da T. Pica | Gen 14, 2015
(Teatro dell’Orologio – Roma, 13/25 gennaio 2015)
Al Teatro dell’Orologio di Roma ha debuttato Il diario di Maria Pia, l’Opera, forse, più intima e sentita di Fausto Paravidino che da qualche anno ha incantato i teatri di mezza Europa.
Avvolti da una scenografia minimale ma al contempo inspiegabilmente calda e dolce, l’Autore, regista e protagonista, mette in scena l’ultimo mese e mezzo di vita della madre – interpretata dalla bravissima Monica Samassa – e con la poliedricità mimica e (unica) vocale che lo contraddistingue regala allo spettatore delle perfette miniature, quasi dei carboncini dei personaggi che con lui e Iris sono stati vicino a Maria Pia, intorno al suo letto d’ospedale.
La malattia di Maria Pia le strappa tutto d’un fiato le forze e la dottoressa si ritrova improvvisamente orfana del proprio corpo, della sua dimensione corporea, e priva della vitalità fisica che l’ha sempre caratterizzata in famiglia e tra i colleghi medici.
Ma solo il fisico è sopraffatto dal cancro e ormai inerme. La mente di Maria Pia, seppure annebbiata e talvolta confusa, resiste caparbia e il diario scritto sotto dettatura da Fausto diviene la voce del flusso dei suoi pensieri e dei ricordi. Ma il diario è molto di più: è la testimonianza di quello che la malattia, il suo silenzioso avanzamento verso l’inesorabile evento della morte, con molta probabilità potrebbe determinare nella mente di ognuno di noi. E grazie a questo diario la morte non fa poi così paura. Fausto Paravidino riesce a rappresentare i sentimenti e i flussi che hanno attraversato e fatto compagnia a Maria Pia nel suo ultimo frammento di vita con incredibile leggerezza grazie a un misurato ricorso all’ironia, con cui sdrammatizza le troppo spesso ciniche, fredde parole “calcolatrici” dei medici e delle statistiche. Lo spettatore viene rapito senza rendersene conto dal groviglio di amore, stupore e nostalgie che attraversano la stanza di Maria Pia, ma senza soffrire. Si non c’è sofferenza, non vi è traccia di dolore: né sul volto di Maria Pia, né su quello dei suoi cari, né su quello del pubblico.
Nell’Opera il dolore lascia il posto a pensieri semplici, dolci, talvolta solo apparentemente banali, che confluiscono nel prestigioso ricordo del “caco d’autunno”, disegnato da Maria Pia a 6 anni, e nella giusta distanza con cui alla fine la protagonista rimpiange l’affannosa, talvolta smaniosa, ricerca di una cultura sempre maggiore che poi a conti fatti, in quel letto di ospedale, appare esser stata manieristica, inutile o quantomeno eccessiva. Ma, soprattutto, dal diario di Maria Pia, nel flusso delle sue riflessioni spontanee, irrompe la solenne allegoria del mare di ovatta che lungo il testo si contrappone, in una lotta simbolica, al rullo compressore della malattia. Ognuno di noi ha il suo mare di ovatta in cui ritrovare tutte le cose belle della propria esistenza terrena e forse basterebbe ricordarsi e “accarezzare” questo mare di ovatta un pò più spesso per godere a pieno di ogni nostro istante sulla Terra.
Infatti proprio questo soffice mare di ovatta, con le sue triturine, annienta ogni forma di paura, di sofferenza lungo l’intera rappresentazione fino all’ultimo punto messo da Fausto sul diario.
Ed ecco che, dopo aver assistito partecipe all’intera Opera senza turbamenti, con il punto definitivo della morte di Maria Pia, solo in quel preciso momento, mentre siamo completamente rapiti dalla scena finale, gli occhi sono improvvisamente e sorprendentemente carichi di lacrime che fluiscono quasi singhiozzando. Del tutto inaspettatamente ci si ritrova in lacrime ma senza alcun dolore, senza ansie, in lacrime ma con il sorriso dettato da una strana sensazione di serenità mista a felicità.
Che dire! Con Il diario di Maria Pia Fausto Paravidino da prova di una sensibilità forte, poetica ed assoluta regalandoci un suo momento unico e intimo che, sebbene “sulla carta” degli stereotipi dovrebbe essere doloroso e triste, lascia positivamente scossi dentro. Si esce dal Teatro con gli occhi posticci e umidi, ma senza una briciola di sofferenza…anzi.
Una catarsi unica nel suo genere.
data di pubblicazione 14 /01/2015
Il nostro voto: 
da Alessandro De Michele | Gen 11, 2015
Quando Fellini la vide per la prima volta avanzare nei giardini del l’Hotel De La Ville a Roma, raccontò di aver provato quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità, che si prova di fronte alle creature eccezionali, come la giraffa, l’elefante, il baobab…. Visione sconvolgente e perturbante – tutto ciò che le stava intorno, sbiadiva come ombre attorno a una sorgente luminosa…– racconta ancora il regista.
Quella gloria di divinità elementare schiuse nella fantasia del grande artista visioni destinate a diventare mito, immagini potenti, inedite, modernissime e ancestrali: incarnazione del Femminile, accarezzando quella frangia d’acqua della fontana di Trevi come un’arpa ammaliatrice, richiamò a sé, oltre all’attonito Marcello, il pubblico di tutto il mondo.
E così la giunonica svedese, la pin-up girl hollywoodiana, da poco consacrata al grande cinema con la partecipazione al film Guerra e Pace di King Vidor, sbaragliando ogni moralistica resistenza entra prepotentemente nell’immaginario collettivo come un’epifania di bellezza rigeneratrice: quel gesto semplice e spontaneo di raccogliere poche gocce d’acqua e come in un battesimo pagano versarle poi sul capo dell’uomo che le sta di fronte, diventa l’espressione di una, seppur fuggevole, possibilità di riconciliazione e armonizzazione con la bellezza del mondo.
È solo un attimo, un fremito illusorio, un istante eterno, ma da quell’attimo-eterno, come un raro e preziosissimo esemplare di farfalla, Anita Ekberg resta infilzata come dallo spillone di un entomologo che, sottraendola alla vita, la condanna precocemente all’immortalità.
Toccata dalla potenza del genio, con La dolce vita, la Ekberg raggiunge un iperbole di “rappresentazione di sé” che non le consentirà più di trovare la misura giusta ad esprimere le sue potenzialità di interprete e di attrice internazionale.
Sull‘onda lunga di quel travolgente successo, non può che auto-consacrarsi rappresentando se stessa nel divertente e irriverente sberleffo ai censori de La dolce vita che è l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio del film Boccaccio 70, quindi, nella seconda metà degli anni ‘60, diventata cittadina italiana, partecipa a diverse produzioni internazionali e italiane, ma nessuna degna di nota.
Dopo una fuggevole apparizione, dove è ancora se stessa al seguito del Circo Orfei ne I Clown di Fellini, gli anni settanta le offrono solo ruoli in filmetti di genere, dove la sua “abbondante bellezza”, la sua imponete fisicità si afferma come il malinconico simulacro di uno sfiorito sex symbol sul viale del tramonto.
Ed è sempre sul filo di una malinconica nostalgia che si ripropone al pubblico la sua presenza in trasmissioni televisive commemorative, in interviste celebrative di un passato che sembra aver profondamente segnato la sua esistenza di donna sola, ora approdata ad una vita appartata, lontana dai riflettori, nella campagna romana, in compagnia dei sui cani.
Ma sarà ancora una volta nelle mani del grande demiurgo, che il suo mito riprenderà vita in alcune brevi, ma sempre memorabili sequenze cinematografiche, in cui realtà e fantasia, vita e rappresentazione si rincorrono e attraverso un reciproco riflettersi, si riconoscono.
E’ il set del film Intervista del 1987, e nella sua casa solitaria il grande regista la ritroverà: imponente e superba come un gladiatore, aprirà le porte a quella piccola troupe e un Mastroianni-Mandrake compirà il magico prodigio…: Oh bacchetta di Mandrake..il mio ordine è immediato….fai tornare i bei tempi del passato!!…
La sua luminosa bellezza riempie ancora lo schermo, per un attimo tutto resta sospeso, solo poche note dell’inconfondibile musica, poi tra volti rapiti e occhi velati, la voce di Marcello: – tu sei la prima donna del primo giorno della creazione…la madre, la sorella, l’angelo, il diavolo, la terra…la casa… ecco sì…sei la casa!…
data di pubblicazione 11 /01/2015
da T. Pica | Gen 11, 2015
(Teatro Argot Studio, Roma – 7/25 gennaio 2015)
Il Teatro Argot Studio inaugura il 2015 con l’ultimo Lavoro di Filippo Gili che si conferma autore drammaturgo sapiente. Sul palco dell’Argot si alternano tre spazi: al centro la casa dei genitori (Giovanni e Michela) dei protagonisti, Antonio e Elena, dunque la famiglia riassunta nel momento conviviale dell’incontro/scontro e del racconto. A sinistra lo spazio dell’intimità, dove si sviscerano le paure, i ricordi dei due fratelli (ma anche tra padre e figlia) e a destra l’ambiente freddo e asettico della stanza di ospedale dove i due medici perseguono la loro etica.
L’Opera si apre con quella che solo apparentemente è la “solita” cena di famiglia, una tavolata come tante altre, perché nel ritmo incalzante dei dialoghi iniziali, serrati e precisi, “quattro chiacchiere” (<<ma poi si dice “far quattro chiacchiere” o “fare due chiacchiere”?, “due passi” o “quattro passi”?>>) tirano altre quattro chiacchiere e la famiglia finisce con l’arrovellarsi sulla seguente domanda fatta solo pour parler dalla figlia ai genitori: se fossero costretti a dover scegliere quale dei due figli salvare ciascuno di loro chi sceglierebbe tra i due? Dopo il vortice dei fulminei ed ingenui botta e risposta dei quattro commensali le luci si spengono e si riaccendono quelle bianche al neon della camera di ospedale. Qui due medici comunicano ad Elena e Antonio che i loro genitori sono affetti da una malattia rarissima, talmente rara che pur ricorrendo in un soggetto ogni 6.000.000 questa volta si è palesata ed accanita con due persone che si amano e vivono da 40 anni sotto lo stesso tetto, nello stesso microcosmo di Terra. Fatti gli accertamenti clinici del caso, però, emerge che non entrambi i figli bensì solo Elena può sottoporsi all’unico espianto praticabile e, dunque, fratello e sorella dovranno scegliere in una manciata di giorni quale dei due genitori salvare. Da questo momento ha inizio il dramma, il dilemma tra ragione (o meglio, quel timido frammento di razionalità che fa capolino in situazioni tutt’altro che lucide) e sentimento, tra cinico calcolo e amore viscerale. Fratello e sorella si ritrovano più uniti che mai in un inferno di riflessioni, incubi e notti insonni. Chi sceglieranno e sulla base di quali “parametri”? Lasceranno che la malattia faccia il suo naturale corso e non sceglieranno o butteranno uno dei due genitori giù dalla “fredda” torre? Lasceranno che sia il caso a buttarne uno giù? La loro scelta sarà accettata dai due “ambasciatori” della scienza, che applicano la ricerca, le statistiche e parlano di etica perseguendo il “freddo” scopo di salvare vite umane?
Il Testo di Filippo Gili è davvero ben strutturato e affronta il tema classico e moderno della malattia e delle “Scelte” in modo energico, senza mai cadere nella banalità, nel “già visto e sentito”, senza angosciare misurando sapientemente l’ironia, il sarcasmo, l’amore e il dramma con dialoghi e interrogativi in cui ogni spettatore si immedesima fin da subito. L’Autore e il Regista hanno ben diretto gli attori e davvero ottima è la prova dei due protagonisti, Barbara Ronchi (Elena) e Massimiliano Benvenuto (Antonio): Lei incarna perfettamente il doppio dramma di figlia/bambina – che vorrebbe, come ogni bambina rannicchiata su un divano, soltanto vivere il dolore e gli ultimi momenti dei due genitori insieme – e quello di figlia eroina, a tutti costi dura che anche questa volta è prigioniera del ruolo di donna trentenne “con le palle” che non scende a compromessi; Lui, invece, è perfetto nel ruolo del fratello Antonio il quale alla fine, dopo aver provato a mediare tra la sorella e la “voce della medicina”, rimane ipnoticamente assorto, immobile, e lascia alla sorella – o forse lo aveva lasciato fin dall’inizio – il compito di scuotere e definire gli eventi. Entrambi i protagonisti catalizzano la scena e tengono vivo tutto il testo fino al sipario che cala con l’assordante ultima “goccia d’acqua” che cadendo fa traboccare il vaso del dilemma. Quel vaso ormai colmo di tutte le possibili (ed impossibili) assurde combinazioni di criteri vagliati per approdare alla scelta bramosamente attesa dai due medici. Dall’alto di una fredda torre è una pièce teatrale che potrebbe tranquillamente approdare al grande schermo del cinema d’Autore. Da vedere!
data di pubblicazione 11 /01/2015
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Gen 9, 2015
(Cantieri contemporanei – Teatro Due Roma)
La compagnia BluTeatro con un interessante lavoro di Massimo Odierna ha aperto ufficialmente la rassegna Cantieri contemporanei – Officina promozionale della drammaturgia contemporanea.
Il gruppo teatrale si è costituito nel 2011 ed è formato da giovani attori tutti provenienti dall’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio d’Amico, che hanno esordito nello stesso anno in un importante Festival teatrale a Mosca, in rappresentanza dell’Italia, con La bottega del caffè di Goldoni.
Il lavoro, diretto da Massimo Odierna, napoletano classe 1986, ha subito risonanza e la compagnia verrà successivamente inserita, per due anni consecutivi, nella stagione del Teatro Vittoria di Roma. Seguiranno altri nuovi allestimenti e progetti didattici che porteranno i giovani attori ad essere considerati dei veri e propri professionisti.
Il giovane autore e regista mette ora in scena Un signore in vestaglia domani si sveglierà presto e già dal titolo ci si può fare una idea su quello che ci aspetta: una sequenza di dialoghi sconclusionati e dove ricercare un filo logico è assolutamente impossibile.
E’ da credere che sia proprio questo l’intento di Massimo Odierna mettendo sulla scena una serie di personaggi connessi, direi per caso, tra di loro ma che difficilmente interagiscono in un clima assurdo dove l’illogico regna sovrano.
Ci vorrà dire che nel mondo di oggi tutto è superficiale ed i temi comuni di morte, amore, amicizia, sesso sono oramai in balìa di parole vuote e prive di significato?
Bravi gli attori (Luca Mascolo, Vincenzo D’Amato, Alessandro Meringolo, Sara Putignano, Viviana Altieri oltre a Massimo Odierna stesso) anche se l’eccessiva mimica li rende spesso grotteschi e sopra le righe.
Ma forse è proprio questo che rende il lavoro interessante e degno di attenzione.
data di pubblicazione 09 /01/2015
Il nostro voto: 
da Elena Mascioli | Gen 8, 2015
(Mostra a cura di Marco Goldin – Basilica Palladiana, 24 Dicembre 2014 / 2 Giugno 2015)
Una splendida Piazza dei Signori, addobbata per le feste ed occupata dai banchi di un mercatino natalizio di pregevole qualità ha fatto da cornice alle due ore di fila necessarie per entrare alla mostra in corso nella neo-restaurata Basilica palladiana di Vicenza (si consiglia vivamente, dunque, di prenotare in anticipo). 115 le opere ad attendere il visitatore della mostra intitolata Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento, aperta fino al prossimo 2 Giugno 2015. Un titolo ed una mostra ambiziosi, che hanno scatenato perplessità da più parti, anche nei docenti del locale Liceo Classico, come riportato dalle chiacchiere dei vicentini tra i banchi del mercato. Una mostra ambiziosa che spiazza il visitatore, con un iniziale criterio espositivo cronologico (come elencato anche nella descrizione in breve sul sito http://www.lineadombra.it/ita/mostre/tutankhamon-caravaggio-van-gogh/la-mostra/tcvg-mostra/tcvg-mostra-breve.php) immettendoci nelle buie sale dei pezzi egizi, per poi proseguire , nelle sale successive, con criteri di analogia e raffronto di opere di epoche diversissime, legate da un uso simile della luce o dal tema raffigurato. Il raffronto è il sale di una mostra che altrimenti crea difficoltà a rinvenire il filo conduttore prescelto, sia per la sua mancata evidenza di fronte alle opere, sia per la difficoltà di fruizione delle didascalie, dovuta alla prolissità verbosa e concettuale delle stesse e alla scelta dei colori di sfondo e caratteri, oltre che all’illuminazione spesso insufficiente. E se il percorso egizio rimane come una porzione a sé stante, apparentemente ma anche logisticamente slegata dal resto, pregevoli sono alcuni raffronti e accostamenti, il contemporaneo Lopez Garcia accanto ad un Tiziano, uno splendido Poussin e l’inquietante Bacon. Notevoli tutte le opere dello spagnolo Lopez Garcia, di cui si svolge contemporaneamente una mostra monografica a Palazzo Chiericati, così come le sferzate sull l’immaginario delle opere di Wyeth, Turner, Friedrich, Hopper e le incisioni di Rembrandt e Piranesi. Gioiello della sala finale il Narciso di Caravaggio. Ma la mostra, comunque interessante di sé, val bene il biglietto anche solo se si alza il naso in su e ci si lascia incantare dalla meraviglia che è la Basilica Palladiana che la ospita
data di pubblicazione 08 /01/2015
da Maria Letizia Panerai | Gen 7, 2015
Allacciate le cinture è il secondo film di Ozpetek ambientato nel Salento, in particolare a Lecce, che tuttavia si discosta da tutte le precedenti pellicole del regista turco perché, pur nella coralità che accomuna quasi tutti i suoi lavori, è il primo lungometraggio che ha al centro una storia d’amore tra un uomo e una donna. E’ un amore vero quello tra Elena e Antonio, così distanti ma inevitabilmente attratti l’uno dall’altra: ed è proprio questo amore che darà loro la forza di “allacciare le cinture” di fronte alle difficoltà della vita ed andare avanti senza mollare. Sicuramente a Ferzan Ozpetek, regista non sempre amato, bisogna riconoscere un pregio non comune: quello di essere un profondo osservatore e conoscitore di generi umani e di avere l’abilità di raccontare storie così ricche di sentimenti, aneddoti, situazioni disparate, in cui ciascun spettatore può trovare un lembo di sé.
Dedichiamo a questo film, una ricetta tipicamente pugliese, anche se un po’ rivisitata: la purea di fave.
INGREDIENTI: 300 gr. di fave secche decorticate – 1 grossa patata – 1 gambo di sedano – sale grosso q.b. – olio d’oliva q.b. – finocchietto selvatico
PROCEDIMENTO: Mettere a bagno le fave decorticate in un recipiente con dell’acqua calda ed un po’ di sale grosso, e farle stare in ammollo per tutta la notte. La mattina dopo scolarle e sciacquarle abbondantemente; metterle quindi in una pentola assieme alla patata fatta a pezzetti ed al gambo di sedano sempre tagliato a pezzetti. Coprirle con l’acqua sino a due dita sopra e metterle a cuocere a fuoco moderato per almeno 30/40 minuti, rimboccando di acqua tiepida se dovesse essere necessario, sino ad ottenere una purea.
La purea così ottenuta tende a raggrumarsi e a cristallizzarsi velocemente: niente paura, all’occorrenza basterà aggiungere un po’ di acqua e far riprendere il bollore. La purea di fave va servita calda con olio a crudo e con del finocchietto selvatico fresco o secco.
da Antonio Iraci | Gen 7, 2015
Il Teatro Due Roma, in via due Macelli 37, ospiterà dall’8 al 25 gennaio un interessante progetto teatrale denominato Cantieri Contemporanei – Officina promozionale con il patrocinio dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
La rassegna, presentata in conferenza stampa dal direttore artistico del teatro Marco Lucchesi, prevede quattro spettacoli:
.
Un signore in vestaglia domani si sveglierà presto, scritto e diretto da Massimo Odierna, in programma l’8 ed il 9;
.
Das Schloss da F. Kafka, con la regia di Francesca Caprioli, dal 10 al 14;
.
Assolutamente deliziose di Claire Dowie, con la regia di Emiliano Russo, dal 15 al 20;
.
Julien Zoluà di Giulio Maria Corso, diretto da Roberta Azzarone, dal 21 al 25.
.
I lavori sono stati poi singolarmente presentati dai registi, tutti ragazzi appena diplomati all’Accademia, i quali hanno voluto sottolineare la loro voglia di lavorare e creare insieme, tutti spinti da un entusiasmo che oggi difficilmente riscontriamo negli “adulti”, ma che sicuramente non ha abbandonato i giovani, pur in presenza dell’attuale quadro socio-politico che certamente non dà giusto rilievo alle iniziative culturali.
Il Teatro Due Roma, che si appresta a varare durante questo 2015 appena iniziato una serie di progetti drammaturgici e teatrali di sicuro interesse, si è quindi presentato ancora una volta come un centro di promozione, distribuzione e formazione di giovani impegnati a fare teatro.
Noi di Accreditati seguiremo con la dovuta e meritata attenzione i lavori in programma e come sempre vi daremo le nostre impressioni, qualunque esse siano, senza trascurare sin d’ora lo spirito creativo e l’impegno di questi giovani, futuri protagonisti della scena teatrale italiana.
data di pubblicazione 07 /01/2015
da Maria Letizia Panerai | Gen 4, 2015

A volte sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare. Manchester 1951: Alan Turing, professore di matematica presso il laboratorio di fisica dell’università, in seguito ad una perquisizione delle autorità britanniche nel suo appartamento per indagare su una segnalazione di furto con scasso, viene successivamente arrestato per atti osceni in luogo pubblico. Durante l’interrogatorio, però, non gli vengono rivolte domande circa il motivo dell’arresto ma piuttosto su quale lavoro svolgesse durante la seconda guerra mondiale. Lo scienziato faceva infatti parte di un ristretto gruppo di esperti matematici ed analisti incaricati direttamente da Winston Churchill per conto del re, chiamati allo scopo di decodificare i messaggi di Enigma, il sistema che criptava le missive con cui lo stato maggiore militare nazista comunicava tutti gli attacchi, i bombardamenti e le operazioni militari. Messaggi, dunque, che viaggiavano nell’aria e che chiunque poteva captare perché apparentemente non segreti, ma che nessuno poteva capire perché non si conosceva come decodificarli: trovare la chiave di lettura di Enigma era l’incarico per sconfiggere Hitler e vincere la guerra. Ma Turing, giovane dal carattere impossibile e per nulla collaborativo con i colleghi, decise di andare oltre teorizzando un’intelligenza artificiale in grado di “imitare” il modo di ragionare degli uomini, ma con molte più possibili diversità di ragionamento, in modo da essere in grado di rintracciare i 159 milioni di milioni di milioni di combinazioni che Enigma ogni giorno era in grado di produrre, dai contenuti indecifrabili. Chiese ed ottenne direttamente da Churchill un cospicuo finanziamento ed un tempo illimitato di lavoro per progettare e costruire Christofer, un calcolatore digitale che potremmo definire il prototipo primordiale dei moderni computer. Grazie anche alla macchina di Turing, durante il secondo conflitto mondiale fu possibile la creazione di un archivio britannico di informazioni militari denominato Ultra, che partendo dalla conoscenza anticipata delle strategie nemiche, accorciò di molto la durata del conflitto salvando la vita a svariati milioni di persone.
Vincitore nel 2014 del Toronto International Film Festival e candidato a 5 Golden Globe per il 2015, The Imitation Game del norvegese Morten Tyldum, adattamento cinematografico della biografia di Alan Turing, si regge prevalentemente sulla bravura da Oscar di Benedict Cumberbatch, che riesce da solo a dare corpo al vero e proprio argomento centrale del film: il martirio di un genio, riabilitato come eroe solo nel 2013 dalla regina Elisabetta, che visse nell’Inghilterra dei primi anni ’50 quando l’omosessualità era illegale e la pena, in caso di arresto per atti osceni in luogo pubblico, era la castrazione chimica, moderna sostituzione dei lavori forzati ai quali era stato condannato a fine del 1800 Oscar Wilde.
Ottima la sceneggiatura, supportata da un ritmo che ricorre sovente al flashback, ma che tuttavia ruotando sempre intorno al protagonista penalizza il resto del cast sempre in ombra, anche per interpretazione; ne esce fuori un’opera biografica, dove la compagine storica in cui si svolge la vicenda potremmo quasi definirla marginale, o quantomeno pretestuosa per parlare di diversità ed emarginazione, partendo proprio dalla genialità del suo protagonista che non fu mai decodificata dalla cosiddetta “normalità”.
data di pubblicazione 04 /01/2015
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Gen 4, 2015

Il mondo è popolato da tre categorie di uomini: le pecore, i lupi e i cani da pastore. Chris non è nato né per subire passivamente il male né per prestare a quel male le proprie fauci: la missione alla quale è destinato è quella di difendere chi non ha la forza o la capacità di badare a se stesso, anche quando ciò comporti la definitiva eliminazione dell’avversario.
In American Sniper Bradley Cooper presta il suo volto e i suoi muscoli a Chris Kyle, il cecchino “Leggenda” dei Seals, che ha messo a segno 160 bersagli durante la guerra in Iraq. Per quanto il film si riveli a tratti intriso di celebrativo patriottismo, Clint Eastwood sembra scongiurare il rischio di una compiaciuta celebrazione della guerra americana “di difesa e di liberazione” e delle sue logiche fatte (anche) di uno straripante ego virile, che magari indossa la maschera dell’insindacabile senso del dovere e veste il mantello del supereroe che protegge la città dall’alto, con il potere della sua mira infallibile.
La storia di Chris Kyle, forse esageratamene patinata per ciò che attiene alla sua dimensione privata al fianco dell’impeccabile mogliettina Sienna Miller, finisce piuttosto per mostrare come tra i fumi e le polveri del campo da battaglia la dicotomia bene/male divenga meno nitida dell’immagine delle Torri gemelle che si sgretolano guardata attraverso il televisore. Nel momento in cui nel mirino finiscono donne e bambini, persino il più fedele e intrepido cane da pastore prova la lacerante sensazione di trasformarsi in lupo spietato.
Quel campo da battaglia che si rende esperienza inevitabilmente totalizzante per i combattenti che, per le ragioni più diverse, decidano di mettervi piede. Anche quando si torna a casa, non si torna mai veramente. Il rombo di un motore, un suono metallico, un cane che gioca con un bimbo: ogni dettaglio della “vita” finisce per assumere la consistenza della “morte”.
132 minuti di ritmo incalzante per un film che in più di una sequenza lascia lo spettatore con il fiato sospeso e che, pur non essendo forse tra le prove migliori di Eastwood, si caratterizza per quel misto di spettacolarità e di esistenzialismo che rendono riconoscibile il suo cinema.
data di pubblicazione 04 /01/2015
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Gen 4, 2015
Big Eyes di Tim Burton racconta al grande pubblico la storia vera di Margaret Keane, la pittrice dei bambini con gli occhi grandi.
Gli occhi, si sa, sono lo specchio dell’anima e Margaret l’anima la vede così: sconfinata, sproporzionata, ingombrante, sgranata sul mondo e sugli altri occhi. Gli occhioni dei suoi bimbi resterebbero però uno dei tanti orpelli da bancarella se il secondo marito di Margaret, Walter Keane, affabulatore con la smania di diventare artista, non si appropriasse fraudolentemente delle opere della moglie immettendole nel tritacarne dell’arte massmediatica. Quell’arte in cui i critici riescono a vedere solo del banale kitsch involgarito dall’ossessione della serialità, ma che il resto del mondo è disposto a comprare senza riserve. E quando le tele diventano troppo costose, si passa alla loro riproduzione: poster, cartoline, biglietti d’auguri venduti nella galleria d’arte di Walter e negli scaffali del supermercato.
Margaret, dopo aver divorziato dal primo marito, non se la sente di mettere nuovamente in discussione quella potestà maritale alla quale persino un prete si sente in dovere di richiamarla, nell’America degli anni Sessanta non ancora pronta a metabolizzare un’arte fatta da donne. Per questo continua a dipingere e a lasciare che Walter si goda l’inebriante ubriacatura del successo. Continua a dipingere in maniera bulimica, nevrotica, patologica, fino a quando la classica goccia che fa traboccare il vaso non la convincerà a cambiare vita e a trascinare suo marito in tribunale.
Pronunciare il nome “Tim Burton” significa accostare a quel nome l’aggettivo “visionario”, ma in Big Eyes di visionario c’è davvero molto poco, se si fa eccezione per la sequenza del supermercato e quella del tribunale e per gli abbaglianti colori della fotografia dell’inizio e della fine del film che esaltano lo sguardo di Amy Adams, più sconfinato, sproporzionato, ingombrante e sgranato di quello dei suoi bambini.
Una bella “favola vera” sostenuta dalle interpretazioni magistrali di Amy Adams e Cristoph Waltz, ma con scarsa capacità di sorprendere e di incantare.
data di pubblicazione 04 /01/2015
Scopri con un click il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…