da Antonella Massaro | Ott 29, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
L’America di ieri e quella di oggi, unite dall’eroismo (razionalmente incomprensibile) dei giovani Marines mandati al fronte. Vietnam e Iraq: cambia poco in fondo. Restano intatti il rispetto per la divisa, l’orrore del fronte, la disperazione delle famiglie. Così come resta intatta la bandiera a stelle strisce che, nonostante tutto, continua a sventolare sullo sfondo.
Larry Shepherd (Steve Carrel), meglio noto come Doc, si mette sulle tracce di ex soldati che, insieme a lui, hanno militato nei Marines: Sal Nealon (Bryan Cranston), che ora gestisce una birreria senza troppe pretese, e Richard Mueller (Laurence Fishburne), divenuto un appassionato e autorevole Reverendo.
I tre hanno combattuto insieme in Vietnam, in una guerra di cui probabilmente nessun militare americano ha mai compreso il senso, ma che ha lasciato nei loro corpi e nelle loro anime delle cicatrici profonde e indelebili.
Anche il figlio di Doc ha deciso di arruolarsi nei Marines. Nei primi anni del nuovo millennio i nemici non sono più i musi gialli che popolano le giungle Vietnam, dove ormai anche gli americani vanno in vacanza, ma gli iracheni capeggiati da Saddam Hussein che si nascondono nei deserti dell’Iraq. Proprio dall’Iraq arriva la notizia della morte del figlio di Doc. È caduto in azione come un vero eroe, dicono. Deve essere seppellito con tutti gli onori, dicono.
Larry chiede ai suoi vecchi compagni di divisa di accompagnarlo nel viaggio più lungo e tormentato che la vita poteva riservargli. Ha inizio quindi un road movie, che, come tutti i road movie che si rispettino, diviene anzitutto un viaggio interiore che conduce alla (ri)scoperta di se stessi.
Richard Linklater torna al cinema con Last Falg Flying, tratto dall’omonimo romanzo di Darryl Ponicsan e sequel del film del 1973 L’ultima corvè con Jack Nicholson. Il film, prodotto da Amazon Studios, è stato scelto per l’apertura del New York Film Festival.
Il tema, caro a Linklater, è quello del patriottismo nazionalistico, raccontato in maniera disincantata ma non del tutto cinica, rassegnata ma mai del tutto disperata. Il trio di protagonisti funziona a meraviglia, tanto per la convincente prova di attori di Carrel, Cranston e Fischburne, quanto per l’armonica complementarietà dei personaggi: Doc è remissivo e mite, Sal è irriverente e caustico, Mueller è il reverendo cui la fede ha concesso di placare gli eccessi giovanili e di curare le ferite del fronte. Non ci sono risposte definitive nel film. Non ci sono buoni e cattivi. C’è solo il silenzio del vuoto, che ciascuno può riempire con le proprie riflessioni con temi che, ormai da decenni, continuano a tormentare la coscienza dell’America.
I 124 minuti del film, forse, scorrono più fluidamente nella prima parte anziché nella seconda, ma la scrittura, che assegna un ruolo determinante alla spiazzante ironia di Sal e che mantiene il costante parallelismo tra ieri e oggi, tra Vietam e Iraq, restituisce un’opera nel complesso convincente. Qualche retorica di troppo nelle sequenze finali; ma, del resto, è il rischio pressoché inevitabile che si corre quando, sullo sfondo, la bandiera a stelle e strisce continua a sventolare nonostante tutto.
data di pubblicazione: 29/10/2017

da Antonio Iraci | Ott 29, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Lin è una assistente di volo di una compagnia olandese, molto apprezzata in ambito lavorativo per la sua professionalità. Mentre si reca precipitosamente in aeroporto a Bucarest, il suo taxi investe un ragazzo di quindici anni: Nicu vive nei sotterranei della città e, pur di procurasi la droga, ricorrendo ad ogni tipo di espediente incluso la prostituzione. Il ragazzo inizialmente si offre di farle da guida turistica e la donna piano piano viene inspiegabilmente attratta non solo dai suoi modi bruschi ma anche dalle sue attenzioni particolari.
Il regista olandese Jaap van Heusden, al suo terzo film, con In Blue ci presenta una storia genuina, privo di una sceneggiatura particolarmente elaborata, dove il sentimento sta alla base di un racconto che nella sua leggerezza non scivola mai nel sentimentalismo. Il rapporto che nasce tra Lin (Maria Kraakman) e Nicu (Bogdan Iancu) è la dimostrazione di come due persone così diverse per cultura ed estrazione sociale possano trovarsi insieme in qual cosa che va al di là della semplice amicizia. Entrambi i protagonisti hanno bisogno di un affetto sincero, da sempre negato e mai ricevuto, e proprio in questa circostanza si trovano a colmare qualcosa che loro stessi non avevamo forse mai sperimentato. Lin, ad esempio, si trova a seguire Nicu nel sotterraneo dove vive in branco insieme ad altri emarginati, e la tenerezza che prova per il ragazzo sarà sufficiente a farle dimenticare dove realmente si trova, in una situazione ben lontana dall’ambiente asettico in cui è abituata a muoversi in Olanda, perché questo suo nuovo amico riuscirà a colmare quella perenne deficienza affettiva da cui è affetta, dovuta ad una mancata maternità. La narrazione, a cui fa da sfondo l’aberrazione della gioventù rumena, sembra procedere lungo un percorso credibile perché basato su sentimenti veri, non inquinati né dal sesso né da interessi esclusivamente materiali. Film che si segue con attenzione ed un tocco di ammirazione per la determinazione e la delicatezza dei due protagonisti.
data di pubblicazione:29/10/2017

da Rossano Giuppa | Ott 29, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Alice nella città ospita l’opera prima Brigsy Bear, una commedia agrodolce diretta da Dave McCary scritta ed interpreta da Kyle Mooney, affiancato da Claire Danes , Mark Hamill, Greg Kinnear e Andy Samberg, presentata in anteprima al Sundance Film Festival 2017 e successivamente proiettata al Festival di Cannes, nella sezione Settimana Internazionale della Critica.
La storia verte su James Pope (Kyle Mooney), ragazzo rapito da bambino e che ha vissuto tutta la sua infanzia assieme a un tv show di nome Brigsby Bear.
Costretto a vivere in un bunker nel deserto con i suoi genitori in un mondo apparentemente post-apocalittico, James è completamente isolato e vive soltanto in funzione della sua serie tv preferita, Brigsby Bear. Lo show era stato ideato dai falsi genitori di James, per dare una parvenza di normalità alla vita del ragazzo.
Tutto cambia quando la polizia irrompe nel bunker e James scopre di essere stato rapito quando era un neonato e soprattutto che Brigsby Bear non è un vero show per bambini.
Sconvolto e incerto, James cerca di adattarsi alla sua nuova vita, ma l’ossessione di Brigsby Bear non riesce ad abbandonarlo, soprattutto, non può concepire che il mondo non conosca il suo eroe. Per questo motivo, James decide di dare nuovamente vita al suo personaggio preferito, mettendo su un vero e proprio film con l’aiuto di un nuovo gruppo di amici e del detective Vogel.
Il film è la difficile integrazione di un uomo apparentemente adulto in un mondo che ha sempre ignorato esistesse. Divertente, ironico e delicato, Brigsby Bear è un viaggio nell’eterno mondo dell’infanzia di James. Un mondo fatto di combattimenti, mostri leggendari e fantasmi del passato. Un mondo di fantasia attraverso il quale James può fare i conti con la sua realtà e far comprendere quanto per lui Brigsby sia stato un fedele compagno.
Il film si muove attraverso un linguaggio metaforico, semplice e accessibile ma che vuole spesso rimandare a un mondo di grandi con una chiave di entrata per tutti quanti.
Difficile non voler bene a James. La sua ingenuità è travolgente ed emozionante, ed il suo mondo un po’ paradossale ed eccessivo, finisce per coinvolgere e conquistare personaggi e spettatori.
data di pubblicazione:29/10/2017

da Maria Letizia Panerai | Ott 28, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Titolo emblematico per una pellicola ad alto tasso di follia, in cui una casalinga trascurata, un marito insensibile e dai modi bruschi, un cugino particolarmente galante e l’ipnosi si incontrano tra le vie periferiche di Madrid, dando origine ad una commedia esilarante, dal finale un po’ prevedibile.
Carmen, per andare al matrimonio della cugina, vuole essere particolarmente originale e copia da una nota rivista di gossip l’acconciatura di Madonna, ma il marito Carlos non ne vuole sapere di arrivare in orario: è più importante la finale di coppa del Real Madrid e… non è il solo a pensarla così! Durante il ricevimento, per pura e semplice goliardia, Carlos si sottopone ad un amatoriale esperimento di ipnotismo proposto a tutti gli invitati dal cugino di Carmen, da sempre suo fedele corteggiatore. È un modo come un altro per ridicolizzare quell’uomo che osa mettere gli occhi sulla sua donna, anche se lui da anni non prova più per lei alcun interesse. Ma qualcosa durante l’esperimento, apparentemente mal riuscito, sembra essere accaduto e Carlos da quel momento non sarà più lo stesso.
Si ride molto durante la proiezione di questa folle commedia di Pablo Berger, giovane regista spagnolo che nel 2014 rappresentò la Spagna agli Oscar con Blancanieves nella categoria Miglior film straniero. È quasi impossibile non pensare quanto lo stile e la filmografia di Almodóvar abbiano potuto influenzare giovani registi come Berger, che riesce con Abracadabra, in chiave ovviamente grottesca, a raccontare una storia di reincarnazione alquanto surreale, che appassiona senza grossi cali di attenzione. Peccato solo che sul finale la storia perda corpo e la soluzione a tutto ciò che il regista ha messo in scena sia un po’ banale e non all’altezza del corpo centrale del film.
data di pubblicazione:28/10/2017

da Maria Letizia Panerai | Ott 28, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Julien, rientrando a casa dopo una missione di lavoro all’estero, trova nella segreteria telefonica un messaggio della sua ex moglie che lo informa della sparizione del loro unico figlio Mathias. La polizia sembra brancolare nel buio circa le cause della scomparsa di un bambino di soli sette anni durante una gita in montagna con la scuola. Julien allora decide di cercarlo ad ogni costo.
Alla base del thriller di Christian Carion c’è la storia di due ex coniugi che ancora si rimproverano le reciproche colpe circa la fine del loro matrimonio. Lui, tutto dedito al lavoro che lo porta a viaggiare molto, e a non essere mai presente né per la moglie né per il figlio; lei (Mélanie Laurent), donna fragile e bisognosa di attenzioni, cerca conforto dopo la separazione da Julien in un altro uomo, più affettuoso e presente, che fa progetti su una loro famiglia futura in cui non c’è posto per il piccolo Mathias. I sensi di colpa e le reciproche accuse circa il perché il bambino sia sparito, prendono dapprima il sopravvento sulla storia e sulle relative indagini, che tuttavia non sortiscono l’effetto desiderato. Julien decide dunque di indagare: la soluzione arriverà solo sul finale di un film ad alto tasso di adrenalina, in cui Julien (un bravo Guillame Canet, che non delude quasi mai né da interprete né da regista) non si fermerà di fronte a nulla pur di ritrovare il figlio, sparito in piena notte dalla tenda in cui dormiva con altri bambini e che sembra svanito nel buio.
Le buone prove degli attori ed il ritmo del film, che riesce a tenere lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine, non bastano tuttavia a dare sufficiente spessore alla pellicola.
La trama non particolarmente originale, supportata da una sceneggiatura che inserisce elementi apparentemente importanti al fine della risoluzione del caso, ma che poi rimangono irrisolti sul finale, creano un po’ di delusione e ci danno la sensazione che qualcosa nel film non abbia funzionato.
data di pubblicazione:28/10/2017

da Antonio Iraci | Ott 28, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Samuel è un missionario americano appena ventitreenne che arriva in Cile agli inizi degli anni Ottanta, in piena dittatura di Pinochet, per vivere insieme al popolo di un misero sobborgo di Santiago e nel contempo per praticare la sua azione di evangelizzazione. Il ragazzo prende alloggio in casa di Gladys, donna di carattere che insieme ad altre del quartiere porta avanti una attiva resistenza nei confronti del regime. Samuel, quasi senza volerlo, ne sarà coinvolto sentimentalmente e ne seguirà l’azione clandestina rimanendone invischiato a tal punto da mettere quasi a rischio la propria vita.
Gonzalo Justiniano è un regista, produttore e sceneggiatore cileno che da anni si occupa di problemi sociali del suo Paese, riuscendo ad ottenere con i suoi film numerosi riconoscimenti internazionali. Attraverso il racconto del protagonista Samuel Thomson (Daniel Contesse), che con l’aiuto della sua macchina fotografica ci mostra anche interessanti documenti storici di repertorio riguardanti quel tragico periodo, il regista desidera contribuire al ricordo di tutte quelle numerose donne che come Gladys (Nathalia Argonese) seppero portare avanti la speranza della libertà in un paese martoriato dall’azione della polizia che non esitava, dopo terribili torture, ad occultare i cadaveri buttandoli in mare aperto. Samuel si troverà ad essere testimone di una barbarie che veniva regolarmente perpetuata dagli uomini di Pinochet verso gli oppositori del regime, sovente presunti dal momento che non risparmiava neanche i bambini. Il film ha il merito di mostrare una ferita sociale che, giustamente, fa fatica a rimarginarsi in quanto la popolazione di oggi non può facilmente dimenticare la propria lotta per tornare al legittimo sogno di democrazia. Apprezzabile il lavoro del regista-sceneggiatore, che ha saputo narrare una storia tragicamente credibile, con personaggi molto credibili. Particolare menzione va alla figura del piccolo Vladi (Elìas Collado) che vive nella casa di Gladys e che rappresenta uno dei tanti bambini rimasti soli perché la famiglia d’origine è stata perseguitata e decimata dalla dittatura.
data di pubblicazione:28/10/2017

da Maria Letizia Panerai | Ott 27, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Paolo e Vittorio Taviani scrivono una nuova pagina di poesia ed incantano con Una questione Privata. Dalle righe di Fenoglio prendono magicamente corpo i personaggi di Milton, Giorgio e Fulvia, avvolti e protetti dalla loro amorosa amicizia come le nebbie delle Langhe salvaguardano i partigiani dalle rappresaglie dei fascisti. È l’estate del 1943.
Siamo ad Alba e Milton (Luca Marinelli), giovane studente universitario soprannominato così per il suo amore verso la letteratura anglosassone (e che un anno dopo diverrà il suo nome di battaglia da partigiano), fa visite giornaliere a Fulvia (Valentina Bellè), una giovane torinese sfollata per qualche tempo ad Alba presso la villa estiva dei suoi genitori. La ragazza, capricciosa ed affascinante, di cui Milton si innamora perdutamente, le è stata presentata dal suo amico fraterno Giorgio Clerici (Lorenzo Richelmy), bello e guascone. I tre iniziano un’assidua frequentazione sino a quando Milton, nell’estate del ’43, si arruola: lo ritroveremo un anno dopo partigiano tra le colline di Alba. Non essendo mai riuscito a confessarle il suo amore, Milton fa sovente dono a Fulvia di bellissime lettere d’amore, di cui la ragazza si bea ogni qual volta vuole sentirsi al centro dell’attenzione di quel giovane timido e riservato, che amava leggere in lingua stralci di Cime tempestose. Nel novembre del ’44, durante una ricognizione, il “partigiano Milton” si ritrova casualmente di fronte alla villa e si imbatte nella vecchia governante (Anna Ferruzzo) che gli confida quanto Fulvia e Giorgio si fossero frequentati assiduamente dopo la sua partenza.
Può la gelosia far fermare tutto ciò in cui si crede di più, sino ad arrivare a desiderare la morte? Inizia per questo giovane un viaggio fatto di corse estenuanti, e di stratagemmi guidati da una irrefrenabile ossessione per raggiungere quel rivale in amore che, anche lui partigiano, nel frattempo è stato catturato dai fascisti.
I personaggi del romanzo sono tratteggiati con maestria: Fulvia ad esempio è quasi irreale, è la scintilla che sconvolge Milton e se ne impossessa, sino a spingerlo in questa ricerca spasmodica del suo amico Giorgio solo per conoscere la verità sui loro rapporti, più che per salvarlo dal nemico. Bello il modo con cui i Taviani indicano il passare del tempo mutuato attraverso l’inquadratura su come cambiano le mani di Milton, così come l’importanza che danno al frusciare degli alberi che ricordano la brughiera dello Yorkshire in cui è ambientato il romanzo della Bronte. “Noi abbiamo sempre amato Fenoglio” –dichiara Paolo Taviani in conferenza stampa- “il libro ci ha dato la possibilità di esprimere quell’inquietudine che volevamo raccontare, di cui il fascismo è solo la cornice… noi non traduciamo il libro in un film ma, come fu anche per Pirandello, cogliamo quei sentimenti da trasformare, tradendo il testo… e Fenoglio, sarebbe d’accordo”.
In alcune immagini del film, che rimangono impresse nella memoria, si sente, senza udire, lo strazio della guerra all’unisono con lo strazio della gelosia che corrode le membra e l’animo di Milton, in un furore di “ariostesca” memoria, in cui la storia fa solo da tragico sfondo alla vicenda privata.
data di pubblicazione:27/10/2017

da Antonio Iraci | Ott 27, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
E’ il film della Bigelow la vera sorpresa dell’apertura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. La regista, prima donna a vincere nel 2010 il premio Oscar con il film The Hurt Locker, con Detroit è alla sua terza collaborazione con Mark Boal. Con un taglio parzialmente documentaristico ci riporta alla rivolta sanguinosa di cinquanta anni fa, nella omonima città statunitense, dove l’odio razziale americano raggiunse il culmine con l’uccisione da parte della polizia di tre afroamericani ed il ferimento di altre diverse centinaia.
Cinque giorni di disordini che sfociarono in una rivolta repressa nel sangue dalla polizia, in cui rimasero gravemente ferite centinaia di persone tra la popolazione afro-americana, raccontati con un crudo realismo e supportati da immagini di repertorio, riescono a dare un ulteriore colpo di frusta, semmai ce ne fosse ancora bisogno, alla società americana dove l’azione politica perpetuata verso le minoranze, oggi più che mai, risulta palesemente offensiva della dignità umana in tutti i suoi aspetti. La morte di tre giovani che si trovavano nel Motel Algiers, uccisi dagli agenti di polizia perché sospettati di essere dei cecchini, dopo essere stati sottoposti assieme agli altri ospiti del motel a maltrattamenti e torture anche psicologiche perché considerati pericolosi senza che ci fossero delle fondate accuse, mettono il pubblico bruscamente al corrente di come le istituzioni perbeniste americane coprirono l’operato repressivo della polizia di Detroit, riuscendo a camuffare, sotto l’apparenza di una forte democrazia, quello che in effetti fu considerato un grave crimine repressivo contro la gente di colore.
Quelle immagini diventano così un buon pretesto per indurci a pensare che lo slogan “Proud to be American”, tanto reclamizzato ai tempi dell’attentato dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers, è da considerarsi oggi quanto mai fuori posto, quasi un eufemismo che induce invece alla vergogna. La regista racconta gli anni 60 bui americani attraverso quel razzismo che fu la reale causa del massacro di Detroit, e lo fa alla luce di quanto accade oggi nel suo paese. La brutalità che aumenta, le urla, la violenza e la tensione vengono restituite al pubblico senza sconti, e si partecipa affinché giustizia venga fatta verso gli autori di tutto questo, in una storia così lontana eppure così attuale. La pellicola può considerarsi un’ottima testimonianza storica per le generazioni di oggi e di domani.
data di pubblicazione:27/10/2017

da Antonio Iraci | Ott 26, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
L’apertura di questa dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma è stata affidata al film Hostiles dello statunitense Scott Cooper (Crazy Heart, Out of the Furnace e Black Mass). Il regista e sceneggiatore assegna ad un western il compito, certamente non semplice, di diffondere un messaggio quanto mai preoccupante e terribilmente attuale.
Ambientato nel 1892 narra del leggendario capitano Blocker (Christian Bale) che, suo malgrado, dovrà scortare un capo Cheyenne in punto di morte e i suoi cari, da tempo detenuti dall’esercito statunitense a Fort Berringer, fino alla loro terra natia. Durante il lungo viaggio la compagnia dovrà affrontare mille pericoli soprattutto per le incursioni dei sanguinari membri delle tribù Comanche che tra l’altro avevano appena decimato una intera famiglia di bianchi dove era rimasta miracolosamente viva solo Rosalie (Rosamund Pike). L’incontro con la donna, ancora sotto shock per la crudele perdita dei suoi figli e del marito, sarà il pretesto che spingerà il capitano a ripensare a tutta la sua vita, come uomo e come soldato, rendendolo piano piano più predisposto ad abbandonare l’istintivo odio verso i nativi indiani e a accettare il loro modo di essere e la loro ancestrale cultura. Sembra quasi bizzarra la scelta di Cooper di affrontare con un western le problematiche che affliggono oggi il mondo in cui viviamo e dove gli Stati Uniti sembrano sempre più distanti dall’accettare la non violenza e le differenze ideologiche. La storia, pur ambientata in un’epoca oramai appartenente al passato, è quanto mai attuale e sicuramente pertinente alle guerre che insidiano oggi la nostra libertà, il rispetto dei valori umani e della diversità in generale. Il film è ben interpretato e buona è la sceneggiatura curata dallo stesso regista, ma è certamente di ottimo livello la fotografia curata da Masanobu Takayanagi di immensi paesaggi che accompagnano i protagonisti nel loro viaggio verso le praterie del Montana. Il finale, forse scontato, ben si inserisce nel contesto di violenza e di odio che accompagna l’intera narrazione, e non ci sarebbe da stupirsi se Hostiles otterrà la prestigiosa dorata statuetta alla prossima edizione dell’Academy Awards.
data di pubblicazione:26/10/2017

da Antonio Iraci | Ott 25, 2017
Avechot è uno sperduto villaggio immerso in una piccola vallata tra le montagne nella provincia di Bolzano. I suoi abitanti vivono una vita tranquilla, immersa totalmente nell’attività religiosa di una confraternita che inculca loro principi morali molto rigidi, completamente anacronistici. In una sera densa di nebbia Anne Lou Kastner, ragazza tutta scuola e famiglia con una fortissima passione per i gatti, uscita di casa per andare in confraternita, sparisce nel nulla. Sul posto viene subito inviato l’agente speciale Vogel, uomo di grande esperienza nella soluzione di casi giudiziari difficili, anche se questa volta la ricerca della verità sarà impresa difficile perfino per lui…
Donato Carrisi è uno scrittore, sceneggiatore e giornalista specializzato in criminologia e scienze del comportamento; autore di diversi romanzi, ha già ottenuto prestigiosi riconoscimenti letterari tra cui il Premio Bancarella per il libro Il Suggeritore. Con La Ragazza nella Nebbia, pubblicato nel 2015, Carrisi si cimenta per la prima volta nelle vesti di regista riuscendo a confezionare un thriller psicologico che riesce a trasferire allo spettatore una suspance per l’intera duratadelfilm. Vogel, egregiamente interpretato da Toni Servillo, sin dalle prime immagini si comporta esibendo una sagacia talmente particolare da poterlo accostare al migliore Maigret uscito dalla penna di Georges Simenon. Il complesso caso giudiziario che dovrà affrontare nell’isolata cittadina di Avechot tiene tutti con il fiato sospeso, interpreti e pubblico, in un susseguirsi di colpi di scena che ingarbugliano sempre più il filo logico della vicenda, lasciando tutti spiazzati di fronte ad una insolita soluzione finale. Il film, pur proponendo una storia reale che pecca a tratti di originalità nella trama, coinvolge il pubblico che rimane disorientato nella spasmodica attesa di una spiegazione che tarda a profilarsi e a ricomporsi, come un puzzle che non si riesce a completare in un assurdo gioco perverso tra il bene ed il male.
Il cast è tutto di primordine: oltre a Servillo, troviamo Alessio Boni nella parte del prof. Loris Martini e Lorenzo Richelmy nel ruolo dell’agente Borghi che collabora con Vogel, anche se una menzione di merito va sicuramente al personaggio dello psichiatra Flores interpretato da Jean Reno. La sceneggiatura, curata dallo stesso Carrisi, riesce a catturare lo spettatore sin dalla prima immagine conducendolo nell’intrigo della vicenda con una violenza davvero disarmante.
data di pubblicazione:25/10/2017
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