da T. Pica | Ott 2, 2017
(Teatro Olimpico, Roma – 28 settembre/1 ottobre 2017)
La bravissima Dada Masilo ha portato in dote al ricco calendario del Roma Europa Festival 2017 la propria rivisitazione di uno dei balletti classico romantici per eccellenza: Giselle di Adolphe-Charles Adam. Mai come in queste ultime settimane la cronaca mondiale, e quella italiana in particolare, è segnata da molteplici brutali episodi di violenza sulle donne. Ed in questo triste susseguirsi di tragedie, apparentemente destinate a non trovare fine, il balletto di Dada Masilo offre una rivisitazione del classico scevra da rotture maldestre che rendono l’Opera incredibilmente attuale.
La Giselle “ridisegnata” dalla prima ballerina Masilo è una contadina che lavora in una fattoria vinicola sudafricana della fine del 1800 e a far da sfondo a questo scenario ci sono i delicati ed eleganti disegni di William Kentridge, l’artista sudafricano, famoso autore di disegni, incisioni e film di animazione creati dai suoi preziosi disegni a carboncino, molto legato alla città di Roma anche per l’Opera “Triumphs and Laments” che ha realizzato come un murales lungo un tratto della banchina del fiume Tevere. Giselle e i danzatori protagonisti del balletto – la madre di Giselle, il principe Albrecht sotto le mentite spoglie di contadino Loys, il geloso guardiacaccia Hilarion e le Villi – danno voce alla storia attraverso passi di danza classica sapientemente mescolata a elementi moderni che talvolta rievocano danze dal lontano sapore tribale nonché quella dalle sfumature del genere r&b. Il tutto in perfetta simbiosi con l’iniziale musica tratta dal repertorio classico di Adolphe-Charles Adam che poi lascia il posto alle musiche composte per Dada Masilo da Philip Miller sulla base di quelle originali. Il balletto ripercorre fedelmente la trama del libretto originale ma ecco che nel secondo atto emergono i due elementi di stacco. Il primo è che le Villi, le creature paranormali, le fate-fantasmi delle donne morte per amore o morte infelici perché tradite e abbandonate, non sono soltanto donne ma anche uomini, tanto che Myrtha, la regina delle Villi, è interpretata dal ballerino Llewellyn Mnguni. Questa scelta è un chiaro segno di solidarietà della coreografa Masilo contro l’omofobia, che soprattutto in Sud Africa è ahimè ancora molto radicata, anche per ribadire come nella parità tra uomo e donna è bene ricordare che anche gli uomini soffrono per amore. Il secondo, e radicale, elemento di “rottura” con la versione classica è dato dal finale: la Villi Giselle questa volta non salverà il proprio amato Albrecht che l’ha condotta alla morte, ma porterà a compimento la missione di vendetta sotto la guida dalla Regina delle Villi e delle sue adepte. E, nella società moderna che mai come oggi è segnata dal proliferare incontrollato di atti di abusi e violenze spesso fatali per migliaia di donne di ogni età, il finale scelto da Dada Masilo appare come una simbolica e corale punizione drastica per tutti quei carnefici ancora liberi di fare del male o che comunque rimangono indifferenti o insensibili all’efficacia deterrente e rieducativa della pena inflittagli.
Un balletto che rapisce per il ritmo moderno ben diretto e interpretato da tutti i danzatori, dotati di una grande forza comunicativa e di un’ottima mimica, a cominciare dalla bravissima “Dada-Giselle” che ha ricevuto la standing ovation dell’intero Teatro Olimpico.
data di pubblicazione: 2/10/2017
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Ott 1, 2017
(Teatro Quirino – Roma, 1/2 ottobre 2017)
Quattro attori, quattro protagonisti, quattro storie nel Sud Italia della prima metà del Novecento e della seconda guerra mondiale.
Arturo è un pizzaiolo romano, del quartiere “borgataro” Garbatella, che ama le donne e gli stornelli.
Maria è una giovane palermitana che sogna di ballare, ma alla quale la guerra porterà via l’innocenza e i passi di danza.
Reginella è una ragazza napoletana che dietro l’esuberanza nasconde la fragilità di un cuore spezzato.
Mamozio è un pescatore calabrese che si vede costretto a continuare l’attività di famiglia: ama il mare, ma non sa nuotare.
Le storie si alternano, affidate ora al discorso indiretto dei protagonisti ora a dialoghi veri e propri ora agli strumenti e alle musiche che segnano il ritmo dell’Italia meridionale. Sul palco sono in quattro, ma sembrano molti di più: Eleonora De Luca, Agnese Fallongo, Teo Guarini, Domenico Macrì recitano, cantano, ballano, coinvolgono il pubblico.
Il fascino della quotidianità e l’eccezionalità della normalità irrompono sul palco, accendendo i riflettori su un passato che sembra remoto ma in realtà è fin troppo prossimo. I sentimenti, i sogni, le speranze, la voglia di riscatto, in fin dei conti, restano gli stessi malgrado il passare dei decenni e dei secoli.
La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare nasce dalle interviste realizzate da Agnese Fallongo durante i suoi “viaggi” in un’Italia che ha ancora molto da raccontare e da insegnare. Il risultato è uno spettacolo musicale gradevolmente sincero e piacevolmente riflessivo.
data di pubblicazione: 1/10/2017
Il nostro voto: 
da Flaminia De Rossi | Ott 1, 2017
(Scuderie del Quirinale e Palazzo Barberini – Roma, 22 settembre 2017/21 gennaio 2018)
Picasso – Méditerranée è un progetto che nasce per rafforzare e mettere in luce i legami tra Picasso e le diverse sponde del Mediterraneo.
In occasione della mostra si possono seguire le tracce del primo viaggio di Picasso a Roma (attraverso delle conversazioni a Roma per circa 8 settimane).
La mostra si svolge nelle Scuderie del Quirinale e nel Gran Salone del Palazzo Barberini.
Arlecchino e donna con collana olio su tela 1907, Le retour du bapteme d’après Le Nain olio su tela 1917, Ritratto di Olga in poltrona olio su tela 1918, studio della scenografia del balletto “tricorne” 1919, Cuadro flamenco 1921, Pulcinella 1920, Deux baigneuses gouache, pastello sanguigna e matita su carta velina 1920, La Coiffeuse matita su carta 1921, Deux femmes courant sur la plage gouache su tavola 1922, Saltimbanco seduto con braccia conserte olio su tela 1923, Baigneuse allongée matita su carta 1923, Les trois danseuses olio su tela 1925, sono alcune delle bellissime opere della mostra, che racchiude il periodo italiano ma anche quello successivo all’esperienza italiana.
Tutta la mostra meriterebbe di essere descritta per la ricchezza e la bellezza delle opere, ma ciò che stupisce è il contributo prezioso che Picasso è riuscito a dare all’arte della scenografia teatrale.
Si vuole sottolineare l’evoluzione del suo progetto partendo da una manifestazione di allegria in Parade ad una espressività essenziale in Il cappello a tre punte.
Parade è il nome del balletto teatrale ideato da Jean Cocteau e realizzato in collaborazione con l’impresario Sergei Djagilev (fondatore della Compagnia dei Balletti Russi) e ai musicisti Igor Stravinskij e Erik Satie, al coreografo Léonide Massine e naturalmente a Picasso; nel 1917 tutti insieme partirono per Roma alla ricerca dell’ispirazione ma ognuno con la propria sfida, Picasso avrebbe trasferito il cubismo sulle scene.
Stupiscimi è la sfida che Djagilev aveva lanciato a Jean Cocteau con l’intento di mescolare la danza con un discorso contemporaneo in un approccio interdisciplinare dei suoi artisti.
Sergei Djagilev stava ricostruendo la sua Compagnia e voleva riconquistare gli alti standard di qualità e fama che aveva prima della guerra.
Parade metteva in scena l’assaggio di un’esibizione destinata ad attrarre un pubblico e rifletteva l’interesse degli intellettuali parigini per il circo e il teatro di rivista.
Cocteau voleva celebrare la banalità quotidiana, Massine voleva creare qualcosa di nuovo e rappresentativo dell’epoca; da qui i riferimenti a forme d’arte moderne come il jazz e il cinema.
Parade era un balletto che durava 15’ e veniva messo in scena insieme ad altri 2 o 3 numeri di repertorio della Compagnia dei Balletti Russi.
L’infinità dei disegni dimostrano e documentano l’evoluzione del progetto: testimoniano la curiosità dell’artista e della sua disponibilità a imparare a collaborare.
Non c’è luogo più indovinato del Gran Salone di Palazzo Barberini dove ammirare questa meraviglia.
È una tela di dimensioni di 10.00m x 16.00m, 172 mq di vita, allestita sotto 520 mq di volta affrescata da Pietro Berrettini da Cortona e realizzata da Gian Lorenzo Bernini: étonne-moi!
La mostra è un crescendo di emozioni che esplodono in questa immensa opera “sipario” di “Parade (oggi al Centro Pompidou, Musée national d’art moderne, Parigi),
Si rimane senza parole.
Il cappello a tre punte (tributo alla Spagna da parte di Djagilev per averli aiutati durante la guerra) di Picasso è un’altra opera di scenografia teatrale dove realizzò un’unica scena : uno spazio per numerosi “ensemble” e 40 costumi.
Accettò le critiche dell’impresario e produsse innumerevoli schizzi in cerca della soluzione perfetta.
Picasso mostrò come un soggetto può essere ridotto all’essenziale, la scena lasciava ai costumi lo spazio per respirare.
Nel 1924 Picasso diede inoltre il permesso ad usare come sipario la sua opera Deux femmes courant sur la plage (l’immagine dell’opera è la locandina della mostra) per il balletto Le train bleu.
L’incontro di arte, musica e letteratura crea una sinestesia e diventa un’inesauribile risorsa creativa e un metodo di lavoro che è Picasso.
Uno storico dell’arte disse che non si può veramente capire un’opera d’arte figurativa finché non si prova a “danzarla”.
data di pubblicazione: 1/10/2017
da Antonio Iraci | Ott 1, 2017
(Teatro India – Roma, 28/30 settembre 2017)
Una simpatica prerogativa dei napoletani, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza, è quella di esprimersi comunque nel proprio dialetto ben sicuri che le parole assumono un ruolo secondario, mentre invece il suono ed il gesto sono fattori sufficienti per una corretta comprensione da parte del soggetto interlocutore.
A chiusura di questa interessante Rassegna teatrale, Enzo Moscato, partenopeo doc, presenta il suo monologo a più voci Occhi Gettati, rivisitazione di un testo già elaborato dallo stesso attore-regista negli anni Ottanta e che ancora oggi, dopo tanti anni, riesce a conquistare il pubblico in sala. Al di là del racconto, spesso burlesco ma sempre amaro, Moscato riesce a trasformare la tragedia in divertimento grazie soprattutto al linguaggio espressivo utilizzato. Dopo i primi attimi in cui lo spettatore rimane disorientato da un frastuono di parole incomprensibili, improvvisamente lo stesso si trova dentro la situazione, partecipe di una realtà che, attraverso la finzione, si manifesta nella sua crudezza.
La storia dei tre trans, fermamente convinti ad affrontare una propria odissea pur di arrivare al passo definitivo e aggiustare la propria identità sessuale, se da un lato diverte per il susseguirsi di battute spassose, di contro ci presenta una quotidianità nella sua crudele tragicità. Ecco che l’attore-filosofo ci illumina con la sua napoletanità: unica arma per affrontare il dolore è quella di giocare con esso, imparando l’arte di convertire il dramma in farsa. E se ci si riflette sopra con attenzione ci si accorge che tutto questo è ciò che rende Napoli e i napoletani unici e amati in tutto il mondo, proprio per la leggerezza del loro essere.
data di pubblicazione: 1/10/2017
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Ott 1, 2017
1864, Virginia, durante la guerra di secessione. Il caporale John McBarney (Colin Farrell), mercenario nordista gravemente ferito in battaglia, trova miracolosamente ricovero presso un istituto per ragazze, sfuggendo alla cattura da parte delle truppe sudiste.
L’istituto è diretto dall’intransigente signora Martha (Nicole Kidman), che provvede all’educazione delle fanciulle insieme al suo braccio destro Edwina Morrow (Kirsten Dunst): sebbene la tensione della guerra si avverta chiaramente anche al di là delle maestose colonne che cingono la facciata dell’edificio, Miss Martha si sforza di “proteggere” le ragazze, insegnando loro l’arte delle buone maniere, l’eleganza nell’eloquio e nella scrittura, la carità cristiana e la preghiera.
L’arrivo del caporale altera inevitabilmente gli equilibri, per la verità già precari, su cui si regge la piccola comunità femminile. Le pulsioni sessuali, il desiderio di piacere e la voglia di fuggire da quella prigione dorata si risvegliano all’improvviso. John diviene l’oggetto del desiderio, una sorta di trofeo che solo la migliore riuscirà a conquistare. La competizione è più evidente tra Edwina, Martha e la spregiudicata Alicia (Elle Fanning), ma anche le più giovani si prodigano nel tentativo di conquistarsi le attenzioni del caporale. Se inizialmente John, nel classico ruolo di “gallo nel pollaio”, non potrà che compiacersi delle attenzioni di cui è circondato, dovrà ben presto rendersi conto di quanto possano risultare pericolosi gli angeli (non a caso sempre vestite di bianco o con tinte pastello) da cui è stato tratto in salvo.
L’inganno è tratto dal romanzo The Beguiled di Thomas Cullinan, già portato sul grande schermo con La notte brava del soldato Johnatan, diretto da Don Siegel e interpretato da un giovane Clint Eastwood. Le atmosfere sembrano essere quelle care a Sofia Coppola: un universo femminile malinconico e a tratti decadente, una galleria di donne con desideri e spregiudicatezza che nulla hanno da invidiare a quelli tipicamente maschili, un erotismo complesso nelle sue eterogenee sfaccettature. Il cast si rivela all’altezza delle aspettative e anche la regia, la fotografia (Philippe Le Sourd) e la scenografia (Anne Ross) sono quelle delle grandi occasioni: non è un caso, del resto, che il film sia stato incoronato a Cannes con il premio per la miglior regia.
È forse la scrittura, affidata alla stessa Sofia Coppola, a costituire il punto più debole del film. Le battute essenziali, le situazioni macchiettistiche che, forse con intento ironicamente provocatorio, restano ingabbiate nella griglia di stereotipi fin troppo prevedibili, non riescono a restituire pienamente la complessità che, invece, la galleria di fanciulle presenti in collegio sarebbe in grado di rappresentare. Anche l’evoluzione del personaggio interpretato da Colin Farrel è scandito da cesure troppo nette per risultare davvero convincente. Lo spettatore resta in perenne attesa dell’autentica svolta all’interno della storia, ma l’unica vera sorpresa sono i titoli di coda.
Ciò non toglie che Sofia Coppola riesca (nuovamente) a centrare l’obiettivo di un film sontuoso ed elegante, incorniciato dall’inquadratura iniziale e da quella finale che, da sole, ne sintetizzano la vibrante potenza estetica.
data di pubblicazione: 1/10/2017
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da Antonio Iraci | Set 30, 2017
(Teatro India – Roma, 28/30 settembre 2017)
Il secondo incontro con Garofano Verde ha regalato una performance davvero straordinaria: Santa Rita and The Spiders from Mars, ovvero una rilettura di testi di David Bowie e Paolo Poli curata da Marco Cavalcoli, istrionico attore teatrale emiliano che ha intrattenuto il pubblico in maniera da definirsi esilarante.
L’abilità di Cavalcoli è stata quella di saper effettuare una specie di cut-up tra i lavori dei due grandi talenti, da poco tempo scomparsi, per poi ricucirne i pezzi con una abilità interpretativa da lasciare lo spettatore magicamente sorpreso e coinvolto nello stesso tempo. Di primo acchito ci si potrebbe chiedere come mai siano state accostate due personalità tanto diverse tra di loro, soprattutto per estrazione culturale e formativa. Invece poco a poco ci si accorge che personaggi in questione avevano molto in comune, soprattutto nell’abilità di sapersi trasformare in maniera camaleontica nei panni femminili, portando avanti un messaggio di rottura per cui furono accusati non solo di trasgressione, ma addirittura di blasfemia.
In tempi non tanto lontani in cui la diversità sessuale era da considerarsi una forma di perversione da condannare, i due seppero imporsi con la loro intelligenza e la loro bravura in campo musicale e teatrale tanto che il pubblico finì per accettare quasi con sollievo la loro diversità, a scapito di pregiudizi e prevenzioni ritenuti oggi del tutto anacronistici.
Lo spettacolo si lascia seguire e diverte molto grazie alla vivacità dei testi ma principalmente per l’interpretazione di Marco Cavalcoli. Veramente Bravo!
data di pubblicazione: 30/9/2017
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Set 30, 2017
(Auditorium della Conciliazione – Roma, 26 e 27 settembre 2017)
Dopo Sasha Waltz Roma Europa Festival segna anche il ritorno del grande coreografo e danzatore Sidi Larbi Cherkaoui, impegnato a presentare in prima nazionale, il 26 e 27 settembre 2017 all’Auditorium Conciliazione di Roma, lo spettacolo Fractus V.
Una riflessione straordinaria e sensibile sul tema del conflitto tra informazione e manipolazione, tra pensiero e differenze culturali e integrazioni multiculturali, frutto di riflessioni e scambi con il filosofo e linguista Noam Chomsky. A incarnarle sulla scena, oltre lo stesso Cherkaoui, quattro danzatori dalla provenienza geografica e dal background diversissimo e un gruppo altrettanto nutrito di musicisti, che esplorano e fondono percussioni giapponesi, sonorità coreane, voci congolesi e sarod indiano. Cherkaoui continua a essere un incessante esploratore di geografie, discipline e culture, esteta di una ricerca permeata dal desiderio di commistione culturale.
Fractus V è anche una nuova esplorazione nelle modalità di comunicazione della società contemporanea e, al contempo, un altro tentativo di reinventare la propria identità.
E tutti gli interpreti, pur mantenendo i loro linguaggi di origine, finiscono per mettere corpi e movimenti in dialogo fra loro creando una nuova comunità.
In scena vengono recitati i testi di Chomsky. L’opera di Chomsky afferma qualcosa di molto importante: tutti i sistemi di assetto di una società ‒ sia essa monarchia, democrazia o qualunque altro sistema ‒ produrranno sempre delle vittime, in coloro che vivranno ai margini o che saranno esclusi dal sistema.
Le immagini in video dello spettacolo ricordano il racconto della cronaca dei nostri giorni: rifugiati che sbarcano sulle spiagge e, in parallelo, immagini di personalità politiche che affermano che tutto va bene, che non c’è da preoccuparsi di niente…
Molti artisti superano le frontiere geografiche e politiche perché è ciò che l’arte fa da sempre.
E Fractus è la frattura, non solo intesa come atto fisico ma metaforicamente, come separazione e crisi identitaria che sottolinea come tutte le persone siano tutti una parte di un unicum che lotta tra la frattura e il ricongiungimento, all’infinito.
Sessantacinque minuti di poesia, metafisici e primordiali, estatici e profondi.
data di pubblicazione: 30/9/2017
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Set 30, 2017
(Teatro Argentina – Roma, 20/23 settembre 2017)
Sasha Waltz ha inaugurato la 32esima edizione del Romaeuropa Festival con il debutto italiano di Kreatur, la sua nuova opera presentata in anteprima mondiale lo scorso 9 giugno al Radialsystem Berlin e andata in scena in prima nazionale dal 20 al 23 settembre 2017 al Teatro Argentina di Roma. La coreografa tedesca ha regalato al Festival la sua travolgente carica di linee, forze e corpi rinnovando la sua attenzione al dialogo con altre forme artistiche, per tornare ad esplorare le paure di oggi.
Sul palco 14 danzatori, di cui tre italiani, indagano aspetti dell’esistenza umana e della realtà sociale. Attraverso delicati fraseggi e improvvise esplosioni di violenza segnano il rapporto con lo spazio che li circonda, affrontando gli opposti del nostro quotidiano ovvero la forza e la debolezza, la libertà ed il controllo, il gruppo e l’isolamento, la democrazia e l’oppressione. Tutti senza distinzione di età, sesso, estrazione sociale e orientamento sessuale alla conquista di un proprio ruolo nel mondo. Manca lo spazio vitale ed allora tutti tentano inutilmente di salire una scala appoggiata ad una parete bianca. Si ammucchiano, si spingono, si sovrastano per poi cadere.
Kreatur si basa anche su due importanti collaborazioni: con la fashion designer Iris van Herpen, che nei suoi abiti scultorei combina tecniche artigianali e tecnologie digitali e dall’altro con il light designer Urs Schönebaum, per lungo tempo collaboratore di Robert Wilson.
Ad affiancare questo sofisticato trio, sono le musiche di Soundwalk Collective, band di New York che spazia tra musica, performance, e installazioni e che vanta anch’essa collaborazioni con star come Patti Smith.
Kreatur racconta le ansie del presente, tra minaccia del terrorismo, paura degli immigrati, disoccupazione e crisi economica. Sul palco i ballerini si spostano in bozzoli bianchi eterei, rifugi ma anche prigioni interiori. E i corpi sono in continua trasformazione. È anche questo, tra l’altro, per porsi la domanda Where are we Now? che è un tema portante di questo Festival.
Una combinazione esplosiva ed austera di danza, moda, musica e luce. Uno spettacolo che assorbe e rilascia significative riflessioni sulla nostra identità, su ansie e paure del quotidiano, ma anche sulla forza interiore e sulla capacità di comprendere il presente e di viverlo degnamente.
data di pubblicazione: 30/9/2017
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Set 29, 2017
(Teatro India – Roma, 28/30 settembre 2017)
Al via la XXIV edizione del Garofano Verde presso lo spazio del Teatro India di Roma con due lavori che hanno molto interessato il folto pubblico in sala.
Il primo è stato Artemy di Simone Carella con Angelo Di Genio, Francesco Martino e Emanuela Villagrossi. I due protagonisti Anton e Artemy si ritrovano dopo venticinque anni casualmente sullo stesso treno diretti entrambi verso la città russa di Samara. Questo incontro sarà il pretesto per far affiorare ricordi di un passato non proprio felice visto che i due, allora studenti, si erano amati ma che per i pregiudizi generali incontrati erano stati costretti loro malgrado a vivere di nascosto la loro storia d’amore. Il testo risulta ben costruito tanto da fargli aggiudicare il Primo Premio nella sezione Testo Teatrale del Festival Colline di Torino, la cui Giuria era presieduta da Valter Malosti. Discreta la recitazione degli attori anche se un volume leggermente più alto avrebbe sicuramente favorito la comprensione dei dialoghi, serrati e ben cadenzati, ma che talvolta arrivavano al pubblico sfumati.
Del tutto diverso il secondo lavoro in programma: Biglietti agli amici di Pier Vittorio Tondelli a cura di Massimiliano Civica, che ne ha curato la presentazione in una forma, tra l’ironico e il tragico, che ha subito conquistato l’attenzione del pubblico. I 24 biglietti scritti agli amici, uno per ogni ora del giorno e della notte, con la supervisione di un angelo per ciascun giorno della settimana, costituiscono una summa del pensiero dello scrittore emiliano, scomparso tragicamente nel 1991 all’età di 36 anni. I biglietti sono stati letti da Carmelo Alù, che ha saputo ricreare con un timbro di voce freddo e distaccato una sorta di mantra elegiaco, quasi a sottolineare l’idea cosmica dell’abbandono, unico vero ineluttabile destino che segue l’uomo e l’universo intero. Un omaggio sentito e non patetico a uno scrittore che con il suo libro Altri libertini, riuscì a diventare un personaggio cult tra giovani negli anni Ottanta.
data di pubblicazione: 29/9/2017
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Set 28, 2017
(Teatro India – Roma, 26 e 27 settembre 2017)
A chiusura della terza edizione della rassegna Il Teatro che danza-Vetrina sulla coreografia contemporanea, il Teatro India di Roma ha ospitato la Compagnia Enzo Cosimi con la prima nazionale di Thanks for hurting me Kafka. un tributo postumo con regia e coreografia dello stesso Enzo Cosimi, che ha curato anche le musiche insieme a Stefano Galanti.
Autore e artista tra i più noti e autorevoli della coreografia italiana contemporanea, capace di suscitare forti emozioni con le sue creazioni, Cosimi dopo Fear party, sulla paura collettiva, e Estasi che affronta il tema del desiderio e il rapporto tra questo e gli aspetti più profondi generati oggi nella società contemporanea, chiude la trilogia Sulle passioni dell’anima proponendo a Roma, in anteprima nazionale, una performance complessa, un tributo postumo al grande Franz Kafka, dedicata all’esperienza emozionale del dolore.
Attraverso percezioni e sensazioni, percorsi del ricordo e visioni oniriche, Thanks for hurting me racconta la catarsi del dolore, visto non più come condizione da evitare e rifiutare, bensì percorso di crescita e purificazione, attraverso l’ascolto dell’io più intimo che aiuta ad accettare e superare, rendendo l’uomo più permeabile e forte e più in sintonia con i misteri della vita e del mondo.
Come lo stesso Cosimi sottolinea “ Il dolore – processo di purificazione che permette di santificare l’uomo, di allontanarlo dalla vita – permette di aprirsi ai segreti del mondo. L’avvento del nichilismo ha annullato ogni valore metafisico in un sistema votato al dominio planetario della tecnologia e della scienza. Quindi il dolore viene estirpato dalla vita perché non abita più persone ma strumenti. Dal mutato rapporto col dolore sorge una nuova koinè del pensiero che celebra il mondo virtuale, la velocità e la narcosi, in una sola parola, la fuga”.
La drammaturgia del lavoro si sposa perfettamente con l’universo Kafkiano attraverso visioni e costruzioni della mente; il dolore insegna ad ascoltare e a trasmettere l’unicità dell’essere umano.
Narrazioni sovrapposte in cui storie vere e biografie inventate si mescolano fra loro, in cui si mette in crisi l’idea della storia unica e oggettiva, creando una drammaturgia a più livelli, multidimensionale, senza confini tra le discipline artistiche, mettendo il corpo al centro del processo creativo.
Opera a tutto tondo di Enzo Cosimi che firma regia, coreografia, scene e costumi mentre l’interpretazione e la collaborazione alla coreografia sono di Paola Lattanzi, Elisabetta Di Terlizzi, Alice Raffaelli.
Brave le tre interpreti a condurci nel percorso di sofferenza ed espiazione, attraverso il gesto ripetuto ed esasperato, il sentiero accidentato da percorrere, le pause e le convulsioni. Una contrizione che alla fine sublima il dolore e lo rende umano.
Uno spettacolo ipnotico e non esasperato, ritmico ma privo di sussulti emotivi, poco accattivante ed asciutto.
data di pubblicazione:28/09/2017
Il nostro voto: 
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