da Antonietta DelMastro | Set 25, 2017
Un romanzo molto coinvolgente, perlomeno lo è stato per me che spesso transito, per ragioni di lavoro, dalla stazione di Bologna passando sotto all’orologio per sempre fermo alle 10,25 andando a prendere il taxi davanti a quella che un tempo era la sala d’attesa di II classe, dove esplose l’ordigno che causò la morte di ottantacinque innocenti e il ferimento di duecento persone.
Il romanzo di svolge nell’arco di una unica giornata, appunto quella del 2 agosto 1980, e inizia alle 8 del mattino in una periferia romana dove Matilde e Marta, due amiche e vicine di casa, stanno salutandosi prima della partenza per le agognate vacanze estive.
Matilde sta finendo gli ultimi preparativi prima di partire per il mare con il marito e i suoi due figli adolescenti; ha già preparato tutte le provviste che verranno stipate ordinatamente nella macchina così come verranno caricate, con ordine millimetrico, le valige sul portabagagli sopra al tettuccio dal suo pignolo e grigio marito.
In quel momento si sofferma a pensare a Marta e a l’invidia che prova per la vita della sua amica, per la sua famiglia numerosa, le cinque figlie che creano confusione e allegria nella loro casa senza sapere che, nello stesso tempo, Marta le sta invidiando proprio la tranquilla routine senza scossoni nella quale vive, priva di tutte le preoccupazioni in cui lei si deve barcamenare proprio a causa delle sue figlie, soprattutto per Gianna che ha scelto di andare a studiare all’università di Bologna.
Alle dieci di mattina Matilde e la sua famiglia partono per il mare, in quel momento Gianna, a Bologna, è in una delle aule dell’Università per assistere all’ultima lezione prima della pausa estiva: dopo poco il suono acuto delle sirene squarcia la pesante afa estiva, il professore interrompe la lezione preoccupato, e poco dopo entra in aula il preside di facoltà, stravolto; i due si parlano e gli studenti apprendono che è successo qualche cosa di veramente grave per la città: “C’è stato un incidente alla stazione centrale, pare sia scoppiata una caldaia o una bombola di gas. L’università sta organizzando un gruppo di volontari per portare aiuto, se qualcuno se la sente ci vediamo tra cinque minuti nella sala professori. Il preside si è proposto per coordinarci. La lezione, come capirete, è sospesa”. Gianna, in un secondo, si rende conto che la presenza a quella sua ultima lezione ha cambiato per sempre la sua vita.
L’Italia apprende la notizia dalla voce dagli speakers radiofonici. Il marito di Matilde si china sulla radio della macchina per alzare il volume e sentire la notizia che ha interrotto la programmazione radiofonica, si rialza e viene abbagliato da un riflesso sull’asfalto, per evitare la luce accecante negli occhi si porta all’estrema sinistra della carreggiata, nel senso opposto sta arrivando una macchina di grossa cilindrata impegnata in un sorpasso… per un assurdo scherzo del destino alle undici e dieci di quel 2 agosto anche la vita di Matilde cambierà completamente.
Intanto dalla stazione di Bologna si alza una colonna di fumo, nel piazzale antistante gli autobus vengono utilizzati come ambulanze e voci diverse da quelle di una disgrazia cominciano a circolare: “È un disastro, non può essere una caldaia. È un disastro”.
Una valigia con 23 chili di tritolo è stata lasciata su un tavolino portabagagli, a circa 50 centimetri di altezza, proprio sotto il muro portante dell’ala Ovest: la potenza dell’esplosione è stata tale da investire anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario e il parcheggio dei taxi antistante la stazione.
Una terza storia si aggiunge a quella di Matilde e Marta ed è quella di Marina Gamberini, reale il nome e reale la sua esperienza di sopravvissuta alla strage. Marina ha solo vent’anni, è stata appena assunta nell’ufficio di contabilità della Cigar, l’azienda di ristorazione della stazione centrale che aveva gli uffici esattamente sopra la sala d’attesa della seconda classe, è l’unica superstite.
Le sue colleghe, Euridia, Rita, Mirella, Franca, Nilla e Katia, sono perite nel crollo del loro ufficio e i loro nomi rimarranno scolpiti per sempre in una targa affissa, dai colleghi della ristorazione, nell’ala ricostruita della stazione.
La scrittura empatica della Ammirati ci incatena alle sue pagine, non si può interrompere la lettura del suo libro; la costruzione dei personaggi, la descrizione delle loro ansie, delle paure, delle sofferenze è straziante e le loro storie non possono non farci riflettere sull’importanza che ha il “caso” nella vita di ognuno di noi.
data di pubblicazione:25/09/2017
da Noemi Giulia Sellitto | Set 18, 2017
Manca poco più di un mese alla rassegna cinematografica romana, dedicata alle nuove generazioni. In programma dal 26 ottobre al 5 novembre, ecco svelati i primi appuntamenti.
Continua ad arricchirsi di film e incontri il programma della 15esima edizione di Alice nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. Indirizzata alle nuove generazioni, quest’anno si svolgerà dal 26 ottobre al 5 novembre tra Casa Alice, l’Auditorium Parco della Musica e altre sale cinematografiche della Capitale. La presentazione ufficiale della rassegna si terrà venerdì 6 ottobre alle 11.00, presso la Sala Deluxe della Casa del Cinema (via Largo Marcello Mastroianni, Roma).
Al momento sono due le pellicole in concorso ad essere state annunciate, Please stand by e My friend Dahmer. Diretta da Ben Lewin, la prima vede Dakota Fanning nei panni di Wendy, una ragazza affetta da autismo che intraprenderà un viaggio unico per partecipare ad un concorso di sceneggiatura ad Hollywood. L’altra, invece, è tratta dall’omonima graphic novel di Derf, nome d’arte di John Backderf. Per la regia di Marc Meyers, il film racconta la vera storia di Jeffrey Dahmer, anche conosciuto come il Mostro di Milwaukee, il noto criminale statunitense condannato all’ergastolo nel ‘92. Così come il fumetto, il riadattamento per il grande schermo si concentrerà sugli anni del liceo dell’uomo, di cui Derf fu realmente compagno di classe.
Ad aggiungersi a questi anche un altro grande titolo. Il 28 ottobre, infatti, sarà presentato in prima mondiale Mazinga Z Infinity, il lungometraggio d’animazione firmato da Junji Shimizu, che porterà di nuovo sulle scene lo storico robot controllato da Koji Kabuto e il suo acerrimo nemico, il Dr. Inferno. Prodotto dalla Toei Animation, l’anime sarà distribuito in Italia da Key Films a partire dal 31 ottobre.
Alla proiezione sarà presente anche il celebre mangaka Gō Nagai, inventore del personaggio di Mazinga Z. Era il 1972 quando diede vita alla sua creatura comandata dall’interno da un essere umano, la prima ad essere trasformata in un cartone animato. Una vera e propria innovazione nell’ambiente, che spianò la strada allo sviluppo dei cosiddetti mecha, automi guidati da almeno un pilota, inserito direttamente nella struttura metallica del veicolo.
“Vola, si tuffa dalle stella giù in picchiata. Se sei il nemico, prega è già finita. La morte batte i denti, c’è Mazinga”, cantava la sigla. E ora, nella sua lotta contro il male, il famoso robot è pronto a raggiungere anche Roma, in un appuntamento che andrà a fondere la settima arte con quella del disegno animato. Perché il cinema è soprattutto questo: l’espressione della creatività alla massima potenza.
data di pubblicazione:18/09/2017
da Maria Letizia Panerai | Set 18, 2017
Donald e Emily sono entrambi soli, uno per scelta l’altra per destino; tutti e due in fuga da qualcosa, anche se non ne sono perfettamente consapevoli. Un giorno, per caso, si incontrano e provano a dialogare, mettendo a confronto i loro mondi così apparentemente diversi.
Emily (Diane Keaton), vedova da appena un anno, vive nella bella casa coniugale sita nell’elegante quartiere di Hampstead a nord di Londra: l’appartamento è l’unica cosa che le ha lasciato il defunto marito, assieme ad un mucchio di debiti da onorare. Emily, che non ha mai lavorato, ha sempre passato il suo tempo facendo volontariato e partecipando alle riunioni con le signore del suo stabile per discutere sulle migliorie da apportare al condominio, tutte cose che le hanno sempre riempito la vita. Durante uno di questi incontri apprende che al posto di un vecchio ospedale sito all’interno dello splendido parco di Hampstead, sorgerà un complesso di appartamenti di lusso molto caldeggiato dalle sue amiche benestanti.
Il disinteresse di Emily per questo tipo di argomenti, che un tempo erano il suo pane quotidiano, scatena l’insistenza di suo figlio e delle sue amiche a sanare il prima possibile la sua situazione debitoria, per poter tornare a vivere magari accanto ad un nuovo compagno di vita; ma la sua disattenzione non nasce dal dolore per la recente perdita del coniuge, verso il quale al contrario ha buoni motivi per nutrire un profondo risentimento, quanto dalla amara consapevolezza di aver buttato via la sua esistenza senza aver costruito nulla che le appartenesse veramente e che in qualche modo la rappresentasse.
Un giorno, osservando con un vecchio binocolo la zona del parco dove sorgerà il nuovo complesso di appartamenti, scorge nascosta tra gli alberi una baracca: è abitata da Donald (Brendan Gleeson), un irlandese barbuto, burbero e scostante che, nonostante i ripetuti avvisi di sfratto da parte dell’impresa appaltatrice dei lavori, vuole a tutti i costi tutelare quella solitaria quanto insolita vita tra gli alberi.
Joel Hopkins, a distanza di qualche anno, ripropone una commedia tenera basata sulla storia d’amore tra due persone non più giovani, dando agli interpreti il compito di reggere l’intero film sulle proprie spalle. Inutile dire che come fu per la coppia d’assi Dustin Hoffman ed Emma Thompson in Oggi è già domani, anche in Appuntamento al parco la divina Diane Keaton, elegantemente invecchiata, ed il bravissimo Brendan Gleeson (Lettere da Berlino, Suffragette) reggono tutti i 102 minuti della pellicola, che scorre lieve senza impennate né in positivo né in negativo, cullando piacevolmente lo spettatore grazie solo alla loro empatica interpretazione.
Il film purtroppo non tratta alcun altro argomento in maniera approfondita, ma tutto rimane a fare da sbiadito sfondo alla vicenda dei due protagonisti che, seppur accattivante e gradevole, al termine della proiezione non lascia segni tangibili nella memoria dello spettatore.
data di pubblicazione:18/09/2017
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da Antonella Massaro | Set 10, 2017
Un appuntamento “al buio”, un uomo troppo indeciso per accontentarsi di una sola donna, una donna troppo innamorata per dividere il suo uomo. Una storia come tante, solo che lei è una non vedente.
Teo (Adriano Giannini) è un creativo, un pubblicitario, un uomo che vive esaltando e preservando il potere dell’apparenza. La sua fidanzata Greta (Anna Ferzetti) vorrebbe “mettere su famiglia” insieme a lui, ma Teo è restio alla convivenza: preferisce la sua casa, le sue abitudini, le sue amanti occasionali.
Nel corso di un percorso sensoriale durante il quale i non vedenti dialogano con i “normodotati” per guidarli alla scoperta della luminosità del buio, Teo resta affascinato dalla voce di Emma (Valeria Golino). Incontratisi nuovamente alla luce del sole, Teo ed Emma iniziano a frequentarsi. Emma non vede, ma di mestiere non fa la centralinista: è un’osteopata, che svolge con passione e successo il suo lavoro.
Il rapporto tra i due diventerà progressivamente più intenso e li condurrà, in buona sostanza, a fondere e confondere il loro sguardo. Emma inizierà a vedere il mondo con gli occhi di Teo e a fidarsi di lui. Teo apre finalmente gli occhi offuscati da un troppo lungo periodo di torpore, riscoprirà anche nel suo lavoro la potenza dell’immaginazione, proverà a fare i conti con un passato che invano si era sforzato cancellare e cercherà di curare la sua “cecità sentimentale”.
Dopo Il comandante e la cicogna (2012), Silvio Soldini torna al cinema con Il colore nascosto delle cose, presentato fuori concorso a Venezia 74 e consequenziale sviluppo artistico del documentario Per altri occhi, con cui il regista aveva esplorato l’universo dei non vedenti. La forza del film sta nel raccontare una “normale” storia d’amore, evitando, nei limiti del possibile, di indugiare con retorico pietismo sulle condizioni di Emma e trattandola come una qualsiasi donna innamorata. Valeria Golino è impeccabile e anche Adriano Giannini regge la parte in maniera convincente: la coppia torna a lavorare insieme dopo Per amor vostro, che era valso a Valeria Golino la Coppa Volpi a Venezia 72. Degna di nota anche Arianna Scommegna nel ruolo di Patti, amica ipovedente di Emma che regala al film momenti di cinica comicità.
La storia scorre via in maniera gradevole, ma senza sussulti, indugiando eccessivamente in una parte centrale che rende forse ridondanti i 155 minuti complessivi. Il finale, al contrario, è forse un po’ troppo “sbrigativo” e poco credibile, ma nel complesso Il colore nascosto delle cose è un film che vale il prezzo del biglietto, non foss’altro che per la straordinaria prova di Valeria Golino.
data di pubblicazione: 10/09/2017
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da Antonella Massaro | Set 9, 2017
Cala il sipario sulla 74. edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il programma è stato denso, eterogeneo e, soprattutto, ha raggiunto in più di un’occasione il proverbiale accordo tra critica e pubblico.
Il Leone d’oro si pone ad autorevole suggello di questa tendenza, finendo tra le mani di Guillermo del Toro per The Shape of Water: l’intensa e coinvolgente fiaba ambientata ai tempi della guerra fredda, che ha presentato un’inedita versione dell’amore tra la Bella e la Bestia, vince Venezia 74 e una volta tanto, sarà anche un film (è facile immaginarlo) capace di ottenere risultati lusinghieri al botteghino.
La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, in un’edizione della Mostra che ha anche celebrato le vecchie glorie del cinema, va a Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro. L’attrice si dice commossa di ricevere un premio così prestigioso proprio in Italia, che costituisce la sua principale fonte di ispirazione: è proprio grazie a degli italiani, da Luchino Visconti ad Adriano Celentano, che ha potuto intraprendere la sua carriera.
La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è invece conquistata da Kamel El Basha per il sorprendente The Insult di Ziad Doueiri: l’attore viene dal teatro e con il suo primo film da “professionista” si è assunto il compito, indubbiamente non semplice, di portare al cinema la complessa situazione politica del Libano.
Autentico exploit per Jusq’à la garde di uno Xavier Legrand in lacrime, proiettato nell’ultimo giorno della Mostra, che con la sua complessa storia originata da un matrimonio finito si aggiudica sia il premio De Laurentiis come miglior opera prima sia il Leone d’argento per la Miglior regia.
Il Leone d’argento Gran Premio della Giuria è stato invece assegnato a Foxtrot di Samuel Maoz, tragedia che si snoda attorno al tema dell’ineluttabilità del Fato.
Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è stato incoronato miglior film nella sezione Orizzonti, sul declino della ex cantante dei Velvet Underground, ex modella ed ex musa di Andy Warhol che a un certo punto della sua vita diventa “soltanto” Christa Päffgen.
Il premio Mastroianni al miglior attor emergente è andato al giovane Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh, film di formazione che ha al centro (anche) la preziosa amicizia tra un ragazzo e un cavallo alla ricerca della propria libertà.
Al termine di un’edizione che certamente non ha tradito le aspettative della vigilia, per citare Guillermo del Toro che stringe commosso il primo Leone d’oro vinto da un regista messicano, si può solo continuare a credere nella vita, nell’amore e nel cinema.
Arrivederci al 29 agosto 2018!
Riportiamo qui di seguito l’elenco completo dei premi assegnati:
Premi assegnati dalla Giuria internazionale di Venezia 74 presieduta da Annette Bening:
- Leone d’Oro per il Miglior Film: The Shape of Water di Guillermo del Toro
- Leone d’Argento Gran Premio della Giuria: Foxtrot di Samuel Maoz
- Leone d’Argento per la Migliore Regia: Xavier Legrand per Jusqu’a la garde
- Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile: Kamel El Basha per The Insult di Ziad Doueiri
- Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile: Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro
- Miglior Sceneggiatura: Three Billboards Outside a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh
Premi assegnati dalla Giuria internazionale della sezione Orizzonti presieduta da Gianni Amelio assegna:
- Premio Orizzonti per il Miglior Film: Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli
- Premio Orizzonti per la Miglior Regia: Vahid Jalilvand per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza
- Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura: Los versos del olvido di Alireza Khatami
- Premio Speciale della Giuria di Orizzonti: Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor
- Premio Orizzonti per il Miglior Cortometraggio: Gros Chagrin di Céline Devaux
- Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Maschile: Navid Mohammadzadeh per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza di Vahid Jalilvand
- Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Femminile: Lyna Khoudri per Les Bienheureux di Sofia Djama
Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”:
- Jusqu’à la garde di Xavier Legrand
Premi del Venice Virtual Reality assegnati dalla Giuria presieduta da John Landis:
- Miglior Film VR: Arden’s Wake Expanded di Eugene Yk Chung
- Migliore Esperienza VR (per contenuto interattivo): La Camera Insabbiata di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang
- Migliore Storia VR (per contenuto lineare): Bloodless di Gina Kim
Premi assegnati dalla Giuria della sezione Venezia Classici presieduta da Giuseppe Piccioni:
- Premio Venezia Classici per il Miglior Film Restaurato: Idi i smotri di Elen Klimov
- Premio Venezia Classici per il Miglior Documentario Sul Cinema: The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera e Piotr Rosolowski
data di pubblicazione: 09/09/2017
da Noemi Giulia Sellitto | Set 8, 2017
Non un film, ma un quadro. Un’opera d’arte che alterna luci e ombre nei suoi fotogrammi, rafforzati nella loro bellezza dal potere evocativo delle musiche di Hans Zimmer.
Si tratta di Dunkirk, l’ultima impresa del regista Cristopher Nolan, presentato in anteprima lo scorso 28 agosto alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La pellicola racconta il miracolo di Dunkerque, l’operazione che consentì il salvataggio delle truppe inglesi e francesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo essere stati circondati dai tedeschi, gli Alleati riuscirono a lasciare via mare le spiagge della cittadina, grazie ad unità navali di ogni sorta giunte in loro soccorso.
Inizialmente l’idea di Nolan era stata quella di girare senza l’utilizzo di una sceneggiatura. Pur avendo abbandonato questa possibilità, il film è caratterizzato da pochi scambi di battute nella sua realizzazione finale. È un racconto corale, suddiviso in tre momenti principali, Il molo, Il mare e Il cielo. Solo alcuni i personaggi che sceglie di far diventare protagonisti delle rispettive sequenze, di cui lo spettatore impara a conoscere volto e sguardo, insieme a scarse informazioni personali. Ed è proprio questo il punto di forza del suo racconto: l’esigenza di mostrare e far parlare le immagini da sé, annettendovi un numero limitato di elementi aggiuntivi. Ai volti espressivi degli attori, ai colori scelti man mano e alle poche parole urlate o sussurrate, è unicamente la musica a dare un valore in più. Con l’impetuosità di cui è capace, sottolinea e accentua i momenti più difficili da riprodurre. Perché la realtà supera la fantasia, è vero, ma a volte l’arte è in grado di ricostruirla con una complessità tale da diventare essa stessa un documento autentico. E con il suo Dunkirk Nolan non poteva fare lavoro migliore.
data di pubblicazione:08/09/2017
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da Flaminia De Rossi | Set 8, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
I sogni di un armatore, una bimba soprannominata Gatta Cenerentola e il desiderio di ristabilire una legalità per troppo tempo violata: un film di animazione che incanta e sorprende.
Gatta Cenerentola è il secondo film di animazione dei creatori de L’Arte della felicità. La favola nell’originale napoletano del XVII secolo si intitolava “La gatta cenerentola”; dapprima orale (racconto popolare tramandato sin dall’antichità in centinaia di versioni provenienti da molte parti del mondo e tutti se la contendono, è inserita anche nelle celebri raccolte di Charles Perrault e dei Fratelli Grimm. Approderà anche a teatro nell’opera di De Simone), trascritta da Giambattista Basile, è stata riletta in chiave post-moderna-digitale-3D con uno stile noir.
Il film di animazione, presentato nella sezione Orizzonti, ha ricevuto molti applausi al Lido e ha vinto il Premio Speciale Francesco Pasinetti 2017. È una favola dove si canta per parlare e si parla per cantare, dove tutti capiscono anche ciò che non si capisce solo a parole.
Gatta Cenerentola è un gioiellino di animazione e di creatività. La storia, ambientata fra l’interno della nave Megaride e i dintorni del porto di Napoli ove è ancorata, è una storia di fantasmi.
Don Vittorio Basile è un armatore che inventa “un fiore all’occhiello dell’ingegneria navale italiana” per dare lustro alla città di Napoli. Ma l’avidità del faccendiere Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re (Massimiliano Gallo), e della bella Angelica Carannante (Maria Pia Calzone), promessa sposa di Basile, mettono fine alla vita e ai sogni dell’armatore, lasciando la piccola Mia, figlia di primo letto di Vittorio, nelle grinfie della matrigna e dei suoi sei figli – cinque femmine e un “femminiello” – che affibbiano alla bambina il soprannome di Gatta Cenerentola. Primo Gemito (Alessandro Gassmann), ex uomo della scorta di Basile, vuole riportare la legalità nel porto di Napoli e sottrarre Cenerentola alla sua prigionia.
La Gatta Cenerentola è proprio Napoli, anche se non appare, i registi hanno voluto raccontare l’autoironia di Napoli tra luce e cenere, tra barbarie e nobiltà.
Parlano di una città in cui le buone intenzioni e la creatività degli onesti diventano leva di potere per la genialità criminale di chi fa dell’arte di arrangiarsi un vanto.
“La droga corre sui tacchi a spillo” è una citazione del film che raccoglie tutta la “napoletanità”, e che caratterizza ogni secondo dell’animazione.
Il film è un omaggio ad una città che spezza il cuore e spegne le illusioni, ma sforna anche bellezza, poesia e musica, sono citati Titanic e La leggenda del pianista sull’Oceano.
Si entra completamente nell’animazione, rimanendone avvolti e catturati grazie anche alla sinuosità dei tratti dei disegni, così come l’acqua avvolge tutta la storia.
data di pubblicazione: 08/09/2017

da Flaminia De Rossi | Set 6, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Sweet country è un film western molto elegante e racconta una storia ambientata in Australia. Gli aborigeni sono gli indiani d’America, privati delle loro terre dei loro diritti e della loro libertà.
Nel Far West australiano si trasferisce Harry, un reduce di guerra turbato e rancoroso che romperà l’equilibrio tra i proprietari terrieri bianchi e i loro schiavi mandriani aborigeni come Sam, costringendolo ad una fuga attraverso il paese insieme a sua moglie. Fred (Sam Neill), serafico uomo bianco di chiesa, combatte perché gli uomini siano tutti uguali davanti al Signore, mentre il sergente Fletcher (Bryan Brown), uomo militare bianco, vive un conflitto interiore che lo rende molto irrequieto.
Il viaggio fuga/inseguimento negli sconfinati spazi degli altopiani delle MacDonnels Rangers lascia a bocca aperta; i colori della terra, della sabbia, del sale e della pietra e della luce del cielo, dell’arcobaleno e dei fulmini sono intensi e puri. I suoni e i silenzi sono magistralmente diretti: si vede la pioggia, non se ne sente il rumore ma si avverte la sua potenza.
I numerosi fotogrammi flash a ricordare o ad anticipare quello che vedremo, mostrano un’attenta ricerca del dettaglio anche nei dialoghi puri da parte del regista.
Un paese che vuole andare in avanti e in alto, ha necessariamente e naturalmente bisogno di un cambiamento.
data di pubblicazione:06/09/2017

da Flaminia De Rossi | Set 6, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Non è Napoli, non poteva non essere Napoli, la città folle protagonista di questo musical cinematografico, dove i Manetti Bros. dipingono la loro storia: tra musica e azione spuntano gli splendidi scenari dei vicoli e del mare del Golfo, tra amore e pallottole appaiono le architetture fatiscenti, dismesse e fascinose di Napoli. Nobody si salva con la “Scampia Disco Dance”, neanche chi è costretto agli arresti domiciliari!
I personaggi si presentano e parlano, cantando e ballando dall’inizio con la canzone “Al mio funerale” e alla fine con il geniale duello “O’ vient’ e libertà” passando attraverso “L’amore ritrovato”, rifacimento di “What a feeling”.
Napoli è una città piena di colori e luci che stimola l’immaginazione ad andare oltre. La tavolozza di colori si ispira a grandi interpreti, grandi autori musicali e ad una “pazzia” che rende leggera la vita con dei movimenti in sincrono.
Un musical “d’ammore”, perché di un ritrovato primo amore adolescenziale si parla. Si canta e si balla sullo schermo in perfetto stile Manetti grazie anche a Luca Tommassini, che ne ha curato le coreografie belle e divertenti.
Non si può uccidere l’amore è il messaggio di questo entusiasmante film. Chi ti vuole più bene di me?
I dialoghi tra Don Vincenzo (Carlo Buccirosso ) e Donna Maria (Claudia Gerini) sono esilaranti, così come le loro nuove identità da latitanti: Vincenzo Ranieri e Grazia Chelli in onore della famiglia reale del principato di Monaco.
La grande storia d’amore è tra Fatima (una Serena Rossi magnetica) e Ciro (Giampaolo Morelli): ma purtroppo Fatima si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato e Ciro dovrà eliminarla.
Le due tigri, Ciro e Rosario (Raiz) sono state addestrate a dovere su ispirazione dei film di 007, e sono al servizio di Don Vincenzo e di sua moglie. Tutte le battute sono esilaranti e geniali.
La scelta del musical ha permesso di affrontare temi profondi ed importanti, si canta mentre ci si bacia, durante una sparatoria, si canta mentre si è scippati a Scampia. Questa vena di follia si respira durante tutto il film grazie anche agli interpreti, tutti molto bravi.
I Manetti Bros. riescono a fare divertire anche gli stessi interpreti durante le loro riprese, ed il risultato finale divertente e di qualità ne è la prova.
data di pubblicazione:06/09/2017

da Flaminia De Rossi | Set 5, 2017
(74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Martin Clement, nato Marvin Bijou (gioiellino in italiano) è un ragazzino magrolino dai capelli rossi che cresce nel villaggio di Vosgi nella soffocante provincia francese. Marvin scappa dall’intolleranza e dal bullismo che lo perseguitano per essere un bambino diverso: durante questa fuga trova degli alleati che lo introducono al teatro e lo incoraggiano a raccontare la sua storia su un palco. Il bambino dai capelli rossi decide di strapparsi il cuore e cominciare con un nuovo “io”.
“Chi ha ucciso Marvin Bijou” è il monologo scritto e interpretato dal giovane attore insieme ad Isabelle Huppert (nel ruolo di se stessa). Questo progetto racconta la condizione che ha subìto nell’ambito di una famiglia menefreghista chiusa nella sua apatica arretratezza. Martin Clèment uomo percorre timidamente il suo tunnel e ne esce risolto, deciso a dimostrare alla sua famiglia quanto valga come persona e come artista: raccontando la sua verità, Marvin/Martin risolve se stesso.
Anne Fontaine riesce in un film, delicato, ordinato e adeguato.
data di pubblicazione:05/09/2017

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