da Giovanni M. Ripoli | Nov 5, 2017
In una rassegna all’insegna dello sport non poteva mancare una pellicola sul tennis, disciplina di grande attrattiva per giovani e meno e molto seguita dal vivo e nelle televisioni.
Al cinema, però, il tennis non ha mai avuto la stessa fortuna. Qualche anno fa, Wimbledon ( film del 2004 diretto da Richard Loncraine , pur impreziosito dall’interpretazione di Kirsten Dunst, si rivelò un clamoroso flop , tanto per le maldestre riprese delle fasi di gioco che per la banale storiella imbastita. E persino in, Match Point (2005), di Woody Allen, le riprese delle partite risultavano involontariamente quasi risibili. Nel film proposto alla Festa del Cinema e premiato dalla giuria del pubblico, è vero casomai il contrario: le partite del Torneo di Wimbledon, 1980, ovvero la sfida fra due dei più grandi tennisti di sempre , sono decorosamente girate, credibili e a tratti avvincenti , mentre sono le vite fuori dal campo, seguite a mo’ di tragedia greca , a suonare francamente stonate. Peraltro, si intuisce facilmente che il regista, nella composizione del quadro psicologico dei due campioni, propenda decisamente per il connazionale a scapito dell’americano. Borg (bello e somigliante nell’interpretazione di Sverrin Gudnason, adulto, come bambino, in quella del vero figlio di Bjorn) è, infatti, misurato e corretto, sia pure interiormente dilaniato dalla prospettiva dopo quattro titoli vinti sul prato inglese, di poter perdere il quinto …nella storica finale a scapito dello “scavezzacollo” newyorchese . Mentre, John Mc Enroe (interpretato da Shia Lebouf , bravo ma poco somigliante all’originale) è una specie di discolo di talento , viziato, sempre pronto a contestare e insultare pesantemente arbitri e pubblico , incline all’ ira e al turpiloquio e , talmente incosciente o stupido , da trascorrere le serate prima degli incontri, bevendo e folleggiando in discoteca.
Chiunque capisca qualcosa di tennis sa che nessun atleta farebbe mai le cose descritte nel film la notte prima di un match di Wimbledon ( nella presentazione serale lo rilevava persino Panatta che non fu certo un francescano) e, al di là di qualche intemperanza, nella realtà, Mc Enroe fu, al pari di Borg, atleta vincente e amato dal pubblico per il suo estro e il suo gioco.
Per non farsi mancare nulla, la pellicola , nella sua ambizione di rendere “immortale” quella che fu solo una delle più avvincenti pagine del tennis moderno è appesantita da una colonna sonora drammaticamente struggente che sottolinea solennemente tutte le fasi della finale e – altra pecca da poco ,ma inspiegabile- nasconde i marchi dell’abbigliamento dalle divise dei protagonisti ( problemi di mancate sponsorizzazioni?). Al pubblico, però, il film è piaciuto ( applausi e Premio) e, si sa, il pubblico alla fine ha sempre ragione . Per i palati più fini, si rimanda ad altra occasione nella speranza di vedere finalmente un giorno un bel film sul tennis senza se e senza ma.
da Rossano Giuppa | Nov 5, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Lola+Jeremy, opera prima della regista francese July Hygreck, è stato presentato nella sezione Kino Panorama Italia di Alice nella Città. Il film, una co-produzione italo-francese, ha al centro un amore difficile e supereroi sui generis, e come protagonisti Charlotte Gabris, e Syrus Shahidi.
Jeremy, 27 anni, è un graphic designer e con il suo amico Mathias gestisce l’agenzia ‘Cercasi alibi disperatamente’ per creare finti alibi tramite fatture, ricevute e linee telefoniche dedicate per coprire gli spostamenti di fidanzati bugiardi. Lola, 25 anni, lavora in una fumetteria ed è appassionata di supereroi e dei film di Michel Gondry, in particolare di Se mi lasci ti cancello che non si stanca mai di rivedere.
Lola e Jeremy decidono di riprendere ogni momento della loro storia d’amore, per creare una sorta di video-diario giornaliero da riguardare da lì a dieci anni. Lola scopre che il progetto di Jeremy era quello di girare un video diario e di cercare pertanto una protagonistae delusa e ferita lascia Jeremy. In realtà il diario doveva far compagnia al padre che è in fin di vita in ospedale. Il giovane, disperato, pensa di mettere insieme un gruppo di bizzarri supereroi che rapiscono personaggi famosi al solo scopo di riconquistarla. Tra i ‘bersagli’/complici (che appaiono in dei cameo) lo stesso Michel Gondry, il batterista Manu Katché e il rapper Youssoupha. L’inevitabile morte del padre fa da prologo ad un finale rosa ed ad una ricongiunzione annunciata.
Cultura pop, fumetti, citazioni cinematografiche e social network sono sapientemente amalgamati in questa pellicola; altro tema forte è la paura di dimenticare e la consapevolezza della fragilità dei rapporti umani che spinge i protagonisti a riprendere ogni momento della loro storia attraverso piccoli e colorati video giornalieri, che insieme diventano un diario fatto di fantasie, emozioni ma anche di un banale quotidiano. Il film strappa dei sorrisi ma non convince perché legato ad una dimensione narrativa un po’ finta e poco coinvolgente, proprio come la trasposizione dei superoi nel reale, un fumetto che scorre senza emozionare e coinvolgere.
data di pubblicazione:04/11/2017

da Antonio Iraci | Nov 4, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Rosario Castellanos è una studentessa universitaria che mostra subito grande sensibilità per la poesia, dote questa che la farà diventare una delle più famose e amate scrittrici messicane dei nostri tempi. La movimentata passione amorosa per Ricardo, ripresa dopo anni di separazione, la condurrà ad approfondire quel percorso sociale per il quale, sin da ragazza, aveva sempre combattuto le sue battaglie. Le sue poesie, vere perché nate dai propri genuini sentimenti, identificano una donna diversa, un soggetto avente pari dignità di fronte all’uomo e diventeranno presto il manifesto del movimento femminista di un paese ancora sostenuto da una società esclusivamente patriarcale.
In una società, e non solo in quella messicana di un tempo, dove alla donna viene assegnato quasi esclusivamente il compito di soggetto accudente nell’ambito familiare con scarse possibilità di emergere nel sociale, la figura della poetessa Rosario Castellanos è sicuramente da considerarsi un simbolo, una voce che riesce a mandare in frantumi tutta quella mentalità maschilista a cui si era abituati da generazioni. Merito indiscusso della regista Natalia Bristain (No quiero dormir sola, Venezia 2012) è quello di aver saputo presentare, con pennellate semplici ma nette, la figura di una donna con tutte le sue contraddizioni, personaggio ben determinato nelle sue scelte di vita per fuggire a qualsiasi forma di dipendenza, quale ad esempio quella della maternità, per poi invece trovarsi invischiata dai legami dei propri stessi sentimenti. Da brillante studentessa conosce una passione profonda per Ricardo, giovane impegnato come lei a portare avanti un discorso comunista nell’ambito universitario, ma ciò non la distoglierà dal sostenere la propria lotta interiore per emanciparsi da ogni condizionamento sociale in quanto donna. Al ritorno dalla Spagna, dove era andata a studiare dopo aver vinto una borsa di studio, non troverà più il suo Ricardo e ciò la renderà più determinata ad affermarsi in società diventando un personaggio al quale viene ufficialmente riconosciuto il valore letterario della sua opera. Dopo una lunga parentesi i due protagonisti si ritroveranno, quasi per caso, a ricucire un turbolento rapporto coniugale e la scrittrice, oramai famosa, verrà messa di fronte a un impegno che rischierà di compromettere per sempre la validità delle sue scelte. Natalia Beristain realizza un film sulla donna che è tutto una poesia proprio perché riesce a ricucire una storia vera solo con il ricorso della parola e trascurando del tutto ogni forma agiografica. Molto pertinente la scelta dell’attrice messicana Karina Gidi a cui affidare la parte di Rosario proprio per la freschezza e la incisività del suo sguardo che trasmette in ogni attimo della narrazione il genuino stato d’animo di una persona con i sui punti di forza alternati a momenti di estrema fragilità interiore. La figura del protagonista maschile Ricardo Guerra è assegnata all’attore Daniel Giménez Cacho, già conosciuto al pubblico italiano per la sua interpretazione nel film La mala educaciòn di Pedro Almodòvar del 2004. Il film Los Adioses è considerato di spicco all’interno della rassegna cinematografica romana proprio per il messaggio dato che sicuramente troverà spazio di riflessione anche da parte degli spettatori di sesso maschile presenti in sala.
data di pubblicazione:04/11/2017

da Rossano Giuppa | Nov 4, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Alice nella Città ha ospitato Freak Show, il primo lungometraggio di Trudie Styler, attrice inglese e produttrice di film di successo tra cui Snatch con Brad Pitt, moglie del cantante Sting, che ha appunto esordito alla regia con il film Freak Show sui diritti Lgbt, adattamento cinematografico di Young Adult, il libro cult di James St. James.
Freak Show è la storia di Billy Bloom, un teenager che trovandosi a frequentare un college a forte impronta conservatrice, stanco di venire bullizzato e ghettizzato dai compagni di scuola, trova il modo di combatterli ed ergersi a simbolo di tutti i freak del pianeta
Il personaggio di Billy è interpretato dal giovanissimo Alex Lawther, classe 1995, già noto per il suo ruolo centrale in Departure, con al suo al suo fianco le attrici Abigail Breslin, Bette Midler e Laverne Cox ed un inedito John McEnroe nei panni di un duro insegnante di educazione fisica.
Billy Bloom è un ragazzo esasperatamente eccentrico di fronte ad un contesto eccessivamente conservatore che poco tollera la sua voglia di visibilità. Il suo coraggio però la porta ad affrontare tutto e tutti e a candidarsi al titolo di Miss Reginetta della scuola in veste Drag, nel tentativo di concorrere e di ridare dignità a tutti gli incompresi del mondo. Cresciuto nell’adorazione per una madre non convenzionale che intende vivere la vita come un continuo spettacolo sopra le righe, Billy riscopre il valore degli affetti proprio con il rigido padre nella bigotta provincia americana.
La regista tratta la tematica in maniera leggera ed intelligente, realizzando una commedia brillante e colorata dove il protagonista è fiero e sicuro di sé, non una vittima, ma bello nell’essere diverso di fronte a convenzioni e conformismo.
Billy è uno contro tutti convinto che se la vita ti colpisce forte, tu devi reagire colpendola ancora più forte; il suo drammatico volo più in alto di tutti non lo porta però ad esasperazione e dolore ma ad una denuncia colorata e forte che di certo non cambierà il mondo ma che alla fine scava nel profondo di ognuno. Un percorso che lo porterà alla scoperta dell’affetto del padre, ad un rapporto di vera amicizia ed alla serenità con se stesso, permettendogli di poter lasciare l’adolescenza ed affrontare con convinzione e fiducia il mondo adulto.
Una storia positiva, intima e variopinta, che trasmette tanto, coinvolgendo e mettendo in discussione gli stereotipi e le costruzioni di ognuno.
data di pubblicazione:04/11/2017

da Giovanni M. Ripoli | Nov 4, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Considerato dai fan di Dylan il periodo peggiore della sua lunga e multiforme vita artistica il film ripropone stralci dei concerti immediatamente successivi alla pubblicazione degli album della cosiddetta “conversione al cristianesimo”( Slow Train Coming, Saved, Shot of Love).
Quindi, seppure in quegli anni la parabola musicale del menestrello di Duluth fosse oggettivamente in declino, per gli appassionati duri e puri l’idea di ascoltare un Dylan diverso (nei concerti ripresi ci sono solo brani relativi agli album cristiani) non era occasione da andare persa. Ecco, allora, che Lebeau va incontro a tale “esigenza” offrendoci filmati relativi a concerti obiettivamente meno noti intervallati da – più o meno insopportabili sermoni – letti dall’attore Michael Shannon e scritti da Luc Sante. Per onestà, va rilevato che i concerti ripresi non sono indimenticabili ma nel complesso di buona fattura. Come al solito, infatti, Dylan si accompagna a musicisti di ottimo spessore (Spooner Oldham alle tastiere, Jim Keltner alle percussioni, Tim Drummond al basso, in più coristi & coriste appassionati) anche se, ripeto, l’operazione non è destinata a lasciare tracce memorabili così come quei concerti (molta soul music, spruzzi & sprazzi di gospel, voce roca e profonda, cori di ampio respiro, nessun capolavoro). Il senso del film, escludendo quindi interpretazioni maliziose squisitamente commerciali, trova la sua ragion d’essere nel ritrarre, dal solo punto di vista musicale, uno spaccato del Neverending Tour del nostro amato premio Nobel, qui nel suo momentaneo passaggio al cristianesimo, parentesi forse prescindibile ma comunque interessante.
data di pubblicazione:04/11/2017

da Rossano Giuppa | Nov 4, 2017
(Teatro della Cometa – Roma 25 ottobre/12 novembre 2017)
Paola Minaccioni in scena al Teatro della Cometa di Roma dal 25 ottobre al 12 novembre con lo spettacolo “La Spiaggia”, scritto e diretto da Luca De Bei. Una donna sola, una sdraio, una borsa di paglia su una spiaggia ed il mare davanti, con il suo profumo e i suoi misteri.
È la storia di Irene, una donna che si interroga sulla sua vita, partendo da un’infanzia segnata dall’abbandono da parte del padre per crearsi una nuova vita e una nuova famiglia. Irene sin da piccola affronta questa situazione con coraggio e ironia ma anche con ostinazione perché non vuole rinunciare all’affetto del padre ed al suo tentativo di farsi voler bene. E la spiaggia è il suo confessionale, dove confrontarsi con la sua solitudine e con le sue debolezze ma anche il luogo dove l’orizzonte spazia e dove nonostante tutto si può guardare avanti.
La spiaggia è il teatro degli incontri col padre perduto e con le sue speranze. È anche il luogo dei suoi giochi da bambina, dei sogni di adolescente e di quelli della maturità, del ciclo di vita che scorre indifferente, regalandole spesso solo sconfitte. Ma la sabbia, l’aviatore nel cielo azzurro, i gabbiani e il mare la aiutano a placare la sua coscienza, portandola ad accettare quello che la realtà inesorabilmente le propone.
Passeggiando sulla sabbia, Irene ripercorre tutte le fasi della sua vita, dall’infanzia con la costante presenza di un padre silenzioso e indecifrabile per una figlia che non riesce a porre domande sul perché di quella separazione consumando gioie e sofferenze, sapendo accettare il tempo che lascia i suoi segni.
Delicato e profondo il testo di Luca De Bei, commuovente e leggero nel suo susseguirsi di episodi, che concentra trent’anni di vita in un unico luogo, in un’atmosfera sempre varia nella sua apparente staticità. Un non luogo, che nella sua essenza custodisce l’amore profondo, seppur così difficile da manifestare.
Bravissima Paola Minaccioni, una grandissima interpretazione in grado di regalare le emozioni delle tante Irene, da bambina curiosa a madre disillusa, in un continuo oscillare tra la sua dolce ironia e la dolorosa ostinazione di chi vuol conoscere la verità, ma non vuol rinunciare a vivere.
data di pubblicazione: 4/11/2017
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Nov 3, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Beth (Julianne Nicholson) è uscita anticipatamente di prigione per buona condotta, dopo aver scontato una pena di 10 anni per omicidio colposo causato durante una rapina. Il suo unico pensiero è cercare di riavere o, almeno, poter vedere liberamente il suo bambino che, dato in custodia alla sorella ed al cognato subito dopo la nascita, oramai la crede sua zia perché gli è sempre stata nascosta la verità. La sorella si oppone però con assoluta fermezza e freddezza anche ad una custodia parziale o a qualsiasi altra concessione a favore delle richieste della vera mamma.
Beth non può accettare di rinunciare al suo unico sogno e, quindi, con ogni mezzo cerca di trovare un lavoro stabile per riuscire a reintegrarsi nella Società. Affronta con coraggio e determinazione gli ostacoli, i pregiudizi e le umilianti prevaricazioni di chi non ha scrupoli ad approfittarsi del suo stato di bisogno. L’incontro con una giovane e determinata avvocatessa, idealisticamente impegnata in uno studio legale che assiste gratuitamente le persone prive di mezzi economici, ridà vita alle sue speranze e la determinazione ad usare ogni mezzo per ottenere, per vie legali, la possibilità di vedere il figlio. Contemporaneamente, la solitudine di Beth ed il muro dietro cui difende sé ed i propri sentimenti, sembrano cautamente aprirsi, dopo un primo incontro occasionale, ad un rapporto sentimentale vero.
Who we are now, già presentato al Festival di Toronto, come film indipendente, è il quinto film del giovane autore e regista australiano Matthew Newton. Con quest’opera il regista intendeva evidenziare l’impegno e la possibilità degli individui qualsiasi, delle persone normali, di ritrovare la fiducia in se stessi e nella società, e di riuscire a recuperare gli errori commessi cominciando a credere in un nuovo possibile futuro. Intenzioni e risultati non riescono però a coincidere del tutto. Nel film si incrociano infatti troppe storie appena accennate o non adeguatamente sviluppate ed integrate fra loro, facendo così perdere in parte valenza e spessore comunicativo alle intenzioni del regista.
Il risultato finale è comunque un film di genere che si lascia certamente vedere, anche se a tratti il ritmo diviene discontinuo e scontato.
La protagonista, la graziosa Julianne Nicholson,(presente al Festival anche fra le interpreti di I, Tonya), qui alla seconda collaborazione con il regista, è indubbiamente attrice con ampia e positiva esperienza maturata in Laws & Orders ed in altre serie televisive di successo. Ha una bella maschera espressiva che fa ben intendere tutto il suo disagio e dolore interiore, ed è coadiuvata da un bel gruppo di altri professionisti, fra cui emerge Emma Roberts nel ruolo della giovane avvocatessa. Le loro buone prestazioni compensano le giovanili incertezze dello script e del regista.
data di pubblicazione:03/10/2017

da Maria Letizia Panerai | Nov 2, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Ironia, una buona dose di umorismo e tanta leggerezza sono alla base di questo nuovo film di Soderbergh che, a giudicare dal finale aperto, fa già presupporre un sequel. Sulla scia delle tre pellicole che hanno narrato le gesta della banda capitanata da Danny Ocean, in Logan Lucky il regista assolda Channing Tatum – con lui in Magic Mike del 2002 – nella parte di Jimmy Logan, offeso ad una gamba e fratello di Clyde (Adam Driver), che invece ha perso un braccio in Iraq. Non curanti della loro proverbiale sfortuna, che li perseguita peggio di una maledizione, i fratelli Logan si apprestano ad organizzare il colpo del secolo alle spese della Charlotte Motor Speedway.
Il colpo avverrà durante la leggendaria gara di auto Coca-Cola 600 e ad affiancare i due fratelli ci sarà Joe Bang (un irriconoscibile quanto spassoso Daniel Craig), esperto in esplosioni che, seppur in galera, riuscirà ugualmente a partecipare al colpo: “l’ingrediente” principale per costruire la sua bomba saranno due confezioni di caramelle gommose a forma di orsetti, di quelle che si acquistano al luna park! E così: tra una serie di goffi incidenti, una ex moglie intenta solo ad iscrivere la figlia a stupide gare da reginetta di bellezza, improbabili soci che partecipano alla rapina andando contro i dettami della loro “morale”, stupidi piloti vanesi che in qualche modo intralciano i Logan nella loro “folle corsa” ed un integerrimo agente dell’FBI che vuole vederci più chiaro (interpretato dalla irriconoscibile Hilary Swank, rigida come se avesse ingoiato una scopa), il colpo sembra andare incredibilmente a buon fine…
È un’America profonda e sempliciona al tempo stesso quella che emerge da questa pellicola, grazie ad un impacciato gruppo di ladri ingenui, certamente non glamour come la banda della trilogia Ocean’s, ma piuttosto con caratteristiche più accostabili a certi personaggi visti nei film dei Coen.
Divertente, leggero, autoironico (il regista si cita nel film), ben interpretato, con brani musicali ben scelti ed un finale non banale che ci fa sognare un po’ senza che tutti i tasselli tornino al proprio posto, Logan Lucky è intrattenimento di qualità. Distribuisce Lucky Red.
data di pubblicazione:02/11/2017

da Antonio Jacolina | Nov 1, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
The only living boy in New York di Marc Webb, talentuoso regista degli ultimi due Spiderman, prende il titolo da una canzone di Simon e Garfunkel che, con altre di Bob Dylan, fanno da splendida colonna sonora alla storia del giovane Thomas, interpretato dal promettente Calum Turner. Thomas, di ottima famiglia della Upper Class di New York, ha appena terminato gli studi e non sa ancora cosa fare della sua vita affettiva e professionale. La sua rettitudine lo fa però considerare dalla ragazza, con la quale pur avendo passato una splendida notte d’amore, solo come un ottimo amico con cui condividere soltanto platonicamente ogni tipo di comuni interessi.
Frastornato ed in crisi di prospettive, il giovanotto incontra casualmente un tipo misterioso, fascinoso e semialcolizzato. E’ il suo nuovo vicino di casa (Jeff Bridges) nel Lower Side di New York dove ha deciso di vivere lontano dai benestanti genitori. Lo sconosciuto, grazie al suo carisma ed al suo fare diretto, diviene ben presto il maestro di vita di Thomas e lo aiuta e consiglia soprattutto quando costui scopre casualmente che il padre (Pierce Brosnan), editore di successo, ha una relazione con la giovane ed affascinante Johanna (la splendida Kate Beckinsale). Il mondo di Thomas crolla e, preoccupato per le reazioni che la madre, già emozionalmente fragile, potrebbe avere, decide di cercare di interrompere la storia entrando in contatto con la giovane donna. Coinvolto dalle circostanze o, forse, desideroso anche di rivalersi sul padre da cui non si è mai sentito amato ed apprezzato, anche lui finisce fra le braccia della bella ed intelligente Johanna.
Da questo punto in poi si mette in moto una concatenazione di eventi che cambieranno e sconvolgeranno, non necessariamente in negativo, la vita stessa di Thomas ed anche delle persone da lui amate e non. Il film si presenta quindi come un insolito triangolo amoroso inserito in una commedia garbata di gusto romantico, patinata, ben confezionata e ben recitata da interpreti di sicuro spessore. Di sfondo, un’accattivante, rarefatta e splendida New York, mai così affascinante dai tempi di W. Allen.
La pellicola di Marc Webb è poi anche un triangolo fra ideali romantici, intellettualismo “newyorkese” e realtà; ma è soprattutto un film sugli errori, le indecisioni che l’amore vissuto o non completamente, rifiutato o condiviso, idealizzato o nostalgico, può causare a noi stessi ed agli altri.
Purtroppo il gusto tutto americano di non voler lasciare i finali aperti, ma volere, al contrario, sistemare al giusto posto tutti i personaggi della commedia e riannodarne correttamente i fili delle loro vite, impone al film un Happy End non necessario e troppo sdolcinato, rappresenta una caduta di tono che allontana i personaggi da un loro spessore reale ed indebolisce la qualità del film.
Gli americani però sanno perfettamente che il grande pubblico ed il “botteghino” amano le belle storie in cui tutti “vissero felici e contenti”.
data di pubblicazione:01/11/2017

da Antonio Iraci | Nov 1, 2017
(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)
Oum Yazan cerca di tenere al sicuro quel che resta della propria famiglia visto che gli uomini sono andati via per combattere o cercare una possibile via di fuga. Siamo in Siria ed il conflitto invade ogni luogo portando morte e distruzione. Miracolosamente l’appartamento in cui si trova barricata la famiglia non è stato ancora bombardato e l’energica donna riesce tenacemente a mantenere alto il morale e far sì che la vita possa proseguire all’interno di quelle mura. Intanto fuori imperversa l’inferno tra le granate e i cecchini, appostati sugli edifici oramai abbandonati, sono pronti ad uccidere chiunque si azzardi ad uscire per le strade.
L’azione si svolge all’interno di un appartamento borghese di Damasco dove Oum cerca a tutti i costi di mantenere la vita di tutti giorni tra i membri della famiglia, impartendo ordini secchi alla fedele domestica o agli stessi figli, quasi a voler coprire il rumore delle granate che minacciano costantemente la loro stessa esistenza. In quella casa viene ospitata anche una giovane coppia con un neonato, che cerca di organizzare una fuga verso il Libano e sottrarsi così alla devastazione di una guerra che travolge violentemente uomini e cose.
Il belga Van Leeuw, direttore della fotografia ma già conosciuto come regista del film Le jour où Dieu est parti en voyage del 2009, risulta ancora una volta impeccabile nella descrizione degli orrori umani di fronte ad un conflitto che non sembra accennare a finire e dove a chi resta non rimane altro che l’illusione della sopravvivenza.
Nonostante gli sforzi dei protagonisti, la brutalità entrerà comunque nella loro casa e tutti ne rimarranno sconvolti. Insyriatedè la testimonianza diretta del conflitto che sta dilaniando il popolo siriano e del quale si fa fatica a intravedere una possibile soluzione.
Degna di assoluto rilievo la figura di Oum, interpretata dall’attrice palestinese Hiam Abbass, già nota come interprete in molti film a sfondo sociale e soprattutto protagonista nel film Il giardino di Limoni di Eran Riklis, che le ha portato grande notorietà.
Insyriated è stato presentato nell’ultima edizione della Berlinale – Sezione Panorama ottenendo un positivo riscontro sia dal pubblico che dalla stampa internazionale presente.
data di pubblicazione: 31/10/2017

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