CAFE’ EXPRESS di Nanni Loy, 1980

CAFE’ EXPRESS di Nanni Loy, 1980

Commedia dai risvolti amari, scritta e diretta dal grande Nanni Loy e splendidamente interpretata da Nino Manfredi (nella veste anche di co-sceneggiatore), Cafè Express è un film che parla dell’arte di arrangiarsi di quella fetta d’Italia (oggi sempre più grande) che vive ai margini della società. Michele (Nino Manfredi) è un napoletano cinquantenne che, per mantenere il figlio agli studi, viaggia abusivamente in treno per vendere altrettanto abusivamente caffè caldo ai passeggeri di seconda classe nella tratta tra Vallo della Lucania e Napoli. Film impostato tutto sugli espedienti che si inventa il protagonista per non essere “pizzicato” nell’esercizio abusivo di venditore di caffè, è una delle tante pellicole cinematografiche di questo incredibile regista (sono suoi anche Audace colpo dei soliti ignoti sequel de I soliti ignoti di Monicelli, Le quattro giornate di Napoli, Detenuto in attesa di giudizio, Mi manda Picone, Amici miei atti III) che, sul finire degli anni settanta, inventò la candid camera, strumento oggi considerato “originale” ed intorno al quale vengono ancora costruiti interi show televisivi.

A questo tipo di film non potevamo che abbinare una ricetta dove il caffè è un elemento determinante: il tiramisù.

INGREDIENTI: 500 gr. di mascarpone – 100 gr di gocce di cioccolato fondente – 5 uova – 5 cucchiai da tavola di zucchero e 2 rasi – 100 ml di crema di latte o panna liquida non montata – 1 confezione grande di savoiardi – 3 cucchiai da tavola di cognac – 3 cucchiai da tavola di porto – 1 ciotola grande di caffè appena zuccherato e a temperatura ambiente – cacao amaro per decorare q.b…

PROCEDIMENTO: Preparare una macchinetta di caffè da almeno 4 tazze, facendo attenzione a non farlo molto forte; mettere il caffè ottenuto in una ciotola con 2 cucchiai rasi di zucchero e 3 cucchi di porto, e far freddare il tutto a temperatura ambiente. In un recipiente mettere a montare 5 rossi con 5 cucchiai di zucchero; non appena saranno schiumosi e quasi bianchi, aggiungere i 3 cucchiai di cognac e la crema di latte; alla fine aggiungere i rimanenti 5 albumi montati a neve molto solida che andranno incorporati nei rossi con movimenti delicati, dal basso verso l’alto, per evitare che smontino. Cominciare a foderare il fondo di una pirofila rettangolare con i savoiardi precedentemente imbevuti nella ciotola di caffè e cognac, quindi rovesciarci metà dell’impasto di mascarpone e uova, spolverando il tutto con una manciata generosa di gocce di cioccolato fondente; quindi ripetere lo stato di savoiardi imbevuti di caffè e porto, coprendo il tutto con la metà di crema al mascarpone rimasta. Mettere a riposare il tiramisù in frigo per almeno mezza giornata, coprendo la pirofila con pellicola trasparente. Prima di portare in tavola o servire in porzioni, cospargere la superficie di abbondante cacao amaro (operazione da non fare prima perché il cacao verrebbe assorbito dall’impasto).

 

 

 

IL CARCERE E’ STATO INVENTATO PER I POVERI della Compagnia “In…Stabile Assai”

IL CARCERE E’ STATO INVENTATO PER I POVERI della Compagnia “In…Stabile Assai”

(Teatro Due – Roma, 23 maggio 2015)

Il Teatro, da sempre, è qualcosa che unisce, provoca, denuncia, diverte, cura.

Con lo spettacolo messo in scena dai detenuti di Rebibbia di ieri abbiamo appreso che il Teatro è anche capace di abbattere ogni barriera e di unire chi sta al di qua con quelli che stanno al di là delle sbarre.

La Compagnia nasce da un laboratorio teatrale che l’Associazione Culturale CAPSA Service organizza da qualche anno all’interno della Casa di Reclusione, tra i detenuti comuni, con l’intento di dare voce alle persone che stanno scontando una pena.

Gli stessi detenuti hanno scritto il testo del lavoro ora portato in scena, con la regia di Daria Veronese, composto di brani e poesie letti al pubblico e alternati con una azione scenica che assume spesso un tono divertente e nella stesso tempo realisticamente umano.

Lo spettatore non può fare a meno di essere affascinato da questi frammenti di vita dove non traspare alcuna ombra di astio o aggressività ma al contrario un delicato sentimento di speranza di venir fuori al più presto per abbracciare gli affetti lasciati fuori e riprendere le cose semplici della vita come bere una tazza di caffè al bar.

Qui non c’è spazio per commiserazione, ma semmai com-passione, intesa come condivisione empatica di emozioni comuni.

Un bravo agli attori ed un plauso agli organizzatori all’interno del Penitenziario per aver saputo rendere possibile qualcosa di straordinario e potrei dire finalmente socialmente utile.

 

data di pubblicazione 25/05/2015


Il nostro voto:

YOUTH La Giovinezza di Paolo Sorrentino, 2015

YOUTH La Giovinezza di Paolo Sorrentino, 2015

Deve essere un posto perfetto per rilassarsi, osserva banalmente il “ciambellano” della Regina Elisabetta. E’ soltanto un posto per rilassarsi, risponde il direttore d’orchestra Ballinger (un immenso Michael Caine), che dietro il suo imperturbabile british humor sa benissimo che quell’albergo-oasi di benessere è molto di più. Ballinger, oramai in pensione, non vuole più dirigere alcuna orchestra, nemmeno quella commissionata da Buckingam Palace, a causa del dolore per l’assenza della moglie Melody, melodia di nome e di fatto, visto che sulla sua esistenza ha costruito gran parte della sua brillante carriera. Ogni estate lui e il suo miglior amico, il regista Mike Boyle (Harvey Keitel) si ritrovano in questo luogo incastonato tra le montagne svizzere; Mike, supportato da un gruppo di giovani sceneggiatori, si è arenato nella scrittura corale della terza stesura del suo film, che lui stesso definisce il suo testamento, di cui tuttavia non riesce a trovarne il finale.

Il soggiorno estivo raccontato da Paolo Sorrentino è diverso da ciò che inizialmente appare agli spettatori e di questa diversità sembrano esserne consapevoli solo i due anziani protagonisti. Youth è il continuo confronto tra due generazioni: gli ottantenni e i trentenni, ma in quest’altalena il desiderio di progettare e di guardare avanti non è appannaggio solo dei secondi, perché la giovinezza è qualcosa che può essere legata all’arte, come la musica o il cinema, ma non certo di esclusivo appannaggio dell’età anagrafica. E così le età si mescolano, conta solo il sentire, il desiderare. E come il Maestro Ballinger riesce a scavare dentro se stesso e a vivere il proprio dolore e le proprie emozioni grazie alla figura della figlia Leda, così Leda si trova a ricostruire la sua vita e si riaffaccia all’amore proprio grazie alla convivenza forzata con il padre nel centro benessere. Analogamente, il regista Mike deve circondarsi dell’inesperienza e dell’ingenuità di un variegato gruppo di giovani sceneggiatori per portare a termine la stesura del suo ultimo film, che tuttavia dovrà essere interpretato da una attrice (Jane Fonda) ormai avanti negli anni; e così, in questo continuo scambio vitale tra vecchio e nuovo, anche il giovane attore Jimmy Tree (Paul Dano) prepara il personaggio del suo prossimo film osservando e ascoltando attentamente i movimenti, gli sguardi, i pensieri degli “anziani” che s’incrociano tra la piscina termale, il solarium, i giardini dell’albergo e le passeggiate di montagna.

La Giovinezza rappresentata da Sorrentino è presente in ogni personaggio a cominciare dai due amici ottantenni che ancora ridono delle loro scommesse e guardano al presente con maggiore leggerezza ed incoscienza, lasciando riaffiorare quel sentire giovanile allorquando si confrontano sui ricordi dell’infanzia e su quello del primo amore per la stessa ragazza in età adolescenziale o mentre osservano incantati la bellezza statuaria di Miss Universo mentre nuda si immerge nelle acque della loro stessa vasca termale mostrandosi diversa dal personaggio da copertina patinata.

Non tanto un film sul tempo che passa inesorabile, dunque, bensì un film sulla progettualità che mantiene giovani e sull’amore. E se in Cocoon di Ron Howard (1985) un gruppo di anziani ritrovava l’energia e la luminosità della giovinezza immergendosi in una grande piscina di una villa disabitata, nell’incantevole albergo svizzero di Sorrentino i massaggi, le abluzioni durante le saune e nella piscina termale non regalano alcun sollievo analogo, perché i protagonisti non ringiovaniscono grazie ad esse, ma insegnano ed imparano ad amare e senza artifici estetici tutto appare armonioso e perfetto sebbene perfetto non sia.

Ogni singolo dettaglio nel film genera emozione, complice anche la fotografia e l’impeccabile miscela delle canzoni della colonna sonora; forse solo la figura di quel Pibe de Oro, tra gli ospiti illustri dell’albergo svizzero, al quale il regista dedicò un affettuoso ricordo dal palco dell’Accademy, riesce a marcare il distacco con un passato glorioso ed energico rispetto ad un appannato presente, dando una connotazione nostalgica alla assoluta leggerezza di questo film.

 

data di pubblicazione 24/05/2015

 


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TRITTICO FURIOSO-drammaturgia Ricci/Forte, regia di Stefano Ricci

TRITTICO FURIOSO-drammaturgia Ricci/Forte, regia di Stefano Ricci

(Teatro India – Roma, 12/21 maggio 2015)

Al Teatro India di Roma è stato presentato in questi giorni il Trittico Furioso: gli autori, Stefano Ricci e Gianni Forte, propongono questo loro progetto articolato in tre performances, che ci lascia alquanto sconcertati per la cruenta messa in scena che, in maniera mai ripetitiva, riesce a gestire l’intensa durata della narrazione senza mai allentare la tensione emotiva nello spettatore.

I tre lavori sono uniti tra di loro da un sottile, quasi impalpabile, fil rouge che comunque ci porta a riflettere sull’attuale condizione umana in cui tutti noi, in maniera più o meno cosciente, ci troviamo coinvolti.

Ciò che ci viene proposto non è solo un’azione mirata e studiata volta alla dissacrazione, fine a se stessa, di luoghi comuni, ma l’abbattimento di tabù ancestrali che ci portiamo dentro, da adulti, in ogni cellula del nostro corpo: una sorta di mondo a sé geneticamente manipolato e alieno alla nostra stessa natura.

Ci arriva quindi da Ricci/Forte un suggerimento per una maggiore presa di coscienza di quello che siamo, ma anche di quello che vorremmo essere. Ad alcuni di noi rimane, per le frustrazioni accumulate, il desiderio di un ritorno verso una protezione totale, oramai persa, che possedevamo solo nel grembo materno quando nuotavamo felici nel liquido amniotico e quando l’universo ci apparteneva veramente, perché eravamo nello stesso tempo parte di esso ma fuori dagli schemi spazio temporali, in una sorta di sospensione totale.

Noi oggi siamo qui, fatti di carne e sangue, nella pura illusione e mistificazione della realtà,  circondati da tante cose che affollano i nostri spazi e che dovremmo usare con attenta parsimonia prendendone, nel contempo, debita distanza. Ed ecco che la scena che ci viene proposta utilizza non solo la plasticità dei corpi nudi degli attori, ma principalmente la parola ed i loro gesti per trasmetterci un messaggio di assoluta disperazione.

Ora noi siamo soli e l’amore, in qualsiasi forma manifestato, sfugge alla nostra portata perché sopraffatto da un uso bulimico del sesso mordi e fuggi, che alla fine ci lascia più delusi che mai. La discriminazione sessuale, l’odio irrefrenabile che sfocia in forme di violenza omofobica, è il tema conduttore del primo lavoro Still Life, quasi un omaggio alla memoria di quello studente gay che si è ucciso a Roma impiccandosi con una sciarpa rosa, colore che per antonomasia da sempre, come ci insegnano, è il colore della femminilità, precluso ad un vero uomo.

Mediante utilizzo di un simbolismo esasperato e dissacrante della realtà ci sforziamo di ricercare una nostra propria individualità e la scoperta di un sincero amore. Proprio questo è il tema suggerito dal secondo lavoro Macadamia Nut Brittle. Macadamia è il gusto del gelato della Haagen Dasz che i nostri protagonisti mangiano avidamente mentre raccontano, con un notevole carico di aspettative, di un intenso ed eccitante incontro sodomizzante con un fantomatico chat buddy da 24 centimetri, nell’illusione di aver finalmente trovato il compagno di vita per sempre.

Il duo Ricci/Forte, accanto all’uso sfrenato e narcisistico dei corpi in plurimi amplessi omosessuali, utilizza spesso i mezzi espressivi della pop art: ed anche se non abbiamo le confezione colorate delle zuppe Campbell’s, la sostanza non cambia di fronte a vassoi di muffins da allineare e sistemare metodologicamente, che poi andranno distrutti con furia incontrollata.

Il tema della discriminazione ritorna, sia pur in forme diverse, nel terzo lavoro: Imitationofdeath, scritto senza spaziature, dove la morte diventa l’estremo elemento di diversificazione. Anche qui i corpi nudi sembrano desiderosi di scrollarsi di dosso carne e pelle per anelare a qualcosa di più liberatorio.

I quadri plastici proposti, che dal buio della scena vengono ad animarsi per brevi istanti sotto luci accecanti, ci spingono ad una completa alienazione da qualsiasi forma reale. I nostri pensieri, anche i più banali, vengono tirati fuori con forza dalle nostre menti attraverso un sapiente gioco di chiaroveggenza.

Il duo Ricci/Forte è oggi considerato uno tra i più significativi esempi di una nuova forma di drammaturgia, raro esempio di espressione che utilizza veramente un linguaggio universale, capace di trasmetterci la disperazione dell’uomo di oggi nell’affrontare il quotidiano, attraverso la ricerca costante di venirne fuori.

Ottimo il cast che ha dato prova di assoluta padronanza dell’azione scenica, anche in momenti di estremo sforzo fisico ed espressivo.

data di pubblicazione 22/05/2015


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DER PARK di Botho Strauss,  regia di Peter Stein

DER PARK di Botho Strauss, regia di Peter Stein

(Teatro Argentina – Roma, 5/31 maggio 2015)

La maratona è una gara lunga e sofferta anche per lo spettatore. La cronaca di una maratona apparentemente meno esplosiva rispetto al commento di competizioni più brevi ed intense, ha però la capacità di catturarti, coinvolgerti, estraniarti, dilatarti, sublimarti.

Le maratone teatrali di Peter Stein rappresentano da sempre un appassionante viaggio nella letteratura e nella storia, una rilettura dei destini tragica e moderna.

Der Park nasce dal rapporto di collaborazione artistica e di amicizia tra il drammaturgo Botho Strauss ed il regista Peter Stein consolidatosi agli inizi degli anni settanta allo Schaubühne am Halleschen Ufer di Berlino Ovest, dove i due lavorano insieme ad alcuni spettacoli quali Peer Gynt, Il Principe di Homburg, I Villeggianti. Stein propone all’autore alla fine degli anni settanta di tradurre ed adattare ad una nuova dimensione Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Lo spettacolo non si realizza, ma Strauss continua a studiare la commedia inglese, compiendo un percorso di assimilazione, scomposizione e composizione del testo shakespeariano che lo porta a far rivivere la storia in un parco di città nel quale Oberon e Titania si muovono per provare a risvegliare la passione erotica negli uomini. Un parco di città, sporco, popolato da netturbini, passanti frettolosi e distratti, individui alla ricerca del torbido, un parco nel quale le vicende della commedia si snodano e si intrecciano tra rifiuti e rumori metropolitani grazie all’azione del mago Cyprian in grado di sovvertire e mescolare sentimenti e passioni di due giovani coppie di sposi. Anche Titania, incapace di frenare i propri impulsi, è punita, si innamora di un toro, viene catturata da un gruppo di skin e dà alla luce un minotauro. Il tentativo di ridare al mondo istintività e bellezza primordiale naufraga e la coppia di immortali si adatta ad una sonnolenta, arida e vuota vecchiaia.

Il testo, dopo una lunga e sofferta genesi, viene rappresentato da Stein nel 1984 nel nuovo spazio dello Schaubühne e, grazie ad una co-produzione con il Teatro di Roma, sino al 31 maggio 2015 sarà al Teatro Argentina.

Uno spettacolo moderno, corale, denso ed inquieto, che si snoda tra personaggi ed intrecci per 250 minuti in un maestoso impianto visivo, con trenta quadri che si montano a vista; uno spettacolo che pian piano  ingloba lo spettatore negli incroci e nelle stratificazioni dei personaggi, in uno spazio dilatato e lento, crudele e vero, in cui ci si perde e ci si ritrova.

Grandi, anzi grandissimi gli attori, ricercati i costumi, sofisticato ed imponente l’allestimento scenografico.

Uno spettacolo non semplice, complesso  e visionario, da  vedere.

 

data di pubblicazione 21/05/2015

 


Il nostro voto:

EVENTO ICONE – Claudio Santamaria

EVENTO ICONE – Claudio Santamaria

(Cinema Farnese Persol – Roma, 22 Maggio 2015)

Il prossimo venerdì 22 maggio tornerà in sala per una sera il film del maestro Olmi, Torneranno i prati. Ma non sarà una semplice proiezione, tra l’altro ad ingresso gratuito, perché ad accompagnare e presentare il film,  presso il Cinema Farnese Persol, a partire dalle ore 20.00, ci sarà l’attore Claudio Santamaria, protagonista della pellicola stessa. Accolti da un cocktail di benvenuto e da un incontro introduttivo a cura del giornalista Franco Montini, e la partecipazione della prof.ssa Milazzo, la visione del film sarà preceduta dalla proiezione dell’ultimo cortometraggio di Ermanno Olmi,  Il pianeta che ci ospita, realizzato per Expo 2015. Una serata aperta anche alle scuole, perché possano venire a conoscere la storia di  una notte in una trincea italiana durante la prima guerra mondiale, ma anche e venire a contatto con il cinema di una maestro quale a Olmi,  che ha dichiarato: Questo film lo dedico al mio papà, che quand’ero bambino mi raccontava della guerra dov’era stato soldato. Per ricevere l’invito gratuito alla serata e alle proiezioni, si può scrivere a: comunicazione@cinemafarnese.it

Un’occasione da non perdere.

data di pubblicazione 21/05/2015

FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund, 2015

FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund, 2015

Sembrerebbe inevitabile accostare il film del regista svedese Östlund con il suo connazionale Bergman, entrambi appunto svedesi, non foss’altro per il dramma familiare che ci viene proposto fatto di dialoghi apparentemente calmi, ma che invece nascondono intrinsecamente la crisi d’identità di un matrimonio, oramai alla deriva, e di ruoli maschili e femminili non più conformi alla realtà di un tempo.
Tomas, la moglie Ebba ed i loro due bambini si trovano in un residence sulla alpi francesi per trascorrere qualche giorno sulla neve e sciare in tranquillità.
I rapporti interpersonali all’interno del nucleo familiare vengono messi irrimediabilmente in crisi da una vera e propria valanga di neve che si abbatte su di loro mentre sono seduti al ristorante di un rifugio. Tomas di fronte al pericolo incombente, invece di preoccuparsi di proteggere la propria famiglia, assumendo il ruolo che le istituzioni e l’etica gli attribuiscono, fugge precipitosamente preoccupandosi di salvare il suo cellulare incurante delle grida atterrite dei figli di fronte a quell’evento naturale, improvviso e dirompente.
Scampati miracolosamente il pericolo, Ebba, resasi da subito conto dell’accaduto e rimasta accanto ai figli invece di fuggire via, da quel momento non potrà più fare a meno di rimproverare ripetutamente al marito, anche di fronte ad amici, quell’istinto egoistico di sopravvivenza che, per causa di forza maggiore appunto, gli ha fatto dapprima rimuovere e poi negare le sue vere responsabilità di padre e marito, facendo emergere una fragilità che lui stesso dichiara di detestare.
Grande è l’abilità del regista nel proporre quei paesaggi incantati di neve dove la famiglia si ritrova unita per sciare più come una routine a tratti noiosa, che per scelta: sembra piuttosto che ognuno di loro vorrebbe starsene per i fatti propri, compresi Vera e Harry che spesso non tollerano la presenza dei genitori, anelando forse ad un momento di serenità con un videogioco, che quelle convenzionali abitudini sciistiche sembrano impedire.
Di nuovo aleggia lo spirito di Bergman, fatto di grandi pause ed immagini a lungo campo, in cui tutti i personaggi si muovono con circospezione per paura di dire o fare qualcosa in contrapposizione ai ruoli imposti dalla società . Ma se la location tra le montagne incantate risulta un felice spunto per incorniciare tutta la storia, dove all’improvviso vola persino una astronave giocattolo di proprietà di Tomas, non sempre la lentezza del film ci ripaga. Non particolarmente esilarante è la prova dei due protagonisti Johannes Kuhnke e Lisa Loven Kongsli.

data di pubblicazione 18/05/2015


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IL RACCONTO DEI RACCONTI di Matteo Garrone, 2015

IL RACCONTO DEI RACCONTI di Matteo Garrone, 2015

Non molti italiani sanno che la letteratura del nostro paese ha avuto, nel Seicento, un grande scrittore di favole e racconti come Giambattista Basile, creatore di storie fantastiche legate alla cultura mediterranea ed in particolare alla tradizione del nostro meridione, racconti di sfrenata fantasia barocca, che hanno influenzato moltissimo la favolistica anche europea, ed anglosassone, che ne ha ripreso temi e topoi.

Il cinema d’autore si era avvicinato al mondo poetico di Basile già nel 1967, quando Francesco Rosi girò C’era una volta, con un cast divistico, protagonisti Sofia Loren e Omar Sharif al massimo del loro clamore. Nonostante la bella ambientazione di solarità mediterranea, il film non funzionò: il pathos e l’ispirazione sembrarono latitanti, per motivazioni  probabilmente anche produttive.

Assistendo al trailer di questa nuova fatica firmata da Matteo Garrone, ispirata a Lo cunto de li cunti, si è avuta come primo impatto qualche perplessità. Si è temuto il peggio, pareva un fantasy  modaiolo sostanzialmente algido e anonimo. Per fortuna, mai fidarsi del trailer, la sceneggiatura di quattro eccellenti penne italiane hanno ci hanno regatato un’ impronta nobilmente nostrana. E’ vero che si è sacrificata l’atmosfera del Sud a favore di ambienti più cupi e più nordici, ma le tre novelle scelte  e mirabilmente intrecciate e messe in scena, contengono tutte le tematiche e gli umori del magnifico cinema di Matteo Garrone. Le ossessioni estreme (come in L’imbalsamatore, Primo Amore), la visione mostruosa dei rapporti, della passione, della sete di potere (come in Reality, Gomorra), e in più nuove riflessioni su realtà e artificio, bellezza e bruttezza, amore e violenza. Queste fiabe dove le ossessioni e gli egoismi spesso sono punite ma a prezzo di atroci sofferenze forse non piaceranno ai bambini e ai drogati di happy end, ma credo ci sia un pubblico disposto a farsi affascinare da suggestioni di illusione e disincanto.  Le scelte di cast sono state opportune , non ispirati a criteri di popolarità ma piuttosto di aderenza fisica e bravura di interpreti, l’ensemble tecnico ha dato risultati strepitosi.

data di pubblicazione 18/05/2015


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ROME INDEPENDENT FILM FESTIVAL – RIFF

ROME INDEPENDENT FILM FESTIVAL – RIFF

(The Space – Cinema Moderno, Roma, 8/15 maggio 2015)

Ultima giornata al RIFF, la settima, non meno impegnativa delle precedenti che ci ha proposto, a chiusura, dei film molto interessanti.

Fair Play… Andrea Sedlackova è una regista cinematografica e televisiva, oltre ad essere anche sceneggiatrice e redattrice. Dopo la sua formazione al Prague’s Film Academy ha girato per la tv ceca diversi documentari ed ha vinto numerosi premi. Questo film, candidato al Crystal Globe è ambientato negli anni ottanta in Cecoslovacchia e tratta di Anna, velocista molto impegnata perché intende a tutti i costi partecipare e vincere una medaglia alle Olimpiadi.

Anna, sperando di avere così una opportunità di andare oltre la cortina di ferro ed assaporare quindi una boccata di libertà, si lascia convincere ad assumere sostanze proibite. La regista ha firmato anche l’ottima sceneggiatura.

Return to Homs. Il giovane Basset, allo scoppiare della rivoluzione in Siria per la liberazione dal regime di Assad, diventa uno dei leader delle proteste, ma in maniera del tutto pacifista, mediante le sue canzoni. Anche Osama è un pacifico attivista che documenta le varie fasi della rivoluzione con la sua macchina fotografica. Ma quando il regime bombarda furiosamente la città di Homs, i due prendono le armi e da pacifisti si trasformano in pericolosi fuorilegge.

Talal Derki ha studiato cinema e regia in Grecia. Attualmente si occupa di documentare la rivoluzione stessa siriana e grazie, al prezioso aiuto di Orwa Nyraba per la fotografia, ha firmato questo lavoro di indubbio interesse e di attualità. Sua anche la sceneggiatura.

Non so perché ti odio. Carrellata alla ricerca dei motivi più o meno inconsci che spingono gli individui a manifestare tanta avversità, o quasi disgusto, verso gli omosessuali.

Il regista, Filippo Soldi, ha lavorato con Ronconi ed ha scritto per la RAI diversi lavori che hanno ottenuto grande risonanza. Selezionato per il David di Donatello per il suo cortometraggio “Solo cinque minuti” con Valeria Golino, ha vinto il Festival NICE USA 2007. Ottimo lavoro.

Poi da segnalare questi ultimi due brevissimi corto:

Office Kingdom. Un flash sulla burocrazia in generale che travolge la quotidianità della nostra esistenza.

Il brevissimo corto è firmato da: Salvatore Centoducati, Eleonora Bertolucci, Giulio De Toma, Ruben Pirito. Tutti diplomati al Centro Sperimentale e con diverse esperienze cinematografiche.

Due piedi sinistri. Singolare breve corto di appena cinque minuti su una storia quanto mai singolare tra due dodicenni: Mirko e Luana.

Regia di Isabella Salvetti laureata alla Sapienza di Roma, ha frequentato a Los Angeles il Master in Producing all’AFI. Oggi lavora come assistente alla regia e come ispettore di produzione.

A conclusione di questa maratona di film, possiamo affermare di aver visto tanti ma tanti film interessanti che ci hanno colpito per la bravura dei registi che li hanno realizzati.

Un grazie anche all’organizzazione del Festival che anche quest’anno ci ha consentito di assaporare piccoli capolavori che altrimenti non avremmo mai incontrato nei circuiti cinematografici usuali.

data di pubblicazione 15/05/2015








ROME INDEPENDENT FILM FESTIVAL – RIFF

ROME INDEPENDENT FILM FESTIVAL – RIFF

(The Space – Cinema Moderno, Roma, 8/15 maggio 2015)

Presentati al RIFF, nella sua sesta giornata di programmazione, ben tre film della rassegna Teddy Awards, iniziativa molto valida che ha portato a Roma dei film a carattere sociale volta principalmente a promuovere la tolleranza e la solidarietà da parte delle istituzioni verso la libertà di espressione del proprio orientamento sessuale, senza la minaccia di subire violenze o persino, come ancora in alcuni paesi del mondo, di essere puniti con la pena di morte.

A Berlino, nell’ambito del Festival Internazionale (Berlinale), sono stati istituiti premi per differenti categorie: miglior film, miglior documentario, miglior corto e persino un “Premio Speciale alla Carriera” assegnato ai professionisti del settore.

Quindi sicuramente lodevole l’iniziativa di portare al Riff alcuni di questi film a tematica gay e che erano stati presentati all’ultima edizione della Berlinale dello scorso febbraio.

The way he looks. Storia di Leonardo, ragazzo appena adolescente, affetto da cecità che inizia a percepire la sua disabilità rispetto ai compagni della sua stessa età.

Inaspettatamente arriva nella scuola Gabriel con il quale Leonardo inizia una profonda amicizia, sperimentando nel contempo quei primi innocenti sentimenti d’amore che lui stesso non aveva mai provato verso qualcuno.

Film del giovane regista brasiliano Daniel Ribeiro, che ha studiato all’Università di San Paolo – Film School e che già con il suo primo corto “Café com Leite” ha vinto ben 27 premi tra i quali il Crystal Bear alla Berlinale. IL film presentato a Roma ha vinto ben 82 premi ed è stato presentato in un centinaio di festival internazionali.

Di rilievo la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, e la sorprendente interpretazione del protagonista Guilherme Lobo, nel ruolo di Leonardo.

Mondial 2010. Interessante documentario che una giovane coppia gay ha girato con la propria videocamera a Ramallah, mettendo a nudo il proprio rapporto d’amore in una realtà agonizzante e rischiando anche la propria pelle visto che è tassativamente proibito ad ogni cittadino libanese di intraprendere un viaggio in Israele o nei territori palestinesi.

Con questo cortometraggio il regista Roy Dib ha partecipato a diversi festival ed ha vinto il Teddy Award come best short film alla Berlinale, oltre ad altri numerosi premi in altrettanto importanti festival internazionali.

Stories of our lives. Progetto unico composto da cinque cortometraggi che illustrano chiaramente la situazione dell’omosessualità in Kenya.

Il film è stato girato da membri del Nest Art Company, con sede a Nairobi, che hanno raccolto direttamente le esperienze di vita ed i racconti di omosessuali, in un paese estremamente omofobico.

Il regista è Jim Chuchu, co-fondatore e direttore artistico del Nest che è anche uno spazio artistico multidisciplinare, il quale ha vinto numerosi premi internazionali.

Serata quindi molto interessante al Riff dove, accanto ai film segnalati, si sono alternati diversi cortometraggi molto apprezzati dal pubblico in sala.

 

data di pubblicazione 14/05/2015