da Antonio Jacolina | Feb 20, 2026
Jason Statham is back again con un nuovo Action Thriller. Missione Shelter è un film più che discreto, vigoroso e coinvolgente anche se costruito su un mare di cliché, di archetipi e di inverosimiglianze. Una realizzazione vecchia scuola che evoca estetiche, temi ed atmosfere dei film d’azione degli anni ’90. Un apprezzabile B Movie di una volta. Un film d’azione all’antica ma, nel suo genere, ben fatto.
Statham con la sua inespressività granitica è ormai al di fuori del tempo ed è infatti sempre uguale a se stesso. Pur nei limiti della sua recitazione fa però bene quel che fa, è convincente e raramente delude i suoi fan. Ha un suo indubbio carisma e si è scavato una ben definita nicchia nel lucroso mercato di questo tipo di film. È divenuto ormai un genere di sé stesso, uno Statham Movie. Film con budget ragionevole ma con redditività massimizzata. Per gli appassionati non si pone alcun problema, preferiscono infatti la familiarità delle vicende all’originalità. L’importante è che si rispettino tutti i codici dei film. L’uomo solitario e taciturno che si scopre essere stato un ex qualche cosa: truppe speciali, servizi, mercenario, killer oppure, meglio ancora, essere un mix di tutto quanto. L’uscita dall’anonimato avverrà solo per proteggere un innocente oppure per vendetta: azione, suspense, caccia all’uomo, sparatorie, scontri fisici e successo finale del giustiziere solitario. Una ricetta approvata e comprovata e sempre riproposta.
Missione Shelter va quindi visto non pensando alla veridicità della vicenda ma apprezzando solo il susseguirsi ben coreografato delle sequenze d’azione: fughe, inseguimenti, scazzottate e combattimenti con tutte le armi possibili. Lo spunto narrativo è di una prevedibilità rassicurante e la prima mezz’ora lascia anche intravvedere un certo spazio ai sentimenti e all’interiorizzazione fra l’eroe dal passato tumultuoso e la giovane vivandiera salvata dalle acque, ma questo approccio insolito viene presto abbandonato per il susseguirsi dei canonici eventi tumultuosi.
Waugh è un regista veterano dei film d’azione e non apporta né intende nemmeno apportare nulla di nuovo al Genere. Il suo lavoro è un prodotto abbastanza convenzionale. Un film più che discreto che procede per automatismi senza sorprese ma, tutto sommato, ben confezionato con la giusta professionalità. Efficace, con un ritmo incalzante e con buona qualità delle inquadrature.
Missione Shelter è quindi un film commerciale efficace, ben calibrato, ben orchestrato e costruito su misura per Statham. Pur restando sui sentieri battuti e ribattuti coglierà senz’altro le aspettative degli amanti del Genere e delizierà i fan dell’attore.
data di pubblicazione:20/02/2026
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da Maria Letizia Panerai | Feb 18, 2026
Tokyo oggi. Rental family è una agenzia che offre un servizio particolare: si occupa del noleggio di attori per interpretare ruoli in situazioni della vita reale. In ogni genere di occasione, queste persone “in affitto” fingono, dietro compenso, di essere parenti o amici di perfetti sconosciuti.
Philip Vandarpleog (Brendan Fraser) è un attore americano divenuto famoso in Giappone per lo spot pubblicitario di un dentifricio. Vive a Tokyo da sette anni e ha una compagna giapponese. Passa le sue giornate a fare audizioni nella speranza di tornare ad interpretare un film. Ma per il momento ha solo ruoli da comparsa. Un giorno conosce il capo dell’agenzia Rental family. Philip accetta di interpretare per lui svariate parti entrando nella vita reale delle persone. Si finge un padre che per lavoro è costretto a vivere lontano da sua figlia, un giornalista che intervista un anziano attore ancora in cerca di notorietà, l’amico di un appassionato di videogame. Ma con il passare del tempo l’approccio con clienti così speciali, persone che sono semplicemente loro stesse e all’oscuro di chi sia lui veramente, porta l’uomo a provare sentimenti di affezione che non aveva considerato.
Presentato durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, Rental family è una commedia lieve, delicata, ben fatta, che parla di rapporti umani attraverso una consuetudine diffusa da qualche anno in Giappone tesa a combattere prevalentemente la solitudine. Brendan Fraser, premio Oscar come migliore attore protagonista nel 2023 per The Whale, è perfetto nel ruolo. La sua stazza lo rende “visibile”, una sorta di gigante buono che si muove in un mondo fatto di porte basse, inchini e occhi a mandorla. La sua gentilezza e il suo sguardo melanconico emanano calore e affetto, rendendo credibile una storia che al contrario si stenta ad accettare come tale. Eppure è realtà!
La forza del film sta proprio in quel file rouge che collega la vita reale alla finzione: e mai come in questo caso “credere” che sia tutto vero fa bene al cuore.
data di pubblicazione:18/02/2026
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da Antonio Iraci | Feb 18, 2026
Chrys, angosciata dai sensi di colpa per la tragica morte del padre, si trasferisce in una nuova città a casa del cugino Rel. Entrambi frequentano lo stesso istituto essendo coetanei. Il primo giorno di scuola la ragazza trova nel suo armadietto uno strano oggetto. Si tratta di un antico fischietto azteco che se usato evoca la morte di coloro che ne hanno udito il suono. Durante una festa tra compagni, qualcuno per sfida commette l’errore di suonarlo senza sapere che così ha deliberato la fine di tutti i presenti…
Corin Hardy sembra si sia specializzato nei film horror soprattutto dopo il successo di The Nun, film del 2018, spin-off appartenente alla saga The Conjuring. Le vicende riguardano un gruppo di liceali alle prese con un oggetto misterioso di cui sconoscono all’inizio gli effetti distruttivi. Si nota un plot per diversi aspetti scontato e in verità utilizzato in decine di film dello stesso genere. Ci si chiede allora quale sia il vero motivo che abbia spinto il regista a realizzarlo. Sicuramente l’idea di dimostrare quanto sia fragile la nuova generazione degli adolescenti di oggi, con le loro dipendenze e le loro irrisolutezze. Nel film troviamo infatti un gruppo di compagni di scuola che vivono nel quotidiano i propri conflitti.
Loro malgrado si troveranno uniti ad affrontare la morte che li fagociterà uno alla volta dopo essere stata evocata. Nella realtà l’oggetto misterioso esiste veramente e si tratta di un feticcio azteco utilizzato nei riti tribali per accompagnare le anime nell’aldilà. In questo intreccio alquanto complicato ci sarà spazio per evidenziare tensioni e gelosie, conflitti e coalizioni. Persino una piccola lovestory tra la protagonista Chrys (Dafne Keen) e la sua compagna Ellie (Sophie Nélisse). Il tutto condito dai soliti effetti speciali che accompagnano la comparsa della morte attraverso eventi sempre più catastrofici e sanguinari. Si ricalca quindi uno schema già noto che riguarda un gruppo di perseguitati che cercheranno in tutti i modi di rimanere in vita.
Secondo Hardy il terrore della morte è un’espediente per dimostrare quanto siano vulnerabili i giovani di oggi e quanto gli sia difficile affrontare la vita. Un film pretenzioso che di fatto non riesce in pieno a trasmettere un reale messaggio e che lascerà tiepidi gli amanti dell’horror. In conclusione risulta che il regista questa volta non abbia colpito nel segno, realizzando un film piatto e poco originale. Nel complesso tutto risulta deludente e lascia lo spettatore con un senso di “già visto”, senza alcun impatto emotivo. Positive le recensioni negli Stati Uniti, tuttavia resta da vedere come il film verrà accolto dal pubblico italiano e se riuscirà a catturarne l’attenzione.
data di pubblicazione:18/02/2026
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da Anna Paulinyi | Feb 16, 2026
Siamo in una cittadina inglese ai tempi nostri e il film racconta, attraverso una lente BDSM, il rapporto tra il giovane Colin (Harry Melling – avete presente il cugino viziato di Harry Potter… è lui!), un timido vigile un po’ sciatto, e il misterioso biker Ray (Alexander Skarsgård), molto prestante. Per chi non sapesse, come me: BDSM è un termine ombrello che racchiude una varietà di comportamenti atipici piacevoli o eccitanti che contemplano giochi di ruolo fisici, psicologici e sessuali tra adulti consenzienti, basati su dinamiche di potere, sottomissione, schiavitù fisica, sul procurare o ricevere dolore e sensazioni fisiche (De Neef et al., 2019). E questo, prima di andare a vedere il film, è bene saperlo, così da non restare troppo sorpresi da alcune scene piuttosto esplicite.
Colin vive ancora con i suoi genitori (Douglas Hodge e Lesley Shary), calorosi e partecipativi, che vorrebbero vedere il figlio felicemente fidanzato. Intorno a Natale, in un pub, conosce Ray che, con un biglietto, lo invita a incontrarlo proprio il giorno di Natale alle ore 17. Arrivati all’appuntamento, Ray porta Colin in un vicolo dove gli permette di leccargli gli stivali e non solo. Poi, lasciando ovviamente Colin nell’incertezza se questo incontro avrà un seguito, lo invita a casa sua dove Colin può cucinare per loro. Inizia così una convivenza un po’ sui generis.
Colin è innamorato perso e si prende qualsiasi briciola lasciata da Ray: si rasa i capelli a zero, va a fare le scorribande con gli amici di Ray, che sembrano quasi tutti in coppia SM (uno sadico e uno maso). I suoi momenti più belli con Ray però sono quando, seduto sulla moto di Ray, il suo bene supremo, può abbracciarlo da dietro, sul sedile posteriore che in inglese viene chiamato “pillion”.
Piano piano si capisce che Colin diventa più consapevole di quello che vuole davvero da Ray, e si intravede anche che Ray – nonostante tutto – si è in qualche modo innamorato del suo schiavo e fatica a mantenere le regole dure dell’inizio. Tutto sembra andare verso una direzione più romantica dopo un atto ribelle di Colin, che vuole costringere Ray a passare almeno una volta a settimana una giornata da coppia alla pari, fuori dal loro solito schema. Se non fosse che, dopo questa unica giornata passata insieme in modo diverso, Ray sparisce.
Lo ammetto: sono uscita un po’ delusa da questo film, tratto dal romanzo degli anni ’70 Box Hill di Adam Jones-Mars e primo lungometraggio di Harry Lighton, giovane cineasta inglese.
A conti fatti si tratta di una storia d’amore in cui uno dei due si evolve e l’altro vorrebbe anche, ma non ce la fa, e la componente dei bikers in versione BDSM mi ha dato più l’impressione di scene di un documentario socio-antropologico anni `70 che di una componente psicologica finemente analizzata e resa visibile in chiave di commedia nera. Ma io avevo anche visto Secretary di Steven Shainberg (2002) con James Spader e Maggie Gyllenhaal e quindi le aspettative erano alte. Evidentemente troppo… comunque gli attori sono bravi.
data di pubblicazione:16/02/2026
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da Antonio Jacolina | Feb 16, 2026
The Rip non è certo il massimo dell’originalità ma rispetto alle altre produzioni delle Piattaforme merita di essere visto ed apprezzato per la coppia Ben Affleck-Matt Damon e perché ha un apprezzabile taglio e respiro cinematografico. Un vero film da cinema e non da TV!
Un Thriller-Poliziesco solido, efficace e adulto che gioca fin da subito con la tensione e con un registro morale e visivo assai cupo. Uno di quei buoni film noir di medio budget ma con bravi interpreti e discreti registi che alcuni decenni fa tanto piacevano al pubblico ed agli appassionati.
Il lavoro di Carnahan non reinventa certo il Genere né pretende di farlo. Il suo vero merito è prendere una vicenda più che conosciuta e riempirla con equilibrio di situazioni ben disegnate: volti, tensioni, ferite morali e violenza incombente. Un cinema di Genere che percorre strade già battute ma lo sa fare con ritmo, abilità, protagonisti di livello, bravi secondi ruoli e sostenuto da una sceneggiatura ben scritta e ben articolata.
Lo spunto iniziale dell’uccisione del comandante della squadra narcotici di Miami e dell’inchiesta successiva apre all’ipotesi di corruzione nell’ambiente della polizia, ad accuse e sospetti di collusione. Un classico per il Cinema, il regista però sa farne uno studio su paranoia, cupidigia e fiducia di gruppo che si incrina. Trasforma la situazione in un gioco ove ci si domanda non tanto chi è il traditore ma quanto ci vorrà prima che la squadra si spezzi per la fascinazione di tenersi il malloppo del cartello della droga trovato inaspettatamente durante un sopralluogo. Il conflitto non sarà il denaro in sé e per sé ma ciò che il poterlo avere attiva nei meandri della mente di ciascuno. Ognuno ha un motivo per prendersi i soldi e per dubitare dell’altro compagno di squadra.
Lo Script non evita tutti i luoghi comuni ma Carnahan tiene il polso fermo e non perde di vista l’essenziale: gli effetti del dubbio. Con una direzione asciutta e priva di compromessi mantiene con efficacia ritmo e tensione. Restituisce senza fronzoli le atmosfere di paranoia sullo sfondo di una Miami periferica, cupa e notturna. Privilegia i chiaroscuri, gli ambienti chiusi e le vie buie. L’azione non manca ma è priva di spettacolarità e dosata in modo che abbia solo valore narrativo e non sia solo fine a sé stessa. Ancora una volta la coppia Affleck-Damon funziona, sostiene il film e recita in ottima sintonia in un gioco alternato di ambiguità, eccessi e sfumature. Buono il gruppo dei secondi ruoli.
The Rip pur con piccole incoerenze è dunque un Thriller che funziona fino alla fine. Un piccolo Poliziesco efficace, solido, ben interpretato e guidato con mano esperta. Un film che si lascia vedere e non deluderà gli appassionati.
data di pubblicazione:16/02/2026
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da Paolo Talone | Feb 15, 2026
regia di Andrea Chiodi
(Teatro Torlonia – Roma, 5/8 febbraio 2026)
Andrea Chiodi dirige Claudia Coli in un monologo-autodifesa della donna che contribuì più di tutti alla costruzione del mito del duce: Margherita Sarfatti. Scritto dall’attrice e drammaturga Angela Damatté su un’idea del critico d’arte Massimo Mattioli, lo spettacolo – prodotto dallo Stabile di Bolzano e MART di Rovereto – è stato in scena nella suggestiva ed evocativa cornice del Teatro Torlonia. Un luogo interdetto in vita alla studiosa e intellettuale durante gli anni in cui Mussolini vi abitò con la famiglia.
Che la persona di Margherita Sarfatti sia legata in modo indissolubile alla costruzione dell’immagine del Duce e del fascismo, è un dato dal quale la storiografia moderna fa fatica a prescindere. La letteratura contemporanea, nel tentativo di recuperare la figura di una delle donne più influenti e preparate nel campo della storia dell’arte che mai il nostro paese abbia avuto e a cui si deve la fondazione del movimento artistico Novecento, deve comunque fare i conti con decenni di rimozione. Il peccato che ne ha determinato l’oblio è quello di aver avuto un legame con Benito Mussolini, di cui è stata non solo amante ma ne ha ideato e costruito il mito.
Il lavoro di studiosi come quello del critico Massimo Mattioli è estremamente prezioso proprio come operazione di recupero della memoria di un personaggio influente, grazie all’agiata condizione borghese da cui proveniva, ancora prima dell’incontro con il dittatore. Lo conosce nel salotto tenuto a Milano da Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Quell’uomo, dall’apparenza gretta e ridicola, la colpisce proprio perché vede in lui quello che sarà la cifra del suo programma estetico: un misto di antico che si affaccia al nuovo. Quando si conobbero, la Sarfatti aveva più di trent’anni e un figlio, Roberto, morto combattente durante la Grande Guerra. Una ferita profonda, che la segnerà per tutta la vita e che ne determinerà l’attaccamento al futuro duce e la necessità di trasfigurare il dolore nell’arte.
Quanto mai centrale è infatti, nel dramma scritto da Angela Damatté, il ricordo della madre per il figlio morto da eroe, il cui sacrificio non doveva essere dimenticato. Semmai esaltato e celebrato in quell’uomo destinato a incarnare – nella propaganda prebellica – la grandezza di una nazione che aveva immolato i propri figli per la libertà. Il conflitto sulla scena si articola quindi tra le intime emozioni di una madre segnata dal lutto e le necessità politiche di un regime in ascesa di cui Margherita non poteva immaginare l’epilogo.
Il lavoro teatrale sa rendere giustizia al personaggio. Grazie anche all’interpretazione di Claudia Coli che riesce a trovare un equilibrio tra il patetismo dell’abbandono e la risolutezza di un carattere volitivo e consapevole del proprio valore. Anche la rabbia, quando espressa, è elegante e mai eccessiva.
Quando entra in scena, provenendo dalla platea in uno stato di incertezza, nel contesto della mostra celebrativa del decennale della Marcia su Roma alla quale non era stata invitata, trova ad attenderla sul palco una teca museale. Tutt’attorno si ode il clangore metallico di un mondo in costruzione. Un’idea registica di Andrea Chiodi che simboleggia la gabbia in cui viene rinchiusa, come un reperto da esibire insieme ad altri feticci del regime. Un oggetto tra gli oggetti sottolineato nel finale, quando arriva a parlare di sé stessa in terza persona.
Davanti al tribunale della storia, Margherita Sarfatti rimane sola a prendere le sue difese. Limpida e monumentale nonostante il rifiuto e l’abbandono, lo spettacolo riesce a celebrare la madre e la studiosa appassionata che ha fatto dell’arte una ragione imprescindibile di vita e il cui operato «avrà un sensibile impatto sugli sviluppi delle successive dinamiche creative italiane» (Mattioli).
data di pubblicazione:15/02/2026
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da Daniela Palumbo | Feb 15, 2026
con Maria Paiato e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo.
(Teatro Biondo – Palermo, 14/22 febbraio 2026)
Adattamento ad opera di Angela Dematté della tragedia storica di Shakespeare che narra la scalata al potere e la rovinosa caduta di Riccardo, duca di Gloucester e ultimo re Plantageneto. La conquista del trono avviene attraverso una serie di piani machiavellici e gesti crudeli, tra cui l’assassinio del fratello maggiore, e il “sacrificio” dei nipoti, eredi legittimi, rinchiusi nella Torre di Londra e poi uccisi.
“Ora l’inverno del nostro scontento è diventata gloriosa estate sotto questo sole di York”, recita il celebre incipit dell’opera shakespeariana, fedelmente riprodotto nel monologo d’esordio. Ma il sole di York qui è solo un pallido riflesso delle luci della ribalta. Mentre tutt’intorno alla grande tavola ovale, unico arredo scenico – forse espressione figurata di un planisfero – è buio, oscuro come la cospirazione, onnipresente, che in ogni momento adombra il reale. Analogamente, appare evocativa la simbologia cromatica nei costumi di scena, che alterna il porpora o il violaceo di certe vesti regali al grigio “topo”- una sorta di “non colore” opaco e pressoché uniforme – degli abiti di Riccardo. A orchestrare il tutto – spostandosi da un’estremità all’altra del palcoscenico, balzando sulla sedia o sul tavolo come un jongleur istruito ad arte – una straordinaria Maria Paiato nei panni di Lui, perfetta incarnazione del villain del teatro elisabettiano. Quintessenza del Male, senza dubbio alcuno, ma un male dissimulato dietro un aspetto menomato, di cui l’incedere claudicante è il segno più manifesto. La disabilità, “disarmante” all’apparenza, unita a una fisionomia caricaturale e ad un’oratoria accattivante nel tono e nei vocaboli spesso fioriti, discosta il personaggio dal carattere mefistofelico che gli viene attribuito ora dall’uno ora dall’altro personaggio. Ciascuno con le proprie invettive o con le proprie lamentazioni, richiamando alla memoria tanto le forme del teatro politico quanto i lamenti funebri (prothesis) della tradizione greca.
Nel corso della rappresentazione, la scena si anima ora con suppliche accorate (commuove il mite Giorgio, incredulo di dover morire per volere del fratello “amato”) ora con spaventose maledizioni, che sono tanto quelle della vedova privata dello sposo quanto quelle della regina esiliata (Anna e Margherita, due donne che condividono un medesimo pathos). E lui, Riccardo, pacato e ironico, apparentemente monocorde nell’espressione delle proprie “emozioni”, lascia che il senso di rivalsa domini su qualsiasi altro sentire. Rivalsa sulla Natura ingannatrice che, facendolo zoppo e deforme, lo ha privato delle gioie dell’amore e finanche dell’amicizia di esseri umani e di animali persino (“i cani abbaiano se gli vado accanto”). Così come nei confronti della propria madre – la sua stessa genitrice – la quale, anch’ella, sin dal principio lo disconosce e lo ripudia come aborto del suo stesso ventre. Particolarmente significativa, a tal riguardo, è la scena d’apertura, in cui un Riccardo ancora bambino reclama a più riprese un nome nuovo e una diversa e più rilevante identità, di fronte alla madre che, algida e impassibile, gli nega l’uno e l’altro riconoscimento:
– Come mi chiamerò IO quando sarò re?
– Tu NON sarai re!
Dalle stesse note di regia si ricavano interrogativi lanciati allo spettatore come altrettante chiavi di lettura dell’opera: “Riccardo giocava da bambino? Era amato?”
Il sipario si apre e si chiude su un tavolo oblungo in primo piano, dove un corpo piccino – o rachitico – gioca alle giostre – o alla guerra – con cavallini finti e soldatini di piombo. Per poi finirvi lungo disteso, implorando di barattare un regno finto con un cavallo in carne ed ossa. E questo dà il senso che forse era cercato.
data di pubblicazione:15/02/2026
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da Rossano Giuppa | Feb 13, 2026
diretto e interpretato da Sonia Bergamasco
(Teatro India – Roma, 11/15 febbraio 2026)
In scena al Teatro India Sonia Bergamasco in veste di regista ed interprete de La Principessa di Lampedusa, tratto dall’omonimo romanzo di Ruggero Cappuccio, che dà voce e anima a Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore de Il Gattopardo. Dopo la morte, Beatrice scopre di poter ancora sognare. E in quel sogno riaffiorano profumi, musiche, ricordi, fantasmi di famiglia, desideri e segreti. La vita torna come un flusso emotivo impetuoso che non vuole spegnersi.
Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, principessa di Lampedusa, dopo la morte scopre che la sua coscienza è ancora presente unitamente alla capacità di sognare. La percezione del ricordo della vita terrena è dentro di lei così come il profumo di rosmarino, la sensazione della seta, l’odore delle rose e dei cavalli, il sapore dei dolci, la freschezza dell’acqua, il piacere della musica. I fantasmi della sua esistenza tornano a materializzarsi intorno a lei: suo figlio Giuseppe, autore del Gattopardo, le sorelle, il marito, le cameriere, la giovane amica Eugenia, in un misto di sensualità, allegria e nostalgia.
Il romanzo di Cappuccio racconta il ritorno della principessa a Palermo nel maggio 1943 sino al dopoguerra e ricostruisce tutti i suoi incontri nella città devastata e nel suo palazzo sventrato dai bombardamenti, dove darà un ultimo grande paradossale ballo in maschera con tutta l’aristocrazia siciliana.
Nella versione teatrale, la principessa, già sepolta nella Chiesa dei Cappuccini, entra in scena come un’ombra in controluce, che poi prende a muoversi volteggiando e dialogando con un’altalena che va avanti e indietro, luogo sospeso che è la porta dell’aldilà.
La scena è essenziale, luminosa. Al centro c’è solo lei e la sua voce. Ma quella voce si moltiplica, canta, sussurra, si scompone. E la scrittura di Cappuccio diventa ritmo, danza, musica. Beatrice è una donna forte, indipendente, ferita dalla vita eppure amante della stessa. Così la principessa di Lampedusa apre uno squarcio della sua esistenza per dar vita a fantasmi, ricordi, sogni e confrontarsi con la propria coscienza e con la propria identità.
Sonia Bergamasco, con la grande ricchezza espressiva di cui è dotata, restituisce la modernità e il coraggio della madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tra le macerie di una Palermo ferita dai bombardamenti per sviscerare passioni, memorie e follie di una intera generazione, tematiche centrali della scrittura di Ruggero Cappuccio, con una rilettura potente ed onirica, densa e sospesa, che incanta.
data di pubblicazione:13/02/2026
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da Antonio Jacolina | Feb 12, 2026
Crime 101 è un ottimo film di Genere, un eccellente Thriller-Poliziesco ad alta tensione, ritmato, asciutto, efficace, elegante, coinvolgente e visivamente impeccabile. Al contempo anche Cinema Commerciale di buona fattura e molto convincente…
Tratto da un racconto di Don Wislow Crime 101 è il primo vero lungometraggio di Layton già collaudato sceneggiatore e documentarista. L’autore passando dietro la cinepresa conferma di possedere anche un’apprezzabile maestria tecnica e capacità di ben governare racconto ed azione. Siamo in un film fra il Poliziesco ed il Noir, un film adrenalinico, duro, diretto ed efficace con notevoli tratti di eleganza nella struttura e nella messa in scena. Layton non lascia nulla al caso, si ispira e si misura chiaramente con i Canoni del Genere, con la tradizione del noir americano e con le atmosfere di alcuni grandi classici polizieschi hollywoodiani degli anni ’90. Uno su tutti Heat di Michael Mann. Il regista sa però ben aggiornare gli archetipi adattandoli ad una sensibilità emotiva più attuale restituendoci anche le ambiguità del mondo del crimine tipiche dei romanzi di Wislow.
Un Noir Contemporaneo ove i confini fra Legge e Crimine sono molto tenui. L’autore miscela sapientemente le varie componenti, le fonde con gli schemi altrettanto popolari del sottogenere degli Heist Movie e il risultato è un cocktail molto gradevole con la ciliegina di un ottimo finale. Un percorso forse furbo ed ambizioso ma il risultato è efficace, non convenzionale, ricco di emozioni e coinvolgente. L’occasione per unire all’azione anche una riflessione psicologica ed esistenziale sulla fragilità dei protagonisti che per ambizione, sopravvivenza, sogni o delusioni sono tutti pronti a trasgredire. Tutti alla ricerca di una propria dimensione e di un’opportunità per rifarsi una vita.
Crime 101 ha certamente qualcosa in più rispetto ai film similari usciti negli ultimi anni: una sceneggiatura ben strutturata, una messa in scena molto accurata, un montaggio tagliente, un ritmo incalzante ed una Los Angeles insolita, notturna e spersonalizzata superbamente filmata. Il Cast poi fin nei ruoli più marginali è perfetto e professionale. Finalmente una buona opportunità recitativa per Chris Hemsworth fuori dagli stereotipi dei supereroi Marvel. Come lui anche un intenso Mark Ruffalo e Halle Berry. Fa loro da contraltare come una furia Barry Keogham ormai talento confermato.
Crime 101 è dunque un film che dà nuova vitalità al Genere. Un Thriller-Poliziesco Contemporaneo ambiguo fino al finale. Un prodotto di alta qualità che senza effetti speciali mantiene le promesse attese dagli appassionati e dal pubblico generico e li farà felici per le due ore di spettacolo.
data di pubblicazione:12/02/2026
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da Nadia Alese | Feb 11, 2026
Portobello è una miniserie in sei episodi che racconta, attraverso lo sguardo di Marco Bellocchio, uno dei più acuti narratori della nostra storia recente, l’ascesa fulminea e la caduta devastante di Enzo Tortora, in una delle vicende che ha attraversato in maniera più profonda l’Italia degli anni Ottanta, specchio e metafora di un paese sospeso tra spettacolo e giustizia negata.
La vicenda è nota: conduttore amato da milioni di telespettatori, simbolo della televisione popolare in quegli anni, Tortora viene travolto, nel 1983, da un’accusa infamante di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia poi rivelatisi inattendibili. Arrestato, processato e addirittura condannato, è infine assolto definitivamente dopo anni di odissea giudiziaria, ma la sua vita ne uscirà irrimediabilmente compromessa.
La storia, scritta dallo stesso Bellocchio con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non indulge nel sensazionalismo. Anzi, la sua forza sta proprio nella cura di ogni tonalità, dal rigore documentario alle scelte poetiche di regia, fino alla compostezza di una narrazione che sottrae il protagonista all’agiografia, restituendoci, al contrario, un uomo distante, a tratti spigoloso, complesso, contraddittorio, con cui non viene immediato entrare in empatia. È proprio questa distanza emotiva a rendere la serie più inquietante ed onesta, perché lo spettatore è costretto ad osservare, a giudicare, ad interrogarsi.
In questo senso l’interpretazione di Fabrizio Gifuni è decisiva, mai imitativa, mai compiacente, non un ritratto stereotipato di una vittima innocente, ma una prova intensa e multilivello, che offre una lente profonda su una figura difficile.
Intorno a lui, un coro di personaggi, dai familiari alle figure chiave del processo, ognuno con la propria densità narrativa, da cui emerge il ritratto collettivo di un’epoca, quella dell’Italia degli anni Ottanta, tra consumismo nascente e violenze criminali, che spesso confonde il giudizio di massa con la verità.
Bellocchio firma una delle sue opere più severe e meno concilianti, una riflessione sulla giustizia e lo sguardo collettivo, che rinuncia alla scorciatoia morale della simpatia, affidandosi invece alla complessità, al disagio ed alla responsabilità dello spettatore.
data di pubblicazione:11/02/2026
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