da Antonio Iraci | Ott 23, 2015
Il film di Sergio Rubini si presenta come una pièce teatrale e di fatto lo è visto che nasce proprio in teatro, ed è interpretato dagli stessi attori che poi vedremo sul grande schermo: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese e Sergio Rubini stesso.
Ma Dobbiamo parlare ci pone davanti al quesito: ma è sempre proprio necessario parlare? Non sarebbe talvolta meglio lasciare le cose come stanno e continuare la propria vita di coppia senza scendere in profondità o addentrarsi in confidenze scomode?
E’ un film pieno di parole che si incrociano, in un salotto bene al centro di Roma dove le due coppie di amici sembrano sfidarsi in un duello senza esclusione di colpi e dove la verità che emerge farà saltare quel sano equilibrio che fino a quel momento aveva regolato i loro rapporti interpersonali.
Una commedia divertente, senza pretese, che ci fa sorridere e nello stesso tempo riflettere sulle dinamiche di coppia, non sempre improntate da un corretto comportamento e forse spesso troppo intaccato da interessi materiali o opportunistici.
Ci si chiede se la parola in questo caso sia opportuna, visto che anche il pesce nell’acquario avrebbe anche lui qualcosa da ridire.
Tra i temi toccati dal film c’è la fragilità della donna contrapposta a quella, non meno tangibile, degli uomini, dove gli obiettivi sembrano spesso raggiunti ma mai centrati, in uno sforzo di apparire quello che non si è.
Buona la recitazione (teatrale) dei protagonisti che ci hanno regalato una piacevole parentesi in una rassegna che ci ha coinvolti in tematiche spesso dure ed impegnate, e che in alcun modo vuole emulare l’atmosfera claustrofobica del film Carnage di Polansky, al quale sembra veramente inopportuno fare qualsiasi riferimento.
data di pubblicazione 23/10/2015

da Rossano Giuppa | Ott 22, 2015
Complimenti vivissimi al giovane regista Stephen Dunn, alla sua prima opera, intensa e profonda. Grande capacità di raccontare, attraverso l’utilizzo di un linguaggio proprio, innovativo e coinvolgente. Straordinaria la colonna sonora e assolutamente contemporanea la sceneggiatura, nel giusto mezzo tra il credibile ed il surreale.
Oscar (Connor Jessup) è un adolescente serio e determinato, con una passione per gli effetti speciali ed i trucchi cinematografici. Condizionato da un’infanzia complicata tra un padre infantile e rissoso, incapace di gestire i propri affetti ed una madre fin troppo egoista che li abbandona subito, è cresciuto in compagnia di un criceto versione grillo parlante accanto ai suoi incubi, che ogni tanto riaffiorano in maniera violenta. Il presente, il sogno di andare a studiare a New York e le sperimentazioni artistiche con la sua amica del cuore si intrecciano con un passato mai superato, fatto di ricordi violenti di un bambino che non ha avuto accanto nessuno che lo proteggesse dai mostri.
La sua grande immaginazione e la sua romantica inquietudine, la sua euforia composta e la scoperta difficile della sua omosessualità, lo aiuteranno ad elaborare ed a superare demoni e paure, riposti nel suo armadio e ad intravedere il sentiero accidentato che deve percorrere per raggiungere il suo sogno.
data di pubblicazione 22/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 21, 2015
Maggio 1945: la Germania dichiara la sua resa incondizionata e si pone fine al secondo conflitto mondiale.
Le truppe alleate consegnano alla Danimarca migliaia di prigionieri di guerra tedeschi, la maggior parte giovani tra i 15 e i 18 anni, per essere utilizzati a disinnescare, senza alcuna esperienza al riguardo, più di due milioni di mine collocate dalle truppe naziste sulle spiagge nord occidentali del paese.
Lo spietato sergente danese Rasmussen si trova a coordinare l’operazione ed in particolare, con un gruppo di dodici prigionieri, deve ripulire in breve tempo un pezzo di quella costa, adottando sui giovani una spietata disciplina militare, tenendo ben presente ciò che i nazisti avevano perpetuato durante l’occupazione.
Il regista danese Martin Zandvliet porta sul grande schermo un pezzo di storia che la stessa Danimarca non vuole ricordare, né tantomeno raccontare, dal momento che in questa maniera morirono migliaia di prigionieri tedeschi per delle colpe che erano più grandi di loro stessi.
Lo spettatore, nel seguire l’azione scenica in ogni suo istante, non può che rimanere affascinato dallo sguardo sperduto di quei ragazzi chiamati anzitempo a svolgere il ruolo di uomini, in un conflitto che li trovò coinvolti impreparati e senza un perché, lontano dalle loro famiglie e dai loro affetti più cari, in una logica a loro totalmente sconosciuta.
Un film quindi sulle atrocità della guerra e, quel che è peggio, sugli orrori del dopo guerra che ci porta solo per poco ad indugiare sul sentimento di perdono per guardare invece oltre.
Ottima l’interpretazione di Roland Møller, nuovo talento del cinema danese, che interpreta la parte del sergente Rasmussen e soprattutto quella dei giovani soldati, tutti ragazzi alle prime esperienze cinematografiche ma che si muovono sulla scena già con la bravura interpretativa e con il talento dei grandi attori.
data di pubblicazione 21/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 21, 2015
Frieda riunisce le sue amiche più care nella sua bellissima casa di Goa per annunciare loro che sta per sposarsi. Da qui inizia una settimana di sfrenata convivenza tra donne: tutte bellissime, vestite alla moda, realizzate ed indipendenti perché impegnate in lavori più o meno manageriali, che seguono una vita libera e spregiudicata dove l’uomo rappresenta un vago contorno, un semplice oggetto di passeggero desiderio.
In realtà il regista indiano Pan Nalin in questo “minestrone patinato”, dove risulta perfetta anche la vacca sacra che irrompe in casa (ma forse in effetti è un toro), è come se volesse presentarci un’immagine dell’India di oggi che rinnega il suo millenario passato allo scopo di apparire come un paese super moderno dove è ammesso il matrimonio gay, dove la donna con il marito omosessuale ha il coraggio di chiedere il divorzio e dove di fronte ad un atto di violenza le donne assumono il diritto di farsi giustizia da sé.
Ci auguriamo che tutto questo sia possibile, ma nel complesso suona un poco falso; anche la scelta degli attori, tutti eccessivamente belli ed eleganti, oltre che la narrazione della storia, sembrano voler forzatamente trattare e risolvere tutti i possibili temi sociali di oggi, dando luogo ad un potpourri inconcludente e poco credibile.
data di pubblicazione 21/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 21, 2015
Finalmente in distribuzione nelle sale cinematografiche italiane l’ultimo film di Jacques Audiard, uno tra i migliori sceneggiatori e registi francesi contemporanei, vincitore, con l’attesissimo Dheepan, della Palma d’oro all’ultima edizione del Festival di Cannes.
Audiard non ha bisogno di grandi presentazioni essendo già ben conosciuto al pubblico internazionale per i suoi film, a partire da quello di esordio Regarde les hommes tomber con Mathieu Kassovits e Jean-Louis Trintignant, vincitore di un César come miglior film nel 1994, sino agli ultimi due quali Il profeta, che ha ottenuto nel 2009 il Gran Premio della Giuria a Cannes nonché candidato all’Oscar come miglior film straniero, e Un sapore di ruggine e ossa del 2012, con diverse nomination tra cui una come miglior film straniero e una per l’ottima interpretazione della protagonista Marion Cotillard.
Dheepan è un guerrigliero delle tigri Tamil che ha perso tutto, ideali e famiglia, nella guerra civile del suo paese, lo Sri Lanka, e che decide di fuggire con una moglie, che moglie non è, e con una figlia, che figlia non è, per crearsi una nuova vita in Francia, paese che li accoglie come rifugiati e offre loro assistenza, istruzione ed un lavoro.
Pur cercando con ogni possibile sforzo di integrarsi nella nuova realtà, i protagonisti si trovano, loro malgrado, a dover fronteggiare una nuova guerra, questa volta combattuta da bande di criminali rivali in una anonima periferia francese, ma non per questo meno violenta e meno spietata rispetto a quella dalla quale erano fuggiti.
Il film si base su una ottima sceneggiatura di Noé Debré e Thomas Bidegain, oltre che dello stesso regista, la quale sembra appositamente scritta e calibrata per presentarci non solo la realtà della guerra, comunque la si concepisca, ma per sottolineare le difficoltà proprie di quei rifugiati che oltre al problema della comunicazione verbale, si trovano a fronteggiare le incognite proprie di riadattamento delle loro originarie abitudini di vita a quelle sconosciute della nuova realtà che li accoglie.
Sapiente la fotografia di Audiard che riesce a cogliere lo sguardo intenso del protagonista Jesuthasan Antonythasan, attore e scrittore naturalizzato francese ma che da giovane faceva anche lui il combattente per le tigri Tamil nel suo paese, sguardo che riesce ad andare oltre lo schermo per osservarci, noi spettatori, con un atteggiamento carico di sfida, ma anche di accettazione, senza mai sfiorare l’abnegazione, nel rispetto della propria dignità di uomo.
Il film non pretende di proporci una morale, ma ci fa comprendere come, al di là delle apparenze, dietro lo sguardo di ognuno di noi c’è dentro spesso una sofferenza ed una storia non sempre facile da condividere, ma è proprio questo che il cinema sembra talvolta aver la pretesa di raccontare, non fosse altro che per suscitare una emozione, un sogno.
data di pubblicazione 21/10/2015
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da T. Pica | Ott 20, 2015
Durante le torride giornate estive che si susseguono identiche a tante altre a Casteljaloux, nel Sud Ovest della Francia, la tranquillità del piccolo borgo, e in particolare quella di Chantal (Céline Sallette) e del suo nuovo compagno Jacky (Eric Cantona), viene interrotta dal ritorno di Jeannot (un bravissimo Sergi López). L’uomo, logorroicamente alticcio a tutte le ore, ha scontato tre anni di prigione ed è tornato per riprendersi ciò che “gli appartiene”, ovvero l’“amata” Chantal. Il dramma della gelosia e della possessività dell’amore malato palpitano all’unisono in una vera e propria tragedia greca moderna. Alla semplicità e alla bellezza struggente dei paesaggi e degli scorci della campagna francese – le distese di girasoli raggianti, i notturni di luna sul lago – e ai ritmi pacati e sereni della vita del paesino bucolico si contrappone un costante pathos, carico di una latente violenza prossima all’esplosione, dettato dall’ossessione di Jeannot per Chantal e per chiunque altro osi chiamarla Chantal. A far da contorno alla storia il personaggio del giovane Romain (Victorien Cacioppo) che frequenta il corso di teatro di Chantal per preparare un provino decisivo. L’esordio alla regia di lungometraggi dell’attore Laurent Laffargue, seppur con qualche perplessità proprio sulla storia in secondo piano del giovane Romain e dei suoi compagni di corso – dove si inserisce il cameo come attore di Laffargue -, convince e risente inevitabilmente dell’esperienza teatrale del regista. Les Rois Du Monde è indubbiamente ben interpretato da tutti gli attori e la dolorosa storia di Chantal, purtroppo sempre attuale, angoscia anche lo spettatore tra pochi ed istantanei momenti di humor, tipicamente d’oltralpe, e i toni della tragedia che culminano nell’epilogo omerico di Achille che trascina il corpo di Ettore.
data di pubblicazione 20/10/2015

da Flaminia De Rossi | Ott 20, 2015
Il viaggio di 5 uomini che hanno il compito di tracciare la linea mediana di una strada che unisce due Città del Messico.
La sottile linea gialla non è solo una rotta da segnalare sul manto stradale ai rari automobilisti che passano per la strada ma è il simbolo della vita che va avanti e che forse in certi momenti vuole rallentare.
Vernice, pennello e tanta precisione uniti ad allegria e spensieratezza sono gli ingredienti di questa avventura maschile, ma anche i consigli di una buona vita che il caposquadra Antonio vuole dare alla sua truppa da buon padre di famiglia. 217 km intensi di buon sentimento!
Cinque moderni cowboys solitari riuniti insieme dalla necessità di guadagnare qualche soldo partono senza aspettative, ognuno di loro con le proprie fragilità, ansie e ricerche.
Chiusi in se stessi man mano scoprono sentimenti di amicizia che li porta ad aprire il loro animo ai compagni davanti ad un fuoco acceso sotto il cielo stellato, rilassandosi all’ombra delle palle del grande toro!
Questa avventura maschile a bordo di un pick up sgangherato é il racconto di chi rimettendo in discussione se stesso e i propri limiti torna a sperare in un futuro. Questo viaggio è intenso e profondo nei volti dei protagonisti e anche nella fotografia, ricco di immagini belle e toccanti.
Ognuno di noi ha bisogno di risolversi, in cerca di qualcosa per ricongiungere passato e futuro, anche solo iniziando a cambiare il presente.
Alla fine della strada scopriranno che c’è una linea sottile tra giusto e sbagliato, tra vita e morte.
data di pubblicazione 20/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 20, 2015
Amelio e Pagliarani presentano alla festa del Cinema nella Sezione Ufficiale un interessante documentario che riesce a cogliere, con sguardo attento, le problematiche dei disagi sociali e di integrazione. Attingendo ad un variegato e significativo materiale d’archivio, ci viene narrata una buona fetta della storia dell’istruzione italiana partendo dai primi anni del ‘900 e rievocando poi con enfasi il periodo del “ventennio” dove la scuola e l’istruzione in genere venivano considerati una vera fucina di alti valori patriottici.
Con interviste reali a scolari e maestri, veniamo a conoscere una Italia molto grezza e poco integrata, appena uscita dal disastro della guerra, dove l’istruzione era ancora quasi un privilegio di pochi e dove l’analfabetismo era dilagante tra le classi sociali più basse.
Documentario di una semplicità disarmante, ma dal quale non si può che percepire la sensibilità di Amelio, regista al quale dobbiamo tanto per averci regalato quel capolavoro indimenticabile che è stato Il ladro di bambini.
Restiamo in attesa della seconda parte…
data di pubblicazione 20/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 20, 2015
Kinga Debska è una regista e sceneggiatrice polacca che ha studiato prima a Varsavia e poi a Praga realizzando, nella sua carriera cinematografica, diversi documentari e film fiction per la televisione per i quali ha ottenuto diversi riconoscimenti nel suo Paese.
In questo film Kinga Debska ci presenta due sorelle con caratteri e prerogative di vita completamente diversi che si trovano per gravi circostanze di malattia, che colpiscono prima la madre e poi paradossalmente anche il padre, a doversi fronteggiare per arginare una situazione delicata che sembra a tratti sfuggire loro di mano.
La prima, Marta, è una attrice di fiction televisive, che riscuote un discreto successo sul piccolo schermo ma non nella vita; Kesia, al contrario, insegnante elementare con un figlio ubbidiente ed un marito fannullone, apparentemente confusa e fragile sa comunque trovare una discreta armonia nel proprio ambito familiare. La condizione della madre con cui dovranno misurarsi, fornirà loro il pretesto, atteso forse da anni, per confrontarsi e finalmente per tirar fuori, ognuna per la propria parte, tutti i rancori e malumori accumulati negli anni.
Questo dello scontro-incontro tra le due sorelle sembra essere il fulcro centrale della storia mentre le malattie dei genitori sembrano rappresentare un tema secondario, da trattare senza pietismo se non addirittura con un pizzico di ironia e leggerezza, che purtroppo sullo schermo si trasforma in superficialità a causa della non convincente interpretazione delle due attrici protagoniste (Agata Kulesza e Gabriela Muskala) che spesso sembrano affrontare, insieme al padre Tadeusz (Marian Dziedziel), situazioni difficili in maniera quasi grottesca, minacciando quindi la credibilità della narrazione stessa.
data di pubblicazione 20/10/2015

da Rossano Giuppa | Ott 20, 2015
Un autunno velato e umido nel sud della campagna francese. Elliot (il bravissimo Alex Lawther) un quindicenne inglese con la passione per la letteratura e la poesia e sua madre Beatrice sono nella loro casa delle vacanze per imballare oggetti e ricordi. La casa fa parte del passato, il matrimonio dei genitori è giunto al termine, tutto è polveroso ed irrecuperabile. Il giovane Elliot, che ama Proust e Hugo e che desidera diventare uno scrittore, protetto dalla sua giacca militare, scopre la sua sessualità e la necessità di allontanarsi dal contesto familiare in inevitabile disfacimento. L’amicizia con Clement, bello e inquieto, i turbamenti e gli approcci difficili con lui, unitamente al progressivo cedimento della madre, lo portano sull’orlo del baratro, verso una strada senza uscita. Ma il tuffo nella diga, la discesa verso la fine, hanno il potere di scuotere Elliot e di renderlo cosciente del proprio presente. L’acqua fredda deterge e tonifica: la vita è difficile e complicata ma deve essere vissuta, dalla sofferenza si riparte.
Melanconico, delicato e fortemente british, il film celebra l’autunno e la fine di un periodo. Immagini statiche e perfette, musica delicata e struggente rendono il prodotto un po’ troppo algido e poco turbato, ma forte e chiaro circa la strada da intraprendere.
data di pubblicazione 20/10/2015

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