da Maria Letizia Panerai | Ott 25, 2017
Judi Dench entra nuovamente nei panni della regina Vittoria e lo fa sontuosamente con un’interpretazione ad alto tasso d’ironia, oltre che di bravura. Sposata con suo cugino Alberto, la regina Vittoria ebbe nove figli e regnò per un tempo lunghissimo (1837-1901) da tutti conosciuto come epoca vittoriana. Il film parla del periodo immediatamente successivo al giubileo per i primi 50 anni del suo longevo regno, in occasione del quale le venne consegnata una moneta commemorativa.
La regina, che nel 1876 era diventata anche Imperatrice d’India, ricevette questo piccolo dono celebrativo dalle mani di un umile impiegato indiano, Abdul Karim, scelto solo ed esclusivamente per la sua statura e prestanza fisica. Il giovane, inviato da Agra a Londra al cospetto di Sua Maestà, contravvenendo ai rigidi rituali di corte secondo i quali nessun suddito deve in alcun modo guardare negli occhi la sovrana, arrivò oltre che a sorriderle anche a baciarle i piedi. Grazie anche a questi gesti fuori protocollo, Abdul riesce a conquistare la regina a tal punto da diventarne dapprima suo servitore, poi segretario ed infine “munshi”, maestro spirituale. L’amicizia tra i due farà scandalo a corte e sarà molto osteggiata sino alla morte della sovrana avvenuta nell’Isola di Wight nel 1901.
“Ispirato a fatti realmente accaduti … per lo più” è la frase che dà inizio a questa divertente pellicola di Stephen Frears, la quale narra di questa insolita quanto malvista amicizia tra la regina Vittoria ed un musulmano di umilissime origini. Il regista spinge molto l’acceleratore sulla stanchezza che la Regina Vittoria, allora ultra ottantenne, provava per i noiosi riti di corte e su come i comportamenti decisamente inusuali ed arditi di quel giovane proveniente da una terra che, seppur facesse parte dell’impero britannico, lei non aveva mai visitato, la affascinarono a tal punto da esserne attratta. Inutile dire che il film è perfetto, la storia divertente, le ambientazioni sontuose, anche se a tratti stucchevoli, e la maestria di Frears (Le relazioni pericolose, The Queen, Philomena, Florence) nel portare sullo schermo tutto questo è immensa, supportata da un cast di attori tutti molto bravi.
Victoria & Abdul, presentato Fuori Concorso alla 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è una di quelle pellicole che non annoiano grazie anche alla curiosità che il pubblico può nutrire verso i capricci eccentrici della Regina Vittoria, da molti anni in lutto per la morte del marito, stanca ed annoiata, ma anche immensamente potente, tanto da potersi permettere di sfidare l’Impero con i suoi comportamenti.
data di pubblicazione:25/10/2017
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da Antonio Iraci | Ott 25, 2017
(Teatro Quirino – Roma, 24 ottobre/ 5 novembre 2017)
Un sentito omaggio a Luca Ronconi, grande uomo di teatro scomparso nel 2015, da parte del suo allievo Daniele Salvo, regista emiliano diplomato alla scuola attori “Teatro Stabile di Torino” e oramai noto per averci fatto apprezzare i suoi lavori sulla tragedia classica di cui è diventato esperto conoscitore. Lo spettacolo che viene ora ripreso al Teatro Quirino è una edizione storica che già a suo tempo vide l’attore Franco Branciaroli nei panni femminili di Medea, personaggio quanto mai passionale e mostruosamente vendicativo che, con le proprie istanze di riscatto sociale di donna, anticipa di parecchi secoli ciò che ante litteram sarà il pensiero del movimento femminista. Medea ha sacrificato la propria famiglia e la patria pur di assecondare il suo amato Giasone e non ha esitato in suo favore ad utilizzare le proprie abilità magiche rendendosi autrice persino di numerose efferatezze.
Euripide in Medea inserisce tutti gli elementi classici della tragedia greca, che solo la camaleontica interpretazione di Branciaroli riesce a tratti ad alleggerire senza tuttavia sminuirne il pathos. Risultano altresì esaltati i tratti psicologici della protagonista, che si trova sola e costretta all’esilio senza possibilità di ritorno in patria, e alla quale le sono ora negati gli affetti più cari. Solo le donne di Corinto comprendono l’impotenza di Medea di fronte all’oltraggio subito e quasi la spingono a intraprendere una azione vendicativa esemplare, anche se poi rimangono atterrite di fronte al sacrificio dei due giovani figli innocenti che la donna sacrificherà pur di distruggere l’infame Giasone e negargli una discendenza. L’ambientazione scenica è di grande effetto, soprattutto quella iniziale quando ai lamenti della nutrice fa da sfondo la visione di un vero cuore palpitante: qualcosa che disturba, ma che fa entrare direttamente dentro quell’imminente dramma, che già trova forma e contenuto nell’immagine. Accanto a Franco Branciaroli troviamo Alfonso Veneroso nella parte di Giasone e Antonio Zanoletti nel ruolo di Creonte, mentre particolarmente toccante la figura di Egeo interpretata da Livio Remuzzi. Cast quindi di primordine ben adatto ad uno spettacolo che, sia pur curato nei minimi dettagli da Daniele Salvo, porta in calce la firma dell’indimenticabile Luca Ronconi.
data di pubblicazione:25/10/2017
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da Antonietta DelMastro | Ott 23, 2017
Nuovo godibilissimo romanzo di Alice Basso con la ghostwriter Vani Sarca che, anche in questa occasione, mi ha regalato grasse risate!
Enrico Fuschi, direttore delle Edizioni “L’Erica”, si è basato sul Pares cum paribus facillime congregantur di Cicerone e ha affidato a Vani un compito a dir poco arduo, trovare il ghostwriter che si cela dietro uno dei romanzi storici più importanti della letteratura italiana pubblicato proprio per i loro tipi a firma di Ruggero Solimano: l’obiettivo è quello di presentarlo al pubblico come vero autore per rilanciare il testo con la nuova edizione a sua firma.
Con una indagine degna del miglior Poirot, Vani riesce a scovare il suo omologo, Edoardo Marotta, professore di storia del figlio di Solimano, il quale non è esattamente quello che sperava fosse il dott. Fuschi: “Pazzesco. Quest’uomo è totalmente incapace di rilasciare dichiarazioni pubbliche. Come apre bocca, offende qualcuno, Wow.”
Fuschi incarica Vani di un ulteriore compito, far diventare Marotta un ottimo comunicatore: a tal fine le affianca Riccardo Randi, lo scrittore che in L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome le ha spezzato il cuore.
Mentre si svolgono tutte queste vicissitudini Vani è in realtà completamente presa dalla sua consulenza presso la Polizia di Stato; la sua collaborazione con il commissario Berganza la porta a scoprire come un boss della malavita, malato e agli arresti domiciliari, possa comunque guidare i suoi traffici illegali… i colpi di scena di susseguono una via l’altro e Vani si troverà anche a dover salvare la vita al commissario!
Pur conscia che il mio commento sarà praticamente una fotocopia di quelli fatti per i libri precedenti, ma l’usus scribendi di Alice Basso è assolutamente godibile, ironico, fluente, brillante; Vani ha un sarcasmo incomparabile che non può non farla apprezzare.
Insomma, come per i precedenti romanzi, non vedo l’ora di avere tra le mani il prossimo libro!
data di pubblicazione: 23/10/2017
da Rossano Giuppa | Ott 21, 2017
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 18 ottobre/5 novembre 2017)
Dopo il fortunato debutto napoletano, approda a Roma, al teatro Piccolo Eliseo, Ferdinando di Annibale Ruccello, per la regia di Nadia Baldi.
Scritto agli inizi degli anni Ottanta e ambientato nel 1870, Ferdinando resta il capolavoro di Annibale Ruccello, considerato il migliore esponente della drammaturgia napoletana post-eduardiana, scomparso prematuramente nel 1986 per un banale incidente stradale. Quello di Ruccello è un grande teatro di prosa, di narrazione.
Connotato del suo teatro è l’angoscia dell’uomo moderno nello scontro con la realtà esterna: fobie, delitti, sensualità dolorosa, ambientazioni cupe e serrate.
L’azione si svolge in una villa nei dintorni di Napoli dove vivono, in esilio volontario, due donne. La baronessa Donna Clotilde (Gea Martire), chiusa nella sua ipocondria e in una simulata infermità a letto, rifiuta culturalmente e storicamente la modernità, non solo ripudiando la nuova situazione politica e il re sabaudo, ma anche l’italiano. L’altra Gesualda (Chiara Baffi), sua cugina povera e zitella, che la accudisce e la sorveglia, che intreccia una relazione clandestina con Don Catellino (Fulvio Cauteruccio), prete dissoluto e coinvolto in intrallazzi politici. Nulla sembra poter cambiare il corso degli eventi, finché non arriva Ferdinando (Francesco Roccasecca) un giovane nipote di Donna Clotilde, dalla bellezza morbosa e strisciante. Sarà lui a gettare lo scompiglio nella casa, a mettere a nudo contraddizioni, a disseppellire scomode verità e a spingere un contesto apparentemente immutabile verso un inarrestabile degrado.
Tutti i personaggi in una prima fase si presenteranno nel loro quotidiano per poi svelare l’interiore quando i freni inibitori e culturali non hanno più il loro potere censurante.
Ferdinando è il diavolo che irrompe sulla scena, scatenando l’inespressa sessualità che coinvolge prima Clotilde, poi Gesualda, e infine Don Catellino. Una voragine di desideri repressi che finisce per generare gelosie, ricatti, vendette, ed alla fine anche complicità fra le due donne portandole all’avvelenamento del prete rivale in amore. Ma poi tutto precipita, Ferdinando scopre l’assassinio, ricatta le due donne e svela la propria identità (non è il nipote di Clotilde, ma un ladro e si chiama Filiberto, come i Savoia). Un finale noir dell’opera come noir è la solitudine in cui si sono chiuderanno Clotilde e Gesualda.
L’attenta mano di Nadia Baldi esalta la potenza drammaturgica del testo, riuscendo ad enucleare ed esaltare le caratterizzazioni dei singoli personaggi e gli oggetti feticcio che li circondano. Rapporti che spesso si evidenziano con efficacissimi piccoli gesti, giochi di sguardi, sequenze di parole seguite da inquietanti silenzi, mettendo in luce le connessioni esistenziali fra dramma e malinconia, comicità e solitudine.
Molto bravi gli attori ma soprattutto straordinarie le due protagoniste, capaci di rendere le due cugine così differenti e cosi unite, ma anche così uniche, nonostante le tante grandissime interpreti che in passato si sono cimentate nei due ruoli.
Un teatro moderno e colto, che va visto e protetto.
data di pubblicazione: 21/10/2017
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Ott 20, 2017
(Auditorium Conciliazione – Roma,13 e 14 ottobre 2017)
Il Romaeuropa Festival ha presentato in prima nazionale il 13 e 14 ottobre 2017 all’Auditorium Conciliazione di Roma, Monumental, spettacolo che fonde musica rock e danza.
Sul palco la compagnia canadese The Holy Body Tattoo, fondata nel 1993 da Dana Gingras e Noam Gagnon insieme ai Godspeed you!Black Emperor storico collettivo musicale, anch’esso canadese, tra i gruppi più rappresentativi della scena post-rock internazionale. Protagonisti tutti i membri della band insieme ai danzatori della compagnia.
Messo in scena per la prima volta nel 2005 solo con le musiche dei GY!BE a fare da colonna sonora dello spettacolo, Monumental dopo 10 anni viene riallestito da The Holy Body Tattoo avvalendosi questa volta delle musiche in parte inedite, eseguite dal vivo dalla band di culto.
Monumental è il racconto dell’ansia della cultura metropolitana. In un clima ipercinetico di avidità e ambizione, le relazioni personali sono sottomesse all’identità del gruppo rendendo l’interrrelazione personale difficile e dolorosa.
Nove danzatori in abiti da ufficio, isolati su altrettanti piedistalli, dialogano con il suono duro ed enfatico di cinque chitarre, due drum kit e un violino, per raccontare il caos del mondo moderno. A dare ulteriore forza a questo affondo nell’alienazione contemporanea, sono i testi dell’artista statunitense Jenny Holzer che, nella serie Living (1981), analizza la quotidianità dell’essere umano.
Una fluida, per quanto frenetica ed emblematica rappresentazione della condizione dell’uomo, ormai piegato al sistema seriale della ripetizione compulsiva di movimenti, pensieri e passioni.
La cosa migliore è stare nel gruppo per mantenere l’anonimato, ripetendo simultaneamente gli stessi gesti, cercando l’omogeneità. Ma i tic si moltiplicano e si stressano fino all’implosione emotiva, che diventa psicosi che si dilaga nei gesti dei danzatori, nei crescendo noise dei GY!BE e nelle parole della Holzer che arrivano come dei verdetti ineluttabili.
Un lavoro organico, con coreografie pensate in relazione alla musica dei GY!BE, che esplora le paranoie, i cortocircuiti e le ansie della cultura urbana, delle metropoli, della quotidianità alienante e del capitalismo che ci cattura e ci avvolge.
Interpreti magistrali e ritmi serrati, che fondono le varie componenti in un unicum che cattura. Uno spettacolo forte e ansiogeno, con forti venature di dolore e di sofferenza.
data di pubblicazione:20/10/2017
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da Antonio Iraci | Ott 18, 2017
Marina, transgender aspirante cantante, vive serenamente una intensa storia d’amore con Orlando, un uomo maturo e socialmente affermato che per lei ha abbandonato la famiglia. L’improvvisa morte dell’uomo per infarto, al termine dei festeggiamenti per il compleanno di Marina, causerà un cambiamento radicale nella vita di lei, travolta da tutta una serie di maltrattamenti fisici e morali da parte della famiglia di Orlando e, come se non bastasse, anche da parte delle istituzioni pubbliche che mettono seriamente in dubbio la sua buona fede unitamente alle cause del decesso.
Premiato nell’ultima edizione della Berlinale con l’Orso d’Argento e come miglior film GLBT nella Sezione Teddy Award sulle tematiche gay e trans, Una donna fantastica del cileno Sebastiàn Lelio è stato subito ben accolto dalla critica internazionale che ha voluto riconoscere al regista il talento ed il coraggio di portare sul grande schermo la storia di una diversità che oggi non dovrebbe più definirsi tale. Il personaggio di Marina (Daniela Vega) riesce a conquistarsi la benevolenza di tutti coloro con cui viene a contatto, a cominciare dai proprietari del bar dove presta servizio come cameriera. Lei sa bene cosa vuole dalla vita e sa portare avanti con assoluta determinazione la storia d’amore con Orlando (Francisco Reyes): i due abitano insieme in un appartamento e vivono la quotidianità come una coppia che si ama e che ha voglia di progettare insieme un futuro ricco di emozioni. La morte improvvisa dell’uomo farà riaffiorare tutti quei sentimenti ostili radicati e semplicemente congelati da parte della famiglia di lui che si era sentita umiliata dall’abbandono dell’uomo per una “donna” come Marina e, all’improvviso, ciò che per lei era considerato assoluta normalità, diventa subito diversità se non addirittura perversione, annullando con un colpo di spugna tutto quello che riteneva oramai come acquisito, in quanto appartenente alla propria identità di donna. Il film riesce veramente a coinvolgere emotivamente lo spettatore, in una storia dove rabbia e impotenza si sovrappongono in difesa di una persona che vuole vivere appieno la propria sessualità come meglio crede. In una società come quella cilena, dove ancora alcune scelte di vita vengono considerate come dei tabù, la decisione da parte del regista di affrontare una tematica così delicata è sicuramente un colpo di frusta verso coloro che ancora non riescono ad accettare questa realtà come qualcosa di “reale”. Indugiando sempre con molta discrezione nell’inquadrare il corpo di Marina nella sua intimità, salvaguardandone palesemente la privacy, Lelio riesce ad allontanare lo sguardo dello spettatore da un possibile morboso voyeurismo.
Il film rappresenterà il Cile ai prossimi premi Oscar come miglior film straniero.
data di pubblicazione:18/10/2017
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da Antonella Massaro | Ott 14, 2017
(Teatro Argentina – Roma, 13/22 ottobre 2017)
Quattordici attori nudi sul palco. Quattordici uomini e donne fuggiti dalla costrizione delle convenzioni e delle eterodirezioni. Quattordici persone che non saranno più disposte a tornare indietro.
Un racconto senza storia, la faticosa emancipazione da ogni forma di sovrastruttura ed eterodirezione: gli attori si spogliano delle proprie vesti e, dopo aver fatto i conti con il senso del pudore e con la vergogna, si abbandonano alla propria nudità. Impauriti e disarmati reagiscono agli stimoli del palco lasciandosi guidare dall’istinto. A mano a mano che si perdono, scoprono il coraggio di ritrovarsi, per poi difendere gelosamente la libertà così faticosamente conquistata.
Con Bestie di scena il teatro di Emma Dante raggiunge uno degli approdi più meravigliosamente compiuti. Il corpo, da sempre al centro della sua ricerca artistica, diviene il protagonista indiscusso della scena. La capacità degli attori di controllare i propri movimenti e di inserirli nella sinfonia del gruppo è semplicemente impressionante.
La regista ha dichiarato che il suo intento iniziale era quello di raccontare il mestiere dell’attore, trovandosi poi a dirigere una piccola comunità di esseri primitivi, spaesati, fragili, “imbecilli”: alla fine, detto altrimenti, Emma Dante si è trovata a raccontare il mestiere dell’uomo che prova a farsi persona, che fugge dalle imposizioni e delle convenzioni, che riscopre, non senza traumi, il valore di una libertà primordiale vissuta però non in maniera individuale e individualistica, ma nella condivisione con i propri simili.
Non ci sono dialoghi in Bestie di scena e durante lo spettacolo la nudità degli attori diviene progressivamente l’elemento meno significativo della rappresentazione. A prendere il sopravvento sono l’armonia dei suoni, la perfezione dei movimenti, la dosimetria delle luci che solo in rare occasioni lascia il pubblico al buio e, quindi, distante dal palco.
Il nuovo spettacolo di Emma Dante è un’esperienza sensoriale che non lascia indifferenti. È il gioiello di un’artista che rende riconoscibile la sua cifra, ma che riesce ogni volta a superare se stessa. È l’emblema di un teatro che non si può descrivere, ma solo ammirare.
Pienamente meritati, dunque, gli interminabili applausi che hanno riempito il Teatro Argentina di Roma in occasione della prima.
data di pubblicazione: 14/10/2017
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da Antonio Iraci | Ott 13, 2017
La corona britannica dopo anni di duro imperialismo invia in India, soprattutto per merito della lotta pacifica portata avanti da Gandhi, Lord Mountenbatten che, in qualità di Vicerè, dovrà gestire la delicata fase di transizione che porterà il Paese verso l’indipendenza. L’abilità diplomatica di questi e della sua splendida moglie Edwina serviranno tuttavia più a fronteggiare l’annoso problema della cruenta lotta tra musulmani, induisti e sikh: diversità religiose che, nonostante gli insegnamenti del Mahatma, non riescono a concepire una pacifica convivenza tra di loro. Il conflitto porterà inevitabilmente alla necessità di riconoscere il Pakistan, dove andranno a confluire le popolazioni musulmane, come una nazione autonoma dall’India.
Con un rilevante sfarzo di scene e costumi proprie dei colossal d’altri tempi, quando le produzioni non badavano a spese per la buon riuscita dei propri film, Il Palazzo del Vicerè della regista indiana Gurinder Chadha sembra avere tutte le carte in regola per offrire al pubblico una storia zuccherosa ma che, al tempo stesso, si lascia seguire con particolare interesse. Non sembrerebbe che lo sfondo socio-politico della vicenda sia l’elemento determinante della buona riuscita di questa pellicola, né la travagliata storia d’amore, seppur fulcro della vicenda stessa, tra il focoso induista Jeet (Manish Dayal) e la musulmana Aalia (Huma Qureshi), donna leggiadra e bellissima, entrambi casualmente a servizio nello splendido palazzo imperiale. Quello che sicuramente conquista più di ogni altra cosa il pubblico è come la regista abbia saputo conciliare vicende tragicamente storiche, peraltro supportate da splendide immagini d’archivio, con l’ambientazione della vicenda attraverso il susseguirsi di una quotidianità di palazzo dove tutto sembra funzionare con la precisione di un orologio svizzero. All’interno si riesce a cucire una convivenza tra le fazioni in lotta grazie alle buone maniere britanniche di Lord e Lady Mountenbatten, figure splendidamente interpretate da Hugh Bonneville e da Gillian Anderson, mentre all’esterno si tessono sottili trame politiche, all’inizio sconosciute persino agli stessi protagonisti, che sfoceranno poi in una lotta cruenta che mieterà milioni di vittime.
Nell’ultima edizione della Berlinale, dove il film è stato presentato, la regista anglo/indiana ha spiegato le istanze personali che l’hanno indotta ad affrontare un tema così importante: sono un doveroso omaggio al suo Paese e soprattutto alla sua famiglia, anch’essa travolta dalla divisione territoriale che portò settanta anni fa alla nascita del Pakistan come nazione autonoma. Nella maestosa cornice del palazzo si inserisce la storia d’amore melodrammatica fra i due giovani, divisi dalla religione e dalle situazioni contingenti, un Romeo e Giulietta Made in India, con una fine diversa da quella concepita dalle righe del dramma shakespeariano.
data di pubblicazione:13/10/2017
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da Rossano Giuppa | Ott 13, 2017
(Teatro Argentina – Roma,10/12 ottobre 2017)
Dopo aver curato la regia di Emilia nella scorsa stagione, torna al teatro Argentina di Roma Claudio Tolcachir, in scena dal 9 al 12 ottobre con Il Caso della famiglia Coleman (La omisión de la familia Coleman).
Divenuto un classico del teatro contemporaneo che continua a calcare i palcoscenici internazionali, lo spettacolo scritto e diretto da Tolcachir viviseziona il microcosmo di una famiglia di Buenos Aires che vive al limite, in un appartamento che ospita e insieme rende prigionieri tutti i componenti della famiglia, con ognuno in lotta il proprio spazio vitale, in odio amore continuo.
La Familia Coleman vive stipata in un minuscolo appartamento nel quartiere popolare Boedo, una famiglia numerosa e problematica composta da una nonna, una figlia e quattro nipoti in cui le regole sono sovvertite: la nonna occupa il posto della madre e la madre si presenta come una bambina immatura che vive nella propria fantasia. Ci sono due gemelli. Uno ha preso il posto del padre assente: violento, alcolista, e ladro. Alla figlia tocca il ruolo della madre ideale: è l’unica che lavora e porta i soldi in una casa che sprofonda. Ogni personaggio ricava un proprio angolo nell’ angusto spazio disponibile, popolato da più voci che, tra disperazione e leggerezza, si alternano e si sovrappongono senza riuscire a comunicare.
L’autore e regista Claudio Tolcachir, tra i protagonisti del teatro argentino contemporaneo, non ancora quarantenne, erede degli artisti militanti della generazione precedente, ha fondato il collettico Timbre4 trasformando la propria casa, un appartamento di ringhiera nella periferia di Buenos Aires, in un teatro e in una scuola per attori. In questo contesto è nata la famiglia Coleman e con essa un vero e proprio caso teatrale. Dal giorno del debutto, avvenuto nel 2005 in quella stessa casa, lo spettacolo ha registrato uno straordinario successo collezionando numerosi riconoscimenti e incantando pubblico e critica di più di 30 paesi nel mondo per giungere nei più importanti teatri europei.
La scena è ingombra di un mobilio fatiscente, lo spaccato familiare e sociale è lontano anni luce dall’immaginario stereotipato del popolo argentinoche balla il tango e beve mate ad ogni ora del giorno e della notte. I Coleman, in tuta e ciabatte, sono postatomici.
Ad ogni scena si scopre qualcosa di più sui rapporti e sui vincoli di parentela che governano la vita di questa famiglia. Il centro gravitazionale è nonna Leonarda, che gestisce le nevrosi di sua figlia Memè e dei quattro nipoti. Nel momento in cui la nonna viene ricoverata in ospedale per un malore, la famiglia è costretta ad uscire dal guscio del proprio salotto e a presentarsi al mondo ed Edoardo, il dottore che ha in cura la nonna, cerca di fare chiarezza sullo stato di anomalia che presentano i Coleman.
Tolcachir scava a fondo nel paradosso dei rapporti umani, tenendosi in equilibrio tra disperazione e leggerezza. I Coleman sono un caso sociale e psichiatrico debordante; rinchiusi in tale claustrofobia non riescono a non odiarsi ma neppure a separarsi.
Gli attori sono straordinariamente bravi. Personaggi al limite, situazioni assurde, dialoghi deliranti. Nello spettacolo non c’è spazio per la malinconia ma un perfetto equilibrio tra dramma e humour nero, che disegna il meglio e il peggio di ogni personaggio. La malattia della nonna li riunirà. Ma solo apparentemente.
data di pubblicazione:13/10/2017
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da Rossano Giuppa | Ott 13, 2017
(Teatro Argentina – Roma, 7 e 8 ottobre 2017)
Già ospite del Romaeuropa Festival con Plexus (REf 2014) e con Questcequetudeviens? (REf 2015), Aurélien Bory è tornato a Roma per presentare al Teatro Argentina il 7 e l’8 ottobre 2017 Espæce.
Con l’acrobata Guilhem Benoit, il danzatore Mathieu Desseigne Ravel, la contorsionista Katell Le Brenn, la cantante d’opera Claire Lefilliâtre e l’attore Olivier Martin Salvan, Bory celebra lo scrittore francese Georges Perec e la sua scrittura attraverso un viaggio poetico fatto di giochi di parole, di allusioni, di memorie, di percorsi.
Il titolo di questa sua ultima prova è Espæce, crasi di Espèces d’espaces, una delle opere di Perec un neologismo coniato da Bory proprio per definire nel più visivo dei modi il tema dello spettacolo, lo spazio, o meglio, i vari tipi di spazio e il vuoto che li circonda e li contiene.
La scena diviene allora un enorme libro in continuo divenire, che racconta storie, emozioni, vuoti, ironie di 5 individui alla ricerca di se stessi e della propria identità, attraverso pagine che si sfogliano e si raccontano, cariche di immagini, di sguardi e di pensieri.
Un divenire che trova nella macchina scenica la magia onirica e maliconica di Bory, capace di usare magistralmente lo spazio e di fondere, nel suo teatro visivo, elementi di danza, di musica, di acrobazia e di poesia.
È il teatro nudo con i suoi elementi tecnici, i muri che avanzano e si trasformano, per definire l’azione e generare sorpresa e commozione raccontando le esistenze e le storie.
L’impatto poetico e visivo è altissimo, come se fosse il libro stesso a parlare. Un altro raffinato tassello di un Festival che quest’anno continua a regalare emozione.
data di pubblicazione:13/10/2017
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