DUMBO di Tim Burton, 2019

DUMBO di Tim Burton, 2019

Dopo mesi di attesa è finalmente arrivato nei cinema italiani il remake di Dumbo, uno dei cartoni animati Disney più celebri e amati, realizzato da Tim Burton.

 

Siamo nel 1919 e la colorata “famiglia” del Circo Medici, capeggiata dal fanfarone Maximilian (Danny Devito) arriva, dopo un lungo tour itinerante, a casa. Contemporaneamente ritorna dalla guerra, appena finita, Holt Farrier (Colin Farrell) che si riunisce ai due figli, Milly e Joe, che nel frattempo hanno perso la madre. Il nuovo scenario non è certo tra i più sereni: c’è una crisi dilagante, l’appezzamento di terra dove una volta si stabiliva il Circo è diminuito, per sopravvivere Maximilian ha dovuto vendere i cavalli di Holt e una serie di mobili. Sono però rimasti gli elefanti e tra questi c’è una new entry: un’elefantessa indiana che di lì a qualche ora mette al mondo il suo piccolino che, tuttavia, viene subito schernito e visto come l’ennesima zavorra del barcollante Circo: il piccolo elefante (Jumbo) ha due orecchie enormi, deformi, che addirittura lo fanno inciampare e cadere su se stesso. La madre, per difenderlo dagli attacchi e gli scherni di un membro del circo e, la sera successiva, del pubblico diventa suo malgrado protagonista di un episodio di violenta distruzione del tendone e di pericolo per i circensi e gli spettatori e viene restituita al suo venditore. Ha così inizio la solitudine dei Jumbo, che ora tutti chiamano Dumbo per via del suo aspetto goffo e deforme. Grazie all’amorevole amicizia di Milly e Joe, che lo convincono a esibirsi mostrando la sua capacità di volare affinché Maximilian abbia i soldi per poter ricomprare la sua mamma, Dumbo diventa la star del Circo Medici. Il richiamo di pubblico e il successo desta però l’attenzione di Mr Vandemere (Michael Keaton), direttore di Dreamland (una città del divertimento che ricorda le atmosfere del Paese dei balocchi del cartone Disney Pinocchio), il quale si accaparra la star Dumbo inglobando nella propria realtà – una fittizia società sfavillante – il Circo Medici. Ma non è oro tutto quello che luccica e l’avidità e il cinismo di Vandemere escono subito allo scoperto. Unica nota positiva la madre di Dumbo è stata inserita nell’attrazione dell’isola dell’incubo di Dreamland e allora avrà inizio un piano per liberare la mamma di Dumbo e riconquistare tutti insieme la libertà. E’ evidente come il Dumbo “timburtiano” abbia ben poco del pachiderma disneyano: al netto dell’impressionante somiglianza dei due elefantini – uno frutto del carboncino di Walt Dinsey e l’altro della “matita digitale” – e di un paio di richiami alla ninna nanna Bimbo Mio (interpretata dalla cantante Elisa) e all’immagine delle bolle di sapone che divengono elefanti rosa (molto più originale e moderna la loro versione disneyana), il Dumbo di Tim Burton racconta una storia tutta sua dove ovviamente si vuole raccontare, attraverso i “diversi”del Circo Medici – tra cui Holt senza un braccio, la Sirena del Circo Medici strizzata nella sua burrosa taglia Large e il deforme Dumbo – come non ci si debba vergognare delle proprie imperfezioni, ne porle come le fondamenta di una serie di complessi e limiti alla libera affermazione ed espressione di noi stessi e della nostre personalità e aspirazioni. Nonostante il film scorra e nella parte finale abbia anche un tono avvincente, personalmente ho avvertito l’assenza di quel qualcosa di magico che solo Walt Dinsey anche grazie alle parentesi musicali – dalle cornacchie che cantano “ne ho vedute tante da raccontar ma mai un elefante volar” agli psichedelici, a tratti moderni allucinogeni, elefanti rosa “son qua, son qua…” – aveva creato rendendo il disegno della storia di un piccolo elefante diverso davvero magico e unico, indelebile. Tim Burton ha messo in scena un Dumbo moderno dove ha inserito una moltitudine di piccole storie e messaggi che gli danno quasi un’originalità tutta sua. Sicuramente, ricreare la magia di un cartone con una storia e una sequenza di episodi, immagini e musiche incastonate nell’immaginario collettivo non era un’opera facile, ma in ogni caso la nuova versione umanizzata desta curiosità.

data di pubblicazione:07/04/2019


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W LE DONNE di Riccardo Rossi e Alberto Di Risio

W LE DONNE di Riccardo Rossi e Alberto Di Risio

(Sala Umberto – Roma,26 febbraio/ 3 marzo 2019)

La Trilogia di Riccardo Rossi in scena al Teatro Sala Umberto si chiude con un vero e proprio manifesto e inno alle donne.

 

Con W le donne lo spumeggiante Riccardo Rossi porta in scena un omaggio alla figura femminile partendo da una certezza inconfutabile: la donna è brava, lo sa ed è superiore all’uomo. Non a caso, partendo dal dato scientifico dell’analisi dei cromosomi, è sempre stato evidente che l’uomo altro non è che un errore umano “uno scherzo della natura” e difatti – citando Groucho Marx – “Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta”.

Riccardo – ormai mi prendo la confidenza di parlarne come di un amico, uno di famiglia perché così non può che essere dopo la condivisione di ricordi, episodi, pezzi di vita così vicini e familiari a me come al resto del pubblico – racconta, con il suo tono canzonatorio, burlesco e a tratti irreverente, come la vita dell’“errore umano”, alias l’uomo, sia fin dal primo gemito soggetta/sottomessa alla presenza forte, a tratti “manesca” e devastante della donna: dall’ostetrica, alla madre, passando per la maestra, la sorella, la migliore amica, la prima, seconda e forse la terza moglie, la suocera, l’amante, la nonna fino all’esilarante e incredibile momento di “umiliazione” e terrore con la moglie del portiere! Ciascuno di noi, uomo o donna che sia, può ritrovarsi e riconoscersi in questi piccoli affreschi colorati dalla “chiamata in causa” come esempi concreti di personaggi noti come Mina e Madonna Ciccone. W le donne, però, non regala solo perle di intelligente ironia e ilarità, perché Riccardo al cospetto dell’universale potenza e superiorità della donna, vuole anche raccontarci piccole ansie, imbarazzi, emozioni e sentimenti dell’uomo che, al nostro cospetto, spesso può trovarsi travolto e inciampare sulle sue paure o emozioni. E così, quando legge la lettera scritta da un padre per la figlia – unica “vestale” dell’amore più profondo e infinito che un uomo potrà mai provare e dimostrare per una donna – ti ritrovi emozionata come una bambina. Poi per fortuna irrompe la musica ritmata degli Wham!, asciughi gli occhi lucidi, e si riprende il viaggio tra i “volti” femminili che, con toni e ruoli diversi, accompagnano e accompagneranno per sempre ogni maschio.

Lo spettacolo volge poi al termine con una riflessione verissima che trae spunto da una frase con cui la madre di Riccardo gli ricorda che le generazioni nate dopo di lei, classe 1933, sono vissute – ancora oggi vivono – nell’“ovatta”. Partendo da questo incipit – che ci fa capire e comprendere alcuni atteggiamenti dei nostri genitori che nel quotidiano invece talvolta ci spiazzano o irritano – si snoda una parentesi dolce, vera e poetica dedicata dal protagonista a sua madre che si chiude con il fil rouge dello spettacolo: qualunque ruolo assuma nell’arco della sua vita – madre, sorella, fidanzata, figlia, moglie, suocera – la donna dovrà sempre avere rispetto!

Uno spettacolo arguto da vedere per ridere, sorridere e, soprattutto, emozionarsi!

data di pubblicazione:01/03/2019


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THAT’S LIFE! – di Riccardo Rossi e Alberto Di Risio

THAT’S LIFE! – di Riccardo Rossi e Alberto Di Risio

(Sala Umberto – Roma,12/17 febbraio 2019)

Al “centro” della sagace Trilogia di Riccardo Rossi, tra lo spettacolo L’amore è un gambero e Viva le donne, ha esordito ieri al teatro Sala Umberto di Roma il “mediano” That’slife!

 

Se avete voglia di una serata diversa, all’insegna di momenti amarcord e, soprattutto, se siete travolti (e stravolti) dal caos metropolitano serve un po’ di sana condivisione e That’s life! è lo spettacolo che fa per voi. E già, perché lo spettacolo del mattatore Riccardo Rossi è un album di istantanee delle fasi della vita dove inesorabilmente tutti gli spettatori, anche quelli che come me stazionano nella fascia “35/45 l’età dei doveri”, ritrovano una serie di “foto” proprie o di un genitore o di un caro amico.

Si parte dalla fine con la “lapidaria” è fatta! per poi riprendere le fila dal primo gemito emesso nella sala parto: ecco che ha inizio lo spassoso viaggio dei momenti topici della vita di ognuno di noi. Con l’ausilio di alcune foto e delle incursioni musicali sapientemente inserite dal navigato e sopraffino intenditore di musica Riccardo Rossi, ci si ritrova a condividere, insieme alla signora sconosciuta che ci siede accanto e al signore della fila davanti, una serie di momenti cruciali, dolci e amari, che – anche grazie alla distanza segnata dal tempo o al fatto che per alcuni sono ancora momenti noti de relato – sono tutti indistintamente unici ed esilaranti.

La fase dell’incoscienza, quella degli ottantenni, la fatidica tappa dei 50 anni, il primo vero debutto in società che si manifesta a febbraio durante l’età dell’innocenza…e in effetti è proprio questa la vita! Ogni fase, ogni età ha i suoi momenti d’oro, le sue ossessioni e le priorità cambiano. Tuttavia, il mix di emozioni, obiettivi, entusiasmi che colorano le varie tappe ci rendono tutti delle irresistibili macchiette, ci rendono tutti uguali nelle nostre fragilità, ansie, paure e nei sentimenti avvicinandoci e abbattendo i muri delle differenze artefatte e dell’indifferenza perché ad ogni età il motto è uno soltanto: barcollo ma non mollo! Questa è la vita, fatta di musica – da Stevie Wonder, a Gloria Gainor fino agli inossidabili pimpanti Rolling Stones – gaffe, siparietti, voglia di correre e di non arrendersi mai, chiudendo ogni tanto un occhio sui segnali del tempo che passa.

Uno spettacolo da non perdere per un momento di autentica condivisione esilarante!

data di pubblicazione:13/02/2019


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BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer, 2018

BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer, 2018

A quasi due mesi dall’uscita nelle sale italiane, potevamo noi Accreditati non scrivere di uno dei film più acclamati degli ultimi anni? E già, a quanto pare, e la permanenza in sala la dice lunga, Bohemian Rhapsody del regista Bryan Singer è tra i film che ha più incassato negli ultimi 20 anni e la corsa al botteghino non pare destinata ad esaurirsi.

 

Il lungometraggio racconta la storia del leggendario gruppo rock pop dei Queen attraverso l’occhio del front man Freddie Mercury (Rami Malek). Freddie, così si faceva chiamare invece di Faruk, non si riconosce nei rigidi insegnamenti del padre e della sua famiglia persiana migrata in Inghilterra. In un clima di latente ribellione nei confronti degli schemi tradizionali e delle aspettative nutrite per lui dal padre, la musica è il cuore che pulsa dentro Freddie e lo spinge, come in una sorta di disegno divino già scritto, a conoscere, nella stessa serata, i 3 ragazzi che poi sarebbero diventati la sua “famiglia” dal nome Queen e l’amore della sua vita (“Love of my life” fu scritta per lei) Mary (Lucy Boynton). Siamo nel 1970 e Freddie, Brian May (un identico Gwilym Lee), Roger Taylor (Ben Hardy) e Jhon Deeacon (Joseph Mazzello) iniziano la loro inaspettata ascesa all’olimpo della musica mondiale. Come in tutte le favole però, il nostro eroe deve fare i conti con il successo, i suoi conflitti interiori mai del tutto risolti, la presa di coscienza della sua omosessualità concomitante con l’amore per Mary e i personaggi saprofiti che lo affiancheranno giocando sulle sue debolezze per trarne solo profitto, tra cui Paul Prenter (Allena Leech) che divorò Freddie portandolo a lasciare i Queen e a precipitare. Il film ben racconta l’esordio, l’ascesa, le frizioni, il momento buio del leader del gruppo, catapultando lo spettatore nel fenomenale tornado che rapì 4 giovani ragazzi, estremamente diversi tra loro ma uniti dalla passione sfrenata per la musica che ne curò la sofferenza per la comune appartenenza alla classe degli emarginati, degli incompresi invisibili della società di quegli anni.

E così, una dopo l’altra, assistiamo entusiasti alla nascita delle prime note, degli accordi e dei testi delle canzoni che poi sarebbero divenute leggenda segnando le tappe del successo dei Queen, tra cui la mitica Bhoemian Rhapsody che da il nome al film, fino al concerto Live Aid del 13 luglio 1985 che segnò il ritorno insieme dei Queen. Sul palco del Wembley Stadium di Londra Freddie ritornò sulle scene per beffare e ignorare il virus Hiv che ormai lo aveva colpito, continuando a fare quello per cui era nato: cantare e far toccare al pubblico, insieme alla sua famiglia Queen, il paradiso con un dito. Nonostante il Golden Globe recentemente vinto come “Migliore film drammatico”, Bohemian Rhapsody non spicca per particolare bravura degli attori – il protagonista Rami Malek vincitore del Golden Globe “migliore attore protagonista in un film drammatico” appare a tratti ridicolo. Infatti, la marcata ed eccessiva accentuazione dei denti incisivi sporgenti lo portano più ad assumere espressioni distorte e fuori luogo, penalizzandone sia la eventuale bravura recitativa, sia la somiglianza con il divino Freddie Mercury.

Diciamo che la forza travolgente, emozionante e commuovente del film, che nel complesso è piacevole e regge per l’intera durata, vince facile grazie al repertorio della band e alla magia della storia di questo gruppo unico nel suo genere. In ogni caso, per chi ancora fosse indeciso, un film da vedere per tornare ad appassionarsi o per conoscere meglio un pezzo di storia della musica mondiale.

data di pubblicazione:19/01/2019


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TROPPA GRAZIA Gianni Zanasi, 2018

TROPPA GRAZIA Gianni Zanasi, 2018

La giovane geometra Lucia (Alba Rohrwacher), ragazza madre dell’adolescente Rosa, tenta di sopravvivere e di rimanere a galla barcamenandosi in piccoli lavoretti che talvolta lei stessa, nonostante la sua figura femminile esile, graziosa ed angelica, si trova in buona fede ad “estorcere” imponendo consulenze o pareri alle direzioni di cantiere in cui si intrufola mossa, in primis, dall’irrefrenabile voglia di far bene e garantire che l’edificazione, il progetto siano in regola con le regole del piano regolatore, delle mappe del catasto e dell’agenzia del territorio.
Nei maldestri e a volte rischiosi tentativi di sbarcare mensilmente il lunario, Lucia viene designata, proprio per la sua disperato bisogno di lavorare, dal sindaco Paolo (Giuseppe Battiston) per mettere “ordine” nelle mappe di classamento di alcuni ettari di terreno della campagna del viterbese dove un suo amico imprenditore (Thomas Trabacchi) dovrà realizzare un impianto alberghiero di lusso. Lucia, la quale ha da poco messo alla porta il compagno Arturo (Elio Germano), si tuffa in questo incarico che ben presto diverrà la fonte dei tormenti della sua coscienza. Lucia si rende conto di alcune irregolarità tra il progetto edile in fase di avvio e la reale conformazione dei terreni interessati dall’imminente edificazione, ma il sindaco le chiede di chiudere un occhio. Non appena si trova costretta a rinnegare i suoi principi di geometra corretta che agisce nel rispetto delle regole, Lucia inizia ad avere delle apparizioni: una giovane Madonna, dai modi talvolta aggressivi, le chiede di bloccare i lavori del progetto e di costruire una Chiesa su quell’area.
Il film, vincitore del premio Label nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del Festival del cinema di Cannes, è una commedia che timidamente, in una chiave a tratti tragicomica, ricorre ad una storia del paranormale per raccontare come ormai la vera normalità – sicuramente in Italia come in altri paesi – sia quella di un modus operandi conforme al non rispetto delle norme, dei piani regolatori, dei vincoli a tutela dell’ambiente e del paesaggio. Tutti lavorano chiudendo un occhio, violando o fingendo di non conoscere il limite della regola posta nell’interesse comune ed ecco che allora deve scomodarsi addirittura la Madonna per rimettere in riga quelle “perle rare” che a discapito della loro esistenza, del successo e dell’affermazione economica personale, agiscono nel rispetto del prossimo e della legalità. Che direzione prenderà Lucia? Cosa si cela sotto quei terreni?
Troppa grazia parte sicuramente da una buona intuizione e regala qualche sorriso grazie alla bravura del cast, a cominciare da Alba Rohrwacher, Elio Germano e il cameo di Carlotta Natoli (nel ruolo della migliore amica di Lucia). Tuttavia, la storia non fluisce, a tratti è troppo lenta, non ha il ritmo che probabilmente con qualche minuto in meno – ad esempio eliminando una serie di dialoghi e momenti spenti e inutili tra i personaggi di Lucia e Arturo (quest’ultimo davvero superfluo nella sceneggiatura) – e con dei migliori effetti speciali sarebbe stato meno banale e più sensato seppure nell’ambito di un racconto del paranormale.
Probabilmente in contrapposizione con il parere della giuria della sezione Quinzaine a Cannes 2018, il film non prende l’attenzione dello spettatore e non convince, salvo per la bravura della protagonista che finalmente veste i panni di un personaggio imperfetto e sorretto da una certa vis comica.
data di pubblicazione: 26/12/2018

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