da Paolo Talone | Ott 20, 2026
con Daniela Ioia, Luigi Credendino, Francesca De Nicolais e Antimo Casertano
(Teatro Piccolo Bellini – Napoli, 29 settembre/11 ottobre 2026)
Incastonata nei contorni di una favola che ha un inizio ma non ancora una fine, la storia raccontata in Mare di ruggine ripercorre la vicenda dell’Italsider di Bagnoli dalla fondazione alla chiusura e dismissione. Lo spettacolo, un progetto della Compagnia Teatrale Insania di cui è autore, regista e interprete Antimo Casertano, vincitore nel 2025 del Premio della Critica, continua la sua fortuna scenica, esprimendo attraverso gli occhi degli operai e delle famiglie che ne sono stati protagonisti la sua denuncia sociale.
Dalla prima colata all’inizio del Novecento fino all’ultima del 20 ottobre 1990, passando per la ricostruzione delle infrastrutture dopo le guerre mondiali grazie alle mani stesse degli operai e ai fondi del piano Marshall. Dall’istituzione dell’IRI agli anni del miracolo economico, fino ad arrivare ai caschi gialli nati dopo la lotta operaia. Dalla crisi per sovrapproduzione dei decenni successivi che portò a un lento ridimensionamento e poi alla chiusura definitiva, il racconto corale narrato in Mare di ruggine tocca i nodi nevralgici della vicenda legata all’ILVA-Italsider di Bagnoli, intrecciandosi inevitabilmente con le vite dei lavoratori e delle loro famiglie.
Antimo Casertano, con la vicenda di Bagnoli, ripercorre le tappe fondamentali della nascita, crescita e decadimento di questo fondamentale capitolo dell’industria siderurgica italiana, toccando i temi della rivendicazione salariale, della sicurezza sul lavoro e della bonifica ambientale. Una storia localizzata, ma i cui effetti coinvolgono il nostro presente, a oltre trent’anni dallo smantellamento del sito.
Il materiale narrativo, costruito in gran parte sui racconti che hanno coinvolto direttamente i familiari del regista, viene rimodellato sulla scena in un poema materico di grande impatto emotivo e visivo. Il testo è crudo, diretto. Si rifà alla cronaca con precisione di date e avvenimenti. Eppure lascia spazio alla poesia, affidata in gran parte alla suggestione delle immagini e alle storie degli operai che ne sono protagonisti.
Punto di forza è certamente la scenografia realizzata da Flaviano Barbarisi che disegna al centro, imponente e mostruoso, l’altoforno, il cuore pulsante del cantiere. È un polmone che respira, che inghiotte vite e riempie l’aria di un fumo asfissiante e di un opprimente calore.
Il rumore percussivo delle macchine scandisce il passare del tempo e dà ritmo alla narrazione, ponendo in evidenza una regia estremamente musicale e coreografica. Antimo Casertano sceglie come motore della sua direzione la misura del tempo. Quello passato, fondato sulla certezza che il cantiere dà lavoro e stabilità e quindi il permesso di mettere su famiglia. Quello presente, fatto di promesse non mantenute e di una riqualificazione ancora da realizzare. E poi il futuro, la vera vittima di tutto questo sistema, che Teresa – uno dei personaggi a cui dà vita Daniela Ioia nel momento più commovente di tutto lo spettacolo – scopre tradito dalla malattia contratta nel lavoro alla Eternit, altra terrificante creatura che ha creato l’illusione di un lavoro certo e sicuro.
La misura è l’unità minima dell’impalcatura musicale, presente nello stile recitativo adottato dagli attori coinvolti. Oltre a Casertano in scena si alternano, poliedrici e sanguigni, Daniela Ioia, Luigi Credendino e Francesca De Nicolais. La loro prova è metricamente scandita, perfettamente cadenzata, ma anche viscerale e autentica, pieno riflesso della veracità e dell’immediatezza che riconosciamo nella gente comune del popolo napoletano.
La vicenda legata all’Italsider non è ancora diventata cronaca del passato, purtroppo. E questo spettacolo, doppiamente contemporaneo per essere scrittura dei nostri giorni e per trattare un tema ancora attuale che si espande sul finale anche oltre i confini di Bagnoli, ce lo dimostra. Rimane un chiaro esempio di come il teatro possa e debba prendere posizione contribuendo alla denuncia perché, in quanto cultura, è parte attiva e militante della società civile. Merita di essere mostrato nei grandi come nei piccoli centri.
data di pubblicazione:20/10/2026
Il nostro voto: 
da Nadia Alese | Ott 20, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Gianni Zanasi, in È Andata Così, torna a riflettere sulle macerie e sulle magie delle relazioni umane con la sua consueta grazia bizzarra e malinconica. L’opera si muove sul filo sottile che separa il palcoscenico teatrale dalla vita quotidiana. Al centro dell’intreccio troviamo Cecilia, interpretata da un’intensa Valentina Lodovini, perno emotivo attorno a cui gravita una stramba tribù di “ex” e personaggi scapestrati. Quando l’equilibrio già precario della sua famiglia allargata crolla sotto l’urto di un’emergenza, tra assistenti sociali alle porte ed “ambigui spettri” che riaffiorano dal passato, l’unica via di fuga diventa il caos stesso.
Zanasi mette in scena un microcosmo in cui la famiglia non è quella biologica che si eredita, ma una geografia affettiva che ci si inventa giorno per giorno. In questa commedia rocambolesca, sostenuta da un cast affiatato, il dramma viene continuamente disinnescato dall’ironia e dall’imprevisto. Il borgo immaginario di Aria, nella Tuscia, è un luogo sospeso in cui si aspetta il prossimo finanziamento, si ammazza il tempo al bar, si vive come se il futuro fosse sempre una promessa rimandata. I suoi personaggi non sono modelli di consapevolezza né esempi da seguire, sono esseri umani contraddittori, capaci di generare insieme tenerezza e irritazione.
A dare alla vicenda un contrappunto inatteso interviene Spettri di Henrik Ibsen. Il classico del teatro borghese diventa una lente attraverso cui interrogare il peso del passato. In questa famiglia gli ex non sono soltanto ex, sono capitoli ancora aperti, responsabilità reciproche, vecchie versioni di sé che non si riesce del tutto a lasciarsi alle spalle.
La quantità di personaggi, sottotrame e deviazioni grottesche, però, finiscono talvolta per disperdere l’energia del racconto. Ma, al di là della perfezione dell’ingranaggio, È andata così ci suggerisce una verità di fondo, ossia che la famiglia non è necessariamente il luogo in cui tutto funziona, ma quello in cui, nonostante tutto, qualcosa continua a succedere. E forse il titolo custodisce proprio questa forma imperfetta di libertà: non la resa di chi non ha più niente da fare, ma il sollievo di chi rinuncia a riscrivere, per una volta, il passato e prova a ripartire da ciò che è rimasto.
data di pubblicazione:20/10/2026

da Antonio Jacolina | Ott 19, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Tanto magistralmente diretto quanto potente nelle domande che pone. Tra dramma familiare e procedimento giudiziario il lavoro di Mongiu è una riflessione scomoda ed inquietante. Un film kafkiano, bello, asciutto, complesso e politico che confonde le nostre certezze ed alimenta i dubbi.
Palma d’Oro a Cannes’26 Mongiu si conferma come uno dei migliori registi ed acuti osservatori del malessere sociale contemporaneo. Cambiano i luoghi e le latitudini ma il suo Cinema è sempre lo stesso! Con Fjord il regista romeno ripropone infatti i temi tipici della sua filmografia: il conflitto fra tradizione e progresso, tra coscienza e realtà, tra valori ideali e ragione.
Lo fa osservando con sguardo freddo il destino di una famiglia rispetto ad un Sistema che dovrebbe invece tutelare i giovani. Lei è norvegese, lui è romeno. Sono appena arrivati dalla Romania per vivere e lavorare in una piccola cittadina in un remoto fiordo della Norvegia. Membri di una congregazione evangelica tradizionalista educano i loro 5 figli secondo principi educativi e religiosi molto rigidi. L’inserimento sociale sembra procedere bene pur con delle diversità comportamentali. La casuale scoperta di alcuni lividi sul corpo della figlia maggiore mette però in moto una sequenza di eventi. L’autorità di tutela dei minori procede all’immediato allontanamento dei figli ed avvia la procedura contro i due genitori per i loro sistemi educativi.
Da qui in poi il film cambia natura e lo studio dei comportamenti lascia il posto ad una indagine poliziesca, ad una evoluzione in un Court Room Drama in cui la burocrazia ottusa prevale sugli aspetti umani. I figli quasi scompaiono dal racconto cinematografico lasciando al centro della narrazione le istituzioni norvegesi ed i genitori che lottano per riaverli.
Questo è il nocciolo del film, la vera denuncia politica. Al di là dei presunti “maltrattamenti” si mette a fuoco un conflitto fra due culture europee. Fra una famiglia religiosa e tradizionalista e la società norvegese laica, accogliente e protettiva. La vera questione è divenuta sapere se i genitori sapranno allevare i figli secondo le regole locali cui ci si deve conformare. Così facendo Mongiu evidenzia quanto la xenofobia possa insinuarsi anche nelle migliori intenzioni. Anche una Società progressista nel momento che impone i propri valori diviene di fatto ella stessa pericolosa. Il regista non chiede allo spettatore di prendere posizione e non dà nessuna risposta. Così facendo Fjord acquisisce forza e diviene interessante. I due punti di vista si contrappongono. Nessuno dei due è però totalmente innocente. Quale è la frontiera fra i diversi valori culturali? Quale il confine fra maltrattamenti e modelli educativi tradizionali? Lo spettatore è lasciato libero di confrontarsi con le proprie certezze ed i propri dubbi.
Il cast tutto, contribuisce alla riuscita del film. I due protagonisti sono bravi e recitano con un registro sobrio, fatto di sfumature. L’estetica generale sublima e duetta con il paesaggio nordico innevato e con notturni nebbiosi in una splendida bicromia nei toni fra il bianco ed il blu.
Fjord è un grande momento di Cinema. Un temibile candidato per i prossimi Oscar. Un film affascinante ed inquietante ottimamente scritto e diretto da un Autore di grande talento.
data di pubblicazione:19/10/2026

da Antonio Iraci | Ott 19, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Isabelle vive a Marrakech in una splendida villa con un immenso giardino pieno di fiori e soprattutto colmo di varie specie di rose. Soffre di una grave malattia e non esce più dalla sua camera, accudita solo dalla sua fedele governante Leila. C’è una devozione profonda, quasi filiale, che lega la donna all’anziana padrona oramai fragile e sola, lontano dai suoi affetti più cari…
Un’oasi di fiori sospesa nel tempo, una prigione dorata dove la bellezza della natura contrasta con l’imminenza della fine. In questa cornice suggestiva, che puta caso è la villa degli Agnelli a Marrakech, Ginevra Elkann ambienta il suo terzo film. Affida a una magnetica Fanny Ardant il ruolo di Isabelle, un’anziana donna francese gravemente ammalata. Isolata dal mondo, nella sua lussuosa tenuta marocchina, Isabelle consuma i suoi ultimi giorni aggrappata alle cure costanti e amorevoli della governante Leila (Nisrin Erradi). Tra le due donne si crea una simbiosi emotiva che sopperisce a una solitudine radicale ma che non è sufficiente a rasserenare entrambe. Nel film si percepisce un radicato senso del mistero.
La regista sceglie deliberatamente di lasciare il passato di Isabelle immerso in una fitta nebbia narrativa. Non si viene a sapere perché si trovi a Marrakech né quali fatti abbiano distrutto il suo nucleo familiare. Emergono solo frammenti dolorosi del suo passato quali la perdita di un figlio maschio e l’assenza della figlia Camille rimasta a Parigi. Proprio in questo rapporto tra madre e figlia il film assume una tensione drammatica e quasi enigmatica. Nonostante la madre stia per morire e la supplichi di raggiungerla per un ultimo saluto, la figlia si nega con una ostinazione feroce. Cosa sia successo tra madre e figlia rimane un segreto. In questo gioco di segreti, anche la figura di Leila rivela un passato altrettanto enigmatico e doloroso.
Si cela così il dramma di una donna sola che ha avuto un figlio a quindici anni, ceduto alla sorella per evitare lo scandalo. In Le rose di Marrakech, pur partendo da condizioni sociali e familiari completamente opposte, Isabelle e Leila riescono a unire il loro silenzioso dolore. In questa villa, interamente sommersa dal profumo delle rose, si delinea il dramma destinato a rimanere sospeso. Le due interpreti si dimostrano all’altezza della situazione e interpretano perfettamente la sofferenza dei personaggi. La regista è stata brava a creare un’atmosfera intima, rarefatta e del tutto particolare. Fanny Ardant, nonostante i segni del tempo, dimostra una assoluta bravura drammatica, confermandosi come una icona della cinematografia internazionale.
data di pubblicazione:19/10/2026

da Rossano Giuppa | Ott 19, 2026
(ALICE NELLA CITTA’ 2026)
Butterfly Jam è un film del 2026 diretto da Kantemir Balagov, al suo esordio in un film in lingua inglese con Talha Akdogan e Barry Keoghan. Nel New Jersey, il sedicenne Pyteh divide il suo tempo tra i tappeti di lotta e il ristorante circasso di famiglia, che fatica ad andare avanti. Una decisione impulsiva del padre sconvolge la sua vita, plasmando gradualmente una narrazione di denuncia della tossicità di un modello maschile oramai insostenibile.
Il film, presentato nel maggio 2026 nella Quinzaine des Cinéastes del 79 Festival di Cannes ed in prima italiana Alice nella città, racconta le vicende di Pyteh (Talha Akdogan al debutto come attore), promettente atleta di lotta greco-romana che lavora nel ristorante di famiglia di etnia circassa, popolato dalla proprietaria Zalya (Riley Keough), dal frustrato Marat (Harry Melling) e dal padre di Pyteh Azik (Barry Keoghan), chef specializzato nei tradizionali delen, sorta di pancake di patate e formaggio che farcisce con la sua apprezzatissima ricetta di marmellata, fatta di farfalle.
Crescere significa anche ereditare un’identità ed un’appartenenza e Balagov la analizza attraverso la storia di Pyteh, proprio nel momento in cui l’adolescente comincia a scegliere cosa portare con sé nell’età adulta e cosa trasformare.
“Sei un debole”, dice Temir al padre Azik, che sembra adagiarsi nella sua vita nonsense, senza aspirare a nessun miglioramento e la stessa frase dirà poco dopo Azik al suo amico Marat che con il suo atteggiamento spaccone e aggressivo riesce a nascondere a stento le proprie profonde frustrazioni. Le reazioni sono diverse e devastanti ed aprono voragini. È una ferita lacerante per uomini cresciuti nel culto della virilità e nella rivendicazione identitaria di un machismo insostenibile.
Butterly Jam è una storia di emigrazione interiore, di disagio, di insofferenza che provano tutti i suoi personaggi rispetto al mondo che li circonda. Balagov lo racconta a modo suo, sfidando credibilità e kitsch, tra pellicani e zucchero filato, dando anzi una connotazione di tenerezza, che è l’ultima sensazione che rimane alla fine del dramma.
data di pubblicazione:19/10/2026

da Rossano Giuppa | Ott 19, 2026
(ALICE NELLA CITTA’ 2026)
È la storia di Nicole, una diciottenne incinta che, rimasta sola in casa durante il G8 di Genova del 2001, apre incautamente la porta a tre manifestanti. In sottofondo i rumori della strada, in una giornata che diventerà Storia e segnerà una generazione. Dentro casa, una convivenza forzata che è scontro e incontro tra il mondo privato della ragazza e quello pubblico di Julian, Irene ed Elixi.
Föa è una favola cupa che si dipana tra discese e risalite del centro di Genova, sede del G8 dal 19 al 22 luglio 2001, giorni passati alla storia per i violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, per la scuola Diaz, l’uccisione di Carlo Giuliano. Il racconto di una Genova consapevole del caos che di lì a breve esploderà, dove Nicole, incinta, decide di restare, rifiutandosi di andare in vacanza con la famiglia e convinta che il ragazzo, futuro padre, le faccia compagnia in casa.
Presentato nel Panorama Italia di Alice nella Città, Föa è l’opera prima di Margherita Ferrari, e prodotta, tra gli altri, da Paolo Sorrentino. Nicole (interpretata dalla brava Gaia Ravina) è una neo diplomata della piccola-media borghesia, vive tra musicassette, maionese e le letterine scambiate con il fidanzato ed ha deciso di tenere il bambino per andare contro i genitori e la loro ipocrisia coniugale.
Quando, sola in casa, si ritrova a convivere forzatamente con tre manifestanti fuggiti dagli scontri, Nicole fa i conti con la realtà di un mondo che fa irruzione nel suo microcosmo, passando dalla paura al confronto, dal distacco all’empatia.
La giovane regista riesce a miscelare questi elementi in maniera egregia, mostrando il giusto ed il necessario dal punto di vista di chi ha solo letto di quegli anni. Rispettosi l’utilizzo dei filmati dell’epoca, il carattere asciutto dei sottotitoli, il formato 4:3, ovvero lo standard dei primi 50 anni della nostra televisione e le scelte musicali azzeccatissime dagli Alcazar ai Delta V. Un prodotto estremamente interessante, voce di una nuova generazione artistica competente e riflessiva, accolto con grande clamore dal numerosissimo giovane pubblico presente in sala.
data di pubblicazione:19/10/2026

da Daniela Palumbo | Ott 19, 2026
con Franco Branciaroli, Giovanna Di Rauso, Massimo De Matteo, Emanuele Fortunati, Valentina Violo, Eletta Del Castillo, Paride Benassai, Carolina Sisto
(Teatro Biondo – Palermo, 17/25 ottobre 2026)
Adattamento di un testo di Vitaliano Brancati del 1952, il dramma di una famiglia siciliana trapiantata a Roma si manifesta in un crescendo di emozioni e rivelazioni sconvolgenti, sotto la coltre del perbenismo borghese.
Un pavillon, struttura in ferro che domina il centro della scena. Uno spazio circoscritto – sorta di palcoscenico nel palcoscenico – fatto di luci e ombre, a tratti nascosto da tende, dinanzi al quale si evolve la storia. Nido, alcova, prigione o patibolo, o meglio tutto questo insieme. Rappresentazione concreta di un mondo (né bello né brutto, poiché contiene ogni cosa e il suo contrario) fatto di apparenze ostentate a dovere e di pulsioni represse. Di una realtà che trova spazio quasi esclusivamente nella finzione letteraria, grazie alla presenza del personaggio dello scrittore/romanziere, presunto conoscitore dell’animo umano. Di una tradizione, antica e antiquata, intesa come roccaforte cui restare aggrappati per non lasciarsi trasportare dalla modernità dei costumi, di “certi costumi che neanche a Parigi…”
Patriarca a capo di una “famiglia all’antica” e depositario dei “valori” d’un tempo e d’altri luoghi, Leopoldo Platania (interpretato da un ottimo Franco Branciaroli), a dispetto del nome altisonante, veste per quasi tutta la rappresentazione i panni della maschera buffa, del tipo eccentrico. Comico, a tratti spassoso, tanto propenso all’ira quanto duttile, plasmabile, sotto i dardi della dialettica altrui. Legato a doppio filo alla sua Caltanissetta – filo mai reciso e qui simboleggiato dal cavo del telefono che lo mette in contatto col compaesano Alfio – è lui l’incarnazione della mediocrità e del conformismo ipocrita per cui “un po’ di religione ci vuole nella vita”. Portatore di rimorsi perenni per la perdita della figlia Agatina, vittima della sua idea di “morale”, l’anziano Leopoldo professa un cambiamento di cui egli stesso svela l’apparenza formale, “di facciata” (Io sono cambiato. O piuttosto mi comporto come uno che è cambiato).
Un autentico sentire, fatto di empatia e compassione, è rivolto inizialmente alla cameriera dai piedi scalzi, Jana. Essa incarna il lato selvaggio, incontaminato, della propria terra. Innocente e pura e come tale destinata ad essere sacrificata, “facile” capro espiatorio e vittima di calunnia.
Alter ego di Jana è la fredda governante francese Caterina, controllata nei modi e fragilissima nella dimensione più intima e privata. La dizione netta e decisa, quasi tagliente nell’insieme delle battute, spesso sagaci, tradisce un controllo quasi maniacale su quanto la società del tempo le impone di celare, occultare e condannare persino al cospetto di se stessa. Volendo per sé, per il Vero Sé che vive e sente la propria omosessualità come colpa e stigma, quello stesso disprezzo che il pensiero comune ha permeato di (falsa) sostanza. E che rimane l’unico strumento, seppur abominevole e carico di sofferenza, per farlo esistere.
Un’opera, questa, che vediamo ora “dissotterrata”, riemersa oggi oltre una censura che non ha più ragione di essere. Ma che non smette di puntare su ciascuno di noi, attori/spettatori di vita, un faro di luce sull’umanità più autentica.
data di pubblicazione:19/10/2026
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Ott 18, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Nakache e Toledano sono i maestri della Commedia. Di quella commedia à la française con un aroma dolce amaro e dotata di quel tocco di classe in più che la rende apprezzabile da ogni spettatore. Questa volta ci regalano un film fresco, piacevole ed intimista ispirato in parte alla loro adolescenza. Uno scorcio di vita, tensioni, primi amori e crescita di delicata autenticità. Una tenera evocazione, anzi una immersione negli anni ’80 francesi senza però mai scivolare nella nostalgia.
La ricetta vincente dei loro successi è stata giocare con un mix di situazioni divertenti e riferimenti al sociale, ai comportamenti ed ai valori morali. Quando se ne sono allontanati con Un Anno Difficile (2023) hanno rasentato l’insuccesso. Con Juste une Illusion il duo sembra voler rimettere le cose al loro posto. Ritornano al loro universo costruito sui legami familiari, l’amicizia, la tenerezza e la commedia e lo trasportano nel 1985. Una storia corale e familiare, emozioni quotidiane fuse con momenti buffi, un po’ di realtà. un racconto di formazione ed un tocco di nostalgia. Ben attenti però a non cadere nella trappola dell’era tutto meglio prima o ad idealizzare l’epoca.
Siamo nel 1985 nella periferia di Parigi, una famiglia francese di classe media rientrata dal Nord Africa vista con gli occhi del giovane Vincent. Tredici anni ed alle soglie dell’ingresso nel mondo adulto cerca di farsi spazio fra i genitori, il fratello maggiore ed i primi innamoramenti osservando la sua piccola realtà quotidiana e gli echi della Francia circostante. Un piccolo e seducente affresco dolce amaro sui temi del coming of age, sulle amicizie, i turbamenti e le gioie del vivere insieme e i valori della famiglia.
Un film corale del tutto privo di tempi morti e false note. I registi dominano i ritmi in un alternarsi di situazioni e di dialoghi e situazioni spiritose e frizzanti. I testi sono ovviamente cesellati al dettaglio, battute veloci e pungenti perfettamente inserite in una messa in scena precisa. Non manca nemmeno un sussulto di pura follia che aiuta però a rendere ancora più dolce l’intero racconto. Sostengono il film le buone prestazioni dei due genitori Camille Cottin e Louis Garrel la cui alchimia e reciproca complicità è palese. Con loro il giovanissimo Simon Boublil. Buoni come sempre i secondi ruoli.
Juste une Illusion pur non essendo alla stessa altezza dei precedenti successi dei due registi, ci sono infatti alcune approssimazioni culturali e difetti di sceneggiatura, resta pur sempre nel complesso un film molto piacevole. Un film che senza sdolcinature porta buon umore, fa divertire con garbo e fa venire voglia di vivere.
data di pubblicazione:18/10/2026

da Nadia Alese | Ott 18, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Con Noi, un po’ meglio, Daniele Luchetti posa lo sguardo sulla fragilità della coppia messa di fronte allo specchio deformante dell’ipotesi genitoriale. Simone e Lucia si amano, ma appartengono a due diverse idee di felicità. Lui ha un rapporto solido con il concetto di famiglia e sente il bisogno di dare una forma riconoscibile alla propria vita, lei è indipendente e non ha mai desiderato diventare madre. Il loro equilibrio si regge sull’arte quotidiana della negoziazione, finché l’ipotesi di adottare un bambino porta allo scoperto ciò che l’amore, da solo, non può risolvere automaticamente.
L’adozione non è soltanto l’obiettivo da raggiungere, ma la prova attraverso cui i protagonisti sono costretti a distinguere i desideri autentici dalle aspettative e le convinzioni personali dalle immagini di felicità ereditate da altri. Luchetti guarda ai suoi personaggi senza idealizzarli né condannarli, cercando quella bellezza imperfetta che appartiene alle persone comuni, e li dirige evitando con cura la trappola del didascalismo o della retorica e del patetismo a buon mercato. Preferisce la camera ad altezza di sguardo, con picchi di ironia fulminanti, che sono la vera forza del film, anche perché non sminuiscono la posta in gioco.
Elio Germano lavora in sottrazione, come va di moda dire adesso, restituendo ogni minima crepa con un solo battito di ciglia, restituendo un’alchimia con Maria Chiara Giannetta, allo stesso tempo esilarante e dolorosa. Ad impreziosire l’impalcatura formale contribuiscono poi l’elegante intelaiatura tessuta dai costumi di Massimo Cantini Parrini e il tappeto sonoro curato da Andrea Laszlo De Simone.
Noi, un po’ meglio non offre ricette consolatorie, né facili soluzioni. Scommette su una forma di ottimismo lontana dalle favole romantiche, non promette il lieto fine senza ostacoli, ma ci ricorda semplicemente che diventare genitori, o anche solo tentare di farlo, non è un atto di perfezione, ma l’umile sforzo di restare umani, imperfetti, spaventati, ma forse, appunto “un po’ migliori”.
data di pubblicazione:18/10/2026

da Nadia Alese | Ott 18, 2026
(21ª FESTA del CINEMA di ROMA 2026)
Ci sono storie che sopravvivono a tutte le epoche perché custodiscono paure e desideri universali. Il Fantasma dell’Opera, nato dalla fantasia di Gaston Leroux nel 1910, che ha come fulcro l’essere amati oltre ogni limite, è una di queste. Con L’amore Immortale (Le Fantome de l’Opéra), Alexandre Castagnetti ne propone una rilettura contemporanea, che sposta il baricentro dall’orrore gotico al sentimento, trasformando un mito oscuro in una storia d’amore soprannaturale.
Al centro c’è Anastasia, giovane ballerina interpretata da Deva Cassel, che conquista un posto nel corpo di ballo dell’Opera Garnier di Parigi. Il suo ingresso in questo universo non è soltanto un inizio di carriera, ma è l’accesso a un mondo regolato dalla disciplina, dalla competizione e dall’ossessione per la perfezione. Qui, durante le prove di L’Orpheus, opera avvolta da una fama sinistra, la ragazza incontra Ernest, un misterioso pianista legato al segreto del fantasma.
Deva Cassel, figlia d’arte, qui alla sua prima vera prova da protagonista, ha una bellezza magnetica e il film un’indubbia seduzione visiva. Il regista sfrutta al massimo l’impatto architetturale dell’Opéra e Deva si muove con grazia in questo limbo estetico. Tuttavia la sensazione di fondo è che ci sia un’eccessiva patinatura. Forse nel tentativo di parlare alle nuove generazioni, il testo, rispetto all’originale, pecca di forza e la suspense cede il passo ai luoghi comuni del dramma romantico contemporaneo. Il fantasma perde buona parte della sua carica spaventosa per trasformarsi nell’archetipo del bello e maledetto, a uso e consumo di un certo tipo di pubblico. E la relazione tra Anastasia ed Ernest fatica a raggiungere quella profondità emotiva che dovrebbe renderla irresistibile.
L’Amore Immortale resta così un’operazione affascinante nelle intenzioni, perfettamente confezionata per appagare l’occhio, ma che non riesce a trasformarsi in autentico coinvolgimento. Dove ci si aspetterebbe il brivido dell’ignoto e la vertigine dell’ossessione, rimane soprattutto una favola di maniera, magari affascinante, ma troppo timorosa di mostrare la vera mostruosità del cuore.
data di pubblicazione:18/10/2026

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