da Antonietta DelMastro | Lug 12, 2017
Secondo capitolo della trilogia con il commissario Yeruldegger nel grandioso paesaggio della Mongolia.
È il terzo inverno in cui la “sciagura bianca” avvolge la steppa lasciando dietro di sé una scia di cadaveri di uomini e animali. Troviamo l’ispettrice Oyun accoccolata nella neve per controllare un “monticello di cadaveri” che si staglia come unica protuberanza per chilometri nella steppa; la gamba di un uomo spunta dal un cumolo di carcasse congelate tra un cavallo, su cui probabilmente stava viaggiando, e un dzo che, non si capisce come, sembra le sia letteralmente caduto sulla testa.
Così inizia il nostro nuovo viaggio in compagnia di Ian Mannok che, seguendo le indagini dell’ineffabile Yeruldelgger e della sua squadra, ci porta ancora una volta alla scoperta della spettacolare Mongolia.
Lasciamo l’ispettrice Oyun nella steppa vetrificata dal gelo dello dzüüd e torniamo nella capitale dove viene rinvenuto il cadavere di Colette, la prostituta che nel precedente libro aveva aiutato il commissario Yeruldegger a fare pulizia tra le fila della polizia corrotta di Ulan Bator, ed è proprio lui a essere accusato della sua morte.
Non sarebbe il personaggio forte che abbiamo imparato a conoscere se rimanesse inerme in attesa di giudizio: Yeruldegger si lancia sulle tracce di Ganshü, il figlio scomparso di Colette, e arriva fino in Normandia dove scoprirà un fitto intrigo che coinvolge servizi segreti, militari e la parte corrotta della politica mongola e che lo obbligheranno a prendere in mano le armi e a mostrarci un volto crudele che il Settimo Monastero Shaoilin non è riuscito a mitigare.
Purtroppo anche questa volta, come per la precedente recensione di Morte nella steppa, non posso non criticare l’intreccio narrativo che ci presenta Manook. Gli accadimenti che si concatenano nelle quasi 500 pagine sono assolutamente inverosimili, l’indagine è contorta, ingarbugliata e assurda. Ma, come per il primo romanzo, la maestria con cui descrive la Mongolia è assolutamente perfetta: le pietanze, i paesaggi sterminati, le tradizioni millenarie, Mannok riesce a rendere incantevole persino il terribile dzüüd che si abbatte sulla steppa sconfinata.
Il desiderio di proseguire la lettura per farsi avviluppare dalle descrizioni di questo mondo affascinante è tale che, anche questa volta, sono passata sopra alla trama “zoppicante”, Mannok scrive e ti avvolge, come se tu fossi lì, come se i trenta gradi sotto zero della sciagura bianca bruciassero la tua pelle, come se il calore del Gurgur, tè con il burro salato di yak, si spandesse tra le tue membra intorpidite. Leggere questi romanzi di Manook è stato per me come viaggiare per paesaggi che, temo, non potrò conoscere se non tramite le sue descrizioni, paesaggi che mi hanno totalmente stregata e di cui, tutte le volte che leggo l’ultima pagina sento, forte, la nostalgia.
Questo è il motivo per cui sicuramente leggerò La morte nomade, ultimo capitolo della saga di Yeruldelgger Khaltar Guichyguinnkhen, libro già pubblicato in Francia che, spero presto, Fazi pubblicherà anche in Italia.
data di pubblicazione:12/07/2017
da Antonio Iraci | Lug 5, 2017
(Teatro India – Roma, 4 e 5 luglio 2017)
In questo primo scorcio del nuovo millennio abbiamo imparato obtorto collo a prendere familiarità con nuove espressioni artistiche che attraverso la pura sperimentazione ci hanno insegnato a digerire, non senza la necessaria concentrazione, quello che in termini architettonici viene definito come decostruttivismo. La forma viene scomposta nei suoi vari elementi primari per generare un caos che diventa, con un ossimoro, proprio l’elemento regolatore dei singoli frammenti e ne costituisce paradossalmente il nuovo legante. Prélude, spettacolo di danza ideato della coreografa Cristina Kristal Rizzo e presentato al Teatro India nell’ambito della rassegna il Teatro che Danza, sembra ricalcare questo concetto di base rivisitando, con una propria personale visione, l’idea di ensemble per lasciare spazio ad ogni singolo elemento danzante di manifestare la propria individualità. Qui preludio ed epilogo si sovrappongono senza soluzione di continuità. I protagonisti, tutti di elevata bravura, riempiono con i loro incessanti movimenti una scena vuota e semibuia, come monadi che esistono in maniera autonoma, tutte concentrate a rappresentare se stesse in una ricerca spasmodica di libertà mediante un’attività di attrazione-repulsione. Più che apprezzabile l’iniziativa del Teatro di Roma che con questo progetto, già iniziato il 13 giugno e che durerà fino a metà luglio e poi con una breve ripresa a settembre, ci presenta le nuove tendenze della danza contemporanea frutto del lavoro di giovani coreografi e danzatori provenienti da diversi paesi, ognuno con le proprie peculiarità nate in ambienti totalmente eterogenei. Ben riuscito il lavoro di Cristina Kristal Rizzo che si è avvalsa della collaborazione di Simone Bertuzzi/Palm Wine per la selezione musicale e di Caned Icoda per i costumi. Sicuramente un’esperienza interessante per il folto pubblico in sala, indotto ad elaborare un’astrazione dal proprio immaginario di danza e spinto a indagare un campo espressivo del tutto nuovo, affascinante e decisamente conciliabile con l’inquietudine del presente.
data di pubblicazione:05/07/2017
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Lug 3, 2017
(Taormina, 1 luglio 2017)
La tenerezza è l’autentico trionfatore dei Nastri d’argento 2017, assegnati lo scorso 1 luglio presso il Teatro Antico di Taormina. Il racconto a toni cupi di Gianni Amelio stringe tra le mani lo scettro del miglior film (gli altri candidati erano concorrenti d’eccezione come Fiore, Fortunata, Indivisibili e Tutto quello che vuoi), ma si aggiudica anche i premi per la miglior regia, la miglior fotografia (Luca Bigazzi) e il miglior attore protagonista (Renato Carpentieri).
Nessuna sorpresa per la miglior attrice protagonista: la Fortunata Jasmine Trinca, appena reduce dal successo di Cannes. Il palmarès al femminile è completato dall’ex aequo per la migliore attrice non protagonista tra Sabrina Ferilli (Omicidio all’italiana) e Carla Signoris per Lasciati andare e dal Nastro d’argento europeo a Monica Bellucci per On the milky road.
Alessandro Borghi può invece fregiarsi del titolo di miglior attore non protagonista per Fortunata.
La migliore sceneggiatura è invece quella di Francesco Bruni per Tutto quello che vuoi, che si cinge anche del Nastro speciale al suo magnifico Giuliano Montaldo.
Indivisibili di Edoardo De Angelis, pur assente dai premi “più importanti”, non delude le aspettative, aggiudicandosi cinque Nastri e divenendo quindi il film più premiato: miglior produttore (Attilio De Razza e Pier Paolo Verga), miglior soggetto (Nicola Guaglianone), migliori costumi (Marco Cantini Parrini), miglior colonna sonora (Enzo Avitabile), miglior canzone originale (Abbi pietà di noi di Enzo Avitabile).
Fai bei sogni riceve i nastri per il miglior montaggio (Francesca Calvelli), migliore scenografia (Marco Dentici, anche per Sicilian ghost story)
Il miglior regista esordiente è Andrea De Sica con I figli della notte, mentre la miglior opera prima è Il più grande sogno di Michele Vannucci.
La miglior commedia dell’anno è invece L’ora legale di Ficarra e Picone.
Molte conferme e tante sorprese nella serata condotta da Andrea Delogu, che andrà in onda su Raiuno il 14 luglio (ore 23.20), anticipata mercoledì 5 da un Movie Mag Speciale su Rai Movie.
data di pubblicazione: 03/07/2017
da Antonietta DelMastro | Lug 3, 2017
Dorothy “Dot” Sherman è la narratrice, protagonista adolescente, dalla quale il romanzo prende il nome. Sicuramente non è il mio romanzo preferito tra quelli scritta da Lansdale: la rappresentazione degli anni della Depressione di In fondo alla palude o L’ultima caccia sono assolutamente coinvolgenti, e sono rimasta conquistata da La sottile linea scura, ma la personalità di Dot è assolutamente unica, le descrizioni che fa di ciò che le accade: “In quel momento Herb parcheggiò accanto a me…. mi faceva sentire come se fossi seduta in un carretto trainato da un asino morto…” oppure “Nonna mi portò i giornali. Erano interessanti quasi quando fare la tintura a un topo.” o i battibecco che ha lo “zio” Elbert “… ero lì in Kansas. Avevano bisogno di qualcuno che si vestisse da pagliaccio per i bambini, per la parte dello spettacolo dedicato a loro” “Deve essere stato difficile, con una bottiglia di birra in mano….” sono assolutamente esilaranti, il linguaggio di Dot è dissacrante e la battuta ironica sempre pronta.
La prosa di Lansdale è costantemente godibile e la descrizione della vita in una cittadina del Texas della classica famiglia americana che vive ai margini in una casa mobile con lavori mal pagati e sussidi è veramente pregevole.
La storia è quella della diciassettenne Dot che vive in una casa mobile con la sua famiglia composta da madre, nonna, il fratellino Frank e la sorella con i suoi figli che, perlomeno saltuariamente, chiede asilo dalle botte del marito nella già stracolma roulotte: l’unico che manca è il padre, uscito cinque anni prima per prendere delle sigarette e mai più rientrato.
Dot, per aiutare il bilancio familiare, sfreccia sui pattini servendo la cena ai clienti seduti nelle proprie macchine al “Dairy Bob”, ed è assolutamente determinata a non compiere gli errori in cui sono cadute la sorella e la madre: vuole conseguire il diploma e non annullare la propria vita per un ubriacone che la picchi e la abbandoni con dei bambini.
L’arrivo dello “zio” Elbert sarà di aiuto al riscatto di Dot, le darà la carica e la tenacia per sciogliere alcuni nodi che la perseguitano e tentare di avere qualche cosa di più, non sarà importante cosa o come, e le fa capire che ce la può fare, può riuscire in ciò che ritiene sia giusto per lei, e glielo dice molto chiaramente: “Sai cosa penso? – disse – Penso che siamo tutti responsabili di ciò che facciamo. Non è colpa degli altri. Non è sempre colpa della genetica, e di come ci hanno fatto crescere, perché ci sono tante persone nate in contesti orribili, che hanno subito ogni sorta di torti e non per questo sono diventate spregevoli. Scegliamo di essere quel che siamo. Diventiamo quel che vogliamo essere”.
data di pubblicazione:03/07/2017
da Flaminia De Rossi | Giu 30, 2017
(Foro Palatino – Via San Gregorio, 30 – Roma, 28 giugno/29 ottobre 2017)
La mostra si svolge tra lo Stadio Palatino e il peristilio inferiore della Domus Augustana, con le terrazze e le Arcate Severiane.
La mostra presenta 100 opere tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta di artisti provenienti da 25 diverse nazioni.
L’intero percorso segue 4 tematiche essenziali: le installazioni architettoniche site-specific – gli Stendardi – le Mani, e i Ritratti.
L’arte contemporanea non è affatto in contrapposizione rispetto all’archeologia, a mio avviso è un connubio molto fascinoso ed interessante.
Le opere progettate e realizzate, scolpite, fotografate, dipinte e disegnate si inseriscono tra le rovine e comunicano con il luogo.
Sono le Architetture che riattivano l’energia del luogo, gli Stendardi che aprono la strada verso il Palatino, le Mani che rappresentano la forza creatrice e la fantasia, i Ritratti che fanno riflettere su noi stessi.
Mauro Staccioli (tra gli artisti presenti ) lo dimostra, creando “diagonale palatina”, una scultura di acciaio rosso (pompeiano) di 24 m che si inserisce nel cuore leggendario di Roma tra le costruzioni severiane che accoglievano coloro che giungevano nella capitale dell’impero percorrendo la via Appia; la diagonale è il cancello di ingresso ai moderni viaggiatori, segna l’inizio della mostra come un segno che ancorato a terra sale verso l’infinito scendendo il vuoto delle antiche arcate in un attraversamento simbolico del tempo.
L’artista ricorda che “Creare scultura significa esistere in un luogo”.
After Love di Vedovamazzei con tettoie che pendono e finestre sconnesse è ispirata al film One Week di Buster Keaton che metteva in crisi il modello piccolo-borghese.
La pericolante villetta è immersa nello stadio Palatino e …punto!
Le opere che provengono dal Museo ALT (arte lavoro e territorio) creato da Tullio Leggeri (collezionista e complice degli artisti) sono caratterizzate da mistero, sarcasmo equivoco e provocazione.
Le arti del XXI secolo rendono attuale e presente il Palatium, smuovono con delicatezza la Roma Imperiale attraverso questi nuovi linguaggi e creano uno scenario spettacolare.
data di pubblicazione: 30/06/2017
da Rossano Giuppa | Giu 26, 2017
(Teatro India – Roma,19/24 giugno 2017)
Un getto di immagini e parole, un passato ed un presente sovrapposti, un flusso di pensieri e persone in un cammino apparentemente senza meta, ma in realtà all’interno di un’ellisse che sa di vita e di morte. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno presentato per il terzo anno consecutivo Quando non so cosa fare cosa faccio? azione performativa che, dal 19 al 24 giugno ha accompagnato un gruppo di spettatori dal Teatro India tra viale Marconi e le sue diramazioni.
Daria De Florian percorre e racconta quell’angolo urbano sconclusionato e caotico, fatto di negozi di ultima generazione e ambulanti, di etnie, panchine e parchi, di garage e saliscendi metropolitani fatti di cemento e ferro, di palazzi addossati e acqua del fiume. Un set cinematografico senza tempo che ancora accoglie l’anima di Adriana, la giovanissima protagonista di uno dei capolavori del cinema italiano, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli. Un film del 1965, interpretato da una indimenticabile Stefania Sandrelli. Adriana che aveva lasciato il paese per raggiungere Roma con l’aspirazione di farsi strada nel mondo dello spettacolo e che era andata a vivere proprio nell’allora modernissimo quartiere Marconi.
Un percorso a metà tra il ’65 ed il 2017, in una condizione sospesa, guidato dalle azioni e dai pensieri di Adriana-De Florian, una donna fragile, poetica, delicata, simbolo della trasformazione del quartiere Marconi e dei suoi abitanti. L’azione performativa, pur seguendo un itinerario, è decisamente aperta: durante il percorso, la storia interagisce con persone e cose, privilegiando una dimensione soggettiva e non predefinita, libera da limiti spazio-temporali.
La scelta di via Marconi vuol dire inevitabilmente ripensare a quando è nato il quartiere, sogno di una modernità e di un benessere da inseguire ad ogni costo, nel segno di un progresso che non si sarebbe mai fermato. Un film en plen air fatto di paesaggi reali e paesaggi della mente che gli spettatori, grazie a cuffie, possono seguire ed interiorizzare. Ed il tempo sembra fermarsi tra realtà e dimensione cinematografica, grazie alla voce che ipnotizza e coinvolge.
Passo dopo passo, parola dopo parola, il racconto autobiografico si fonde sempre di più con la ricostruzione e la rievocazione del personaggio di Adriana, i suoni intorno a noi si mescolano con quelli del film, con la sua colonna sonora e le sue canzoni, come la bellissima Mani bucate di Sergio Endrigo, intonata in uno scantinato. Un’esperienza emozionante, un viaggio interiore illuminato da una voce che isola e filtra dando sfumature di colore e respiro al quartiere ed ai sui mille abitanti. Un racconto che sa di caos e fantasia, di integrazione ed illusione, di gioia e di amarezza per un giardino di ciliegi che sta per essere abbattuto; ma proprio allora quella fusione leggera di Checov e traffico, di caos e ciliegie, di sogno e dolore diventa poesia.
data di pubblicazione:25/06/2017
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Giu 22, 2017
(Teatro Brancaccio – Roma, 20 giugno 2017)
Sfiniti ma soddisfatti, i settanta attori dell’Accademia di Spettacolo L’Arte nel Cuore, riconosciuta a livello regionale e unica nel suo genere in Europa con l’obiettivo di abbattere ogni barriera che si contrappone tra la persona diversamente abile ed il resto del mondo, si sono esibiti nella nota commedia shakespeariana affrontando un testo certamente molto gravoso, ma che non ha minimamente smorzato il loro naturale entusiasmo di recitare, ballare e cantare di fronte ad un pubblico vero che li ha seguiti con vivo interesse e partecipazione.
Il lavoro è frutto di un costante impegno da parte di questi giovani attori, tutti normo-dotati e disabili, che si trovano insieme in un progetto di integrazione artistica che da dieci anni viene portato avanti da questa singolare Accademia i cui promotori, sotto la presidenza di Daniela Alleruzzo, sono infatti convinti che dove c’è talento non possano esistere pregiudizi che in qualche modo vadano ad impedire l’inserimento di soggetti disabili in un contesto lavorativo cinematografico e televisivo, al fine di seguire un percorso artistico professionalmente valido.
I corsi di studio spaziano dalla recitazione al doppiaggio, dal canto alla danza e vengono tenuti da docenti con spiccate capacità didattiche, supportati da una equipe psico-pedagogica che garantisce presenza costante ed sostegno durante lo svolgimento delle varie attività. Rispetto agli anni passati in cui venivano scelte commedie più leggere e divertenti, quest’anno è stato selezionato un testo singolare e con un intreccio narrativo non facile che prevede la comparsa di diversi personaggi mitologici in un contesto fiabesco e classico al tempo stesso. Veramente impeccabile la prova degli attori in un ambito scenico pieno di luci e colori a cura di Pasquale Cosentino.
Singolari anche i costumi ideati da Annalisa di Piero e le coreografie di Francesca Cinanni e Carmen De Sandi, che hanno contribuito egregiamente ad alleggerire il testo rendendolo più fruibile dal folto pubblico in sala.
Le tre ore di spettacolo sono volate via in un attimo, creando una atmosfera incandescente dovuta sia all’entusiasmo generale sia, purtroppo, alla mancanza totale di aria condizionata, unico neo di questa piacevolissima serata.
data di pubblicazione:21/06/2017
da Antonietta DelMastro | Giu 17, 2017
Terzo romanzo di Michel Bussi pubblicato dalle Edizioni E/O. Incontriamo l’autore in una chiacchierata caratterizzata da batture e sorrisi amichevoli il 18 maggio nell’affollatissima sala Blu del Salone del Libro di Torino.
I libri di Michel Bussi sono ormai tradotti in tutto il mondo, leggerli è un viaggio alla scoperta di nuovi luoghi che, con la maestria che lo contraddistingue, rende reali e vivi davanti ai nostri occhi. Nel corso dell’intervista ha spiegato che tutti i luoghi in cui vengono ambientati i suoi romanzi sono in qualche modo a lui cari: la Normandia in cui vive e in cui si ambienta Ninfee nere, la Corsica di Tempo assassino di cui è originario il nonno, e ora il paradiso tropicale del dipartimento d’oltremare francese dell’isola de La Réunion, immersa nell’Oceano Indiano.
Bussi già conosceva la geografia delle isole vulcaniche di Stromboli e Vulcano, perché meta delle sue vacanze, ed è lì che è nato il germe di questo romanzo che è definitivamente sbocciato durante il soggiorno a La Réunion, che descrive con l’indiscutibile finezza e maestria del geografo qual è.
Tutto ha origine da un episodio minimo: la separazione avvenuta anni prima del protagonista Martial Bellion, un figlio condiviso e due genitori che fanno di tutto per rendersi la vita impossibile.
Bellion torna dopo anni sull’isola con la nuova moglie, Liane, e la loro figlioletta di sei anni, Josapha.
All’improvviso Liane scompare e Bellion si rivolge alla Brigata territoriale di gendarmeria perché inizino le ricerche, ma ben presto le cose cominciano a non quadrare; durante la perquisizione della stanza occupata dai Bellion all’Hotel Almanda vengono rinvenuti alcuni inconfondibili schizzi di sangue, dalla valigia da pic-nic della famiglia è scomparso un coltello, e la testimonianza della cameriera del piano, che giura di aver visto Martial Bellion spingere un carrello della biancheria fino al parcheggio dell’hotel, inchiodano il marito come unico sospettato della scomparsa e dell’omicidio di Liane.
A quel punto Bellion e la figlia scompaiono anch’essi.
Nelle pagine, che posso assicurarvi correranno rapide sotto i vostri occhi, assisteremo alla ricerca angosciosa di Liane da parte di Martial che trascinerà con sé la figlia.
Josapha sarà protagonista tanto quanto il padre del romanzo: sotto i nostri occhi avverrà la sua trasformazione e la piccina fragile, viziata, dispotica e spensierata che incontriamo a bordo piscina all’inizio della storia, si forgerà e troverà dentro di sé la forza per andare avanti, spinta dall’amore per la sua mamma e dalla speranza di ritrovarla. Sarà questa speranza che le permetterà di continuare a seguire il padre benché, nella sua testa e nel suo cuore, non sappia decidere se il suo ruolo è quello di eroe, vittima o assassino.
Oltre a padre e figlia, protagonisti indiscussi del romanzo, Bussi ci presenterà molti altri personaggi e a ognuno di essi darà modo di parlare e presentare la sua verità su ciò che è accaduto, mentre al lettore verrà richiesto di fare uno sforzo di comprensione della psicologia di ogni personaggio.
Definito l’erede di Agata Christie e della sua scuola del romanzo poliziesco, i romanzi di Bussì in realtà si allontanano dalla struttura classica dei polizieschi per concentrarsi più sulla psicologia dei personaggi; a tal proposito ha confessato di trovare ispirazione per le sue storie nel cinema d’azione facendo, su tutti, il nome di Shyamalan con Il Sesto Senso.
Una curiosità che ci ha rivelato l’autore è che in un primo momento per il libro aveva proposto il titolo di Zamal, un tipo di cannabis molto utilizzata sull’isola de La Réunion e che ha un suo ruolo nella storia, ma l’editore francese non lo riteneva politicamente corretto e venne scelto Ne lâche pas ma main.
Ha inoltre aggiunto che i titolo dei suoi romanzi sono spesso legati a canzoni francesi a cui fa riferimento anche nei romanzi, perché trasmettono emozioni forti ai lettori.
Un libro assolutamente da leggere.
data di pubblicazione:17/06/2017
da Antonio Iraci | Giu 14, 2017
Ci troviamo in Normandia, inizio ‘800. Julien de Lamare, nobile squattrinato, viene presentato all’unica figlia del barone Le Perthuis des Vauds, Jeanne, con l’intento di combinare il matrimonio tra i due. La bella e aristocratica fanciulla si innamora subito dell’avvenente giovane e, con l’assenso dei genitori, accetta appassionatamente di sposarlo. Ben presto Julien si rivelerà un incorreggibile fedifrago e la sua falsità porterà Jeanne, divenuta nel frattempo madre del piccolo Paul, verso un lento inesorabile declino che lascerà spazio solo ai bei ricordi di una vita passata, unica risorsa per la quotidiana sopravvivenza ad un’esistenza segnata oramai solo da solitudine e miseria.
Tratto dalla prima opera completa di Guy de Maupassant del 1883, in cui lo scrittore non esitava ad affrontare con amaro realismo la società del suo tempo e le ipocrisie che la caratterizzavano, il film del regista francese Brizé mette in luce tutte le componenti espressive tipiche del romanzo dell’800, di cui lo stesso Maupassant ne fu il precursore. In effetti viene rispettata la dinamica propria del racconto, che sebbene molto articolato, non tralascia di ricorrere ad uno stile narrativo di sintesi, lasciando allo spettatore il compito di colmare quei vuoti temporali volutamente creati al fine di ricompattare, con la propria immaginazione, gli intrecci che caratterizzano l’intera vicenda. Tutto ciò si realizza attraverso un montaggio perfetto che risulta funzionale al pathos che il film intende trasmettere: i lunghi piano sequenza ed il formato adottato mettono bene in evidenza l’espressione dei volti e ci fanno cogliere, in maniera quasi impercettibile, il dramma interiore che travaglia nell’intimo l’animo dei protagonisti. A fare da contrappunto a questo universo quasi claustrofobico, il regista manda immagini di spazi aperti ed assolati in un quotidiano, frutto solo di ricordi di una spensieratezza che fu, che hanno lo scopo di seppellire una sofferenza oramai radicata che invece lascia poco spazio ad ogni tentativo di felicità. Jeanne (magistralmente interpretata da Judith Chemla), sarà costretta ad affrontare senza soluzione di continuità i colpi di un destino triste e spietato dove prima il marito e poi il figlio, le due persone che ama di più al mondo, non le lasceranno altro che il rifugiarsi nei ricordi di una vita spensierata perché non contaminata dal mondo esterno. Ma questi stessi ricordi sembrano incupire ancora di più il presente perché riportano la sventurata a rivivere i momenti in cui credeva solo nell’amore e nella verità, e non conosceva menzogna e tradimenti.
A dispetto dell’ambientazione che ricalca la mentalità dell’epoca, il film si lascia seguire con interesse per la splendida interpretazione degli attori, per la fotografia e la ricercatezza dei costumi.
Sembra inoltre indovinata la scelta di distribuire la pellicola in lingua originale con i sottotitoli, elemento questo che aggiunge un tocco di ulteriore raffinatezza al ben riuscito lavoro di Brizé.
data di pubblicazione:14/06/2017
Scopri con un click il nostro voto: 
da T. Pica | Giu 9, 2017
A Roma è celebre un detto romanesco che attraverso un’iperbole vuole ben rappresentare la difficoltà di trovare qualcosa che ci si affanna a cercare. Quante volte, i romani soprattutto potranno capirmi, abbiamo sentito dire oppure detto “ma mi sembra di cercà Maria pe (per) Roma”? Eppure, oggi con la XI Festa del Cinema di Roma, “Maria per Roma” è anche il titolo di un film. E se l’iperbole romanesca sta a indicare qualcosa di raro, che non si riesce a trovare, per Karen Di Porto – debuttante sceneggiatrice e regista alla sua prima opera cinematografica, dopo una laurea in legge -, Maria per Roma è un atto di amore alla sua città che riflette non una Maria bensì tante Maria che abitano Roma, ma anche il resto d’Italia.
Maria, è un’aspirante attrice, ha studiato, fa teatro ma non ha ancora avuto l’occasione che le ha fatto fare il salto di qualità e non ha mai recitato in un lungometraggio. Per sopravvivere passa le sue giornate affannata nella gestione dei check-in delle case vacanza disseminate tra le più belle strade del centro storico romano. La sua giornata tipo da “key-holder” inizia alle 7:00 di mattina con il primo check-in e si protrae finanche a mezzanotte con i soliti turisti ritardatari. Durante oltre 12 ore di lavoro Maria corre da una parte all’altra della caotica, fredda, frenetica città alla guida della sua Vespa blu con al fianco la cagnolina Bea – che anche nella vita reale non si separa mai dalla protagonista, regista e sceneggiatrice Karen Di Porto – che si ritrova a “respirare” e vivere all’unisono con lei le ansie, lo stress, i nervosismi, i malumori, le delusioni e le discussioni che pervadono gli incontri tra Maria e i clienti più strambi, il padrone dell’agenzia immobiliare e la madre, rimasta vedova a gestire un negozio di antiquariato in liquidazione che si preoccupa per la figlia sola senza un compagno e un vero lavoro Il precariato, la società in crisi economica e di sentimenti, l’assenza di meritocrazia, la fatica di arrivare a fine mese e la susseguente incapacità di amare ed essere amati e di avere una famiglia, temi ormai a noi fin troppo noti, non rendono banale o ripetitivo questo film.
Seppure con una regia esordiente, Maria per Roma, presentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, convince e proprio le scene interpretate da persone comuni, e non da attori, quelle persone che Maria/Karen Di Porto spesso incrociano nella loro quotidianità, creano un legame diretto tra lo spettatore e la storia che a tratti emoziona perché incredibilmente vera e vicina a tutti quei trentenni e quarantenni romani e non. Nel film si ride anche grazie a delle gags fulminee davvero intelligenti e divertenti. Roma, nel suo caos dispersivo che sembra abbandonare le sue “Maria” a se stesse e ad amari destini, al tempo stesso irrompe nella sua magnificenza di mamma rassicurante, con i suoi angoli suggestivi e magici in cui rifugiarsi e trovare anche solo dieci minuti si pace e sollievo per ricaricarsi e ripartire nella lotta della “jungla”, ma pur sempre continuando a sognare, perché sognare non costa nulla e ci aiuta a sopravvivere.
Data di pubblicazione: 09/06/2017
Scopri con un click il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…