LA TRAIETTORIA CALANTE di e con Pietro Giannini

LA TRAIETTORIA CALANTE di e con Pietro Giannini

produzione teatro Nazionale di Genova

(Teatro Biondo – Palermo, 05/07 marzo 2026)

Singolare performance del giovane talento genovese Pietro Giannini. Un viaggio della memoria pensato e realizzato con la consulenza drammaturgica del Comitato Parenti Vittime Ponte Morandi, e “accompagnato” dalle proiezioni della visual artist Loredana Antonelli. 

Il pubblico fa il suo ingresso all’interno della Sala Strehler e al posto di un sipario ancora chiuso, ad accoglierlo c’è un giovane attore, su un palco che è quasi un prolungamento della platea. Cerca il dialogo, con lo sguardo prima che con la parola: “Conoscete Genova? Chi di voi ci ha vissuto?” Sembra un nostalgico della propria terra, e ogni spettatore/interlocutore che “risponde al richiamo” pare aiutarlo a ritrovare un frammento di vita vissuta, e a condividerlo. Racconta una storia, che l’ironia e la mimica distanziano dalla fredda cronaca, e lo fa partendo da una leggenda antica – quella del santo protettore e dell’umile contadino – alternando il genovese e l’italiano come si mischiano sacro e profano. Per poi lasciarsi trasportare dai venti e tentare un ormeggio in quel porto insidioso che è la vicenda del ponte Morandi. Un disastro, con la sua lunga scia di vittime – quarantatré – e il pensiero va ad altri disastri, impressi nella memoria collettiva. Tragica fatalità? Catastrofe naturale? Nulla di tutto ciò, poiché il “fato”, di per sé ignoto e imperscrutabile, qui ha il nome (e il cognome) di ciascuno dei colpevoli/responsabili, tutti quanti portati alla luce. E di “naturale” non c’è nulla, perché se è “normale che l’uomo muoia” (di vecchiaia), un ponte non può (e non deve) morire”. Eppure, nato dalla mente visionaria di due uomini e concepito come anello di congiunzione tra le due anime della città – Ponente e Levante -, questo colosso che “cavalca” il torrente e sovrasta le case, finisce per fagocitare – e a sua volta esserne divorato – tanto le spiagge dei ricchi quanto le fabbriche degli operai. Gas e sale, entrambi fattori corrosivi dell’umanità, guidati da interessi “superiori” e oscuri, o di un vago “principio edonistico”, hanno il sopravvento.

È un’opera maestosa e insieme inquietante, il ponte di Genova. Che ipnotizza e fa paura. Gli occhi di Pietro, sulla scena, fissano il gigante come quando lo attraversava in auto da bambino. Pietro lo “racconta”, anzi di più. Lo descrive, col corpo. E la fredda materia inanimata, diventa carne. Divarica le gambe, che saranno i piloni del ponte. Porta in alto le braccia, che saranno le pile. Salta idealmente sulle campate. Ora batte il tempo col piede, ora intreccia le dita, e sembra di sentirli tremare davvero, quei tiranti, e sgretolarsi piano il calcestruzzo. Con piccoli passi ripercorre a ritroso le tappe di una storia criminale. Dove molti “sapevano” e nessuno faceva niente. Finché il boato del crollo e il rumore di sirene impazzite non si confusero con le grida umane (“Squilla il telefono. Mia madre dall’altro lato urla…”). E poi nulla. Fine della storia.

E gli applausi non si vogliono fermare.

data di pubblicazione:07/03/2026


Il nostro voto:

LA TEMPESTA regia di Alfredo Arias

LA TEMPESTA regia di Alfredo Arias

(Teatro Biondo – Palermo, 24 febbraio/1marzo 2026)

Adattamento del dramma shakespeariano ad opera del regista argentino con Graziano Piazza nei panni del protagonista, Prospero, e Guia Jelo, nel ruolo di Ariel. Nuova coproduzione del Teatro stabile di Catania, Marche Teatro, Tieffe Teatro, Teatro Piemonte Europa.

Prospero, ex Duca di Milano è vittima di un complotto ad opera del proprio fratello Antonio – “sua stessa carne e suo stesso sangue” ma il cui nome, solo a pronunciarlo, gli “infetta le labbra”. Questi gli ha usurpato il titolo costringendolo a fuggire con la figlia Miranda ancora bambina, su una barca, in mare aperto. L’isola, luogo d’approdo e di esilio insieme, diventa nuovo dominio e nuova “fonte” di potere – e talora di arbitrio e sopruso – attraverso la magia. Microcosmo che riproduce in miniatura, e in maniera speculare, intrighi sotto forma di macchinazioni “riparatrici” e “incantesimi provvidenziali”, l’isola stessa è teatro in sé; diventa teatro di vendetta e di perdono. E nodo cruciale di riconciliazioni. Dopo la tempesta.

Ciò che si trae da questa messa in scena può ricondursi sostanzialmente a due elementi, antagonisti e simultanei: prigionia e liberazione. Il primo rimanda a un senso di claustrazione e quasi di soffocamento ben rappresentato dal labirinto di pietra che occupa la scena tutta intera. Là dove le sagome dei nemici sfilano come sonnambuli in processione o si intorpidiscono come in preda a narcolessia. In simbiosi con una recitazione monocorde che non concede spazio – né respiro – all’enfasi attesa né all’impeto sanguigno che il dramma stesso per sua natura reclama.

Prigioniero è ugualmente – sebbene in contrasto con la sua natura eterea – lo spirito di Ariel, antico schiavo ancora soggetto ad un “padrone” che tarda ad affrancarlo, soggiogandolo ai propri scopi e voleri. Eppure il senso di libertà promana, al tempo stesso, da questo personaggio, investendo tutto quanto il suo campo espressivo. Così Ariel è libero di manifestarsi ora in veste giuliva e bizzosa ora ammaliante nelle movenze e nei suoni, evolvendo verso una sorta di trasfigurazione autenticamente patetica. “Fatto di sola aria”, ma partecipe della sofferenza altrui e mosso a sincera compassione, più umano degli umani, questo Ariel quasi burlesco, più che il Prospero ieratico, rappresenta il pathos, la tenerezza di ritrovare se’ stessi e il senso ultimo del perdono.

data di pubblicazione.25/02/2026


Il nostro voto:

 

NON TOCCARMI ideato e diretto da Ugo Bentivegna

NON TOCCARMI ideato e diretto da Ugo Bentivegna

aiuto regia Federico Punzi, testi di Beatrice Piscopo, con Raquel Romeo, Silvia Trigona, Martina Cassenti, Irene Manno, Tommaso Gioietta, Alessia Roccaforte e con musiche eseguite dal vivo da Alfonso Moscato e Fabiano Di Majo

(Teatro Don Bosco Ranchibile – Palermo, 21 febbraio 2026)

Il tema è scomodo, è duro, inospitale. Ma necessario. E quantomai attuale. Tocca corde dolenti, scorre lungo vene per metà ostruite da placche di silenzio, preme sui lividi della memoria della storia antica e recente, e del quotidiano. La rappresentazione passa in rassegna le storie brevi (troppo brevi) delle donne vittime di abusi e uccise per mano di chi non può dirsi “uomo”. Mette in scena Lei, nuda e cruda e senza pudori né riserve: la Violenza.

La mano del regista, Ugo Bentivegna, affiancato da Federico Punzi, si muove abilmente su una partitura complessa, fatta di sonorità diverse, di chiaroscuri, di movimenti – catartici o esiziali – spesso ambivalenti ma sempre riconducibili ad una stessa realtà di sopraffazione. Dirige i suoi artisti – e le interpreti, protagoniste di ieri e di oggi – in una serie di dialoghi e di monologhi “toccanti”. Questi compaiono, affiorano, ora amplificati da immagini riprodotte su grande schermo ora smorzati dall’arpeggio di una chitarra, o dal lamento di un violoncello, mentre la voce sinuosa di Raquel Romeo intona piano un canto consolatorio. Raccontano storie, anche attraverso il corpo e le sue movenze (straordinario il contributo della danzatrice e coreografa Irene Manno).

La valigia dell’attore (questo il nome della compagnia) questa sera si apre come una ferita su quanto di più sordido e disumano (il non umano, il Non Uomo) la nostra società abbia conosciuto, e ancora conosce. E tira fuori, brutalmente, i “panni sporchi” di un aberrante viaggio, su un palcoscenico che deborda fino a lambire le file della platea, interamente rapita. Questo bagaglio massiccio, pesante al punto da gravare sulle coscienze, si dilata progressivamente come una bocca spalancata, in un urlo che diventa quasi insostenibile.

Il linguaggio è volutamente aspro, per nulla edulcorato (una nota di merito a Beatrice Piscopo, autrice di testi “coraggiosi”), e non concede attenuazioni né attenuanti. Il possesso, il controllo del corpo altrui è violenza. La manipolazione che sfrutta le fragilità e il “bisogno” è violenza (“Senza il suo sguardo, io non esisto!” – dirà Agatina). La colpevolizzazione a monte (“Togli la canottiera e metti il reggiseno che ti ho comprato”) è violenza. E questa violenza viene messa in scena senza filtri, gettata lì, scaraventata contro ogni singolo spettatore. Si mostra in tutta la sua “integralità menomata” (la mano criminale schiaffeggia il vuoto apparente, la guancia colpita si rivolta indietro quasi per opera di una forza invisibile), che sia una tragica pantomima o una sorta di danza macabra. All’apparenza i corpi non si toccano, ma solo perché siano visibili con maggiore evidenza, come sotto una lente d’ingrandimento, su un ipotetico tavolo di vivisezione, gli effetti concreti della furia, spesso omicida.

Che nessuno dica “non ho visto, non sapevo” è l’auspicio e insieme l’obiettivo che sembra porsi questo progetto teatrale, dove nessun elemento è lasciato al caso: musiche e immagini, parole e luci. E persino uno struggente ed allusivo “sound of silence”.

data di pubblicazione:22/02/2026


Il nostro voto:

RICCARDO III regia di Andrea Chiodi

RICCARDO III regia di Andrea Chiodi

con Maria Paiato e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo.

(Teatro Biondo – Palermo, 14/22 febbraio 2026)

Adattamento ad opera di Angela Dematté della tragedia storica di Shakespeare che narra la scalata al potere e la rovinosa caduta di Riccardo, duca di Gloucester e ultimo re Plantageneto. La conquista del trono avviene attraverso una serie di piani machiavellici e gesti crudeli, tra cui l’assassinio del fratello maggiore, e il “sacrificio” dei nipoti, eredi legittimi, rinchiusi nella Torre di Londra e poi uccisi.

Ora l’inverno del nostro scontento è diventata gloriosa estate sotto questo sole di York”, recita il celebre incipit dell’opera shakespeariana, fedelmente riprodotto nel monologo d’esordio. Ma il sole di York qui è solo un pallido riflesso delle luci della ribalta. Mentre tutt’intorno alla grande tavola ovale, unico arredo scenico – forse espressione figurata di un planisfero – è buio, oscuro come la cospirazione, onnipresente, che in ogni momento adombra il reale. Analogamente, appare evocativa la simbologia cromatica nei costumi di scena, che alterna il porpora o il violaceo di certe vesti regali al grigio “topo”- una sorta di “non colore” opaco e pressoché uniforme – degli abiti di Riccardo. A orchestrare il tutto – spostandosi da un’estremità all’altra del palcoscenico, balzando sulla sedia o sul tavolo come un jongleur istruito ad arte – una straordinaria Maria Paiato nei panni di Lui, perfetta incarnazione del villain del teatro elisabettiano. Quintessenza del Male, senza dubbio alcuno, ma un male dissimulato dietro un aspetto menomato, di cui l’incedere claudicante è il segno più manifesto. La disabilità, “disarmante” all’apparenza, unita a una fisionomia caricaturale e ad un’oratoria accattivante nel tono e nei vocaboli spesso fioriti, discosta il personaggio dal carattere mefistofelico che gli viene attribuito ora dall’uno ora dall’altro personaggio. Ciascuno con le proprie invettive o con le proprie lamentazioni, richiamando alla memoria tanto le forme del teatro politico quanto i lamenti funebri (prothesis) della tradizione greca.

Nel corso della rappresentazione, la scena si anima ora con suppliche accorate (commuove il mite Giorgio, incredulo di dover morire per volere del fratello “amato”) ora con spaventose maledizioni, che sono tanto quelle della vedova privata dello sposo quanto quelle della regina esiliata (Anna e Margherita, due donne che condividono un medesimo pathos). E lui, Riccardo, pacato e ironico, apparentemente monocorde nell’espressione delle proprie “emozioni”, lascia che il senso di rivalsa domini su qualsiasi altro sentire. Rivalsa sulla Natura ingannatrice che, facendolo zoppo e deforme, lo ha privato delle gioie dell’amore e finanche dell’amicizia di esseri umani e di animali persino (“i cani abbaiano se gli vado accanto”). Così come nei confronti della propria madre – la sua stessa genitrice – la quale, anch’ella, sin dal principio lo disconosce e lo ripudia come aborto del suo stesso ventre. Particolarmente significativa, a tal riguardo, è la scena d’apertura, in cui un Riccardo ancora bambino reclama a più riprese un nome nuovo e una diversa e più rilevante identità, di fronte alla madre che, algida e impassibile, gli nega l’uno e l’altro riconoscimento:

Come mi chiamerò IO quando sarò re?

Tu NON sarai re!

Dalle stesse note di regia si ricavano interrogativi lanciati allo spettatore come altrettante chiavi di lettura dell’opera: “Riccardo giocava da bambino? Era amato?”

Il sipario si apre e si chiude su un tavolo oblungo in primo piano, dove un corpo piccino – o rachitico – gioca alle giostre – o alla guerra – con cavallini finti e soldatini di piombo. Per poi finirvi lungo disteso, implorando di barattare un regno finto con un cavallo in carne ed ossa. E questo dà il senso che forse era cercato.

data di pubblicazione:15/02/2026


Il nostro voto:

KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

di Benedict Sanderson

Il film figura attualmente tra i più visti su piattaforma Netflix, dove è stato aggiunto di recente. Una ragazzina originaria dello Utah, di nome Elisabeth Smart, viene rapita alletà di quattordici anni, di notte, prelevata da uno sconosciuto nella sua stessa casa, nella sua stessa camera, che divide con la sorella minore, Mary Katherine. In questo documentario viene ripercorsa la storia di lei, e la storia di un’intera famiglia – la sua – profondamente segnata dal dramma, attraverso le voci dei protagonisti, dai propri cari agli investigatori del caso.

È un tema sempre molto doloroso quello che prende in esame, analizza, come sotto la lente d’ingrandimento di un investigatore, il crimine aborrito della violenza contro un minore. Nel caso particolare, quello che viene rievocato è un crimine – con rapimento, sevizie e violenze di ogni genere – ai danni di una ragazza appena adolescente, poco più che bambina. Da un lato, l’innocenza della fanciullezza, la freschezza spontanea degli anni più verdi, e l’intimità domestica, il calore familiare che le circonda, con l’intento di tutelarle e lasciarle fiorire. Dall’altro, il male assoluto, l’occulto, che penetra attraverso le mura di casa, violando spazi, immobilizzando corpi, neutralizzando pensieri e reazioni di ogni tipo. In questa rappresentazione, il Male, incarnato nella persona del “mostro”, un finto “profeta” mormone, è per lo più ridotto a un’ombra. Una sorta di macchia scura e informe che invade la stanza, e afferra la “prescelta” e la trascina via con sé, sotto gli occhi pietrificati della sorella più piccola. Lo spettatore si immedesima in quella creatura inerme, prima ancora che nella vittima, il proprio sguardo si fonde con quello di lei, e resta lì, impotente e col fiato sospeso. Come in ogni documentario che si rispetti, lo sguardo, evidenziato dai primissimi piani dei testimoni ripresi sotto luci e angolazioni diverse, svolge un ruolo di rilievo. Comunica ciò che le parole da sole non sono in grado di trasmettere, creando un legame empatico con chi guarda e ascolta, e amplificandone la suggestione emotiva. Interessante e particolarmente efficace si rivela la scelta di dare la precedenza a personaggi “altri”, ugualmente coinvolti anche se non in prima persona, come la sorella Mary o Ed, padre di Elisabeth, che qui compaiono per primi “sulla scena”. Scelta finalizzata ad accrescere l’attesa e con essa la tensione, in previsione di sentire la viva voce della vittima – ormai adulta e “consapevole” -, che solo in seguito prenderà la parola, raccontandosi. Proprio la voce costituisce il filo conduttore della storia, dall’evolversi delle prime ricerche alle supposizioni successive e alle ultimissime indagini. Nel buio della camera dove Elisabeth viene rapita, tutto ciò che la sorellina (lì presente benché paralizzata dalla paura) è in grado di cogliere è proprio una voce. Nulla di più. Un’entità astratta, inconsistente, quasi smaterializzata, da ricomporre faticosamente nella memoria per individuare il colpevole (arduo compito per una bambina!). Prima ancora di compatire la vittima per le violenze subite, oltre che per il senso di vergogna da lei stessa provato e per lo strazio della separazione (“Avrei fatto di tutto per scappare!”), lo spettatore condivide angoscia e patimento con coloro che hanno vissuto il calvario dell’incertezza, della sofferenza, dell’attesa senza fine. E soffre con loro.

La mappatura degli indizi e dei sospetti – dalla sedia appoggiata al muro sotto la finestra della camera all’identikit riprodotto su carta con le fattezze dell’uomo misterioso – si configura sempre più come una sorta di gioco crudele, a metà strada tra una macabra caccia al tesoro e una serie di enigmi da decriptare. In un tale contesto, l’impresa più difficile è sicuramente cercare di entrare nei recessi della mente criminale, scovarne le tortuosità al fine di poterle aggirare, come sarà rivelato in una delle battute finali e risolutive (“Tu lo dici”).

Raziocinio e istinto di sopravvivenza: chi giunge a salvare sé stesso impara a salvare altre vite umane. Oggi Elisabeth è un’attivista per la sicurezza dei bambini che lavora e si adopera in difesa delle persone scomparse.

data di pubblicazione:31/01/2026