da Antonella Massaro | Gen 11, 2026
Un Presidente della Repubblica, a fine mandato, è costretto a fare i conti con una parabola professionale e umana solo apparentemente lineare. La grazia, secondo il diritto penale, è un provvedimento di clemenza individuale. Per esercitare il potere di grazia, però, Mariano De Santis ha bisogno di capire chi ha davvero bisogno di essere “liberato”.
Mariano De Santis (Toni Servillo) è un Presidente della Repubblica giunto all’inizio del semestre bianco, che segna la fine del mandato. La sua attività è caratterizzata da un incrollabile equilibrio politico e dall’autorevolezza che gli deriva dal lavoro di magistrato, autore del manuale di diritto penale sul quale si sono formate generazioni di giuristi.
Sul tavolo restano gli ultimi atti in attesa della firma del Presidente: il disegno di legge in materia di eutanasia e due richieste di grazia, una per un uomo che ha ucciso sua moglie malata di Alzheimer e l’altra per una donna che ha ucciso il marito violento.
La figlia Dorotea (Anna Ferzetti) vorrebbe scuotere il padre dal democristiano torpore che, dietro lo schermo di un’attenta ponderazione degli interessi in gioco, finisce per tradursi in vigliacco immobilismo.
L’amica di sempre Coco Valori (Milvia Marigliano) si preoccupa di desacralizzare il “cemento armato” del giurista autorevole e rispettato, dietro il quale resta un uomo, percorso da fragilità e contraddizioni.
Le stanze austere del Palazzo del Quirinale, attraversate da corridoi in cui la forma diviene sostanza, divengono lo specchio in cui il Presidente è obbligato a scrutarsi e a scoprirsi. Il passato di uomo e di marito finisce per prendere il sopravvento, individuando il baricentro di una resa dei conti umana e professionale, sintetizzata da un dubbio martellante: “di chi sono i nostri giorni?”. La grazia, provvedimento di clemenza individuale, assume una portata metaforica, capace di condurre il protagonista fuori dal limbo in cui era rimasto costretto per troppo tempo.
Paolo Sorrentino torna sul grande schermo con La grazia, film d’apertura all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, in cui sono riconoscibili i tratti caratteristici del suo cinema più apprezzato e che per l’occasione si affida a un Toni Servillo protagonista onnipresente sulla scena.
Il film inizia con il testo dell’art. 87 della Costituzione italiana, il quale definisce i poteri del Presidente della Repubblica. Non manca qualche ingenuità nel registro giuridico del racconto, che, forse, indebolisce a tratti la credibilità della scrittura: dall’uso generico del termine eutanasia, improvvidamente accostato al concetto di agonia, fino al ripetuto binomio che terrebbe insieme il diritto penale e la verità.
La grazia, ad ogni modo, offre una riflessione profonda ed efficace sulla condizione umana, osservata dalla prospettiva di un uomo come gli altri che, però, diversamente dagli altri, ha la possibilità (e la responsabilità) di “liberare”, con una sola firma, non solo se stesso.
Un film da vedere (rigorosamente in sala), per interrogarsi, sorridere, commuoversi.
data di pubblicazione: 11/1/2026
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da Antonio Jacolina | Gen 9, 2026
Cordelia Cupp “la miglior detective del mondo” indaga su un crimine nell’ala privata della Casa Bianca. Tutti sono sospettati: il Presidente, i suoi consiglieri, gli ospiti ed il personale. Tutti hanno qualcosa sulla coscienza, tutti mentono…
Un crimine durante una cena di Stato, una detective eccentrica, appassionata di birdwatching e dai metodi poco ortodossi e la dimora del Presidente americano vista sotto una luce inedita: il dietro le quinte del Potere, i piani bassi ed i piani alti.
Un ambiente chiuso insolito ed una situazione intrigante. Un cadavere, 132 stanze e 157 sospetti potenziali. Tensione, colpi di scena, ribaltamenti delle situazioni. Questo ci offre Netflix con The Residence la nuova serie di 8 episodi di ca. 50 minuti ciascuno.
Un elegante black humour che gioca con l’assurdo, momenti esilaranti, dialoghi pungenti e risvolti coinvolgenti. Una detective enigmatica, flemmatica ma brillante e perspicace. La Casa Bianca ed i suoi meandri ove prosperano a tutti i piani inimicizie e personaggi singolari.
Una fiction poliziesca dai toni tipici della commedia. Un giallo alla Agatha Christie, un Cluedo, un Whodunnit assurdo e caustico. Un genere Evergreen che coinvolge l’intuito degli spettatori in un gioco a tratti intellettuale.
The Residence ha le chiavi per un divertimento perfettamente oleato. La narrazione è infatti facilitata da un’ottima scrittura, da una messa in scena curata, vivace e attenta ai dettagli con dialoghi pungenti. Tecnicamente poi è impreziosita da una cinepresa che gioca con gli spettatori in lunghe carrellate e angolature particolari negli ambienti della Residenza. Splendido il lavoro di montaggio che dà ritmo ed energia ad un incisivo alternarsi delle scene. Una Serie quindi ben confezionata su una storia valida, supportata da un cast di classe. Uzo Aduba la detective è irresistibile; Giancarlo Esposito la vittima è ottimo. Li circonda una miriade di attori e caratteristi uno più bravo dell’altro. Da segnalare poi l’autoironico cameo di Kylie Minogue.
Non tutto però è perfetto, purtroppo la durata della Serie è eccessiva. Superato l’effetto novità si sente il peso della ripetitività delle situazioni. Il Format su 8 episodi risulta infatti troppo lungo e le tante digressioni danno la sensazione di voler allungare il brodo. Alla fine il puzzle bello e intrigante risulta avere troppi pezzi.
Pur con queste note negative The Residence resta una commedia poliziesca di qualità, originale, con un intrigo credibile, coinvolgente e ben strutturata che sa destreggiarsi nelle sue varie linee narrative. Contenuta in meno episodi poteva essere un colpo di fulmine. Gli appassionati del Genere saranno comunque contenti.
data di pubblicazione:09/01/2026
da Antonio Iraci | Gen 8, 2026
Regia di Davide Livermore con Elisabetta Pozzi, Linda Gennari, Aldo Ottobrino, Paolo Pierobon, Marco Foschi, Davide Niccolini, Carolina Rapillo
Produzione: Teatro Nazionale di Genova e Centro Teatrale Bresciano
(Teatro Biondo – Palermo, 7/11 Gennaio 2026)
Si parte dall’Orestea, celebre trilogia di Eschilo in cui troviamo tutti gli archetipi del teatro greco e della sua tradizione classica. La vicenda viene ora ribaltata all’epoca della guerra di secessione americana. Al posto di Agamennone troviamo il generale nordista Ezra Mannon mentre Clitennestra è sua moglie Christine. Cambiano i tempi ma gli ingredienti sono gli stessi: adulterio, incesto, omicidio, vendetta, rimorso e dannazione. Freud e Jung daranno una lettura psicoanalitica agli eventi e studieranno i complessi di Edipo e di Elettra sui quali spenderanno poi fiumi di parole…
Davide Livermore è un personaggio straordinario che sa conquistare il pubblico e non solo quello appassionato di lirica. Oramai considerato di casa alla Scala di Milano, è da qualche anno direttore stabile del Teatro Nazionale di Genova. Proprio lì nasce questa rivisitazione del celebre capolavoro di Eugene O’Neill. Una lettura moderna e un omaggio, sia pur con una serie di distinguo, al grande Ronconi che proprio a Genova ne curò un memorabile allestimento. Dal mito ancestrale del mondo classico, Livermore ne ricava un dramma familiare e riporta sulla scena un ambiente essenziale, proprio degli anni Cinquanta. Uno spazio lineare che si ripete senza soluzione di continuità per il riflesso di uno specchio che dà risalto al fondale e lo rende infinito. Risulta anche controcampo di un’azione in cui gli stessi personaggi devono fare i conti con sé stessi più che con le divinità esterne e inquisitorie. Un’analisi di affetti all’interno della famiglia che si scontrano, affetti malati o depravati che portano alla catastrofe finale e rimandano agli schemi tipici della tragedia. La regia vuole attualizzare il testo, vuole dare una lettura psicoanalitica all’azione, costringere ogni personaggio a guardare dentro di sé per riconoscere le proprie degenerazioni. Un coinvolgimento emotivo inevitabile dove allo spettatore viene presentato un dramma cupo, senza via di scampo e privo di una qualsiasi forma di moralismo. La pièce si divide in tre capitoli: Il ritorno, L’agguato, L’incubo ognuno con diversi cambi di scena. La musica, curata da Daniele D’angelo, non abbandona mai il movimento ma si risolve in un basso continuo a volte silenzioso, a volte esplosivo. Una drammaturgia che utilizza un linguaggio moderno, fuori dagli stereotipi teatrali. Gli attori, nelle oltre tre ore di rappresentazione, non hanno mai mostrato cenni di cedimento rendendo ogni dettaglio della storia avvincente. Uno spettacolo interpretato bene dove ancora una volta Livermore dà prova di saper interpretare l’animo umano e la disperazione di questi tempi, cupi e imponderabili.
data di pubblicazione:08/01/2026
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da Antonio Jacolina | Gen 5, 2026
Norimberga 1946. Rami Malek psichiatra dell’Esercito Americano deve valutare lo stato psichico dei gerarchi nazisti che saranno processati per crimini contro l’Umanità. Si troverà coinvolto in un confronto psicologico con Goering (Russel Crowe) e rischierà di essere manipolato…
Ottimo sceneggiatore e regista altalenante Vanderbilt torna con Norimberga.Un dramma giudiziario-psicologico solido ed intrigante sorretto da un cast di qualità e soprattutto da un Crowe gigantesco e magnetico.
Ben consapevole di non potersi certo confrontare con Vincitori e Vinti, capolavoro di Kramer del 1961, il regista centra il suo lavoro essenzialmente sui preliminari del Processo di Norimberga. Così, più che il dibattito giudiziario il vero cuore narrativo del film diviene il confronto fra il medico e Goering. Un incontro, un gioco seduttivo, una tensione dialettica costante per cercare di avere una risposta a domande fondamentali. Dove si nascondono il Male, la Follia, la banalità del Male stesso? La natura umana è poi in grado di comprendere le conseguenze delle decisioni? Al contempo si pone in evidenza anche il peso morale e psicologico assunto dallo psichiatra e la sua difficoltà a portare a termine l’incarico in un impari confronto con il carisma narcisistico- manipolatorio del principale accusato. Una relazione falsamente empatica ma in realtà tossica. Un confronto tanto intrigante intellettualmente quanto cinematograficamente a rischio di essere eccessivo. La bravura di Crowe consente però al regista di evitare i pericoli e, anzi, di avviare un gioco interessante di possibili rispecchiamenti del fascino seduttivo del Potere e del Male anche nella nostra attualità.
Il film si muove con ritmo e tensione continua in una struttura compositiva molto solida che fa tanto Cinema Hollywoodiano d’altri tempi. Un lavoro curato, ricostruzioni perfette, fotografia e colori che restituiscono le atmosfere dell’epoca. La messa in scena privilegia le schermaglie verbali. Un’opera tecnicamente strutturata e con tratti di ottimo cinema. Eppure, anche se soddisfatti, si ha come la sensazione di aver assistito ad un film che resta come trattenuto, interessante e con ottime intuizioni che potevano sovvertire gli schemi del Genere ma che non osa spingere fino in fondo e che preferisce limitarsi a fare solo buon spettacolo.
Sul piano recitativo, Crowe domina le scene, è carismatico, vanesio, ambiguo, sempre in modo credibile e sfumato. Una performance eccezionale che eclissa un Malek forse non adatto per il ruolo. Michael Shannon è come sempre eccellente.
Norimberga è in ogni caso un film riuscito per forma e sostanza che si lascia seguire con attenzione fino alla fine. Non è un caso che al box office natalizio sia saldamente al terzo posto per incassi e spettatori.
data di pubblicazione:05/01/2026
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da Giovanni M. Ripoli | Gen 3, 2026
Ancora in carica nell’82, Francois Mitterand indice un concorso internazionale per sigillare il polo finanziario della Dèfense sull’asse del Louvre e dell’Arco di Trionfo. A sorpresa il progetto vincente risulta essere quello di uno sconosciuto architetto danese, Otto von Spreckelsen. Lo stralunato architetto si vede catapultare da un laghetto di Copenhagen a capo di un ambizioso progetto particolarmente caro al Presidente francese.
Il bravo Claes Bang, ha forse un nome da porno attore, ma veste con garbo e raffinatezza i panni di un personaggio singolare, ma vero, l’architetto Von Spreckelsen con tanto di sandali indossati con le calze. Nel ruolo è pressocché perfetto, onesto, capace, ostinato nel portare avanti le sue idee innovative. Che nella fattispecie si traducono in un originale cubo vuoto in mezzo a una serie di altri più piccoli e contorno di nuvolette da arte povera. Appare subito evidente che un tale progetto avveniristico e controcorrente non si sposi con quelle più in linea degli addetti ai lavori parigini né a quelle di voraci costruttori. Ma Otto ha dalla sua il Presidente (Michel Fau) che ne apprezza il genio e la concreta mogliettina al seguito (Sidse Babett Knudsen). A turno si schierano ora a favore ora contro altre figure cui Otto s’imbatte nell’ingrato compito, il sogno della sua vita di realizzare“la finestra sull’umanità”. Ostacoli tecnici e burocratici, pressioni politiche, complessità amministrative, incomprensioni di ogni sorta ostacolano il progetto sulla via della realizzazione. Il sovrintendente Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Andreu (Swann Arlaud) affiancano Otto, prima con forti riserve, poi quasi sposandone la logica e l’idealismo. Il regista Stèphan Demoustier, fratello di Anais, già premiato con un Cèsar, realizza un mix intelligente che presenta in modo non convenzionale e senza mai giudicare le interrelazioni che nascono in ambito pubblico e privato, fra individuo e Stato, fondendo le diverse angolazioni e aspirazioni dei protagonisti. L’opera, Arco o Cubo che sia, quasi passa in secondo piano tanto che lo sfortunato Otto non riuscirà a vederla inaugurata nell’89… (ovviamente non rivelo il perché). Ma Lo Sconosciuto del Grande Arco si concentra sulle contraddizioni degli uomini, e complica in positivo la visione, attraverso non pochi meta-messaggi che dietro una storia vera raccontano una parabola sull’idealismo tout court. Lo stravolgimento del progetto originario ha cause prevedibili: la speculazione edilizia, la cupidigia, il cambiamento del quadro politico, ieri come oggi.
La sceneggiatura di Demoustier parte dal libro di Laurence Cossè, ma al tempo stesso se ne discosta evidenziando più che la storia peraltro vera dell’architetto danese, i suoi tratti malinconici e più autentici, realizzando in ultima analisi una pellicola dal ritmo cadenzato, certo per un pubblico di nicchia, ma non per questo meno apprezzabile.
data di pubblicazione:03/01/2026
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da Antonio Iraci | Gen 1, 2026
You Man-su lavora da oltre venticinque anni nel campo della carta e conduce una vita piuttosto agiata con la moglie Miri e i loro due figli. Dopo che una società americana ha acquistato la cartiera, ci sarà una drastica riduzione del personale e anche lui verrà licenziato senza preavviso. Il tenore della famiglia dovrà quindi drasticamente ridimensionarsi, eliminando ogni spesa ritenuta superflua, in attesa che si prospetti un’altra occasione di lavoro. Eventualità questa piuttosto remota data la crisi del settore…
No Other Choice, diretto dal regista e sceneggiatore sudcoreano Park Chan-wook, è stato presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Dopo aver vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes nel 2004, Park ha meritato il plauso da parte della critica internazionale ed è indicato oggi, a tutti gli effetti, tra i grandi protagonisti del cinema. Pur riconoscendogli un tocco squisitamente eclettico nei suoi numerosi film, questo suo ultimo lavoro sembra volersi adagiare sulla scia di un orientamento stilistico già delineato. Tutto ciò dopo l’indiscusso successo di Parasite, primo film sudcoreano a vincere la Palma d’oro e quattro Oscar, tra cui quello per il miglior film.
Traendo spunto dal Cacciatore di teste di Costa-Gavras, il film si presenta come una commedia molto cupa e introspettiva. Anche se poi il tutto viene mitigato da situazioni che più del tragico hanno il sapore del comico. Il protagonista, rimasto disoccupato, vedrà svanire ogni possibilità di trovare un nuovo lavoro e mettere a servizio la sua pluriennale esperienza nel settore della carta. Il materiale che lui supervisionava era frutto di un lavoro specializzato che ora non è minimamente preso in considerazione dai nuovi padroni della cartiera. Deriso nei vari tentativi di colloqui, tutti andati male, al povero You Man-su non rimane che escogitare un piano per eliminare eventuali e possibili concorrenti. Come si sul dire ad estremi mali occorrono estremi rimedi.
No Other Choice affronta il problema oggi molto discusso della concorrenza sleale, del doversi affermare disonestamente nel lavoro anche quando se ne possiedono le capacità. Proprio in una società che non rispetta la benché minima forma di etica professionale, ma tutto è rivolto al profitto senza esclusione di colpi. Il regista tratta un argomento molto attuale anche se si lascia andare a delle trovate un poco stravaganti, rese ancora ridicole dal modo di recitare. Ma questa è una prerogativa nel parlare e nel muoversi tipica dei suoi connazionali. Attori bravi caratterizzati da personalità forti e decise che fanno del film qualcosa di suggestivo che sicuramente catturerà l’attenzione dello spettatore. Una commedia quindi che critica la società di oggi, e lo fa con quel tratto caratteristico noir per far meglio comprendere la vita. Almeno quella di oggi ove niente si dà per scontato.
data di pubblicazione:01/01/2026
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da Antonio Jacolina | Dic 28, 2025
Brigitte Bardot, “la” Bardot, BB ci ha lasciati. Aveva 91 anni!
Il Tempo cancella prima la memoria, poi le persone una riflessione poetica che suggerisce come i ricordi svaniscano gradualmente lasciando lo spazio poi alla scomparsa fisica delle persone. Tuttavia qualcuno che ha lasciato un’impronta particolare rimane ancora in sospeso nelle nostre menti.
È il caso di Brigitte Bardot. Una leggenda, un’icona inimitabile. Per i francesi e gli europei degli anni ‘50/‘70 è stata molto più di quel che è stata Marilyn Monroe per gli americani. Anche Brigitte è rimasta in un angolo dell’immaginario collettivo.
Oltre che attrice e cantante BB è stata soprattutto l’immagine iconica di una donna libera ed anticonformista che trascende Tempi e Luoghi. Una donna giovane e bella, di una Bellezza particolare, sognata, desiderata, invidiata ed idolatrata non solo dagli uomini ma anche dalle donne che l’hanno amata, e imitata nello stile, nei comportamenti e nella spontaneità. A posteriori si può certo dire che la Bardot ha influenzato in modo inimmaginabile la Società della sua Epoca. Ha rovesciato i codici di un Passato che non passava. Era non solo una bellezza fisica ma rappresentava la gioia di vivere, la libertà di essere ciò che si è e si vuole essere. Trasgressiva e libera dalle ipocrisie perbeniste è stata un modello di emancipazione femminile che affascinava e veniva imitato.
Nata da famiglia più che abbiente, inizia giovanissima come modella per la rivista Elle. Debutta nel cinema ad appena 17 anni nel 1952 nel film Le Trou Normand. Incontra sul set il suo primo amore e pigmalione: Roger Vadim che poi nel 1956 le offre il ruolo di protagonista in Et Dieu… créa la femme.
Un successo incredibile di critica, pubblico e cassetta. Il suo ruolo di ragazza spontanea e fatale travolge i limiti morali di un’Epoca in cui la nudità e la sensualità erano spesso censurate. Un successo mondiale che la lancia nella carriera artistica facendone subito un’icona. Lavorerà ininterrottamente con i partner più famosi. I grandi registi se la litigheranno. Una filmografia di soli 56 film. Molti commerciali, diversi di successo con scene rimaste nell’immaginario, non pochi di Culto: La Verità di Clouzot (1960); Il Disprezzo di Godard (1963); Viva Maria di Malle (1965); Shalakò di Dmytrik (1968); Le Pistolere di Jaque (1971).
Dal 1968 sotto le ali di Serge Gainsbourg sarà anche un’apprezzabile cantante con al suo attivo circa 70 canzoni. La Fama però con la sua immensa pressione la travolge, e nel 1973 a soli 39 anni decide di lasciare le scene senza rimpianti e si ritirerà in Costa Azzurra per consacrarsi alla causa della protezione degli animali cui dedicherà risorse, energie e vita.
Una carriera di attrice ricca di successi ma volutamente assai corta il cui percorso artistico e recitativo è stato ancor più apprezzato e valutato dalla Critica in questi anni.
MERCI BRIGITTE!
data di pubblicazione:28/12/2025
da Accreditati | Dic 24, 2025
da Nadia Alese | Dic 24, 2025
Primavera di Damiano Michieletto, al suo esordio cinematografico dopo una carriera nel teatro e nell’opera lirica, è un’opera che coniuga rigore storico e intensità emotiva, trasformando in racconto cinematografico la ricchezza del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Ambientato nella Venezia dei primi anni del Settecento, il film intreccia un dramma di formazione con le pieghe sociali e culturali del tempo. L’Orfanotrofio dell’Ospedale della Pietà, infatti, era noto per la sua orchestra femminile di alta qualità, ma le musiciste, costrette a suonare dietro una grata, non potevano essere protagoniste attive della scena artistica.
La fotografia di Daria D’Antonio gioca su una gamma di grigi e chiari scuri di ispirazione caravaggesca, che non solo restituisce la cupezza della clausura, ma ne accentua anche il contrasto con i rari momenti di luce portati dalla musica. La regia di Michieletto indugia quasi ossessivamente sull’attenzione ai dettagli: i dorsi ricurvi sui violini, il sudore sulla fronte durante le prove, la stoffa grezza degli abiti, alternandoli a lunghe inquadrature che valorizzano la dimensione scenografica della Venezia settecentesca.
Il parallelismo con un’altra opera recente, anch’essa incentrata sulla musica e la condizione femminile, Gloria! di Margherita Vicario, viene facilmente richiamato alla mente. Ma se quest’ultima pellicola è più marcatamente sovversiva, giocando sul contrasto tra la musica tradizionale e quella “ribelle” che le protagoniste creano insieme, sfidando la cultura dominante, Primavera sceglie, invece, una strada più lirica e meditativa, lavorando sull’emotività dei protagonisti, sospesi tra disciplina e sogno.
Infatti, il protagonista Antonio Vivaldi (Michele Riondino) cerca la fama attraverso le sue allieve, mentre Cecilia, aspirante musicista, (Tecla Insolia) vede nell’arte non una meta, ma lo strumento per l’evasione da una realtà soffocante. La contrapposizione tra estro musicale e confinamento è infatti il vero cuore narrativo del film.
La colonna sonora, in particolare i passaggi che rimandano alla genesi delle Quattro Stagioni, costruiscono un contrappunto emotivo al racconto, sostenendo l’arco psicologico dei personaggi con una precisione quasi sinfonica.
In definitiva in Primavera la musica non è solo suono, ma è filosofia di vita, specchio di aspirazioni e di ingiustizie sociali, e si rivolge ad un pubblico attento sia alla densità storica che alla profondità emotiva.
data di pubblicazione:24/12/2025
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da Paolo Talone | Dic 24, 2025
con Francesco Cotroneo, Ivo Randaccio e Nila Prisco
(Off/Off Theatre – Roma, 10/11 dicembre 2025)
Ha debuttato in prima assoluta lo scorso 10 dicembre all’Off/Off Theatre il nuovo testo firmato dal regista e autore Paolo Tommaso Tambasco. Coprifuoco 2020 – già vincitore della sezione prosa nella passata stagione al Concorso “Ribalta Giovani” della sala di via Giulia – è una storia piena di colpi di scena, che intreccia i destini di tre trentenni alle prese con le proprie frustrazioni, amplificate dal clima soffocante dell’emergenza sanitaria. Michele, Carlo e Greta emergono come il vivido ritratto di una generazione costretta a misurarsi con l’inesorabile scarto tra i propri desideri e le limitate possibilità offerte dal contesto.
A teatro, si sa, ogni elemento scenico, gesto o parola è calibrato con precisione per sostenere la narrazione. In questo allestimento, i quadri che riproducono le composizioni astratte di Kandinskij, appesi nel salotto di Carlo, uno dei protagonisti, non sono affatto un dettaglio secondario. Lungi dall’essere un semplice vezzo estetico, le sinfonie geometriche e cromatiche del maestro russo offrono lo spunto metaforico per richiamare visivamente il complesso garbuglio umano e relazionale che avvolge i tre personaggi. Insieme, Carlo, Michele e Greta incarnano le difficoltà di un’età di transizione, una generazione che fatica ad affermarsi, perennemente in cerca di un proprio posto nel mondo e desiderosa di affrancarsi da schemi predefiniti e riti sociali da espletare. Superata la fatidica soglia dei trent’anni, la vita sembra esigere a gran voce il raggiungimento di traguardi standardizzati: un lavoro stabile, un matrimonio, dei figli, una casa, un’auto.
La vicenda è ambientata nel 2020, l’anno della pandemia. È la sera prima del matrimonio di Saverio e Greta. Ci si può incontrare, ma vige ancora l’obbligo del coprifuoco. Carlo (Ivo Randaccio) decide di organizzare un addio al celibato nel suo appartamento per il vecchio amico di scuola Saverio, invitando anche Michele (Francesco Cotroneo). Sono trascorsi molti anni dall’esame di maturità, e il rivedersi impone un confronto serrato. Si fanno bilanci, si elencano i traguardi raggiunti, si pesano le promesse mantenute e le scelte mancate. Carlo si presenta come un uomo realizzato ed entusiasta, mentre Michele, dal profilo più analitico e problematico, sembra aver collezionato, a suo dire, solo fallimenti.
Al posto di Saverio, che tarda ad arrivare, fa la sua irruzione Greta (Nila Prisco). È il primo di una serie di inaspettati colpi di scena che complicano e caratterizzano l’intera trama. Dal passato iniziano ad affiorare non detti e segreti che obbligano i tre protagonisti a un confronto autentico e doloroso, anche se non mancano momenti di ironia e leggerezza. Crollano le certezze, si svelano le illusioni e, alla fine, rimane la fotografia esatta di una generazione che fa i conti con l’ombra del fallimento.
I personaggi, proseguendo nella metafora pittorica, sono ben disegnati e splendidamente costruiti. Le interazioni tra Cotroneo e la Prisco risultano particolarmente efficaci, vibranti di un’intensità e di un realismo quasi cinematografico, pienamente in linea con la cifra stilistica voluta dall’autore.
Ci si può illudere di aver fatto la scelta giusta e di vivere una vita perfetta, ma alla fine, in ognuno di noi, alberga un “mostro” con cui prima o poi dovremo confrontarci, e che inesorabilmente urlerà per uscire allo scoperto.
data di pubblicazione:24/12/2025
Il nostro voto: 
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