gli sia sfuggita di mano come ai registi, ma quello che poteva e doveva essere il racconto di un’esperienza privata, ricca e variegata, appunto “l’incredibile avventura” si è rivelato soltanto un prodotto cinematografico artificiale banalmente costruito. Il film nulla toglie, naturalmente, alle capacità autoriali e creative di Lorenzo, ai suoi mega tour, alla sua enorme popolarità, al suo candore e alla sua schietta allegria, ma di sicuro non è riuscito, a scapito degli obiettivi dei registi, a rappresentare l’autenticità della persona né ad accrescere il suo mito di artista.
data di pubblicazione:16/10/2026

da Rossano Giuppa | Ott 16, 2026
(ALICE NELLA CITTA’ 2026)
Idda di Irene Dionisio, presentato ad Alice nella Città, è un’opera intima e sensuale, fatta di silenzi e suoni della natura. Idda è il modo in cui i catanesi chiamano l’Etna che non è considerato un semplice vulcano, ma un’entità viva e femminile, una madre protettrice e severa. È da sempre una fucina di leggende. Irene Dioniso ci parla di amicizia, desiderio e paura, e ci fa riflettere sul coraggio di restare, di cambiare strada e di vivere fino in fondo.
Al centro del racconto ci sono Sofia e Adele, interpretate dalle bravissime Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano. Sono amiche d’infanzia, ma lontane da tempo e si ritrovano a Catania per intraprendere un cammino verso la cima dell’Etna. L’ascesa verso la vetta diventa l’espediente narrativo di Idda. La salita si trasforma presto in una traversata catartica. Mentre l’altitudine aumenta e il paesaggio si fa essenziale, riaffiorano le incomprensioni mai chiarite e i solchi inespressi del passato. La fatica fisica rappresenta il peso di ciò che non è mai stato detto. Le due protagoniste incarnano la metamorfosi umana del vulcano. Il loro rapporto è fatto di momenti di quiete apparente e sussulti improvvisi. L’affetto che le unisce è al contempo un rifugio accogliente e una prigione emotiva, fino a quando la resa dei conti con il passato non permette di liberare ciò che era rimasto represso sotto la superficie. E quando la terra trema, la forza del luogo impone un confronto risolutivo con sé stessi.
Il film è costruito sui suoni della natura e immagini che raccontano una Sicilia fatta di acqua, aria, roccia, fuoco, lava, alberi bruciati, felci, anime del bosco e altari. Aleggia dietro la morte che incombe su chiunque osi sfidare Idda. E la morte è l’opposto della vita, quella che non si ha il coraggio di vivere fino in fondo, come quella che può arrivare inaspettata.
data di pubblicazione:16/10/2026

da Nadia Alese | Ott 16, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
I Love Boosters è un’opera sfacciata e pazzamente visionaria che racconta il capitalismo senza retorica, frullandolo con il dadaismo, la satira sociale e un’estetica pop fluorescente. La premessa è ingannevolmente semplice: un gruppo di taccheggiatrici di strada nella Bay Area di san Francisco, guidate da una carismatica Keke Palmer, decide di alzare il tiro puntando ai vertici della piramide della moda. Il loro obiettivo è un inarrivabile tycoon dello stile, interpretata da una memorabile Demi Moore. Ma sotto la lente di Riley il tutto si trasforma in una fiaba distopica a colori carichi.
La sua intuizione più interessante è che in un mondo in cui tutto ha un prezzo, perfino lo stile può diventare una forma di potere. E rubare un vestito, allora, può trasformarsi in un gesto di sabotaggio contro le regole di chi decide cosa desideriamo, quanto dobbiamo pagarlo e, in fondo, chi possiamo essere.
Riley sceglie l’eccesso, un universo visivo esplosivo in cui colori, costumi, musica e situazioni surreali concorrono a destabilizzare lo spettatore. È come se la logica dei cartoni animati alla Looney Toones incontrasse la critica marxista, tra palazzi che pendono a 45 gradi senza che nessuno ci faccia caso, borse magiche e figure grottesche che sembrano uscite da un incubo a occhi aperti, con un ritmo travolgente, quasi frenetico. Certo questo surplus di creatività porta la pellicola, soprattutto nella seconda parte, a rasentare il caos, ma è il prezzo da pagare quando un autore preferisce rischiare l’eccesso piuttosto che consegnare l’ennesimo prodotto omologato da piattaforma. È un film volutamente indisciplinato che conquisterà chi ama il cinema capace di rischiare, disorientando i palati più tradizionali. Anche il cast, comprese le figure di supporto (da Naomi Ackie a Taylour Paige, fino alle fugaci e spiazzanti apparizioni di LaKeith Stainfield) si muove in perfetta sintonia all’interno di un meccanismo comico che non ha paura di spingersi oltre i limiti del bizzarro.
I Love Boosters non cerca il consenso di tutti e proprio per questo conquista. È un’esplosione di energia pura che dimostra come il cinema sappia ancora essere contemporaneamente festa per la mente e sano divertimento pop.
data di pubblicazione:16/10/2026

da Antonio Iraci | Ott 16, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Brianza, seconda opera del regista Simone Catania, è stato presentato in concorso nella Sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma. Il film è un dramma noir ispirato a una storia vera e segue le vicende di Giorgio Farina, erede di una storica armeria. A causa di investimenti spericolati si ritroverà inevitabilmente sull’orlo del fallimento…
Il regista decide di ambientare il film in un contesto geografico, quello appunto della Brianza, dove i valori umani vengono spesso sacrificati. Tutto orientato verso un losco profitto e per il mantenimento di un certo status sociale. Una condizione mentale consolidata e dominata dall’ossessione per il denaro e dal raggiungimento di un eccessivo benessere economico, oltre il necessario. L’armeria storica di Giorgio Farina deve affrontare un fallimento che sta dissolvendo l’identità del suo stesso proprietario. Per evitare il disastro, l’uomo si troverà invischiato in affari poco leciti con l’eccentrico Alberto Fumagalli che gli proporrà soluzioni discutibili per uscire dai guai.
L’attività senza scrupoli in cui si lanciano li coinvolgerà in azioni criminali e in una spirale autodistruttiva con tragiche conseguenze. Questo spietato affresco sociale viene egregiamente interpretato dai due attori protagonisti. Fausto Russo Alesi veste i panni di Giorgio Farina e sa bene captare la drammaticità del personaggio, completamente preso dalla sua rispettabilità e dalla disperazione. Paolo Pierobon è Alberto Fumagalli, arrogante gestore di distributori di benzina, che con il suo cinismo si presenta come un uomo privo di qualsiasi scrupolo.
La regia di Catania è fatta di inquadrature e movimenti di macchina controllati che sembrano ampliare la trappola esistenziale da cui è difficile sfuggire. Il valore di Brianza supera così la semplice cronaca nera per offrire una considerazione morale su quanto si è disposti a sacrificare pur di difendersi. I personaggi non concedono sconti né risposte consolatorie ma spingono lo spettatore a riflettere sul prezzo della ricchezza. Si rileva come la prima parte del film sia potente e densa di atmosfera. Nella seconda parte il regista cade in alcuni schemi drammaturgici troppo pensati che tolgono lucidità alla narrazione. Nonostante queste cadute di ritmo, il giudizio complessivo del film è positivo. Simone Catania firma un dramma provinciale potente e visivamente coraggioso.
data di pubblicazione:16/10/2026

da Giovanni M. Ripoli | Ott 15, 2026
Giuseppe Daniele, alias Pino, non ha avuto certamente un’infanzia felice, né l’amore della famiglia e, in particolare, di quel tipaccio del padre. Parte da questo assunto l’ennesimo biopic su un protagonista della scena musicale, narrata da Nicola Prosatore, regista (Piano piano, 2022) e sceneggiatore televisivo.
Il limite di questi prodotti, peraltro, il più delle volte, dignitosi o almeno gradevoli, sta nel fatto che sembra di averli già visti tutti, indipendentemente dal fatto che si tratti di Elvis, di Johnny Cash, di Dylan o, nella fattispecie, di Pino Daniele. Mutatis mutandis, infatti, il canovaccio presenta il personaggio, prima bambino, poi giovincello, ovviamente appassionato di musica, con un padre o una famiglia che lo ostacola nelle proprie vocazioni fino all’immancabile clamoroso successo. Spesso c’è di mezzo la tossicodipendenza da alcol o droghe – questa volta ci viene risparmiata – la gavetta, i manager burocrati, l’amore per una o più donne e la meritata consacrazione. Nel film di Prosatore c’è quasi tutto. Ma, per fortuna, anche qualcosa di diverso. Lo sforzo del regista, nell’occasione, è quello di non concentrarsi unicamente sul protagonista, scegliendo, invece, di dare spazio anche ad altri personaggi. Quindi, il primo amore nonché moglie Dorina (Mariasole Pollio, misurata nel ruolo), l’abbietto padre (Giovanni Ludeno, bravo e sgradevole quanto basta), i primi compagni della band, riuscendo a confezionare uno spettacolo comunque dignitoso e variegato.
La parte da leone, sia chiaro, la fa il protagonista Massimiliano Caiazzo, assai somigliante con l’artista napoletano e capace di riprodurre molte delle sue hit, interpretandole in modo originale e mai puramente imitativo. Lo ricorda molto nel fisico e senza avere la dolcezza dell’esile, particolare voce dell’autore di Je so pazzo o Na Tazzulella e’ Caffè non mortifica i suoi brani più celebri. Non è un docufilm, quindi non ci racconta la vita intera del musicista, ma sceglie di fermarsi al grande evento di Piazza Plebiscito a Napoli, concerto gratuito con 200 mila spettatori, regalato il 19 settembre del 1981, dopo il terribile terremoto che colpì Campania e Basilicata. Pur con i limiti del genere, va dato atto a Nicola Prosatore e ai co- sceneggiatori, Edoardo Puma e Carlo Salsa, di aver confezionato un affresco mediamente credibile di uno stralcio di vita dell’amato cantautore napoletano, certamente evitando, in parte di farne un “santino”. Inutile dire che senza la colonna sonora Je So Pazzo non sarebbe stato la medesima cosa. Al di là della considerazione che l’uomo Daniele sia stato personaggio controverso è parimenti vero che ha segnato la storia della c.d. canzone d’autore italiana con delle indimenticabili “evergreen”, rappresentando un’originale fusione fra la canzone napoletana e il blues di derivazione americana. Nel film le sue canzoni più belle e famose, ci sono tutte. Pur con qualche riserva, il prodotto confezionato dal regista può dirsi un esperimento abbastanza riuscito e gli applausi del pubblico a fine proiezione confermano questa sensazione.
data di pubblicazione:15/10/2026
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da Antonio Jacolina | Ott 15, 2026
Pawlikowski conferma la sua Maestria con un’opera impeccabile, bella, essenziale e potente. Regia, inquadrature, uso della cinepresa, primi piani, formato, fotografia e l’elegante bianco e nero sono assolutamente magistrali. Premio per la Migliore Regia a Cannes ’26. Una magnifica lezione di Grande Cinema concentrata in soli 82 minuti.
Dopo IDA Oscar ’15 come Miglior Film Straniero e Cold War Migliore Regia a Cannes ’18 il regista polacco torna con Fatherland. Il film chiude la Trilogia e fonde la Grande Storia con il dramma familiare. Sullo sfondo sempre l’Europa del dopoguerra, l’incipiente Guerra Fredda e la Germania segnata dalle ferite della sconfitta. Una Germania osservata però con uno sguardo che va al di là del rapporto fra vinti e vincitori. I due sistemi politici contrapposti, le incoerenze delle nuove realtà e della necessaria ricostruzione morale, materiale e culturale si riflettono nelle contraddizioni e nelle dinamiche familiari del protagonista: il premio Nobel Thomas Mann.
Siamo nel 1949. Lo scrittore fuggito agli inizi del regime nazista per poi rifugiarsi negli Stati Uniti, torna per la prima volta in Patria dopo 16 anni. L’occasione è il ritiro del Premio Goethe prima a Francoforte zona americana poi a Weimar zona russa. Una decisione che solleva critiche e polemiche politiche. Lo accompagna la figlia Erika. Un viaggio faticoso fra miseria e macerie. La vista della sua Germania divisa e in rovina alimenta i tormenti interiori e le perplessità culturali ed ideologiche di Mann. Non può non riflettere sulle proprie responsabilità di intellettuale ed anche sul proprio conflitto con il figlio suicida, sulle tensioni con la figlia ed alla personale difficoltà di tornare in un Paese che non riesce più a sentire come proprio.
Pawlikowski utilizza il viaggio per parlarci in realtà di temi ricorrenti nella sua filmografia: esilio, identità, amore e colpa, relazioni tormentate, traumi, memoria, appartenenza e responsabilità. Osserva solo pochi giorni della vita dello scrittore. Sufficienti però per analizzarlo come simbolo culturale e politico, come un qualcosa che trascende lui stesso e anche come padre e uomo. Un universo interiore irrisolto e sospeso che tenta di comprendere cosa resti della sua Patria (e della sua famiglia) e il perché di così tanti errori irrimediabili. Le incomprensioni con il figlio ed il continuo ma formale confronto con la figlia che lo incalza con domande difficili in cui troppo viene lasciato al non detto.
Una lacerante riflessione! Il regista la inserisce però in una narrazione emotivamente contenuta ed in una composizione visiva rigorosa, quasi minimalista, ma tuttavia seducente. Ogni inquadratura è curatissima e nulla è lasciato al caso fino alla significativa inquadratura finale. I protagonisti Hanns Zischer e Sandra Huller sono superbi nei loro ruoli e rendono tutto il dolente tormento del loro confronto.
Fatherland è uno studio sulla responsabilità e sulla complessità dei rapporti umani e dei fattori che li condizionano. Un capolavoro da vedere e su cui riflettere. Una lezione di Cinema e di concisione narrativa. Ne sentiremo riparlare in occasione degli Oscar’27.
data di pubblicazione:15/10/2026
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da Rossano Giuppa | Ott 15, 2026
(ALICE NELLA CITTA’ 2026)
Dai visionari creatori di Coraline e La porta magica, Wildwood – I segreti del bosco proibito è la nuova avventura in stop-motion firmata LAIKA, studio di animazione candidato agli Oscar e vincitore di premi BAFTA. Scritto da Chris Buttler, basato sul romanzo omonimo di Colin Meloy e Carson Ellis, racconta le vicende della tredicenne Prue e del suo compagno di classe Curtis che vengono attirati in una foresta magica nascosta vicino a Portland nel tentativo di salvare il fratellino di Prue, Mac, rapito dai corvi guidati da una misteriosa donna di nome Alexandra.
Il ritorno al cinema della LAIKA, dopo 7 anni di lavorazione, è un trionfo di arte, artigianato e tecnologia, una bellissima fiaba fantasy dark, avventurosa e appassionante, che può essere adatta a chiunque sia pronto ad affrontarla.
Prue è una ragazza di tredici anni, intelligente e determinata. La sua vita a Portland viene sconvolta quando uno stormo di corvi rapisce il fratellino Mac e lo trascina oltre i confini della città. Il piccolo è prigioniero nel cuore dell’Impenetrabile Bosco Proibito, un luogo misterioso e cupo da cui, secondo la leggenda, nessuno è mai tornato. Prue, insieme al compagno di classe Curtis, attraversa il confine segreto ed entra in un universo nascosto, ricco di magia. Qui incontra animali parlanti, banditi e fazioni di esseri viventi in lotta tra di loro. Quella che inizia come una missione di salvataggio si trasforma presto in un viaggio di coraggio e scoperte inattese, che alla fine permetteranno ai due ragazzi di riportare a casa Mac e salvare quel mondo fragile sull’orlo del baratro. Tratto dal racconto di Colin Meloy e Carson Ellis, è un viaggio d’avventura, amicizia e lotta per la giustizia, una battaglia per la libertà, dove il confine tra bene e male non è mai netto. Straordinario stop-motion introspettivo e sontuoso, denso di epicità, descrive una realtà di magnificente bellezza, ma avvolta da un’oscurità latente e ambigua. Non è un semplice film per bambini, ma un racconto di formazione maturo che affronta il passaggio all’età adulta, l’elaborazione del lutto, le conflittualità e le scelte necessarie.
data di pubblicazione:15/10/2026

da Antonio Iraci | Ott 15, 2026
(21ªFESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Presentato nella seconda giornata della Festa del Cinema di Roma, Elsinore è un biopic drammatico e toccante incentrato sulla vera storia dell’attore scozzese Ian Charleson. Lo stesso era già diventato famoso per la sua interpretazione nel noto film Momenti di gloria. La pellicola racconta il miracolo artistico degli ultimi mesi di vita dell’attore che nel 1989 fu chiamato a sostituire Daniel Day-Lewis al London National Theatre…
Il regista sembra voler mettere da parte il cinema per dare spazio esclusivamente all’essenza pura del teatro. Ciò si realizza nel momento in cui Andrew Scott, nei panni del leggendario Ian Charleson, sale sul palco del National Theatre per interpretare Amleto. Nel personaggio più iconico di Shakespeare non troviamo solo la messinscena di un classico ma la lotta della vita per l’arte e contro la morte. Strepitoso e commovente è il modo in cui Stone riesce a filmare l’intero processo creativo della narrazione. Lo stesso spettatore si trova a seguire le vicende personali di Charleson attraverso sessioni di prove estenuanti. La fragilità fisica di un uomo gravemente malato si scontra così con la potenza della sua volontà artistica.
L’interpretazione dell’Amleto non è solo perfetta dal punto di vista scenico, ma è profondamente commovente. I versi recitati da Charleson smettono di essere dei versi teatrali ma diventano il testamento di un uomo che sa di essere prossimo alla morte. Se il film coinvolge senza mai scivolare nel pietismo il merito è di Andrew Scott che è riuscito a catturare l’eleganza di Charleson. I suoi momenti di leggerezza si contrappongono a quella forza incredibile che lo spinge a recitare, nonostante il corpo lo stia abbandonando. Si assiste così ad un attore che interpreta un attore, in un Amleto che rimane indimenticabile. Non è un film sulla malattia e sulla morte. Si può considerare piuttosto un atto d’amore alla vita e all’arte. Ancora una volta il teatro diventa un luogo salvifico che merita il sacrificio anche a costo del proprio ultimo respiro.
Elsinore induce a una profonda tristezza perché non nasconde la tragedia di quegli anni quando l’AIDS era una malattia incurabile, una vera condanna a morte. Ma se la malattia consuma il corpo di Ian, il teatro diventa lo strumento del suo riscatto. Le scene ambientate nel reparto speciale dell’ospedale sono funzionali a dimostrare come la sofferenza possa trasformarsi in pura poesia. L’arte è qualcosa che va oltre la morte e rende l’essere umano pertanto immortale. A fare da straordinario contrappunto emotivo si trova un’ottima Olivia Colman nei panni della dottoressa Johnson, la responsabile del reparto. All’inizio il suo personaggio appare brusco, cinico e quasi asettico dietro quella freddezza professionale necessaria a fronteggiare meglio quella terribile malattia, senza speranza di guarigione. La sua corazza crolla quando andrà a vedere il suo paziente a teatro e si commuoverà di fronte alla potenza della sua interpretazione.
data di pubblicazione:15/10/2026

da Nadia Alese | Ott 15, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
C’è una costante che attraversa la filmografia di Paolo Genovese, un’ossessione quasi filosofica che continua a guidare il suo sguardo, quella verso gli equilibri precari delle relazioni umane. Se con Perfetti Sconosciuti il regista romano aveva trasformato la tecnologia nello specchio spietato dei nostri segreti, e con Follemente aveva dato forma scenica al caos interiore dell’innamoramento, ne Il Rumore delle Cose Nuove, opera che apre la ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, sposta l’asse su una vertigine ancora più intima e quotidiana, la paura del cambiamento ed i segreti che scegliamo di non dire per paura delle conseguenze.
Ci sono vite che sembrano immobili, ordinate dentro una quotidianità che non è sinonimo di felicità, ma che almeno garantisce l’illusione della stabilità. Fino a quando qualcosa non interviene ad incrinarle. Non necessariamente una tragedia, talvolta basta anche una piccola verità taciuta o un gesto che arriva nel momento sbagliato. È in questa zona di quiete apparente, dove le crepe esistono prima di apparire visibili, che si muove il film.
Tratto dall’omonimo romanzo del regista, la pellicola intreccia le vicende di tre coppie che si muovono in una Milano lontana dall’immagine patinata della città, tra paure, frustrazioni e desideri inconfessati. Alba e Umberto (Emanuela Fanelli ed Edoardo Pesce), vivono una relazione attraversata dalla violenza, Andrea e Andreina (Stefano Accorsi e Vittoria Puccini) si confrontano col desiderio di diventare genitori, Ralph e Viola (Lino Musella e Claudia Pandolfi) cercano di tenere insieme aspirazioni mancate, difficoltà familiari e la sofferenza del figlio, vittima di bullismo. Tre universi distinti destinati ad entrare in collisione, nel consueto stile di Genovese.
Il film è ambizioso e sostenuto da un cast di grande qualità, ma convince più nelle intuizioni che nella tenuta complessiva dell’intreccio, dove non tutte le storie raggiungono la stessa intensità e molte soluzioni narrative, proprio per il gioco delle coincidenze, appaiono decisamente forzate, ai limiti dell’inverosimile. Ma ancora una volta, l’idea che ogni esistenza sia più complessa dell’immagine che offre agli altri, rimane bene impressa, ben oltre i titoli di coda.
data di pubblicazione:15/10/2026

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