THE SQUARE di Ruben Östlund, 2017

THE SQUARE di Ruben Östlund, 2017

La commedia drammatica The Square di Ruben Östlund, premiata con la Palma d’Oro all’ultima edizione del Festival di Cannes e selezionata per rappresentare la Svezia agli Oscar 2018, è un film di nicchia forse destinato ad essere compreso fino in fondo solo da un pubblico di addetti ai lavori, che di fondo vive all’insegna del surrealismo e del paradosso.

The Square racconta le disavventure, lo stress e le cose più strambe che il protagonista, Christian vive nel suo ruolo di curatore di un prestigioso Museo di Arte moderna e contemporanea di Stoccolma. In concomitanza con la preparazione del lancio promozionale e dell’allestimento della mostra dedicata all’artista dell’opera “the square” – da cui appunto trae origine il titolo del film – Christian inizia a incappare in una serie di episodi al limite dell’assurdo e, talvolta, del grottesco che piano piano getteranno nel caos la sua patinata e lineare vita impostata. L’opera “the square” allestita all’ingresso del museo contiene il seguente messaggio: tutti coloro che in un certo momento della giornata si trovino all’interno del quadrato 4 metri per 4 (the square) delineato da una luce luminosa avranno gli stessi diritti e doveri, in un regime di pari opportunità e piena eguaglianza. Attraverso il personaggio di Christian, dunque, e gli aneddoti e le stramberie del “dietro le quinte” del Museo di arte contemporanea – dove tutto e tutti sembrano parlare di cose vuote, effimere come l’istallazione di montagnette di sassolini di ghiaia con la scritta al neon you have nothing –  il regista lancia sicuramente una denuncia sociale: il divario sempre maggiore fra la società borghese, da una parte, che vive concentrata sul culto dell’apparenza e che si pone in completa diffidenza e distacco nei confronti del ceto sociale medio e di chi vive nelle periferie di Stoccolma, dall’altro. Altro tema centrale quello dei mendicanti che sono tra i topos del film (forse un fenomeno divenuto dilagante negli ultimi tempi anche nelle capitali del nord Europa) nonché quello dell’insuperabile difficoltà dell’uomo di riconoscere un proprio errore e chiedere scusa al prossimo.

The Square è un film che nel suo caos e nelle sue digressioni iperboliche ha molti contenuti che vanno, forse, oltre quel che emerge al primo impatto. Tuttavia, nonostante la bravura del protagonista e l’immagine affascinante e cosmopolita della “vita del museo”, l’opera appare inevitabilmente pesante e avrebbe potuto essere più incisiva e accattivante se tante scene e dialoghi inconsistenti e infinitamente lunghi e privi di senso fossero stati drasticamente ridotti o tagliati.

Rimango in ogni caso perplessa e, mi si conceda l’osservazione polemica ma ironica, faccio fatica a comprendere come sia possibile che gli svedesi abbiano potuto vincere la Palma d’oro a Cannes con The Square ed andare ai prossimi Campionati mondiali di calcio al posto dell’Italia!

data di pubblicazione:20/11/2017


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COPENAGHEN di Michael Frayn, regia Mauro Avogadro

COPENAGHEN di Michael Frayn, regia Mauro Avogadro

(Teatro Argentina, Roma 24 ottobre/12 novembre 2017)

Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice hanno riportato al Teatro Argentina di Roma una delle produzioni più importanti di Emilia Romagna Teatro, Copenaghen. Lo spettacolo, prodotto nel 1999 dal circuito emiliano, mette in scena un testo di Michael Frayn scritto nel ’98. Il drammaturgo britannico (oltre che giornalista, e autore televisivo) analizza le vicende storiche  e umane intorno alle figure di  Niels Bohr, celebre fisico teorico danese (ebreo d’origine) e  Werner Heisenberg, tedesco, suo allievo prediletto e autore per primo del Principio di Indeterminazione.

In una enorme e cupa aula di fisica, in un’atmosfera quasi irreale, tre persone o forse tre fantasmi, due uomini e una donna, disquisiscono di cose successe in un lontano passato, quando tutti e tre erano certamente vivi. Sono appunto Niels Bohr (Orsini), sua moglie Margrethe (Lojodice) e Werner Heisenberg (Popolizio). Devono chiarirsi rispetto a quanto avvenuto nel lontano 1941 a Copenaghen quando il fisico tedesco Heisenberg fece visita al suo maestro Bohr in una Danimarca occupata dai nazisti. Entrambi impegnati nella ricerca scientifica, ma su fronti opposti, vicini forse alla realizzazione di una bomba atomica, i due scienziati ebbero una conversazione nel giardino della casa di Bohr. Voleva Heisenberg che era a capo del programma nucleare militare tedesco offrire a Bohr l’appoggio politico della Gestapo in cambio di qualche segreto e così forse salvarlo? O al contrario essendo mosso da scrupoli morali, tentava di rallentare il programma tedesco fornendo a Bohr informazioni utili? Quali devono essere i rapporti fra potere politico e scienza? Può il progresso venire condizionato da scelte etiche? Su questi presupposti l’autore da vita ad un appassionante confronto e scontro in cui i piani temporali si sovrappongono e i dubbi permangono. Non esiste una sola verità perché ogni verità è semplicemente il punto di vista di chi l’ha enunciata.

Un bellissimo testo, una sapiente regia e tre interpreti superlativi. Un inquietante processo a porte chiuse senza accusati e accusatori, una disputa etica e scientifica a tre voci, densa di angoscianti riflessioni e interrogativi alla vigilia del primo devastante uso della bomba atomica.

data di pubblicazione: 14/11/2017


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ORIGIN di Dan Brown – Mondadori, 2017

ORIGIN di Dan Brown – Mondadori, 2017

Iniziamo col dire che mi sono sempre molto piaciuti i libri di Dan Brown e l’innegabile fascino del professor Langdon in Il codice da Vinci, Angeli e Demoni e Inferno. Questa volta mi sono dovuta imporre di terminare la lettura di Origin, di certo la paginazione non ha aiutato, considerando che il tomo consti di 560 pagine a metà delle quali si era già capito perfettamente cosa sarebbe successo al termine…

Il professor Langdon questa volta è in Spagna, a Bilbao, invitato da Edmond Kirsch, suo ex studente al quale è legato da una solida amicizia, al museo Guggenheim per assistere a un evento eccezionale: la rivelazione che cambierà per sempre la storia dell’umanità e rimetterà in discussione tutti i dogmi religiosi.

Edmond Kirsch, multimiliardario e futurologo famoso in tutto il mondo per le sue inimmaginabili invenzioni high-tech e per il suo inamovibile ateismo, sta per svelare la sua eccezionale ultima scoperta, la risposta alle due domande: da dove veniamo e dove andiamo.

Mentre Langdon e tutti gli invitati al Guggenheim nonchè tutti coloro che, in streaming, stanno assistendo alla presentazione, sono con il fiato sospeso nell’attesa della rivelazione, accade l’imprevedibile: nonostante il ferreo controllo sugli accessi alla location e l’imponente cordone di sicurezza, qualcuno si è introdotto nel museo, mettendo a serio rischio la possibilità che la scoperta di Kirsch venga rivelata e, anzi, possa andare perduta per sempre.

A questo punto inizia la vera avventura di Langdon il quale, coadiuvato da Ambra Vidal, direttrice del museo che ha collaborato con Kirsch alla preparazione dell’evento, fugge da Bilbao nel tentativo di scoprire e condividere con il mondo intero le inestimabili conoscenze di Kirsch.

Come, visto l’argomento, non poteva essere coinvolta la Chiesa? Ambra Vidal è la promessa sposa del principe ereditario, e quindi anche il cattolicissimo Palazzo Reale di Spagna sembra essere coinvolto nel disperato tentativo di lasciar finire nell’oblio le scoperte del futurologo…

Che dire, molto lontano dai primi successi! Lo schema narrativo è il solito: il professore di Harvard che sfugge ai suoi inseguitori con una donzella al fianco, viaggia nei luoghi più suggestivi del Paese, in questo caso il Palazzo Reale di Madrid e la Sagrada Familia di Barcellona, per riuscire a ottemperare ai suoi compiti.

La trama in alcuni punti è, francamente, decisamente forzata; senza spoilerrare il romanzo cito come esempio la fuga “passiva” del Principe ereditario, ma ve ne sono veramente in abbondanza di episodi poco credibili. Il finale a cui l’autore sottende è palese perlomeno dalla metà del libro così come lo è il deus ex machina che ha scatenato tutto l’intrigo e le motivazioni recondite.

Purtroppo direi che non vale veramente la pena di leggerlo…

data di pubblicazione:12/11/2017

MISTERO A CROOKED HOUSE di Gilles Paquet-Brenner, 2017

MISTERO A CROOKED HOUSE di Gilles Paquet-Brenner, 2017

È la prima trasposizione cinematografica di un romanzo del 1949 di Agatha Christie, fra i meno noti, ma fra i più amati dalla scrittrice. La vicenda si svolge in una grande magione di una ricca famiglia nella splendida campagna inglese, nell’immediato secondo dopoguerra. Il ricco capostipite, di origini greche, viene trovato morto, e subito appaiono dubbie le cause della sua improvvisa scomparsa.

La giovane e prediletta nipote Sophia (Stefanie Martini), volendo agire prima che intervenga ufficialmente Scotland Yard, incarica di recarsi nella villa per le indagini, un giovane detective privato Charles Hayward (Max Iron), con il quale lei aveva avuto un breve ma intensa storia d’amore durante un soggiorno a Il Cairo.

La scena si svolge, come è tipico dei romanzi della Christie, tutta all’interno della ricca residenza di campagna. Qui vivono forzatamente, mal sopportandosi, anzi odiandosi “affettuosamente”, ben tre generazioni della famiglia e la giovane seconda moglie del patriarca defunto.

Come al solito tutti sono colpevoli, tutti sono innocenti, tutti si accusano l’un l’altro, tutti attendono il testamento. Gli odi, i rancori, le invidie e le frustrazioni, represse e contenute dalla presenza autoritaria del capo famiglia, una volta scomparso lui esplodono davanti alle prime domande del giovane investigatore.

La storia si intreccia seguendo le varie articolazioni fra i diversi personaggi, e, come da tradizione letteraria, dopo un susseguirsi di eventi, si carica di un’atmosfera sempre più densa di tensione aggravata da piccoli e grandi incidenti. Il mistero che all’inizio sembrava irrisolvibile, si scioglie nel procedere dell’inchiesta ed il meccanismo porta alla rivelazione finale ed al dramma a sorpresa in cui si scarica tutto il meccanismo dell’indagine.

Siamo ovviamente in un film di genere giallo-poliziesco, e, non poteva essere altrimenti vista l’origine letteraria.

Il giovane regista Gilles Paquet-Brenner qui alla sua terza pellicola, dirige abilmente un cast corale di attori perfettamente inseriti nei loro ruoli. Spiccano per collaudata qualità ed esperienza recitativa gli “anziani” Glen Close (la sorella della prima moglie) e Terence Stamp (l’ispettore di S. Yard), entrambi guidano e supportano il resto del cast di attori ancor giovani ma tutti di buona qualità.

Ovviamente perfetta l’ambientazione e l’atmosfera tipicamente british che il regista sa rendere particolarmente suggestiva con un uso originale della camera, delle inquadrature e delle angolature di ripresa. Particolare è anche l’uso dei colori nelle varie riprese con effetti volutamente onirici ed illusori.

Insomma un gradevole film di genere, una buona produzione capace di mantenere fede all’obiettivo principale: tenere alta la tensione fra il pubblico in attesa che fra possibili colpevoli emerga la verità. È però fondamentale, va sottolineato, il notevole contributo al buon risultato finale del film dell’ottima sceneggiatura di Julian Fellowes, premio Oscar nel 2002 per Godsford Park nonché premio Emmy nel 2011 per quella di Downton Abbey.

data di pubblicazione:12/11/2017


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IL MIO GODARD di Michel Hazanavicius, 2017

IL MIO GODARD di Michel Hazanavicius, 2017

Michel Hazanavicius, poliedrico e talentuoso regista e sceneggiatore, dopo i premi vinti a Cannes nel 2011 ed i cinque Oscar nel 2012 per The Artist, torna nuovamente sugli schermi con Il mio Godard. Il film già dal titolo potrebbe sembrare uno di quei prodotti di genere che gli Americani definirebbero come biopic, ma non è affatto così: è qualche cosa di ben più raffinato, che potremmo definire un falso biopic, o meglio, una sottile ed impertinente commedia, venata di ironia, charme e humour intelligente tipico del miglior Hazanavicius.

Il mio Godard è un perfetto equilibrio fra omaggio e delicata desacralizzazione dell’icona Godard, il maestro principe della Nouvelle Vague, regista politicamente arrabbiato ed impegnato; contemporaneamente, è anche una frizzante ed ironica sottolineatura dei difetti e contraddizioni del Godard uomo con tutte le sue caratteristiche ed egocentriche debolezze, ispirato alle vicende reali riportate nel libro autobiografico della ex moglie nonché musa del regista. Un sapiente collage di momenti seri e faceti della sua vita, un ritratto sia aspro, sia affettuoso.

Siamo a Parigi nel biennio 1967-1968, Godard (interpretato dal talentuoso Louis Garrel) sta girando La Chinoise con protagonista l’amore e musa del momento: Anne Wiaremsky (la brava e delicata Stacy Martin). Sono entrambi felici, lei ha quasi 20 anni, lui 37, sono innamorati, seducenti e sedotti, l’uno della bellezza e dolcezza di lei, l’altra del fascino intellettuale del regista e dell’uomo. Si amano, convivono, e si sposano. Il film però, alla sua uscita è un fiasco totale, sia di critica, sia di pubblico. La dura realtà, l’imprevisto insuccesso, mettono in crisi profonda il regista.Da un punto di vista artistico Godard pone in dubbio le proprie capacità ideative, realizzative e tutto il senso ed il valore delle opere prodotte fino a quel momento.

Da un punto di vista privato, le sue incertezze e, contemporaneamente il suo ego smisurato e narcisistico, incrinano nel profondo la sostanza del suo rapporto affettivo con la moglie, compagna, musa ed attrice.

Con l’esplosione poi del Maggio Francese nel 1968, con tutte le sue esasperazioni rivoluzionarie, culturali, sociali ed artistiche, Godard, ormai in piena crisi, si trasforma profondamente da artista innovativo di avanguardia in un regista con forte connotazione politica estremistica, rivoluzionaria e “maoista”. Ormai si è posto fuori e contro tutto il sistema artistico e politico, è ormai un militante ed attivista tanto incompreso quanto incomprensibile ai suoi stessi amici, ai colleghi, ai collettivi studenteschi ed al pubblico.

Hazanavicius ci restituisce con tenerezza ed un sotterranea malinconia, in ogni più minimo dettaglio, anche con un voluto uso del technicolor per meglio renderci i colori netti del cinema di quegli anni, l’epoca, i luoghi e le atmosfere di quelle settimane esaltanti di Parigi.

Guarda, con tutta la tenerezza di chi, 50’anni dopo, sa come sono andate le cose, i sogni rivoluzionari, le affermazioni contro la Società, il mito del maoismo egalitario e salvifico per cui Godard lotta e sogna.

Il film procede con un ritmo leggero, quasi senza prendersi troppo sul serio, quasi ammiccando allo spettatore. E proprio questa ricercata leggerezza narrativa, tra l’insolente e l’affettuoso, tra il divertito ed il divertente è la vera chiave narrativa con cui si deve leggere tutta l’opera. Pellicola intelligente, frizzante che ci fa pensare che un film d’Autore può e, non deve aver vergogna di essere, anche un gradevole divertimento.

data di pubblicazione:12/11/2017


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THE PLACE di Paolo Genovese, 2017

THE PLACE di Paolo Genovese, 2017

The Place è il nome di un bar con piccoli tavoli tondi ed una insegna luminosa, sito all’angolo di una strada che può appartenere ad una qualsiasi città italiana. Quel che conta è ciò che in questo posto avviene: un uomo (Valerio Mastandrea), seduto tutti i giorni allo stesso tavolino, fa colazione, pranza e a volte si intrattiene sino a notte fonda. La sua attività sembra essere quella di ascoltare ed esaudire i desideri di sconosciuti che, avvicendandosi al suo cospetto, gli chiedono di cercare una soluzione ai propri problemi. La soluzione di ogni cosa sembra essere contenuta in una grande agenda dal fodero in pelle nera, sulla quale l’uomo annota ogni richiesta.

 

 

Dopo il successo di Perfetti sconosciuti, film originale e sorprendente per le dinamiche che si innescano in un gruppo di amici allo scambio dei loro telefoni cellulari, Paolo Genovese torna a sorprenderci questa volta con una pellicola dove tutto è ben delineato sin dall’inizio, senza troppe sorprese, in una costruzione di scene che si ripetono in maniera eguale. L’unica differenza la fanno i dieci personaggi che espongono le loro richieste a questo insolito “psicologo” che sembra sapere tutto sulle dinamiche dello spirito umano. Sino a quanto questi strani interlocutori oseranno spingersi per raggiungere ciò che desiderano? La cosa che appare subito chiara è proprio che per ogni richiesta c’è un prezzo da pagare: affinché il desiderio si avveri, ogni individuo può scegliere se fare o meno ciò che l’uomo chiede loro di fare ed in cambio di ciò che desiderano ottenere, viene offerta loro una soluzione da accettare in libertà, senza alcuna costrizione da parte dell’offerente. Un esercizio dunque di libero arbitrio. Ma il fine giustificherà i mezzi?

Seppur sia palese che il regista abbia voluto fare qualcosa di diverso senza cavalcare l’onda del successo ottenuto con Perfetti sconosciuti, The Place, purtroppo, rappresenta una sperimentazione che non convince. L’idea del film potrebbe essere buona se portasse a qualcosa che non sia semplicemente un esercizio di stile, rivelandosi un tentativo non perfettamente riuscito di farci fare i conti con la parte oscura che c’è in ognuno di noi.

Quanto agli interpreti, Mastandrea è l’unico che ha un ruolo realmente a fuoco, mentre il resto del cast, seppur messo costantemente sotto una lente di ingrandimento, non convince: anche la grande attrice di teatro Giulia Lazzarini (indimenticabile nel recente Mia madre di Moretti), Alba Rohrwacher ed il bravo Alessandro Borghi, risultano penalizzati pur vestendo i panni dei tre personaggi più interessanti.

data di pubblicazione:09/11/2017


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ALICE NELLA CITTÀ: RINNOVATO L’ACCORDO CON LA FONDAZIONE CINEMA PER ROMA

ALICE NELLA CITTÀ: RINNOVATO L’ACCORDO CON LA FONDAZIONE CINEMA PER ROMA

Rinnovato per il prossimo biennio l’accordo di Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, con la Fondazione Cinema per Roma, grazie anche alle oltre 40mila presenze, per una 15esima edizione ricca di successi e incontri formativi.

Tanti i traguardi raggiunti dalla kermesse in questa 15esima edizione: oltre l’elevato numero di presenze per gli eventi organizzati a Casa Alice all’interno dell’Auditorium Parco della Musica, al Cinema Admiral di Piazza Verbano e al Liceo Amaldi di Tor Bella Monaca, da sottolineare anche la grande adesione di registi e attori dei 37 film in programma, 23 dei quali sono stati accompagnati dalle delegazioni.

“I risultati straordinari ottenuti da questa quindicesima edizione ci riempiono di gioia e ci premiano per quanto fatto in questi anni, ma c’è ancora molto da fare e siamo pronti a rimetterci subito a lavoro per la prossima edizione – dichiarano i direttori della categoria, Fabia Bettini e Gianluca Giannelli – un ringraziamento speciale va a tutti coloro che ci stanno accanto e soprattutto a tutti quei ragazzi che continuano a scriverci e che sono l’anima di Alice nella Città”.

Un sostegno, questo, che ha permesso il successo di tutti gli incontri rivolti ai ragazzi e dei percorsi formativi con protagonisti, tra gli altri, Piazza e Grassadonia, Dakota Fanning, Orlando Bloom, Pippo Del Bono, Trudie Styler, Zoe Cassavetes, Andrea Delogu, Barbara Bobulova, Nicola Guaglianone e Marco Danieli.

Confermata, inoltre, la collaborazione di Alice con gli EFA YOUNG, che si svolgeranno il 6 maggio 2018 e che è intenzione portare a Tor Bella Monaca, partendo da quanto già fatto con il Liceo Amaldi e le scuole del VI Municipio.

data di pubblicazione:07/11/2017

BLUE MY MIND di Lisa Brühlmann, 2017 – Alice nella città (Premio Camera D’oro Alice/Taodue)

BLUE MY MIND di Lisa Brühlmann, 2017 – Alice nella città (Premio Camera D’oro Alice/Taodue)

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

La giuria del Premio Camera D’oro Alice/Taodue ha scelto di premiare il film Blue My Mind di Lisa Brühlmann con la seguente motivazione “un racconto di formazione che si trasforma in fantasy, una storia di mutazione e di trasformazione. Un esordio che stupisce ed ha anche in se un messaggio liberatorio”. È la storia della quindicenne Mia che, dopo aver traslocato con i genitori alle porte di Zurigo, si butta in una selvaggia adolescenza cercando di fronteggiare gli strani mutamenti che il suo corpo sta subendo, ricorrendo a sesso e droghe, sperando di arginare il fiume in piena che alla fine la stravolgerà.

Blue My Mind è un film scritto e diretto dalla svizzera Lisa Brühlmann, al primo lungometraggio personale. Il film è stato presentato per la prima volta in concorso nella sezione Nuovi Registi al San Sebastián Film Festival 2017. Nel cast molti attori alla loro prima esperienza come Luna Wedler nel ruolo della protagonista adolescente Mia, Zoë Pastelle Holthuizen nel ruolo di Gianna, Regula Grauwiller nel ruolo di Gabriela e Georg Scharegg che interpreta Michael.

Mia è in momento difficile: si trova in una nuova città, deve integrarsi nel contesto scolastico, si sente estranea ai suoi genitori, convinta di essere stata adottata, nonostante abbia tutto. E’ questo il microcosmo attorno al quale si sviluppa la metamorfosi della protagonista, imprigionata in un corpo, in una casa, in una società che non le corrispondono ma delle quali è incapace di liberarsi. Come un vulcano che sta per esplodere, Mia sembra muoversi come un automa, spinta da un istinto sempre più incontrollabile. Sceglie di stordirsi con fughe e disobbedienze, dosi massicce d’alcool e droghe, incontri occasionali che si trasformano in routine, decisa a precipitare pur di non guardare la strada già tracciata che le si profila all’orizzonte. Mia e tutti i suoi compagni sono desiderosi d’estremo. Nessuna via di mezzo è possibile, ciò che li fa vibrare è il rischio ed il desiderio di andare oltre, secondo una istintualità animale che cementa il gruppo. Nel frattempo, l’arrivo delle prime mestruazioni porta con sé un effetto collaterale inspiegabile: da un giorno all’altro, due dita dei piedi le si sono attaccate, unite tra loro da una specie di membrana, e poco più tardi le gambe hanno iniziato a coprirsi di strani lividi. Si scopre poi vorace di pesce crudo, mentre l’acqua del mare gli si para davanti ogni volta che chiude gli occhi, Mia prova ad allontanare il problema coprendosi via via di più e tenendo comportamenti sempre più estremi. Fino al momento in cui, inesorabile, decide di non rifuggire ma di andare incontro a quello che il destino le ha riservato.

Un film epidermico e sorprendente per una regista di cui sentiremo parlare, una metafora sul mondo adolescenziale in chiave fantasy noir molto moderna. Un premio decisamente meritato. Molto bella la colonna sonora e bravissime le protagoniste. Una freschezza di intenti e una efficacia visiva coinvolgente nel condividere il sentiero del peccato e della resurrezione della giovane Mia.

data di pubblicazione:05/11/2017








LA FAMILIA di Gustavo Rondon, 2017 – Alice nella città

LA FAMILIA di Gustavo Rondon, 2017 – Alice nella città

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Nella sezione Alice/Panorama è stato presentato La Familia, convincente esordio del regista e sceneggiatore venezuelano Gustavo Rondón Córdova. E’ la storia del dodicenne Pedro e della sua difficilissima adolescenza in un popolare quartiere di Caracas, in un’atmosfera urbana violenta. Dopo aver ferito seriamente un altro ragazzo, suo padre decide che devono fuggire insieme per nascondersi, dapprima respingendosi ma poi ritrovandosi.

Presentato alla Semaine de la Critique, La familia, esordio del venezuelano Gustavo Rondón Cordova, è un aspro ed efficace romanzo di formazione. Nella disperata banlieue di Caracas, Pedro trascorre il tempo con gli amici, mentre il padre si dibatte tra lecito ed illecito per garantire la sopravvivenza ad entrambi, finchè un giorno, per difendersi da una rapina, uccide un altro ragazzo. Il padre per salvare il figlio decide di scappare insieme a lui nascondendosi nella metropoli ma Pedro è pieno di rabbia e rimorsi perché il suo amico Johnny rischia di essere incolpato per l’atto compiuto da lui. Inizia così lo scontro ed il confronto tra un padre ed un figlio che non si conoscono realmente; la terribile scoperta che l’amico è stato ucciso per vendetta è l’amaro punto di partenza per avviare un vero rapporto tra i due.

La familia è un grande film asciutto e neorealista, fatto di sguardi intensi e di silenzi densi di significato: di fronte a un evento scatenante ed una violenza imperante, padre e figlio vagano per la città, enorme e piena di diseguaglianze, non hanno un posto dove andare a dormire, sono entrambi litigiosi, lavorano per guadagnarsi almeno un pasto. Differenti anche le etnie e l’approccio alle vicende: il padre, evidentemente di origine europea, è più attento e riflessivo, Pedro invece ha sangue indio, chiaramente ereditato dalla madre scomparsa da tempo ed è più immediato ed istintivo. Le differenze e l’estraneità tra i due allora diventano un elemento davvero perturbante, almeno finchè sono sperduti nella metropoli e una riconciliazione appare utopica. La morte di Johnny improvvisamente diviene voglia e speranza di un futuro e di un affetto che non può che nascere lontano da li, nel primitivo luogo di origine dove non c’è nulla ma dove si può ricominciare a vivere. Nel primo piano finale di Pedro, che si guarda intorno, per la prima volta consapevole di essere l’artefice del proprio destino, c’è la voglia di dar vita ad una neonata famiglia.

data di pubblicazione:05/11/2017








LA FAMILIA di Gustavo Rondon, 2017 – Alice nella città

ROMANS di Ludwig e Paul Shammasian, 2017 – Alice nella città

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Ospite di Alice nella città Romans diretto dai fratelli Shammasiane con Orlando Bloom splendido protagonista. Romans è un film feroce che su un abuso sessuale subito da piccoli costruisce una devastante disamina della rabbia, del disgusto verso se stessi e del desiderio di vendetta che alla fine evolve verso il perdono.

Immagini dure e sofferte sin dalla prima scena per un film che mette a nudo l’animo di un uomo incapace di fidarsi del prossimo e tormentato da un evento traumatico della sua infanzia. Malky (Orlando Bloom), un giovane operaio impegnato nella demolizione di una chiesa dove da bambino ha subito una violenza sessuale, ha una relazione apparentemente di solo sesso con Emma (Janet Montgomery) ma è spesso irascibile lasciandosi andare ad atti di violenza inconsulti ed immotivati. Il suo segreto lo tormenta e lo condiziona; il ritorno in città del prete responsabile della violenza,  impone a Malky di fare i conti con il suo passato per potersi liberare della sete di vendetta che lo attanaglia e quindi andare avanti con la propria vita.

Le immagini sono spietate sin da subito: sotto i colpi incessanti di un martello, un crocifisso diventa prepotentemente protagonista della scena dando il via ad un susseguirsi di atti di violenza ed autolesionismo. Incapace di amare ed essere amato, Malky è un uomo devastato dal trauma dell’abuso, che lo ha snaturatoed è incapace di sciogliere i lacci del trauma psicologico che lo lega.  Ma la famiglia e gli amici restano sordi e impassibili di fronte alla progressiva caduta nell’abisso. Inizia così il suo incubo, che si dipana attraverso incontri scontri con la fede e con l’amore che prova per Emma, ma che non è in grado di esternare. Le ombre del suo inconscio lo portano in un inferno interiore senza speranza e neppure l’amore per l’anziana madre riesce a fornirgli un po’ di conforto. Il dialogo confessione di fronte alla madre morta lo porta a superare la vendetta ed a credere nel perdono, che non garantisce invece la pace al vecchio prete che trova solo nel suicidio l’espiazione alle proprie colpe.

La densità del dramma rende in alcune scene il film stucchevole e esteticamente ridondante; rimane la straordinaria prova di attore di Orlando Bloom che rende comunque il film intenso e meritevole di essere vissuto.

data di pubblicazione:05/11/2017