CASA D’ALTRI di Gianni Amelio, 2017

CASA D’ALTRI di Gianni Amelio, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

 

Il terremoto di Amatrice. Le macerie materiali e spirituali. La disperazione. La speranza. La memoria che da sola non basta.

Casa d’altri era indubbiamente tra gli eventi speciali più attesi di Venezia 74. Gianni Amelio lascia che la sua macchina da presa scivoli, quasi ritraendosi, tra le macerie materiali e spirituali che il terremoto di Amatrice ha lasciato dietro di sé.
Le case sventrate, come durante una guerra. Il silenzio.
I ricordi che devono e vogliono lasciare spazio al futuro. Il silenzio.
I turisti che chiedono informazioni sulla via più breve per raggiungere le macerie e per scattare l’immancabile selfie-ricordo. Il silenzio.
La rabbia e l’orgoglio. Il silenzio.
Le mani nude che scavano nel vano tentativo di raggiungere le viscere della terra. Il silenzio.
La memoria non basta. Il silenzio neppure.

data di pubblicazione: 01/08/2017

CASA D’ALTRI di Gianni Amelio, 2017

THE INSULT di Ziad Doueiri, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

 

Un banale alterco diviene un caso mediatico di rilevanza nazionale. Un libanese cristiano e un palestinese si trovano contrapposti in un’aula di Tribunale, che si trasforma anche nel palcoscenico di uno dei capitoli più complessi della storia contemporanea.

The Insult di Ziad Doueniri, in concorso a Venezia 74, sorprende in positivo il Lido con un legal drama made in Libano che, pur prendendo a prestito alcuni stilemi di un registro narrativo tradizionalmente appannaggio del made in USA, risulta un’opera nel complesso originale, tanto per la questione politico-culturale che fa da sfondo all’intera vicenda quanto per l’esito della battaglia legale che costituisce il cuore del film.

Toni (Adel Karam), libanese militante del Partito Cristiano, discute con il palestinese Yasser (Kamle El Basha) per una grondaia “fuori norma”. Yasser, di fronte alla tracotanza mostrata da Toni e malgrado si trovi in un quartiere di Beirut socialmente e politicamente ostile ai palestinesi, insulta il suo interlocutore. Toni decide di procedere per vie legali, intentando una causa di risarcimento nei confronti di Yasser. Le leggi degli uomini, tuttavia, non sembrano in grado di risolvere una situazione così complessa che, come avviata lungo il crinale di un pendio scivoloso, degenera ulteriormente. Quello che sembrerebbe un banale alterco quotidiano si trasforma rapidamente in un caso mediatico di rilevanza nazionale, in un Paese divenuto negli ultimi decenni un crogiolo di religioni, culture, ideologie: in un Paese multirazziale che fatica a trasformarsi in un Paese multiculturale.

Allo scontro tra culture si aggiunge anche quello tra generazioni, visto che gli avvocati difensori sono un vecchio fedele alla causa cristiana (Camille Salameh) e una giovane (Diamand Bou Abboud), convinta sostenitrice dei diritti dei palestinesi. Si scoprirà poi che i due sono molto più che semplici colleghi.

I temi con i quali il processo è chiamato a confrontarsi sono quelli con cui il diritto (specie penale) è chiamato frequentemente a fare i conti, soprattutto nei momenti di più complessa e violenta transizione storica. Fanno più male le aggressioni fisiche o quelle verbali? Si può essere condannati per un reato di opinione oppure ognuno ha la libertà di pensare e dire tutto quello che desidera? La dignità del singolo, anche se l’offesa non sia arrecata pubblicamente, è suscettibile di una tutela penale? Si può reagire, secondo il codice penale libanese, anche oltre i limiti della legittima difesa, se il soggetto si trovi in uno “stato emotivo compromesso” che ha compromesso la sua lucidità. Ma la battaglia legale senza esclusione di colpi, portata a conseguenze che né Toni né Yasser avrebbero immaginato e sperato, dimostrerà che non sempre i ruoli di “vittima” e di “aggressore” sono così chiaramente delineati. Se la Presidente del collegio giudicante non leggesse a voce alta il “verdetto” della Corte d’appello, le sole immagini non lascerebbero agevolmente intuire quale dei due contendenti sia riuscito ad avere la meglio.

Ziad Doueiri, come lo stesso regista spiega in conferenza stampa, proviene da una famiglia di avvocati e di giudici: è quindi abituato non solo al linguaggio legale, ma anche all’idea che l’unico strumento di affermazione dei diritti (umani) siano le leggi di uno Stato. Ammette di aver avuto tra i suoi modelli Il verdetto di Sidney Lumet, ma, come anticipato, il risultato di The Insult, più concentrato sulla storia che sui movimenti di macchina ad effetto, è per molti aspetti sorprendente, andando ben oltre le pastoie imposte dal recinto del film di genere.

data di pubblicazione: 01/09/2017








 

CASA D’ALTRI di Gianni Amelio, 2017

THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

É il 1962. In una piccola località non meglio identificata della costa americana vive Elisa, una ragazza muta che lavora di notte come donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza dove una sera, in assoluta segretezza, viene portata una sorta di cisterna cilindrica in vetro piena di un’acqua dal colore verdognolo. Elisa ode da quello strano cilindro, blindato come una sorta di piccolo sottomarino, l’eco di strani versi che sembrano appartenere ad una creatura marina che tanto innervosiscono le persone addette alla sicurezza ma che, al contrario, attraggono irrefrenabilmente la ragazza “senza voce”, tanto da volerne sapere di più…

 

Elisa (Sally Hawkins) è già di per sé una strana creatura, che vive in un mondo quasi ultraterreno: sembra essere grata alla vita affrontando ogni giorno come fosse una danza, allegra, spensierata e sempre con un rassicurante sorriso. Eppure Elisa è vera, in carne ed ossa, ma la sua vita assomiglia ad una fiaba come il suo piccolo appartamento dai colori che ricordano il fondo marino, situato sopra un teatro di quartiere dalle poltroncine di velluto color porpora; ogni sera, prima di recarsi a lavoro, si prende cura di sé con un bel bagno ed una cena leggera, che prepara sempre anche per il suo vicino Giles (Richard Jenkins), un talentuoso illustratore di cartellonistica per prodotti alimentari un po’ sfortunato, ma irrimediabilmente romantico, ancora alla ricerca dell’anima gemella e legato ad Elisa da una profonda amicizia. E poi c’è Zelda (Octavia Spencer), una collega di lavoro prepotente ma tanto buona, che Elisa ogni notte durante il turno di lavoro ascolta amorevolmente parlare senza tregua e, soprattutto, senza mai poter…replicare. Ma un giorno, incurante delle disposizioni del funzionario (Michael Shannon), cattivo e dai modi violenti, responsabile della custodia di questo misterioso uomo-anfibio contenuto nella cisterna che i sovietici vorrebbero sottrarre per farne esperimenti, Elisa decide di socializzare con “il mostro” e lo farà nel modo più naturale possibile: sedendosi sul bordo della vasca ed offrendo ad esso parte del suo pranzo….

É approdato a Venezia un grande film, in cui fantasia, thriller, romanticismo, sesso ed amore si mescolano e ci inondano come l’acqua presente nella vita dei due protagonisti: un uomo pesce di cui si innamora perdutamente una donna senza voce in un momento di strana sincronia che accade raramente. E così è la favola ad entrare nella vita vera, nel mondo reale, e non si può che assistere esterrefatti a tutto questo, attraverso le immagini di questa storia d’amore che vince su paura e violenza. Le scene del film sono curatissime, non solo nelle inquadrature e nella fotografia, ma anche nei colori che anticipano la trama: come il rosso del sangue o delle scarpe di Elisa, o il colore della sua casa che sembra un relitto inabissato in contrapposizione alla luce che inonda la stanza dove Giles disegna i suoi cartelloni pubblicitari. Sublime è la colonna sonora del compositore francese Alexandre Desplat (Oscar per Grand Budapest Hotel), studiata a tavolino con il regista che ha curato personalmente tutto del film, dalla sceneggiatura in poi.

Se volessimo dare una forma a qualcosa che si avvicina ad un piccolo capolavoro, potrebbe avere quella dell’acqua.

data di pubblicazione:01/09/2017








FIRST REFORMED di Paul Schrader, 2017

FIRST REFORMED di Paul Schrader, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Un uomo solo di fronte ai suoi demoni, tormentato per qualcosa che non riesce a perdonarsi. Losche società multinazionali che sorreggono con le loro offerte comunità religiose. Un ambientalista radicale che non vuole far nascere il proprio figlio in un mondo che sta inevitabilmente andando verso un disastro senza ritorno e la moglie di lui che cerca delle risposte per salvare la sua famiglia e quel figlio che deve ancora nascere. Ed in mezzo a tutto questo c’è la vita, in un continuo equilibrio tra disperazione e speranza.

 

Toller (Ethan Hawke), ex cappellano militare ed attuale reverendo di una piccola comunità, è tormentato dai ricordi di una vita passata che lo spingono a scrivere un testamento morale su un quaderno, destinato ad essere distrutto dopo un anno senza che nessuno al fuori di lui possa leggerlo. Il dissidio spirituale che lo attanaglia si acuisce quando una sua giovane parrocchiana Mary (Amanda Seyfried), in attesa del suo primo figlio, gli chiede di accordare un incontro a suo marito Michael (Philip Ettinger), ambientalista ossessionato dall’idea di non voler far nascere un figlio in un mondo che non si accorge del disastro ambientale senza speranze che gli lasciamo in eredità. Da questo incontro Toller ne uscirà devastato non solo perché non riesce a convincere il giovane uomo a rivedere le sue convinzioni, ma soprattutto comincerà a porsi la domanda del perché comunità religiose come la sua sono così silenti sul tema del disastro ambientale.

Si respira spiritualità in First Reformed, film definito trascendentale, dal finale ambiguo perché nessuna forma d’arte deve precludere le interpretazioni del pubblico, come ha asserito lo stesso regista in conferenza stampa,anche se poi ha aggiunto che se nutriamo speranza nell’umanità non prestiamo attenzione a ciò che ci sta accadendo, perché non credo che l’umanità potrà sopravvivere a questo secolo.

Il film, attraverso la vita tormentata del pastore Toller, fa percepire allo spettatore di camminare sempre sull’orlo dell’abisso a cui si contrappone l’amore, in ogni sua forma, che riequilibra le cose; a supportare questa tesi ci sono anche le inquadrature in cui le immagini appaiono sempre nette, nitide, divisibili, simmetriche, ad indicare un equilibrio destinato a venire meno, tranne che sul finale in cui l’inquadratura avvolge gli interpreti, conferendo allo spettatore la sensazione che qualcosa è cambiato.

Ethan Hawke è semplicemente bravissimo nel portare sulle spalle del suo personaggio il peso di un’intera umanità; di Paul Schrader basti dire che nella sua carriera è stato pluripremiato sia come sceneggiatore (Taxi Driver, Toro Scatenato, American Gigolò, Il bacio della Pantera, L’ultima tentazione di Cristo etc.) che come regista (American Gigolò, Il bacio della Pantera, Cane mangia cane etc.); quanto al film chi vi scrive ha avuto la netta sensazione di assistere a qualcosa di grande, di palpabile ma di non spiegabile, ma soprattutto a qualcosa che realmente ognuno può interpretare in base a ciò che interiormente percepisce.

data di pubblicazione:31/08/2017








FIRST REFORMED di Paul Schrader, 2017

THE DEVIL AND FATHER AMORTH di William Friedkin, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Il regista del cult L’esorcista assiste, telecamera alla mano, a un vero esorcismo, praticato da padre Gabriele Amorth. La finzione e la realtà si toccano senza mescolarsi, così come la Fede e la Scienza, l’Irrazionale e la Ragione. Ognuno è libero di trovare le proprie risposte, semplicemente perché, forse, tutte le risposte sono “vere”.

The Devil and Father Amorth, fuori concorso a Venezia 74, era indubbiamente uno dei titoli più attesi al Lido, se non altro per la suggestiva sospensione tra finzione e realtà da cui muove l’idea di fondo del film. William Friedkin, meglio noto come il regista del cult L’esorcista, non ha mai assistito a una di quelle pratiche che il suo film ha contributo a fa conoscere al grande pubblico. Decide di rimediare quarant’anni più tardi e di farlo in grande stile: Friedkin ottiene l’autorizzazione per assistere, telecamera alla mano, a un esorcismo praticato da padre Gabriele Amorth. Si tratta della prima volta che la Chiesa accorda un simile permesso e padre Amorth morirà il 16 settembre 2016, pochi mesi dopo le riprese. I presupposti per una storia appassionante, dunque, sembrerebbero esserci tutti.

La “protagonista” dell’esorcismo è Cristina, architetto di Alatri: una storia come tante, eppure unica nel suo genere. Cristina accusa disturbi fisici e sofferenze spirituali e approda da Padre Amorth dopo essersi già sottoposta a dieci tentativi di liberazione. Neppure l’esorcista più noto al mondo riuscirà però nell’impresa di sconfiggere del tutto il Male che alberga in lei.

Il curioso esperimento cinematografico di Friedkin si articola su almeno tre piani narrativi: l’esorcismo “nudo e crudo”, le interviste ad esperti di psichiatria e il racconto in prima persona da parte del regista. Mentre i primi due livelli del film risultano di indubbio interesse, se non altro perché, riproducendo i termini dell’eterna dialettica tra Scienza e Fede, offrono un’alternativa all’interno della quale ciascuno può trovare la propria risposta, decisamente più debole risulta il racconto affidato direttamente allo stesso Friedkin. I toni somigliano troppo a quelli di uno spot “postumo” di un film, L’esorcista, che non ha certo bisogno di espedienti per essere ricordato, senza contare che le parole del regista e la colonna sonora scelta per scandire la parte finale della storia di Cristina sembrano assai distanti da quella patente di realtà che le immagini del “vero” esorcismo dovrebbero conferire al film.

Non resta, allora, che congedare The Devil and Father Amorth con le stesse parole usate da Padre Amorth per salutare i suoi “ospiti”: “Ora che vi ho benedetto, andare pure a farvi benedire”.







data di pubblicazione: 31/08/2017

FIRST REFORMED di Paul Schrader, 2017

NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli, 2017

 (74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

“Non chiamarmi Nico, chiamami con il mio vero nome: Christa”. Una parabola al contrario, e non il classico biopic, racconta pochi anni della vita di una icona senza raccontarne il tutto ovvero il personaggio e la sua carriera, ma al contrario come è diventata negli ultimi anni della sua vita. Da cantante dei Velvet Underground, modella e musa di Andy Warhol per la sua bellezza leggendaria, il personaggio Nico diviene Christa Päffgen e vuole camminare da sola come artista, come donna e come madre.

 

Apre la sezione Orizzonti l’inteso film di Susanna Nicchiarelli, vincitrice a Venezia nel 2009 per Controcampo con Cosmonauta, regalando al pubblico la storia di una donna che ha vissuto due vite andando prima in cima per poi toccare il fondo e scoprendo che entrambi erano “vuoti”. La Nicchiarelli racconta una piccola porzione della vita di questa donna, rappresentandola senza alcuna idealizzazione di quello che fu il suo periodo d’oro, concentrandosi solo su ciò che era diventata negli anni ’80, lontana dai clamori del successo, quando con la sua piccola band girava l’Europa. Il film si chiude nel 1988: alla vigilia del crollo del muro di Berlino e del grande cambiamento.

Ad incarnare Nico è la splendida attrice e cantante danese Trine Dyrholm, Orso D’Oro alla Berlinale 2016 per La comune ed interprete di film intensi come Festen, In un mondo migliore, Love Is All You Nedd, che riesce grazie alle sue doti di interprete a tutto tondo ad entrare nella voce oltre che nel fisico di Christa, una donna che “non si adatta bene e che lotta contro tante cose”, anche contro quella bellezza che un tempo le aveva regalato la notorietà, inventando assieme alla regista un personaggio dotato di una tagliente ironia, una buona dose di cinismo e di un atteggiamento dissacrante verso tutto ciò che l’aveva resa famosa. In particolare la regista si sofferma sul suo ruolo di madre e sul fragile rapporto che ha con il figlio Ari a causa della sua tossicodipendenza, a causa della quale le era stato sottratto alla tenera età di quattro anni ed affidato ai nonni paterni. Non essendoci molte testimonianze se non qualche filmato e le sue canzoni, alcuni dei personaggi rappresentati nel film sono inventati: essi creano una sorta di piccola comune che ruota intorno alla vita e all’arte della protagonista, per ammissione della stessa regista che ha dichiarato di aver ritrovato la realtà lavorando sulla fantasia.

I Gatto Ciliegia, gruppo musicale torinese fondato alla fine degli anni ’90, hanno curato le musiche del film come fu per Cosmonuata e La scoperta dell’alba.








data di pubblicazione: 31/08/2017

 

FIRST REFORMED di Paul Schrader, 2017

DOWNSIZING di Alexander Payne, 2017

(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

 

E se la soluzione al sovraffollamento mondiale e all’imminente fine del nostro Pianeta fosse quella di rimpicciolire i suoi abitanti? Tanti Minuscoli, con meno bisogni e meno affanni e una nuova vita a portata di mano. Riusciranno i nostri (piccoli) eroi nell’impresa di salvare la Terra?

Rimpicciolire il mondo e i suoi abitanti per salvare entrambi. Downsizing di Alexander Payne (Sideways-In viaggio con Jack, Paradiso Amaro), cui è affidata l’apertura della 74. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, muove da un’idea tanto semplice quanto potenzialmente dirompente. Degli scienziati norvegesi mettono a punto una tecnica di riduzione cellulare capace di trasformare (anche) gli essere umani in uomini minuscoli: riducendo le dimensioni del corpo scompare anche la massa di rifiuti che sta soffocando il nostro Pianeta e convertendo la popolazione mondiale in un esercito di Minuscoli, quindi, il sovraffollamento che sta conducendo ineluttabilmente alla distruzione della Terra potrebbe risolversi. I piccoli uomini hanno anche piccoli bisogni di tipo economico e questo, se da un lato li sottrae al “cerchio magico” dell’economia globale, dall’altro lato consente alla classe media di sperimentare il brivido della ricchezza. I Minuscoli, nelle comunità loro riservate, possono vivere in case da sogno, indossare diamanti e persino smettere di lavorare. Anche Paul Safranek (Matt Damon) e sua moglie Audrey (Kristen Wiig) decidono di sottoporsi al trattamento e di concedersi il lusso di una vita da sogno.

L’ingresso nella camera di rimpicciolimento (volevo che somigliasse a un gigantesco microonde, precisa Payne) somiglia in tutto e per tutto a una (ri)nascita, ma non serve molto tempo a rendersi conto che non è tutto oro quello che luccica. Persino l’Eldorado in scala non riesce ad evitare il formarsi (spontaneo?) di periferie e di classi sociali che vivono ai margini. Senza contare che la fine del mondo si avvicina a un ritmo sempre più incalzante, costringendo la prima comunità di Minuscoli ad escogitare un nuovo espediente che funzioni da Arca di Noè: l’obiettivo è sempre (solo?) quello di assicurare che quell’improbabile creatura che è l’essere umano possa continuare la sua straordinaria avventura.

Dopo un avvio in gran carriera, Downsizing diventa un crogiolo di episodi, personaggi e “morali della favola” non sempre ben amalgamati. Il cast (straordinari Christoph Waltz e Hong Chau) è di tutto rispetto costruito, ma la sceneggiatura è troppo ingombrante persino per le loro spalle robuste.

Il racconto apocalittico affidato ai toni della commedia grottesca (in perfetto “stile Payne”, che in conferenza stampa non fa mistero del suo amore per Cechov) insieme alla riflessione sui temi ambientali potevano risultare un binomio vincente. L’impressione, tuttavia, è quella per cui Downsizing, è il caso di dirlo, non abbia preso bene le misure.







data di pubblicazione: 31/08/2017

BUONE VACANZE!

BUONE VACANZE!

Se uno passasse un anno intero in vacanza, divertirsi sarebbe stressante come lavorare.
(William Shakespeare)

Un giorno, una settimana, un mese…Non importa quanto dureranno le vostre vacanze, l’importante è viverle come meritano!

BUONE VACANZE A TUTTI DA ACCREDITATI!

74. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA – PRESENTAZIONE

74. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA – PRESENTAZIONE

Un nuovo luogo e una nuova metodologia per la conferenza stampa di presentazione della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Quest’anno il Presidente della Biennale Paolo Baratta e il Direttore della Mostra Alberto Barbera offrono il programma “in pasto” alla stampa nella cornice del Cinema Moderno di Roma. Sullo schermo scorrono i titoli di tutti i film in programma. Tutti, per non fare torto a nessuno. La conferenza stampa dura quasi due ore e, forse, il tempo tiranno non consente al Direttore di dedicare la dovuta attenzione ai film inseriti in concorso.

Con enfasi particolare si dà risalto alla nuova VENICE VIRTUAL REALITY: la realtà virtuale forse non sarà il futuro del cinema, ma di sicuro è un orizzonte che Venezia non può permettersi di lasciare nell’ombra. Le nuove sale del Lazzaretto vecchio (sperando che il nome non sia evocativo) ospiteranno cortometraggi inseriti nel contesto della realtà virtuale, sconsigliata, almeno per ora, a chi soffre di vertigini e di nausea.

Sul versante più “tradizionale”, le parole di Barbera lasciano trasparire un cinema italiano e americano in ottimo stato di salute.

Il cinema italiano riesce dopo anni a coniugare quantità e qualità, con tanti film di ottimo livello. Quattro i made in Italy in CONCORSO, chiaramente molto diversi tra loro: Una famiglia di Sebastiano Riso (con Micaela Ramazzotti), Hannah di Andrea Pallaoro (con una sola attrice: Charlotte Rampling), The Leisure Seeker di Paolo Virzì (con Helen Mirren) e “il film che parla al pubblico” Ammore e malavita dei Manetti Bros (con buona parte della squadra di Song ‘e Napul).

Tra i made in USA grande attesa per il film di apertura Downsizing di Alexander Payne (con Matt Damnon), ma soprattutto per The Shape of Water, che il Direttore non esita a definire il miglior film di Guillermo Del Toro dell’ultimo decennio. Il lido si tingerà di glamour con l’arrivo di George Clooney, che porta al lido il suo Suburbicon e con Mother! di Darren Aronofsky (con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer). Atteso anche Human Flow di Ai Weiwei.

Tra i “ricchi” FUORI CONCORSO si segnalano Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini (con Valerio Golino e Adriano Giannini), in cui il regista continua nell’esplorazione del mondo dei non vedenti avviata negli scorsi anni; Il Signor Rotpeter di Antonietta De Lillo, dal noto racconto di Kafka; Diva! Di Francesco Patierno (con Barbara Bobulova, Anita Caprioli, Carolina Crescentini, Silvia D’Amico, Isabella Ferrari, Carlotta Natoli, Greta Scarano, Anna Foglietta, Michele Riondino) dedicato alla vita di Valentina Cortese; Zama di Lucrecia Martel; Cuba and the cameraman di Jon Alpert, unico giornalista americano riuscito nell’impresa di conquistare la fiducia di Fidel Castro; Piazza Vittorio di Abel Ferrara, dedicato al crociolo culturale rappresentato dall’omonima piazza romana; The Devil and Father Amorth di William Freidkin, che muove dalle riprese dell’ultimo esorcismo di Padre Amorth.

Di particolare interesse anche la Sezione ORIZZONTI. Tra le opere prime si segnalano Brutti e cattivi di Cosimo Gomez e Disappearance dell’iraniano-romano Ali Asgari. Targato Italia è anche il film di animazione Gatta Cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone e La vita in comune di Edoardo Winspeare. Molti i casi di cronaca che approdano al Lido, tra cui The rape of Recy Taylor, storia di uno stupro ai danni di una donna di colore rimasto sostanzialmente impunito e Caniba, che racconta un episodio di omicidio seguito da cannibalismo.

Il CINEMA NEL GIARDINO ospiterà, tra gli altri, gli italiani Suburra – la serie, Controfigura e Nato a Casal di Principe.

Tra gli EVENTI SPECIALI doveroso il riferimento a Casa d’altri di Gianni Amelio, “omaggio” al cuore d’Italia colpito dal terremoto, che sarà proiettato il 31 agosto.

Volendo individuare delle “linee tematiche”, la fanno da padrone, ad avviso del Direttore, il tema dell’immigrazione e quello della famiglia o, meglio, della sua crisi. Vietato invece parlare di crisi del cinema. Anche se tra i tanti produttori presenti alla Mostra si è sottolineato a più riprese il solo nome di Netflix.

Non resta che salpare alla volta del Lido. Appuntamento dal 30 agosto al 9 settembre…ovviamente con Accreditati!

Data di pubblicazione: 27/07/2017

LA STREGA di Camilla Läckberg – Marsilio, 2017

LA STREGA di Camilla Läckberg – Marsilio, 2017

Nuova indagine della polizia di Tanumshede che vede protagonista la squadra guidata da Patrik Hedström, con il fondamentale supporto dalla moglie, la scrittrice Erica Falck.

Erica sta facendo ricerche per il suo nuovo libro, che ha per oggetto l’omicidio, avvenuto negli anni Ottanta, della piccola Stella di quattro anni, ritrovata cadavere in uno stagno nel bosco dietro casa: ree confesse, vennero condannate le due tredicenni Hellen e Marie alle quali era stata affidata Stella e che, in seguito, ritrattarono le loro dichiarazioni proclamandosi innocenti.

Hellen non si è mai allontanata da Fjällbacka, se non per un limitato periodo di tempo subito dopo la sentenza di colpevolezza, si è sposata ed è tornata a vivere nella casa avita con il marito; Marie è la prima volta che torna “a casa” dopo essere andata via da Fjällbacka  all’indomani del processo ed è la carriera di star hollywoodiana che la riporta nel suo paese natale per le riprese di un film.

Proprio quando le due “omicide” sono di nuovo contemporaneamente a Fjällbacka avviene un nuovo omicidio, quello di Linnea, una bambina della stessa età di Stella che viveva con i genitori in quella che era stata proprio la casa di Stella: il suo corpicino viene ritrovato nel bosco dietro casa, vicino allo stagno dove era stata ritrovata Stella…

Troppe le coincidenze per non pensare che i due casi siano correlati; ma per questa seconda morte Hellen e Marie hanno un alibi e i dubbi che sorgono a Patrik sono molteplici: fu un errore non credere alla ritrattazione delle due adolescenti in occasione del primo omicidio? Per tutti questi anni un killer si è aggirato libero fino a scatenare ancora la sua furia omicida al ripresentarsi delle situazioni presenti nel primo omicidio? Oppure si tratta di un semplice emulatore?

Mentre Patrik porterà avanti le indagini sull’omicidio di Linnea con la sua squadra, Erica metterà ancora più impegno nello scavare nel passato, nell’intervistare i testimoni del primo omicidio per riportare a galla qualche verità che, forse, è stata taciuta per troppo tempo.

Nel corso di poco meno di 700 pagine la Läckberg toccherà molteplici argomenti che creeranno un intreccio unico tra le due indagini, i vari personaggi ci presenteranno, con la propria voce, la loro verità fin quasi a costruire un rapporto personale con il lettore; gli argomenti che verranno trattati sono molteplici, dal bullismo all’immigrazione, dal razzismo all’integrazione.

Come sempre sarà presente un doppio piano narrativo che si contrapporrà alla storia presente; questa volta il “secondo piano” è la caccia alle streghe che avvenne nella provincia del Bohuslän nel 1600 e, se nel corso del romanzo può essere sembrato un dipanarsi parallelo del clima di sospetto e paura del “diverso”, nelle ultimissime pagine verrà chiarito come ci si ricollega, dopo circa quattro secoli, agli omicidi perpetrati nella magnifica cittadina sulla costa occidentale svedese.

data di pubblicazione:18/07/2017