da Salvatore Cusimano | Ott 22, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Achille e Stella stanno insieme da quando avevano 15 anni. Ora che di anni ne hanno 30, ai due sembra di aver bruciato tutte le tappe di una normale vita di provincia: hanno un figlio, un’attività agricola e un mutuo da pagare.
Luca Lucini, autori tra gli altri di L’uomo perfetto, Oggi sposi, Nemiche per la pelle e Come diventare grandi, mette in scena questa storia, in cui i protagonisti si trovano ad affrontare un evento più unico che raro, che ha pochissime possibilità di verificarsi e cioè un caso reale di fecondazione eteroparentale (un fenomeno medico riscontrato in pochissimi casi al mondo) e costruisce intorno a questo un racconto che passa in mezzo a varie dinamiche familiari, relazionali e culturali.
La storia si muove tra provincia e città, e ad essere messa in difficoltà prima di tutto è la famiglia tradizionale, intesa come istituzione fissa e immutabile. È quello il contesto dove ancora restano in vita certi retaggi di una cultura arcaica, bigotta e piena di pregiudizi. Il film dunque è una vera e propria provocazione. È vero, fa riflettere, ma il tutto scorre abbastanza banalmente, con pochi sussulti ed è tutto fin troppo prevedibile. Lo stile del regista, viste le sue opere passate, è riconoscibile, ma probabilmente siamo di fronte all’ennesima commedia di intrattenimento, dove i messaggi che si vogliono lasciare restano sempre sotto traccia.
Un plauso particolare però va fatto alle interpretazioni di Margherita Buy e Laura Morante, mostri sacri del cinema italiano, che si sono messe in gioco, risultando quanto meno credibili e divertenti nelle loro parti e dando un pizzico di verve ad un’opera che scorre mestamente verso un finale abbastanza scontato, con la buona musica di Carl brave a fare da sottofondo.
data di pubblicazione:22/10/2025

da Paolo Talone | Ott 21, 2025
Studio Doiz, con Lorenzo Carpinelli e musiche di Giacomo Toschi
(Teatro Felix Guattari – Forlì, 25 settembre 2025)
Il gruppo ravennate Studio Doiz, nato nel 2020 dalla fusione di cinque menti artistiche dalle differenti attitudini, spazia la sua produzione tra performance e radiodrammi, fino al monologo teatrale. Il loro ultimo lavoro, Ombrelloni, presentato a Forlì, propone un divertente ritratto dei bizzarri personaggi che popolano l’estate sulle spiagge romagnole, accompagnato da una riflessione profonda sui temi dell’inquinamento e delle questioni politiche che interessano la Riviera.
L’Emilia-Romagna è certamente la regione con il più alto numero di stabilimenti balneari, i famosi bagni, come sono chiamati da quelle parti. D’estate si popolano di turisti e frequentatori abituali perché il bagno è una questione identitaria: se ne frequenti uno, non puoi andare in un altro. Il primato del numero, però, non si ripete se si va a guardare la qualità delle spiagge, compromesse per l’inquinamento dovuto allo sfruttamento industriale. Su questo doppio filo narrativo si sviluppa la narrazione di Iacopo Gardelli, con Lorenzo Carpinelli protagonista del divertente monologo Ombrelloni, presentato in prima nazionale a Colpi di scena, la vetrina di teatro contemporaneo diretta da Ruggero Sintoni e Claudio Casadio di Accademia Perduta/Romagna Teatri (anche produttore dello spettacolo, insieme a Studio Doiz). In scena con Carpinelli la presenza silenziosa ma musicalmente incisiva del musicista-sassofonista – anche spalla comica – Giacomo Toschi.
Il suono del sax crea un’atmosfera da balera, suonando le melodie dei tormentoni che accompagnano da decenni le estati italiane. La scena è ambientata tra sdraio, ombrelloni e gonfiabili colorati di uno degli stabilimenti balneari della costa: il bagno Kursaal. La storia si popola di bagnanti, sbirciati al binocolo da Eros, il gestore che parla un dialetto strettissimo e incomprensibile. Tra bagnanti della “durmìa” e dello “smarezzo” – ossia tra quelli che intendono il mare come totale riposo al sole e quelli che invece ne fanno un’occasione di acchiappo – si consumano storie di tradimenti, conquiste, litigi di coppie, dj set e aperitivi in spiaggia. Viene fuori un ritratto allegro e bizzarro di un’umanità nella quale non si fa fatica a riconoscersi. Una satira sociale e politica che sembra uscita dalla penna pungente di Stefano Benni.
La vicenda del sindaco Butrigoni diventa il pretesto per narrare l’incidente della Tonina, una piattaforma per l’estrazione del gas situata proprio davanti agli stabilimenti, a deturpamento del paesaggio. La denuncia si sposta quindi sulle compensazioni alla cittadinanza, stordita da regate, festival e bagni in piscina, mentre le spiagge spariscono sotto i loro occhi colpite dall’erosione. Tra tutti, il piccolo, Sergio armato di paletta e secchiello, raccoglie granelli sabbia per portarla altrove, nel tentativo ingenuo ma simbolico di salvare la spiaggia della sua infanzia. Sono storie che vengono da lontano, il cui ricordo lentamente scompare. Come il suono del sax che nel buio si allontana trascinando con sé tutti i ricordi di estati ormai andate.
data di pubblicazione:21/10/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 21, 2025
con Anahì Traversi e Pietro De Pascalis
(Teatro Diego Fabbri – Forlì, 24 settembre 2025)
Prima nazionale al Teatro Fabbri di Forlì nell’ambito della vetrina di teatro contemporaneo Colpi di scena di Accademia Perduta/Romagna Teatri per Bovary, nuova produzione del progetto artistico MTM (Manifatture Teatrali Milanesi). Dopo Le notti bianche, ispirato al racconto di Dostoevskij, il regista Stefano Cordella e la drammaturga Elena C. Patacchini rivisitano un altro classico della letteratura: Madame Bovary di Gustave Flaubert. La riscrittura trasporta la relazione di Emma e Charles Bovary nell’epoca attuale, facendo emergere le divergenti caratteristiche di una coppia contemporanea.
L’inizio di una relazione porta sempre con sé una particolare bellezza. Lo spazio di vita davanti è vuoto, intatto, pronto per essere riempito. È un foglio di carta, candido e immacolato, su cui cominciare a scrivere una nuova storia. Di quel bianco è anche la parete che domina lo sfondo della scena: un muro su cui si proietta, ingombrante e inafferrabile, l’ombra di Emma Bovary.
Emma (Anahì Traversi) è una donna assetata di vita e nuove esperienze. Spera sempre in un cambiamento. Non trova appagamento né nella casa né nel lavoro di correttrice di bozze. E neanche nel marito, Charles (Pietro De Pascalis), che pure la ama alla follia. Di lui odia l’esuberanza e il protagonismo, quando invece è solo un uomo soddisfatto di quello che ha. Del suo lavoro di medico di base, di una pizzata con gli amici ogni tanto. Nella semplicità che lo distingue, tiene tutti i suoi ricordi chiusi in una scatola che la moglie vorrebbe gettargli via a ogni trasloco.
Da un lato, quindi, c’è la voglia incessante di Emma di cambiare tutto; dall’altro, il legame di Charles con il passato e con quanto è riuscito a guadagnare. Questo contrasto profondo tra loro è il cuore del rapporto e la scintilla che alimenta i litigi nella coppia. Nessuno dei due si sente pienamente nel posto giusto e le cose vanno avanti da sé perché forse è così che deve essere. Emma ha scelto Charles consapevole che lui avrebbe sempre chiesto scusa, che sarebbe stato un uomo “normale”, rassicurante. In una parola, sacrificabile.
Giunti nella nuova casa, Emma appende al muro un suo ritratto in abito scuro. Si intuisce che è l’immagine ottocentesca dell’originale flaubertiana Madame Bovary. L’eroina che muore suicida diventa così figura paradigmatica e simbolo di tutte le altre Emma che verranno dopo di lei. Anche della nostra Emma che, indossando l’abito nero del ritratto, ammetterà che il mondo sarebbe più bello senza di lei.
La regia è pulita e ben calibrata, anche nell’utilizzo delle luci. La bravura degli attori evidenzia perfettamente le differenze tra i due caratteri. L’inquietudine di Emma sbatte come contro un muro sulla pacata inerzia di Charles, mantenendo accesa la tensione narrativa. Lo spettacolo è atteso in scena l’11 e il 12 novembre al NEXT – Laboratorio delle Idee di Milano.
data di pubblicazione:21/10/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 21, 2025
progetto, drammaturgia, regia e interpretazione di Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
(Teatro ExATR – Forlì, 22 settembre 2025)
Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi scrivono, dirigono e interpretano un lavoro intriso di ironia arguta e satira sociale. Per poter lavorare, due artisti di sinistra devono assecondare seducenti politici di destra al potere. Dopo la Sparanoia, Fettarappa torna con un testo di protesta, capace di dar voce alle sfide di una generazione alle prese con una società sempre più impoverita e degradante. A produrlo è ancora Agidi e Sardegna Teatro, a cui si aggiunge Emilia Romagna Teatro.
Come in una celebrazione pubblica e solenne di unità nazionale, il lavoro di Niccolò Fettarappa, scritto nel 2024 per la prima volta in coppia con Nicola Borghesi, inizia intonando l’inno di Mameli. È uno spettacolo dall’ironia amara, che ragiona sul presente e sul fatto che gli artisti, per poter lavorare, devono compiacere la politica dominante. Le destre hanno vinto le elezioni e la direzione del ministero della cultura – organo preposto all’erogazione dei fondi per lo spettacolo dal vivo – ha imposto un nuovo protocollo agli spettacoli. Neanche a dirlo, per non incorrere nella censura, temi, cast e professionalità coinvolte devono incarnare il meglio del made in Italy. Il dilemma è capire come due autori orientati politicamente a sinistra possano creare ora uno spettacolo di destra.
La satira prende di mira sia i luoghi comuni che animano sia il pensiero reazionario che quello progressista. Così se da un lato non è più possibile proporre spettacoli che nessuno capisce, dall’altro si ridicolizza lo scopo di creare spettacoli belli (con tutto quello che questo aggettivo generico, usato con chiara intenzione di banalizzazione, voglia intendere) per un pubblico più vasto e per una fruibilità maggiore. «Questo è uno spettacolo di valore. Questo è uno spettacolo tricolore», recita il ritornello.
Niccolò e Nicola, che sul palco usano i loro veri nomi, danno il via a una serie di scene in cui vengono evidenziate e derise tutte le contraddizioni e le ipocrisie della società italiana attuale. Emerge il populismo rissoso di un pensiero retrivo e tradizionalista, pervaso da bigottismo, razzismo e pregiudizio (molto più comune di quanto non si voglia ammettere). Dipingono il ritratto di una classe politica attenta ai confini e alla famiglia tradizionale, che promuove in contrasto al libertarismo concesso dalle generazioni precedenti. Denunciano la condizione di una classe operaia che, tradita da una sinistra radical chic ormai distaccata dai valori del lavoro, ora vota a destra.
Quadri, scene, personaggi, situazioni si susseguono uno dopo l’altro. Fettarappa e Borghesi si danno continuamente il cambio sulla scena, quando ancora non intrecciano dialoghi divertentissimi tra di loro o con il pubblico. La perfetta sintonia tra i due genera una comicità coinvolgente e puntuale. E denuncia l’amara condizione di una generazione disorientata, cresciuta senza stabili punti di riferimento, assuefatta a una retorica che smonta in continuazione le ragioni dell’altro rendendo relative le proprie. Sul finale non si assiste a un richiamo alla rivoluzione come ci si poterebbe aspettare – i tempi della lotta appartengono ormai al passato – quanto piuttosto a una richiesta del protocollo, che viene esaudita, di sacrificare un attore sull’altare del palcoscenico. Una sorta di pro patria mori privato però di qualunque dolcezza o onore nel gesto sacrificale.
data di pubblicazione:21/10/2025
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Ott 21, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Diciamolo subito: Hamnet è un film molto bello e struggente supportato da una buona regia da un’ottima sceneggiatura coscritta dalla regista e dall’autrice del romanzo da cui è tratto e soprattutto dalle superbe performance di P. Mescal e J. Buckley. La Buckley è da Oscar!
La Zhao è di ritorno con un dramma storico ed è più brava che mai! Ci offre una vicenda epica e non convenzionale, una tenera meditazione su gioia e paura, dolore e perdita e sull’Amore che può distruggerci o salvarci. Una rivisitazione poetica sul processo creativo, la genesi di un grande capolavoro. Il fantasioso spunto iniziale è l’incontro, l’innamoramento ed il matrimonio di una giovane coppia nell’Inghilterra Elisabettiana. Agnes è una ragazza dei boschi eccentrica e legata al mondo magico della Natura, lui è… il giovane Shakespeare. Un inizio sensuale, forse troppo lungo ma dolce e a tratti lirico. Poi le ambizioni letterarie portano Shakespeare a Londra mentre la moglie resta a Stratford a crescere i tre figli. La tragedia incombe e porta via il piccolo Hamnet. La regista ci rende partecipi di un inimmaginabile dolore che arriva a minare il legame della coppia.
Zhao è un’acuta osservatrice della Realtà, della Natura e dell’umanità sofferente. Lirismo e crudo realismo sono il suo tratto distintivo. È compassionevole ma anche attenta a non scadere nel dramma strappalacrime. Agnes precipiterà in una spirale di disperazione, Shakespeare invece, fra ambizione letteraria e dolore, talento e sensi di colpa creerà il suo capolavoro: Amleto!
Il senso del film è tutto qui. Non la rappresentazione della sofferenza ma una riflessione che sottolinea la forza e la capacità dell’Arte. Trasformare un dolore personale in uno dei lavori artistici più universali. Una Catarsi terapeutica struggente. Un modo per un padre, non potendo riportare in vita il figlio di rendere eterna la sua memoria e farlo vivere per sempre nei suoi versi.
Un’idea intrigante con qualche eccesso di fantasia ma convincente. Zhao realizza un’eccezionale elegia visiva fortemente coinvolgente. Consente al pubblico di immedesimarsi nella storia e nelle passioni con intensi primi piani. Esalta con un lavoro di cesello gli ambienti poco illuminati per accentuare la cupezza degli animi addolorati. Porta così lo spettatore su un piano emotivo elevato. Un lavoro intelligente e complesso che sa ben toccare i sensi, le emozioni e le reazioni con immagini evocatrici e un’ottima direzione degli interpreti. La Burkley è il vero cuore pulsante del film, gli dà vita reale e con il suo magnetismo affascina, impressiona e commuove. Sentiremo riparlare di Hamnet nella notte degli Oscar.
data di pubblicazione:21/10/2025

da Nadia Alese | Ott 21, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Il film ricalca perfettamente la trama de La Parola ai Giurati, ma se nel capolavoro di Lumet, del 1957, il tema era l’etica del dubbio, il coraggio solitario di chi si oppone al verdetto unanime, qui l’oggetto del contendere è la fragilità stessa della verità. Sheridan e Merriman non si limitano a fare un remake ma lo aggiornano rifiutando la linearità moralista dell’antecedente. Ogni giurato diventa portavoce di un sistema di credenze, religiose, politiche o emotive, aggiungendo sfumature psicologiche.
L’elemento innovativo è che questa volta si mette in scena un processo “immaginario” ispirato al noto caso irlandese dell’omicidio di Sophie Toscan du Plantier, per cui Ian Bailey è stato condannato in Francia in assenza, ma mai processato in Irlanda. Per il resto il meccanismo è lo stesso: dodici giurati chiusi in deliberazione, di cui inizialmente undici pro-colpevolezza e uno dissenziente che dà vita al dibattito. Anche qui l’ambiente è contenuto, quasi claustrofobico, la regia pulita, senza colpi di scena spettacolari. La macchina da presa si muove con delicatezza fra i personaggi, fermandosi su mani che tremano o su occhi che scrutano, dando peso visivo alle micro espressioni.
Sicuramente il risultato è meno perfetto, ma più inquieto, più vivo. Non ci interessa solo chi ha ragione e chi ha torto, ma come la mente delle persone costruisce la verità. In più il dramma viene aggiornato con tematiche attuali come la corruzione della polizia e la manipolazione dell’opinione pubblica. Il montaggio alterna silenzi pesanti a picchi di discussione, con piccoli stacchi che mostrano flash di memoria o documenti processuali, mantenendo in generale un buon ritmo.
Dal punto di vista recitativo, l’interpretazione corale degli interpreti, da Vicky Krieps a Colm Maney, è molto equilibrata, ogni giurato porta con sé il peso della propria vita, ogni discussione ha una scansione precisa, anche se la deliberazione, da copione, sembra infinita.
Certo per chi ha visto La parola ai giurati la sensazione è quella di un dejà vu, in ogni meccanismo, in ogni snodo, fino al finale, l’esperienza potrebbe risultare ridondante, ma comunque godibile.
data di pubblicazione:21/10/2025

da Antonio Jacolina | Ott 21, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Parigi 1959. Un gruppo di giovani uniti dalla passione per il Cinema e dall’idea di farlo in modo libero e nuovo. La realizzazione di un capolavoro che ha cambiato il modo di fare cinema…
Nouvelle Vague è un’immersione spettacolare indietro nel tempo. Siamo nel 2025 ma la vita e la passione è quella del 1959! Linklater ci regala un film vivo, gioioso e spontaneo che ama il Cinema fa amare il Cinema e fa venire voglia di poter fare cinema.
Sullo schermo c’è infatti tutto il gruppo dei critici dei Cahiers du Cinéma ambiziosi, giovani e talentuosi. Parigi è loro così come il futuro è loro. Chabrol, Truffaut, Rohmer hanno già fatto il loro esordio dietro la cinepresa e lui, Godard morde il freno e scalpita. È l’ultimo a seguirli sulla scia del loro successo, e sarà… Fino all’ultimo respiro! Sappiamo come andrà e che nulla sarà più come prima.
Il regista non intende riproporre Godard con le solite ricostruzioni stereotipate, al contrario lo fa rivivere catturando tutta l’audacia e la libertà di quei giorni e l’allegria di momenti creativi ormai entrati nel mito. Linklater filma con lo charme del bianco e nero ed in formato quadrato come si usava. Le riprese sono leggere con la cinepresa in spalla, con Parigi come set a cielo aperto, con una troupe ristretta e con economia di mezzi. Le stesse situazioni, sensazioni, convincimenti, stile e spirito di Godard. Un Nuovo Cinema ove la spontaneità primeggia e… con audacia ed insolenza si fa tutto il contrario di quanto le cinéma de papa aveva codificato e cristallizzato.
Linklater racconta dall’interno, con distacco ma con occhio acuto ed ispirato la magnifica avventura del gruppo di amici che amavano il Cinema e lo volevano libero ed autentico. Ci rende partecipi con humour sottile dei rapporti fra loro, dei retroscena della realizzazione di un capolavoro nonché degli aneddoti che saranno la gioia dei cinefili. Un racconto fatto con grazia, armonia e piacere evidente di condividere un attimo magico e di restituirne le atmosfere. Il film ha ritmo, un montaggio vivace ed una messa in scena precisa ed elegante. Ben curate anche le ambientazioni e l’estetica di quell’epoca felice. Intelligente poi la scelta di giovani e promettenti attori, dei volti nuovi che non recitano i loro modelli ma lo sono realmente. Più veri dei veri senza esserne dei cloni. In particolare Zoey Deutch è splendida e brava come J. Seberg, identica.
Nouvelle Vague è senza dubbio un ottimo film, ben scritto e magistralmente diretto. Una lettera d’amore ed un omaggio di un grande regista al Cinema ed al Cinema Francese in particolare, fatto con bravura, partecipazione, passione ed anche gratitudine.
data di pubblicazione:21/10/2025

da Antonio Iraci | Ott 20, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Il film si ispira alla storia di un falsario realmente vissuto a Roma negli anni Settanta, chiamato Toni della Duchessa. Pittore autodidatta, si trasferisce nella capitale, insieme ai suoi due fedeli amici Fabione e Vittorio. Con le buone o cattive intenzioni, cercherà di cambiare vita e diventare un grande artista…
In affetti Toni è munito di grande talento soprattutto per quanto riguarda la falsificazione di quadri di pittori famosi. Le sue doti di grande falsario si estenderanno presto in altri campi e la sua abilità verrà utilizzata a vantaggio della criminalità organizzata. Il giovane, spinto sempre più dalla sua sfrenata ambizione, si troverà, quasi in buona fede, ad essere protagonista della malavita romana. Coinvolto con i traffici della banda della Magliana, delle brigate rosse, della mafia e dei servizi segreti. Sembrerebbe addirittura che abbia avuto un ruolo determinante durante il sequestro di Aldo Moro.
Toni, interpretato da Pietro Castellitto, affascina sin da subito per la sua presenza carismatica e la conduzione sicura della vicenda, catturando l’attenzione dello spettatore. La sua naturalezza recitativa aggiunge profondità al protagonista che, se è di fatto quasi interamente inventato, tuttavia risulta credibile e coinvolgente. Infatti i personaggi, sebbene frutto della fantasia, sono ben inseriti nel contesto degli anni di piombo, vissuti in Italia, pieni di intrighi politici e corruzione. Sullo sfondo di fatti realmente accaduti, come l’uccisione di Moro, il film si rende attendibile perché immerso nella turbolenta storia italiana di quell’epoca. In realtà del vero Toni si sa poco, ma la sua fama di grande falsario, e non solo nel mondo dell’arte, lo ha reso mitico. Il suo nome rimane quindi legato alla leggenda. Il suo personaggio affascina e a volte induce a tenerezza, proprio perché rappresenta un criminale gentiluomo e sensibile.
Il falsario si può considerare il ritratto, sia pur romanzato, di un momento ancora oggi rimasto oscuro e avvolto da misteri e interpretazioni contrastanti. Uno spaccato noir della Roma travagliata dalla lotta armata e terrorismo. Accanto a Castellitto troviamo nel cast anche Claudio Santamaria, Edoardo Pesce, Aurora Giovinazzo, Pierluigi Gigante. La sceneggiatura firmata dallo stesso regista insieme a Sandro Petraglia, nonostante qualche sbavatura, riesce a funzionare e a creare un’atmosfera violenta. Il risultato è un equilibrio tra la finzione e il dramma reale che immerge lo spettatore in una storia plausibile e coinvolgente nel suo insieme. Per i non più giovani il film rievocherà fatti tragici, riportando alla memoria eventi dolorosi di un periodo che riuscì ad annullare ogni dialettica politica. Quasi un viaggio nel passato dove Lodovichi riesce a coniugare malaffare e sentimenti, amori e tradimenti, legalità e corruzione.
data di pubblicazione:20/10/2025

da Maria Letizia Panerai | Ott 20, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
Tokyo oggi. Rental family è una agenzia che offre un servizio particolare: si occupa del noleggio di attori per interpretare ruoli familiari. In ogni genere di occasione queste persone prese “in affitto”, dietro corresponsione di una ricompensa in denaro, fingono di essere parenti o amici.
Philip Vandarpleog (Brendan Fraser) è un attore americano divenuto famoso in Giappone per lo spot pubblicitario di un dentifricio. Vive a Tokyo da sette anni e ha una compagna giapponese. Passa le sue giornate a fare audizioni nella speranza di tornare ad interpretare un film. Ma per il momento ha solo ruoli di comparsa a funerali e matrimoni…veri! Un giorno conosce il capo dell’agenzia Rental family. Philip accetta di interpretare per lui svariate parti: quello di un padre che vive lontano da sua figlia, di un giornalista che intervista un anziano attore, quello da amico di un appassionato di videogame. Ma l’approccio con persone reali, che non interpretano un ruolo e sono all’oscuro di chi sia lui veramente, porta l’uomo a provare sentimenti di affezione che non aveva considerato.
Rental family è un film divertente e lieve, delicato, ben fatto e parla di una consuetudine diffusa da qualche anno in Giappone per combattere prevalentemente la solitudine. Brendan Fraser è perfetto nel ruolo. La sua stazza lo rende “visibile”: una sorta di gigante buono che si muove in un mondo fatto di porte basse e inchini. Il suo sguardo melanconico emana calore e affetto, e rende credibile una storia che al contrario si stenta ad accettare. Eppure è realtà! La forza del film sta proprio in quel file rouge che collega la realtà alla finzione: e mai come in questo caso “credere” che sia tutto vero fa bene al cuore.
data di pubblicazione:20/10/2025

da Nadia Alese | Ott 20, 2025
(20ª FESTA del CINEMA di ROMA 2025)
È davvero un buon esordio alla regia quello di James McAvoy che racconta la storia vera del duo scozzese Sibil N’ Brains (Gavin Bain e Billy Boyd) che, sentendosi esclusi dal mondo musicale britannico a causa dell’accento scozzese, si reinventano come due rapper provenienti dalla California per essere presi sul serio dalla scena.
Il film, tratto dall’autobiografia di Bain, Straight Outta Scotland narra la rapida ascesa del duo, il successo, la scoperta della frode e le conseguenze, con le fattezze di un racconto di ribellione creativa che va oltre la “frottola musicale”, trattando temi di identità, ambizione ed accettazione. McAvoy, che compare anche come attore, si assume il rischio di realizzare un biopic che mescola commedia, dramma e l’energia del palco, con un sentimento di disagio e ribellione.
Dal lato registico mostra una mano sicura nel controllo del ritmo, specialmente nella costruzione dei momenti sul palco o nelle scene del “dietro le quinte” dell’inganno: l’euforia, l’adrenalina, poi la caduta, tutto è calibrato. Certo la struttura non è innovativa, è quella classica dei biopic: scalata, picco, crisi e redenzione, ma la novità arriva dal contesto – la Scozia e il razzismo nei suoi confronti, l’illusione americana, la musica rap – e da come quel contesto viene trattato con ironia ed affetto. La macchina da presa è sempre a un passo dai protagonisti, li soffoca, li osserva, li insegue mentre inventano e si reinventano. La Scozia, con le sue strade umide e i pub illuminati al neon, diventa il controcampo di una Londra che evoca la California, cambiando la luce, la palette cromatica, la velocità del montaggio.
I due protagonisti sono entrambi molto efficaci nel riportare sullo schermo questa vicenda autentica poco nota al grande pubblico, riuscendo a restituire autenticità sia come buffi imbroglioni, che come giovani talentuosi che cercano spazio in un mondo che li rifiuta. Ed anche McAvoy è perfetto nel ruolo del produttore musicale che scrittura i ragazzi.
La musica è il terzo protagonista. Accanto alle tracce originali di Sibil N’ Brains, ritroviamo brani hip hop e sonorità elettriche dei primi duemila, che restituiscono il ritmo sincopato di un’epoca in cui bastava un beat per immaginarsi altrove. Ogni canzone oltre ad essere accompagnamento è commento ironico, uno specchio dell’auto illusione dei personaggi.
McAvoy con grande intelligenza trasforma una vicenda bizzarra in un romanzo di formazione pop, sincero, tenero, un po’ crudele e profondamente contemporaneo.
data di pubblicazione:20/10/2025

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