da Giovanni M. Ripoli | Ott 31, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Selton Mello, uno dei più promettenti fra i cineasti brasiliani, complice il romanzo di Antonio Skarmeta, romanziere cileno che ha partecipato anche alla sceneggiatura del film, mette in scena un dramma familiare in salsa buonista, ma non stucchevole, che racconta uno spaccato della vita di Tony Terranova, giovane professore di provincia e dei suoi problemi legati principalmente al primo amore e alla apparentemente immotivata scomparsa del padre. Legato alla sua terra, alla sua amorevole madre, al suo lavoro di insegnante di francese e con grande amore per il cinema, Tony verrà a capo del mistero e troverà le risposte ai suoi conflitti generazionali.
Quindi, una storia semplice, quella di The Movie of My Life (Filme da Minha Vida), grande successo in Brasile ma certamente ascrivibile ad ogni latitudine, in quanto fa leva su sentimenti ed emozioni universali. La narrazione, ed è questo il maggior pregio della pellicola, scorre fluida e credibile, gli attori tutti a loro agio nei rispettivi ruoli, con citazioni d’obbligo per la deliziosa Bruna Linzmeyer, per il protagonista Johnny Massaro, sensibile idealista e per Vincent Cassel, il padre scomparso e ritrovato, mai stato così sobrio ed essenziale in un personaggio dalle variegate sfaccettature. Non trascurabili fra i plus del film, il peso della colonna sonora impreziosita da canzoni del repertorio francofono (Aznavour,ma non solo) e la splendida fotografia (ora luminosa ora virata seppia) in grado di riflettere un’ ambientazione che è a sud del Brasile (Rio Grande Sul) ma che potrebbe benissimo rappresentare qualsivoglia realtà rurale persino europea, come ad esempio l’arredamento del bordello della immaginaria Frontera odora di Francia. Mello certamente coglie l’atmosfera retrò della vicenda ma è abile nel renderla fruibile e attuale restando sempre con i piedi per terra senza cercare poesia ad ogni costo. Non marginale è un ultimo messaggio che The Movie Of My Life ci lascia, allorché (come già fu in Nuovo Cinema Paradiso) mostra quanto l’amore per il cinema finisca per rappresentare per il protagonista quasi una redenzione, una passione salvifica riconfermata dalle parole del regista durante la conferenza stampa: il cinema ad ogni latitudine ancora non vuole tramontare ed è ancora un sogno per tanti!
data di pubblicazione:31/10/2017

da Rossano Giuppa | Ott 31, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Presentato nel programma Kino Panorama Italia della XV edizione di Alice nella città Guarda in Alto del regista Fulvio Risuleo è una interessantissima opera prima, un viaggio-percorso sui tetti di Roma, alla scoperta di un contesto urbano abitato da stravaganti personaggi e strani contesti, una realtà parallela fatta di proprie regole e di proprie logiche.
Il protagonista è Teco, un giovane operaio che lavora in una panetteria ed è impegnato nella produzione di cornetti; durante una pausa di lavoro sui tetti, mentre è intento a fumare e conversare, è testimone dell’intrigante caduta su un terrazzo adiacente di uno strano gabbiano. Decide allora di avvicinarsi per meglio capire, dando così l’inizio a un viaggio urbano che lo porterà in un labirinto di terrazze, cunicoli, canali di areazione, ed all’incontro con personaggi e situazioni sempre più surreali e divertenti. Un viaggio strampalato che è anche però un momento di formazione e di confronto. Un mondo sopraterreno in cui convivono in apparente equilibrio un gruppo di ragazzini con fantasiose maschere-sacchetto, un apicoltore eremita (interpretato da Lou Castel), una affascinante ragazza francese (Aurelia Poirier) che si paracaduta da una mongolfiera inseguita dal fidanzato (Ivan Franek), due gemelli che praticano lo urban nudism, un convento di suore che pilotano gabbiani meccanici telecomandati, un lounge bar dove si scommette clandestinamente su corse di lumache, un razzo pronto a partire per la luna.
Un mondo colorato e fantastico a cielo aperto, una sorta di Alice nel paese delle meraviglie a spasso sui tetti di Roma, realizzato con audacia e maestria dal giovanissimo Fulvio Risuleo.
Una fuga volontaria alla ricerca di identità ed emozione, ma anche una visione sopraterrena di quanto ci circonda con la purezza e l’intelligenza di un occhio non stereotipato ed adulto.
Un esperimento coraggioso e riuscitissimo, onirico e a tratti spassoso, un viaggio verso l’ignoto che tutti, a qualunque età, dovremmo fare. Viaggiare leggeri e sospesi aiuta a guardare il mondo dalle giuste angolature.
data di pubblicazione:31/10/2017

da Antonio Jacolina | Ott 31, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
“Se qualcosa può andare male, andrà male”. Si avvererà l’articolo 1 della legge di Murphy? Ç’est la vie! sembra infatti quasi voler rappresentare una scommessa, una sfida a questo assioma. Una sfida che si gioca fra sorprese e colpi di scena durante i vari preparativi del ricevimento e della festa per il matrimonio di Pierre ed Elena.
La giovane coppia ha deciso di celebrare in grande stile le proprie nozze in uno splendido castello del XVII sec., sito non molto lontano da Parigi e, per organizzare al meglio tutto quanto necessario per i festeggiamenti, si sono affidati al migliore organizzatore di eventi. Max (J. Pierre Bacrì), con un’esperienza ormai trentennale nel campo, è in assoluto il migliore organizzatore di feste, cerimonie e rinfreschi. E’ lui che coordina il tutto in ogni dettaglio, cura la decorazione floreale, provvede al catering con la sua squadra di cuochi e di camerieri, è lui che ha consigliato il fotografo Guy (J. Paul Rouve) ed è ancora lui che ha scelto l’orchestra ed il cantante ed entertainer James (Gilles Lellouche ). Sono tutti i “migliori professionisti” che si possano trovare nei rispettivi ambiti.
In breve, dunque, gli elementi necessari perché i festeggiamenti riescano perfetti in ogni loro minimo dettaglio, sono stati già studiati, previsti e predisposti. Andrà tutto bene o scatterà la legge di Murphy?
Con Ç’est la vie! i due registi Eric Toledano ed Olivier Nakache, dopo il trionfo del loro Quasi Amici ritornano sugli schermi con un’opera perfetta che li conferma, senza alcun dubbio, ancora una volta, come i Maestri della Commedia. Di quella Commedia à la française con un gradevole misto di dolce ed amaro, dotata di quel tocco di classe e garbo in più che la rende apprezzata da ogni tipo di spettatore.
I registi si soffermano e ci fanno scrutare, ora per ora, tutto ciò che avviene “dietro le quinte” fra tutti gli addetti alla realizzazione dell’evento, durante i vari preparativi preliminari e poi durante la festa. Un “dietro le quinte” osservato con lo sguardo di quelli stessi che vi lavorano e sono impegnati allo stremo a superare tutto ciò che non va come dovrebbe andare. Come nei peggiori sogni, tutto ciò che non dovrebbe mai succedere sembra invece succedere, in una concatenazione di eventi che, ogni volta, sembrano condurre la festa sull’orlo di divenire un incubo. Il peggior incubo di ogni organizzatore di eventi.
Ç’est la vie! è un piccolo gioiello, del tutto privo di tempi morti e false note, un film corale, una galleria di ritratti feroci e teneri dominata dal grande Jean Pierre Bacrì al sommo della sua capacità artistica ed espressiva. E’ lui il fil rouge che lega tutti i personaggi le cui vicende personali e professionali si intrecciano e si sciolgono nel succedersi incalzante degli eventi. Attorno a lui una bella galleria di ritratti con attori che recitano tutti con talento. Fra i tanti spiccano Gilles Lelouche e, in un ruolo un po’ secondario, quell’eccellente attrice che è Suzanne Clement.
I due registi dominano perfettamente ed armoniosamente i tempi ed i ritmi in un crescendo continuo di dialoghi spiritosi e frizzanti e, talora, anche esilaranti. Dialoghi ovviamente cesellati al dettaglio, battute veloci e pungenti, perfettamente inserite in una messa in scena precisa che ben adatta ed integra il susseguirsi delle varie situazioni con un garbo ed un gusto assai ricercati. Non manca, a tratti, un tumulto di pura follia che aiuta però a rendere ancora più dolce e gradevole l’intero spettacolo.
Dunque, un bel film gradevole come una bella boccata d’aria fresca pulita e … gioiosa. … Che ci volete fare?… Ç’est la vie!

da Antonietta DelMastro | Ott 30, 2017
Lo ammetto, non avevo mai letto nulla del premio Nobel per la Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro, e quindi mi sono precipitata a prendere qualche cosa e il primo libro che ho trovato è stato Quel che resta del giorno: ne sono rimasta folgorata! Un libro raffinato, delicato, struggente.
È la prima settimana di vacanza di Stevens, un inappuntabile maggiordomo inglese, che decide di utilizzarla per recarsi a trovare Miss Kenton, la governante che per tanti anni lo ha affiancato nella cura di Darlington Hall, dimora di Lord Darlington.
Il romanzo è una sorta di diario della vita di Stevens, creato attraverso i ricordi che affiorano alla sua memoria nel corso del viaggio verso la Cornovaglia; forse proprio l’opportunità di allontanarsi dal fulcro della sua vita permette a Stevens di analizzare più obiettivamente i lunghi anni in cui ha servito Lord Darlington – siamo nel 1956 e lui prese servizio negli anni ’30 – una sorta di elucubrazione della propria vita ripercorrendo gli avvenimenti cruciali che si sono svolti a Darlington Hall, e che finalmente riesce a guardare in modo più oggettivo e critico.
La descrizione dei vari accadimenti, che Ishiguro racconta in modo così essenziale e perfetto, ci presentano uno Stevens ottuso, anaffettivo, il cui unico obiettivo è la maniacale ricerca della perfezione della sua professione nel rispetto dei canoni imposti dalla Hayes Society, che stabilivano i canoni del buon maggiordomo. A volte fa quasi rabbia il suo atteggiamento stolido, mirato solo a servire senza mai avere un pensiero proprio: “vi sono cose che voi ed io (Stevens e Miss Kenton, ndr) non siamo semplicemente in grado di capire… Laddove invece Sua Signoria, vorrei permettermi di dire, è in certo modo in posizione più consona a giudicare.”
Tuttavia, la presa di coscienza di Stevens durante questo viaggio introspettivo in cui, obbligato a riflettere, prende atto di essersi di fatto totalmente annullato come persona e che, forse, è ormai troppo tardi per iniziare una nuova vita, ce lo rende caro, finalmente “umano”, finalmente riscattato dalla freddezza del suo ruolo, anche se è un riscatto effimero perché resta l’amaro di sapere che la sua presa di coscienza gli apre il baratro della consapevolezza della solitudine.
data di pubblicazione:30/10/2017
da Rossano Giuppa | Ott 30, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Evento speciale per Alice nella città, in collaborazione con la Festa del Cinema, è la proiezione in prima mondiale di Mazinga Z Infinity, film diretto da Junji Shimizu. Terzo episodio tratto dalla serie manga e anime Mazinger Z di Go Nagai, prodotto dalla Toei Animation in occasione del 45º anniversario della serie e distribuito dalla Lucky Red è il primo ad essere realizzato in forma di lungometraggio.
Mazinga Z è certamente il robot icona per eccellenza della storia del manga e dell’anime contemporaneo. Era il 1972 quando veniva pubblicato il primo capitolo di Mazinga Z, manga scritto e disegnato da Go Nagai. L’opera, che nello stesso anno verrà trasposta in un anime di 92 episodi, è rivoluzionaria poiché introduce nei manga di genere mecha i super robot, ovvero robot colossali pilotati da ragazzi e caratterizzati dalla grande potenza distruttiva con il compito di difendere la Terra dall’invasione di mostri o alieni giganteschi che puntualmente vengono sconfitti.
Dieci anni di lavorazione per un film fumetto che mantiene inalterato il suo fascino, il suo stile ed un gusto retrò. La storia è quella di un sequel complesso e intricato. Dieci anni dopo la sconfitta dell’Impero Sotterraneo, Koji Kabuto è divenuto ormai un importante scienziato che opera alle pendici del Monte Fuji, presso il Centro di Ricerca per l’Energia Fotonica, la più potente e pulita che il mondo abbia mai conosciuto. Insieme a eroi robot che hanno difeso l’umanità come Boss o Diana A, anche l’originale Mazinga Z è adesso una semplice statua all’interno del museo. Ormai preso dai suoi studi, dopo essersi lasciato alle spalle i giorni in cui guidava Mazinga Z, Koji Kabuto rinviene una ragazza androide, ribattezzata Lisa, nelle misteriose rovine scoperte all’interno del Monte Fuji. Sembra essere la chiave per avviare il gigantesco mech Infinity. Mentre la minaccia del Dottor Inferno torna a farsi preponderante, e Sayaka sogna un futuro e una famiglia con lui, Koji cederà alla tentazione di guidare ancora una volta Mazinga Z. Lo farà anche per correre in aiuto del Grande Mazinga e di Tetsuya, che aspetta un figlio da Jun, divorata dall’apprensione.
Sul piano nostalgico e romantico, Mazinga Z Infinity non può non piacere: la sceneggiatura intreccia le vicende dei personaggi più rappresentativi con un’evoluzione più romantica, legata alla dinamica esistenziale e sentimentale dei suoi protagonisti.
Il film rimane forse un po’ ingenuo e datato nei contenuti a motivo anche di innumerevoli spiegazioni scientifiche complicate e tutto sommato poco interessanti. I dialoghi si aggrovigliano su loro stessi nel tentativo di spiegare teorie come il multiverso e gli spazi contigui.
Mazinga Z Infinity sembra provenire davvero da un’altra epoca, nel bene e nel male, ma con tanti entusiasti adepti di ogni età, a giudicare dal variopinto calore con il quale è stata accolta questa anteprima mondiale.
data di pubblicazione:30/10/2017

da Giovanni M. Ripoli | Ott 30, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
I,Tonya è il ritratto di una giovane pattinatrice della provincia americana, protagonista di uno degli scandali sportivi più controversi degli anni ‘90, tratteggiato attraverso il difficile rapporto con un marito violento ed una madre opprimente e crudele che, sin dall’infanzia, le inculca l’ossessione per il pattinaggio. La deriva di una brillantissima carriera drammaticamente annunciata.
Di indubbia presa I,Tonya, film del talentuoso regista australiano Craig Gillespie, classe1967, già apprezzato nel 2007 per Lars e una Ragazza tutta Sua, che qui è alle prese con un tema assai caro alle produzioni USA: il successo nello sport ad ogni costo. Per l’esattezza la disciplina è lo skating, da noi pattinaggio sul ghiaccio, e la storia racconta la drammatica vicenda di Tonya Harding, ottima pattinatrice statunitense sbattuta sui media prima per le sue grandi qualità per essere stata la prima ad eseguire il triplo salto Axel, uno dei più acrobatici del pattinaggio di figura sul ghiaccio, ed in seguito perché ritenuta corresponsabile dell’aggressione alla sua rivale Nancy Kerrigan, alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Lillehammer.
La pellicola, un biopic ma sulla falsariga di un docu-film grazie ad interviste e flashback abilmente montati, ripercorre la vicenda di Tonya ancora piccolissima nelle mani di una madre ossessiva e sboccata che la vuole numero uno al mondo e, appena talentuosa quindicenne, in un tormentato rapporto col fidanzato e poi marito Jeff Gillooly. Punteggiata da momenti memorabili come alcune scene sulle prestazioni sportive, e da lampi di recitazione di altissimo livello della bravissima protagonista, l’australiana Margot Robbie, ma anche di Allison Janney nel ruolo della terribile madre Lavona, la pellicola è una appassionante denuncia contro lo sport vissuto in modo totalizzante e brutale e regala alla Festa del Cinema di Roma una magnifica prova d’autore, dove tutto funziona al meglio, dagli attori alla regia, dall’ambientazione alla colonna sonora, con memorabili brani che spaziano dai Dire Straits ai Bee Gees.
data di pubblicazione:30/10/2017

da Antonella Massaro | Ott 30, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Una fabbrica tessile che chiude per delocalizzare la produzione dalla Francia al Marocco. Un’operaia che decide di “prendere il largo” e di (in)seguire il suo lavoro in terra straniera. Il ritratto di una donna che riesce a trovare la forza nelle sue fragilità.
Edith (una straordinaria Sandrine Bonnaire) è un’operaia tessile che si trova a dover affrontare la chiusura dello stabilimento in cui lavora. Nell’età della globalizzazione, la fabbrica decide di delocalizzare la propria produzione dalla Francia al Marocco, dove i costi sono decisamente inferiori. Ciascun operaio può accettare il licenziamento e la conseguente “buonuscita” oppure richiedere il trasferimento a Tangeri. Edith, inaspettatamente, sceglie di partire, sceglie di “prendere il largo”. Anche perché Edith, rimasta sola dopo che suo figlio Jérémy (Ilian Bergala) ha preso la sua strada, non saprebbe vivere se le togliessero anche il suo lavoro.
L’arrivo in Marocco non è indubbiamente agevole: Edith è la “straniera che non porta il velo” e non conosce le insidie di una città in cui ci sono “più matti che gatti”, senza contare che le condizioni di lavoro nella nuova fabbrica sono ai limiti sono bel al di sotto degli standard minimi di sicurezza.
L’incontro con Mina (Mouna Fettou), proprietaria della pensione dove Edith ha trovato alloggio, e con suo figlio Ali (Kamal El Amr) restituiranno a Edith parte della vita che credeva di aver perduto per sempre.
Prendre le large, per la regia di Gaël Morel, è un delicato affresco introspettivo sul cui sfondo troneggia l’età della globalizzazione: la libertà che si traduce in vincolo, la realtà liquida nella quale rischiano di dissolversi anche i valori fondamentali. L’aspetto forse meno convincente del film è rappresentato dal fatto che la “questione sociale”, relativa al mondo operario e alla tutela dei lavoratori, pur individuando uno dei fili conduttori della storia, resta forse troppo in secondo piano: rapidi cenni che però non riescono a scavare nel cuore della questione. Anche l’ingenua sprovvedutezza di Edith, per quanto comprensibile, non sempre risulta realistica.
La regia di Morel e l’interpretazione di Sandrine Bonnaire, in ogni caso, restano una combinazione che regala al film dei momenti di alta e intensa poesia.
data di pubblicazione: 30/10/2017

da Antonella Massaro | Ott 30, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Un documentario racconta la storia di Nick Bollettieri, leggendario allenatore di tennis che a stento avrebbe saputo vincere un set, ma che era in grado di far vincere gli altri. Un vincente che amava circondarsi di vincenti e che per questo era disposto a mettere da parte ogni inutile sentimentalismo. Almeno in apparenza.
Nick Bollettieri è uno dei più famosi allenatori di tennis della storia. Resta seduto su una sedia più di quanto abbia mai fatto in vita sua e risponde alle domande di Jason Kohn, avvertendolo di non accanirsi troppo nella ricerca di un senso nella storia che sta raccontando: lui è Nick, semplicemente Nick Bollettieri. E il risultato è il riuscito documentario Love means zero.
Bollettieri è stato il primo che ha tentato di applicare una logica “comunista” nella gestione capitalistica dello sport: ha infranto le regole, esigendo che i giovani aspiranti campioni si separassero dalle loro famiglie e vivessero all’interno dell’Academy, a stretto contatto l’uno con l’altro, alimentandosi dello spirito di competizione e della voglia di vincere.
Il carisma di Bollettieri faceva il resto. Un uomo avvicinatosi al tennis per caso e in “età avanzata”, uno che non avrebbe mai vinto una partita in vita sua, ma che era capace di far vincere gli altri. I ragazzi e le ragazze della sua scuderia erano disposti a tutto pur di conquistare la stima e le attenzioni di Nick. Vedevano in lui un padre. Un padre severo, cinico, che concentrava le proprie energie solo sui figli più promettenti. Il duello storico tra Andre Agassi e Jim Courier, alcuni degli campioni più noti del team Bollettieri, altro non era che una battaglia per conquistare il cuore e il rispetto di Nick.
Proprio la parabola professionale e umana di Andre Agassi diviene uno dei nuclei più riconoscibili della storia raccontata da Love means zero. Agassi è anche il grande assente del documentario di Kohn. Parlano per lui le immagini di repertorio degli incontri che hanno segnato la storia del tennis, le sue interviste, gli articoli di giornale. Agassi è stato uno di quegli sportivi che meglio ha incarnato le intersezioni tra sport, star system e marketing, ma è anche l’allievo che si porta dietro un controverso rapporto con il proprio “padre”.
Love means zero è un documentario ben congegnato e ottimamente diretto, capace di rendere partecipi della storia e di appassionare anche lo spettatore a digiuno della recente storia del tennis. Risulta interessante, in particolare, la metamorfosi di Nick nel corso dell’intervista: spavaldo e “tutto d’un pezzo” all’inizio, commosso e fragile alla fine. Così come interessante è la parabola della sua Accademia: sembrava anzitutto una spietata macchina da soldi, ma è arrivata sull’orlo del fallimento, perché Bollettieri non ha mai voluto vincolare contrattualmente i propri sportivi, i quali, dal canto loro, non hanno scelto spontaneamente di sostenere l’Academy.
Nick, alla fine, è semplicemente Nick Bollettieri: un vincente, che ama circondarsi di vincenti.
data di pubblicazione: 30/10/2017

da Antonio Jacolina | Ott 29, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
In una piccola cittadina sulla costa francese una madre e una figlia vivono in simbiosi quasi perfetta. La prima, fredda e ostinata, usa ogni arma a disposizione pur di proteggere la figlia, reduce da un incidente in cui è rimasta seriamente menomata, legata sentimentalmente ad un balordo violento. A seguito della brutale morte del giovane, le due donne dovranno sottostare a tutta una serie di ricatti.
Solo Chabrol ha saputo offrire un ritratto efficace della media borghesia, della sua accanita difesa dei propri “valori” e della vita ristretta e chiusa nella provincia. La piccola città, la casa, la famiglia sono i luoghi ed i motivi per cui si consumano delitti, si mente e si nascondono gli armadi pieni di scheletri da non far conoscere al di fuori. Purtroppo il regista Thierry Klifa non è Chabrol, né si avvicina ad esserlo, pur impegnandosi ad illustrare un ambiente di una piccola cittadina di mare, con la famiglia medio borghese da una parte e un mondo, con un piccolo sottomondo malavitoso, dall’altra. Al centro della storia ci sono una madre (Catherine Deneuve), vedova benestante di un operatore portuale la cui fiorente attività ha poi preso in mano, e la figlia (Diane Kruger), con una gamba segnata da un incidente che la rende claudicante e dolorante per i postumi e, di conseguenza, divenuta progressivamente tossicodipendente.
La madre è una donna volitiva che, come dice lei stessa, è forte per istinto di conservazione di ciò che è suo, la casa, i mobili, il denaro, l’impresa di famiglia e l’unica figlia, con la quale ha un rapporto altalenante, lacerato fra momenti di dolce e tenero accudimento dei dolori causati dall’infermità e dalle sostanze assunte, e momenti di contrasto per la sua condotta troppo libera e per la sua dipendenza. La giovane figlia, segnata dall’invalidità e dal bisogno di droghe, cerca amore, affetto e protezione legandosi, in una contorta relazione fatta di desiderio fisico, violenza e soprusi, con piccolo balordo e spacciatore che la usa, la rifornisce e le spilla denaro in continuazione. Il film potrebbe divenire un noir oppure un poliziesco, o, come dicono i francesi, un polar. In realtà non assume un tono specifico fermandosi ad essere solo un film di genere in cui si inquadra, da una parte il disagio sociale e la rabbia delle frange marginali e dei giovani delle periferie, dall’altra le ipocrisie di certi ambienti disposti ad ogni menzogna e compromesso pur di salvaguardare se stessi, perdendo ritmo e mordente e tendendo a ripetersi in attesa di un evento risolutore. Tout nous sépare gira un po’ su se stesso ed è retto dall’interpretazione della Deneuve che sa dipingere con classe gli impacci, gli imbarazzi e la determinazione di una madre pronta a tutto pur di salvare la figlia, senza badare a nessun compromesso che si presenti necessario. La sua recitazione, sia pur molto credibile, non basta però a rendere il film completamente convincente.
data di pubblicazione:29/10/2017

da Noemi Giulia Sellitto | Ott 29, 2017
Nell’ambito delle iniziative promosse dalla Festa del Cinema di Roma, lunedì 30 ottobre verrà presentato Il sistema Pixar di Christian Uva, edito da Il Mulino. L’appuntamento è alle 16.30 presso la libreria Notebook, situata all’interno dell’Auditorium Parco della Musica. Da Toy Story a Cars, il volume ripercorre le fasi principali di una delle più grandi case cinematografiche di animazione.
Oltre all’autore, che insegna Storia del Cinema e Tecnologia del cinema e dell’audiovisivo al DAMS dell’Università di Roma Tre, interverranno Oscar Cosulich, critico cinematografico e Direttore del Future Film Festival e Alberto Crespi, Responsabile Ufficio Stampa e Comunicazione Centro Sperimentale di Cinematografia. L’incontro sarà moderato da Laura Delli Colli, Presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici.
All’interno del saggio, Christian Uva analizza le tappe di un sistema industriale nato come costola della Lucasfilm di George Lucas. Acquisita da Steve Jobs nel 1986 e divenuta nel 2006 di proprietà della Walt Disney, la Pixar rappresenta un esempio ideale di industria creativa capace di imporre a livello globale un marchio di qualità che è cifra di una precisa visione del mondo, oltre che di un solido e corposo immaginario insieme infantile e adulto. Film come Toy Story, Alla ricerca di Nemo, Gli incredibili, Cars o Inside Out sono il frutto di un sistema industriale, narrativo, estetico e ideologico che, nel corso degli ultimi vent’anni, è stato in grado di rivitalizzare il cinema d’animazione proponendo, tra tecnofilia e nostalgia, un’articolata riflessione sull’american way of life contemporanea e, in particolare, sull’identità nazionale degli Stati Uniti alla prova delle sfide del presente.
data di pubblicazione:29/10/2017
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