da Accreditati | Set 5, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Ci sono voci e voci. Alcune sono uniche, altre così cariche di significato da esistere indipendentemente da chi le produce. Quella di Paolo Villaggio in Fantozzi fa parte di quest’ultima categoria: definita “lupata” dagli esperti, è una caratteristica chiave della maschera di cui si fa portavoce. È per questo che il regista e critico Mario Sesti ha deciso di partire da questi suoni per ricostruire il personaggio Fantozzi e l’uomo Villaggio. Si intitola La Voce di Fantozzi, infatti, il docufilm da lui diretto e in gara alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Già in cantiere dal 2015, la pellicola nasce dopo la realizzazione dell’audiolibro Fantozzi a cura di Volume. Prima della sua scomparsa, l’artista ha lavorato in prima persona alla stesura del documentario: nuovi dialoghi sull’universo del famoso ragioniere, confessioni intime e riflessioni profonde consentono allo spettatore di scavare nell’essenza più pura della sua persona.
A rendere il tutto più affascinante ancora, il contributo di intellettuali e personaggi dello spettacolo. Ciascuno con il suo ricordo di Villaggio, ciascuno capace di definirlo con un tratto originale. Oltre a Daniele Liburdi e Massimo Mescia di Volume, La Voce di Fantozzi è stata prodotta dallo stesso Villaggio e da suo figlio Piero. E il fascino che trasmette è un privilegio raro. Di intelligenza e sagacia, lungimiranza e attenzione ai dettagli. Un modo nuovo di pensare al classico documentario, messo in piedi fondendo video arte, racconti surreali e interviste tradizionali. L’impresa di Mario Sesti convince davvero e arriva dritta al cuore, confermandosi un’architettura ben costruita di immagini e suoni.
data di pubblicazione:05/09/2017

da T. Pica | Set 5, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Dopo La Tenerezza di Gianni Amelio, l’impeccabile Micaela Ramazzotti è la protagonista del film di Sebastiano Riso Una Famiglia presentato in concorso alla 74. Mostra del Cinema di Venezia. Un altro film italiano duro che ritrae uno spaccato di famiglie italiane dalle sfumature internazionali.
Maria (Micaela Ramazzotti) e Vincenzo (Patrick Bruel) sono una coppia complessa profondamente innamorata e complice quanto distante e lacerata destinata a perdersi in quello che è un pericoloso lato oscuro del loro rapporto. Maria e Vincenzo, infatti, non hanno ancora figli ma da diversi anni aiutano, in cambio di ingenti somme di denaro, le coppie che non possono averne e che sono disposte a tutto pur di allargare la propria famiglia. Sennonché Maria, quindici anni più giovane del cinquantenne compagno fuggito dalla sua natia Francia e alle sue radici completamente recise, non trascorre un solo giorno senza interrogarsi sul volto che oggi potrebbero avere i loro figli, frutto del loro amore e della loro sempre ardente passione, concepiti per essere consegnati, subito dopo il taglio del cordone ombelicale, a coppie di aspiranti genitori disperati. Maria, profondamente dilaniata e tormentata non è più disposta a mettere il suo corpo e la sua maternità alla mercé di altre persone ma nonostante ciò, subendo la tirannica volontà imprenditoriale del compagno Vincenzo, rimane nuovamente incinta “su commissione”. Qualcosa, però, questa volta va storto: la coppia committente ci ripensa e Maria, ormai incinta e consapevole che quella potrebbe essere la sua ultima occasione di diventare madre, vuole tenere il suo bambino nonostante la riluttanza del compagno a divenire un padre, il quale, con la complicità del ginecologo dott. Minerva (Fortunato Cerlino), riesce in seconda battuta a trovare una facoltosa coppia di attori gay (Ennio Fantastichini e Sebastian Gimelli Morosini) disposta a comprare il loro ennesimo figlio. Il tema della famiglia, delle difficoltà, burocratiche e non solo, delle coppie italiane che non riescono ad avere figli naturali, la disperazione, le difficoltà economiche e il senso di amoralità che permeano la pellicola sono sicuramente ben interpretati dal cast e rappresentanti anche attraverso una scenografia fatta di ambientazioni fredde e decadenti, permeate costantemente da un’atmosfera grigia e alienante. Tuttavia, ferma restando la bravura del cast, tra cui il cameo di Pippo Delbono e il personaggio marginale di Matilde De Angelis (nel ruolo di Stella), il film non convince. La pellicola trasmette un senso crescente di repulsione per il personaggio di Vincenzo e dei suoi complici nel “mercato” di neonati su commissione. La storia pecca poi di imprecisioni rendendo eccessivamente semplicistico, e dunque irreale, la disumana prassi di concepire da almeno dieci anni figli con la donna amata senza alcun intoppo, ostacolo di natura legale, né tantomeno sentimentale e/o morale da parte del padre Vincenzo. Un racconto che in parte annoia anche a causa dell’ormai frequente, e per questo già visto, legame tra storie drammatiche e le periferie, romana e non solo, a tratti malavitose, vero topos del cinema italiano degli ultimi anni. Un racconto che, specialmente nella parte finale, diviene quasi insopportabile. Solo negli ultimi sessanta secondi, dopo l’ennesima scena atroce davanti ai cassonetti della spazzatura, il film concede un finale lieve, ma non propriamente lieto, per la androgina madre Maria, la quale troverà la sua realizzazione e la sua famiglia nella rottura con l’amato Vincenzo. Forse tra i messaggi del film, oltre a quello della fragilità e delle difficoltà delle coppie, etero o gay, borghesi o povere che siano, ricorre quello secondo cui una famiglia non sempre si fonda su una coppia, su un matrimonio: non è detto che per essere una famiglia debbano necessariamente esserci due genitori, ma probabilmente quel che fa una famiglia sono l’amore, l’unione e la felicità generata e alimentata anche da una sola persona con il proprio bambino.
data di pubblicazione:05/09/2017

da Maria Letizia Panerai | Set 4, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Judi Dench entra nuovamente nei panni della regina Vittoria e lo fa sontuosamente con un’interpretazione ad alto tasso d’ironia, oltre che di bravura. Sposata con suo cugino Alberto, la regina ebbe nove figli e regnò per un tempo lunghissimo (1837-1901) da tutti conosciuto come epoca vittoriana. Il film parla del periodo immediatamente successivo al giubileo per i primi 50 anni di regno, in occasione del quale le venne consegnata una moneta commemorativa.
Per consegnare alla Regina, che nel 1876 era diventata anche Imperatrice d’India, questo piccolo dono celebrativo, verrà scelto un umile impiegato indiano. Inviato da Agra a Londra al cospetto di Sua Maestà, Abdul Karim viene scelto casualmente solo per la sua altezza fisica. Il giovane, contravvenendo ai rituali di corte guardandola negli occhi e baciandole i piedi, conquisterà la regina a tal punto da diventarne dapprima suo servitore, poi segretario ed infine “munshi”, maestro spirituale. L’amicizia tra i due farà scandalo a corte e sarà molto osteggiata dal rigido protocollo della corte inglese sino alla morte della regina, avvenuta nell’Isola di Wight nel 1901. “Ispirato a fatti realmente accaduti … per lo più” è la frase che dà inizio a questa divertente pellicola di Stephen Frears, la quale narra di questa insolita amicizia, ovviamente malvista, tra la regina Vittoria ed un musulmano di umilissime origini. Il regista spinge molto l’acceleratore sulla stanchezza che la Regina Vittoria, allora ultra ottantenne, provava per i noiosi riti di corte e su come i comportamenti fuori protocollo di quel giovane, proveniente da una terra che seppur facesse parte dell’impero britannico lei non aveva mai visitato, la affascinano a tal punto da esserne attratta.
Inutile dire che il film è perfetto, la storia divertente, le ambientazioni sontuose, anche se a tratti stucchevoli, e la maestria di Frears (Le relazioni pericolose, The Queen, Philomena, Florence) nel portare sullo schermo tutto questo è immensa, supportata da un cast di attori tutti bravissimi. Il personaggio della regina, in particolare, viene colto in un periodo in cui è da molti anni in lutto per la morte del marito, è stanca ed annoiata, capricciosa, ma anche immensamente potente da potersi permettere di sfidare l’Impero con i suoi comportamenti. Victoria & Abdul, presentato Fuori Concorso a Venezia, sarà nelle sale a fine ottobre ed avrà sicuramente successo ai botteghini in quanto rientra in quel filone di film in costume che non annoia anche se, a giudizio di chi scrive, i capricci eccentrici della Regina Vittoria non destano particolare interesse se visti all’interno di un Festival che quest’anno sta toccando livelli particolarmente alti.
data di pubblicazione:04/09/2017

da Antonella Massaro | Set 4, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
L’amore di fronte alla sofferenza e alla vecchiaia: Ella e John, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte, a bordo del fedele Leisure Seeker per continuare a scrivere insieme il romanzo della loro vita insieme.
Ella e John (Helen Mirren e Donald Sutherland) spariscono dalla casa di Wellsley (Massachusetts) a bordo del fedele Leisure Seeker (letteralmente “cercatore di svago”), il camper che li ha guidati attraverso le vacanze della gioventù. È un caravan malandato, spossato dall’implacabile scorrere del tempo, ma ancora desideroso di divorare la Route 1 della East Coast. La destinazione, del resto, vale lo sforzo: Key West, casa di Ernest Hemingway, lo scrittore che John, professore di inglese, ama in maniera incondizionata e viscerale.
La mente di John non è più lucida come una volta: dimentica nomi e persone, sprofonda spesso nel passato confondendolo con il presente, “tornando” da sua moglie solo in rari e meravigliosi momenti regalando solo in rari momenti ad Ella il suo sorriso si illumina all’improvviso. Ella è malata di cancro: le invasive e dolorose terapie cui dovrebbe sottoporsi possono solo rallentare il decorso di una malattia giunta a uno stadio troppo avanzato perché possa essere sconfitta.
Ella decide di scegliere. Si è liberi (anche liberi di scegliere) quando non si ha nulla da perdere. Sceglie allora di esaudire il desiderio di John e di guidarlo fino alla residenza di Hemingway, senza permettere a nessuno, neppure ai suoi figli, di impedire che Leisure Seeker si metta in moto per una nuova avventura. Il risultato è un road movie che richiama inevitabilmente alla mente La pazza gioia, ma il primo film americano di Paolo Virzì è ancora più intimo, intenso, commosso e commovente. Il viaggio, come al solito, diviene lo strumento che consente ai due protagonisti di guardare negli occhi la vita trascorsa (insieme), bloccato in quelle diapositive in bianco e nero che Ella proietta la sera per esercitare la memoria di John. Helen Mirren e Donald Sutherland sono semplicemente strepitosi. La prima restituisce pienamente la forza e la fragilità di una donna decisa a non lasciare che la malattia annienti anche la sua dignità, il secondo indossando la maschera dell’alter ego entro cui la demenza imprigiona la mente e il volto di John. Il tutto tenuto insieme da un amore imperfetto eppure inossidabile tra un uomo e una donna che, senza retorica alcuna, sono diventati nel tempo “una cosa sola”. Quando Ella, che pure sembrerebbe il lato “forte” della coppia”, si trova in difficoltà, il suo eroe John accorre a salvarla, come un leone, come quei leoni tanto cari al pescatore de Il vecchio e il mare.
Al talento del regista e a quello dei protagonisti si aggiunge la gradevole perfezione di una sceneggiatura in cui tutto sembra accadere al punto giusto e che accompagna lo spettatore attraverso un crescendo narrativo emotivamente travolgente e che, sul finale, restituisce l’impressione di un’armonica chiusura del cerchio. Il film è tratto dal romanzo dall’omonimo romanzo di Michael Zadoorian e la sceneggiatura è firmata, oltre che da Paolo Virzì, da Francesca Archibugi, Stephen Amidon e Francesca Piccolo.
The Leisure Seeker arriverà a gennaio nelle sale italiane, con il titolo di Ella & John. Non resta che attendere quello che, non si fa fatica a immaginarlo, sarà uno dei film di maggiore successo della prossima stagione.
data di pubblicazione: 04/09/2017

da Antonella Massaro | Set 3, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Nel Sud più profondo dell’Italia, dove ogni speranza di riscatto sembrerebbe perdersi annientata dall’egoistica logica del più forte, si accende una luce grazie alla Poesia e alla Fede. Una fiaba visionaria, un’ironia capace di raccontare i drammi di un Paese sempre sul punto di rialzarsi in piedi, ma mai capace di farlo fino in fondo.
Nella piccola comunità di Disperata, al centro di un Salento in cui la presenza di Dio si rivela nella bellezza di un paesaggio di struggente perfezione che la mano degli uomini non è però in grado di preservare come meriterebbe, la vita scorre tranquilla e monotona: il bar del paese e il suo stanco immobilismo ne rappresentano forse la sintesi più eloquente.
Il sindaco Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo) è un uomo di lettere e di cultura: non ha il carattere adeguato per presiedere le riunioni del Consiglio Comunale, lascia decorrere i termini per ottenere i finanziamenti europei e neppure il piglio di Eufemia (Celeste Casciaro, moglie di Winspeare) riesce a scuoterlo dal suo torpore. La sola attività dalla quale sembra trovare appagante soddisfazione è rappresentata dalle lezioni impartite ai detenuti in carcere. Riesce persino nell’impresa di fare appassionare alla poesia Pati (Claudio Giangreco), malvivente dal cuore tenero che non riesce a perdonarsi l’uccisione di un cane durante una rapina finita male, tentata insieme al fratello Angiolino (Antonio Carluccio). Anche Angiolino, all’apparenza un cinico burbero che gioca a fare il bandito con pistole finte e che si vanta di imprese in realtà mai compiute, conoscerà la sua folgorazione sulla via di Damasco, grazie al provvidenziale intervento di Papa Francesco.
L’arte e la religione, in fondo, sono due vie per avvinarsi a ciò che trascende l’umana miseria, per azzerare le differenze sociali, per sperare che, in fondo, a tutti sia concessa una possibilità di rinascita e di redenzione. Se poi tanti uomini di buona volontà uniscono le forze, si può persino costruire una nuova arca di Noè, capace di salvare l’umanità da un naufragio irreversibile.
La vita in comune, inserito nella sezione Orizzonti di Venezia 74, presenta i tratti tipici della cinematografia di Edoardo Winspeare, cresciuto, non a caso, nella frazione di Depressa, in provincia di Lecce. Il legame con il territorio è evidente e viscerale, i personaggi sono ben caratterizzati e i non-attori cari al regista se la cavano a meraviglia. Inutile negare che, forse, il lavoro di Winspeare non abbia tutte le carte in regole per emergere in una competizione internazionale. La fiaba disincanta e disillusa, la disperazione di Disperata raccontata con i toni da commedia, i bagliori visionari che qualche volta illuminano il film, lo rendono tuttavia un lavoro gradevole.
La scelta del finale, poi, sembra condensare alcune delle più evidenti chiavi di lettura del film: è poetica, è mistica, è dolcemente amara.
data di pubblicazione: 03/08/2017

da Antonella Massaro | Set 3, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?” In un’America che non è disposta a fare i conti con il proprio passato e le proprie colpe, fiorisce la cittadina di Suburbicon, popolata da oneste e benpensanti famiglie tradizionali che si oppongono tenacemente all’arrivo di tre afroamericani. Proprio nella villetta accanto a quella abitata dai “negri” si consuma una tragedia familiare, ma il frastuono delle proteste e dei martelli che costruiscono muri per isolare gli invasori è così assordante da offuscare tutto il resto.
Suburbicon è la città ideale, all’interno della cui perfezione da giornale patinato ciascun americano può realizzare la propria vita da sogno. L’arrivo dei Meyers, una famiglia di afroamericani, turba l’apparente tranquillità della cittadina popolata da oneste famiglie tradizionali, suscitando la strenua opposizione dei comitati di quartiere: i “negri” saranno ben accetti, ma solo quando si mostreranno ben educati e pronti a una convivenza civile.
Nella villetta accanto a quella degli “stranieri” vive la famiglia Lodge: Gardner (Matt Damon), Rose (Julianne Moore) e il piccolo Nicky (l’impeccabile Noah Jupe). Anche zia Margaret (sempre Julianne Moore), gemella di Rose, è solita frequentare casa Lodge. Durante una rapina in casa, Rose resta uccisa. Neppure Suburbicon (il nome, del resto, è tutto un programma) può considerarsi dunque immune dagli episodi di criminalità che scandiscono la vita del “mondo reale”.
Il fuoco del film si sposta a questo punto sui panni sporchi che si lavano nella casa dei bianchi, entra nella casa di Lodge, rendendo evidente che il vero dramma è ben lontano dalle proteste sempre più violente di fronte alla casa dei Meyers. Tutto si svolge sotto lo sguardo di Nicky, di uno di quei bambini che ci guardano dai tempi di De Sica.
Il sesto film che vede George Clooney dietro alla macchina da presa ha una scrittura che risente chiaramente dell’impronta dei fratelli Cohen: un umorismo dissacrante, che ridicolizza i cattivi senza però creare con loro empatia alcuna. Suburbicon è il frutto di un’idea che risale agli anni Ottanta, ma che, in maniera per certi aspetti sorprendente, racconta una storia più che mai attuale. Nell’America di Donald Trump, che si interroga sull’opportunità di rimuovere le statue dei generali sudisti, che ancora non ha fatto i conti con la memoria e che, forse anche per questo, non riesce a intravedere un futuro sufficientemente solido, si continua ad additare l’altro, lo straniero, il diverso, come la causa di ogni male della società, trincerandosi dietro una cortina di ipocrisia tanto spessa quanto fragile. La riflessione sulla questione razziale, che apre e chiude il film, rappresenta indubbiamente il tema centrale di Suburbicon, anche se la storia si concentra poi sulla rocambolesca caduta della “tradizionale famiglia bianca”. Le due storie parallele si congiungono grazie ai due bambini, il bianco e il nero, capaci di giocare insieme e, forse, di infondere al film un anelito di speranza.
La scrittura e la regia si rivelano ottimamente sincronizzate. Quanto al cast, non brilla particolarmente la prova di Matt Damon; più interessante è il doppio ruolo cui è chiamata Julianne Moore e prezioso, come al solito, l’apporto di Oscar Isaac, protagonista di alcune delle sequenze in cui la penna di Cohen mostra il suo tratto più cristallino.
Fino a quando un uomo bianco potrà attraversare in bicicletta, di notte, un quartiere “per bene”, perché tanto ci sarà sempre un “negro” cui dare la colpa, osserva Matt Damon in conferenza stampa, l’America avrà ben poche possibilità di costruire il proprio futuro. George Clooney, senza sottrarsi alle (inevitabili) domande sulla politica di Trump, risponde ai giornalisti che potrebbe essere divertente candidarsi come nuovo Presidente americano. In attesa delle presidenziali, Suburbicon può considerarsi un valido programma elettorale, politicamente interessante e cinematograficamente ben confezionato.
data di pubblicazione: 03/09/2017

da Maria Letizia Panerai | Set 3, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Parigi. Simon è un famoso violinista in attesa di essere convocato per lunga serie di concerti. Nel frattempo accetta un incarico presso una scuola di periferia: si tratta di affiancare un professore di musica nell’istruire un gruppo di alunni per trasformarli in una vera e propria classe-orchestra, secondo un programma scolastico che prevede a fine anno una loro esibizione alla Filarmonica. Tra questi ragazzi, alcuni dei quali vivaci e maleducati, c’è il timido Arnold di origini senegalesi, che mostra subito una spiccata attitudine per il violino, tale da far pensare che possa arrivare ad esibirsi in un assolo.
Per Simon (Kad Merad), secondo il quale la musica è un’arte universale che può aprire le porte a tutti coloro che la approcciano nel modo giusto, non sono sufficienti passione e tecnica: per riuscire a suonare bisogna innanzitutto divertirsi. Purtroppo, di fronte ad un pubblico di allievi così indisciplinati e sfrontati che devono essere in primo luogo educati a maneggiare con cura lo strumento che è stato loro assegnato, per Simon sarà davvero difficile mantenere il controllo, tranne che nei confronti di Arnold. Il ragazzo, figlio di madre single con una sorella più grande, mostra subito rigore comportamentale, impegno, disciplina ed un grande rispetto per la musica: sarà proprio lui a stimolare gli altri ragazzi a non scoraggiarsi e a continuare; anche il rigido Simon, superate le difficoltà iniziali, capirà che dare anche solo ad uno di loro la possibilità di appassionarsi a qualcosa sino ad allora irraggiungibile, ampliando così i propri orizzonti, rappresenterà oltre che una sfida anche quell’autentico divertimento che da qualche tempo non provava più nei suoi concerti.
La musica può realmente cambiare la vita delle persone? Dopo aver visto il primo lungometraggio del regista algerino Rachid Hami, presentato fuori Concorso a Venezia, non possiamo che dare a questo interrogativo una risposta positiva. La mèlodie è un commovente e tenero film sulla musica in ambiente scolastico ed i giovani attori, tutti bravissimi e scelti in base al loro talento per la commedia, hanno dovuto realmente imparare a suonare il violino, come ha dichiarato uno di loro in conferenza stampa “mi ha fatto molto piacere imparare a suonare il violino perché mentre suonavamo eravamo tutti uguali, non c’erano più diversità di razza, è stata una grande opportunità: non sarei qui oggi”.
Ed è proprio in queste parole che risiede il messaggio del film, oltre che nel brano musicale che il regista ha scelto di far suonare ai ragazzi: Shéhérazade, una suite sinfonica composta da quattro brani separati poi uniti tra loro da una parte solistica affidata al violino. Film corale di cui se ne consiglia la visione.
data di pubblicazione:03/09/2017

da Accreditati | Set 3, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Un rapimento misterioso a Casal di Principe. La difficoltà di allontanarsi da una terra contaminata. Una storia di forti legami familiari in una terra in cui una “vita normale” non sembra possibile.
Nato a Casal di Principe, fuori concorso a Venezia 74, è un film che non ti aspetti. Tratto da una storia vera, racconta del rapimento avvenuto nel 1989 di un ragazzo, Paolo Letizia, appartenente ad una famiglia per bene di Casal di Principe ad opera della camorra, che getta nello sconforto tutta la famiglia. Amedeo, il fratello maggiore di Paolo e aspirante attore, inizia insieme al cugino Marco e al fratello più piccolo una ricerca forsennata e disperata anche negli ambienti malavitosi (non sapendo se cercare un cadavere o il nascondiglio dove il fratello è rinchiuso) fino a mettere a repentaglio anche la sua stessa vita e quella dei suoi familiari.
Nel corso del film si delinea la figura di Paolo, che risulta essere la pecora nera della famiglia, uno che si metter facilmente nei guai, ma che per questo è considerato dai suoi debole e bisognoso di essere protetto, tanto da istillare in Amedeo, dopo la sua scomparsa, forti sensi di colpa per non essergli stato più vicino.
Un film che non lascia indifferenti; le emozioni, la tensione e l’angoscia di Amedeo si trasferiscono nello spettatore che percepisce il sentimento di impotenza e di rabbia del protagonista e si scontra con l’omertà e la collusione anche dei paesani non affiliati alla camorra. Amedeo ha cercato di allontanarsi dal suo paese tentando di far carriera nel cinema, affidandosi quindi al mondo della finzione, dell’evasione, ed invece il rapimento di Paolo che lo richiama a Casal di Principe, lo riporta alle sue origini che vuole dimenticare, ma che drammaticamente sono radicate in lui come l’amore viscerale per la sua famiglia. Imbraccia il fucile per le campagne come se stesse girando un film ed invece è tutto tristemente reale: la corruzione, la violenza, così come la casualità di vivere o morire in quel tessuto sociale.
Intensa l’interpretazione del protagonista Alessio Lapice e toccanti quelle dei genitori di Paolo, Donatella Finocchiaro e Massimiliano Gallo. La regia di Oliviero entra nelle pieghe delle vicende, dei sentimenti dei protagonisti e della drammaticità del contesto sociale e del territorio come solo un napoletano sa e può fare.
data di pubblicazione:03/09/2017

da Accreditati | Set 2, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Charlie Thomson ha solo quindici anni, ma ne dimostra molti di più. Sulle sue spalle c’è il peso di un’adolescenza finita troppo in fretta e nei suoi occhi il desiderio di raggiungere una buona dose di stabilità. Sarà l’affetto per un cavallo a fargli ritrovare la voglia di rialzarsi. Da solo, alla ricerca della propria identità e di un passato che gli appartiene.
Durezza e dolcezza insieme. Drammaticità positiva, a tratti inevitabile, in grado di condurre il protagonista verso una crescita costruttiva. Solitudine e, al contempo, ricerca smodata di legami concreti. Paura e coraggio. Lean on Pete, tra i film in concorso alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, gioca molto sugli ossimori e le contraddizioni dell’animo. A firmarlo il regista britannico Andrew Haigh, che ha riadattato per il grande schermo il romanzo di Willy Vlautin, La ballata di Charlie Thomson.
Protagonista della storia è proprio quest’ultimo, un quindicenne carico di responsabilità che si troverà presto ad affrontare un viaggio metaforico, oltre che reale. Interpretato da un intenso Charlie Plummer, il ragazzo non ha figure di riferimento al suo fianco. Non ha mai conosciuto sua madre, mentre il padre dedica la vita più alle donne che al ruolo di genitore. Quando perderà anche lui, Charlie investirà tutte le sue forze in un nuovo lavoro, ottenuto per caso dopo un breve colloquio con un allevatore di cavalli da corsa (Steve Buscemi). A spingerlo l’affetto per uno dei componenti più deboli del suo team, Lean on Pete, non più capace di gareggiare come una volta. Quasi fosse una sorta di alter ego, il cavallo diventa da subito il suo unico confidente. È a lui che rivela i pensieri più cupi e i ricordi più belli. Ed è a lui che voterà tutte le sue attenzioni, proprio come avrebbe voluto che qualcuno avesse fatto con lui. Forse suo padre o la zia Margy, sempre presente nella sua memoria.
Lean on Peteè un classico racconto di formazione. Eppure, nonostante il recupero consapevole di certi spunti narrativi, è più complesso. Ogni uomo che il giovane protagonista incontrerà sul suo cammino non riuscirà a forgiarlo a proprio piacimento, impartendogli insegnamenti e massime di vita. Non ci saranno consigli o dritte che Charlie deciderà di seguire: in lui le basi di una buona educazione già ci sono. Lo dimostra ogni suo gesto, ogni sua parola. Consapevole che solo il ritorno a quel passato fiorente – quando era ancora un bambino ed era circondato da una vera famiglia – sarà capace di restituirgli l’agognata stabilità, sceglie allora di affidarsi a sé con tutte le proprie forze. Crescerà e maturerà, ma poi si trasformerà di nuovo nel piccolino di una volta, bisognoso di cure e rassicurazioni. Un film da vedere, dunque, che ha commosso tutta la platea della Sala Grande del Lido. È bastato guardare negli occhi ciascuno dei presenti e ascoltare la lunga serie di applausi al termine della proiezione per capire che sì, anche stavolta, il cinema è riuscito a compiere la sua missione catartica.
data di pubblicazione:02/09/2017

da Maria Letizia Panerai | Set 2, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Un giorno Addie, una donna di quasi ottant’anni rimasta vedova, si reca dal suo vicino di casa Louis, anch’esso rimasto solo da tempo, per fargli una insolita richiesta: dormire insieme, allo scopo di farsi compagnia e parlare un po’, condizione che oramai da troppo tempo non esiste più per entrambi. Unire le loro anime di notte sarà un modo per affrontare il passato e vivere a piene mani il presente.
Nella penombra di quelle notti rubate agli sguardi indiscreti dei vicini di una tranquilla cittadina del Colorado, dopo aver vinto un inevitabile imbarazzo iniziale, prendono corpo e voce per Addie e Louis i ricordi della vita passata non sempre piacevoli, rimasti ben celati nell’animo di entrambi. Entrambi confessano sensi di colpa ed inadeguatezza di fronte a certe situazioni della loro gioventù quanto si è troppo presi dalla vita e non si dedica sufficiente tempo a tutto, ma tali confessioni non disturbano la loro singolare e notturna consuetudine che prosegue tra le chiacchiere indiscrete dei vicini. E così prende corpo la speranza di poter diventare ciò che avresti voluto essere da giovane ma non hai avuto il coraggio di diventare, non curandosi troppo delle chiacchiere della gente, e quello che inizialmente sembrava un bizzarro gioco diviene per entrambi l’inizio di una affettuosa amicizia.
Dopo quasi 50’anni da A piedi nudi nel parco, la coppia Fonda-Redford ci ammalia ancora con Our Souls at night, tratto dall’omonimo romanzo di Kent Haruf, di cui Redford ha acquistato i diritti per poi produrre il film che non potremo vedere nelle sale perché finirà su Netflix. Ci parlano di amore adulto come cura alla solitudine ed alle ferite giovanili, da quelle spine che ci si porta dentro il cuore perché non si è stati capaci di toglierle.
Inutile dire che il film è molto gradevole grazie soprattutto alla presenza di questa coppia di assi, che anche attraverso le rughe ci affascinano ancora con la loro tecnica recitativa rimasta intatta: due autentiche leggende che hanno incantato la sala stampa con la loro classe, con risposte sempre molto misurate e con una buona dose di senso d’humor. Due leoni alla carriera meritatissimi.
data di pubblicazione:02/09/2017

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