TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI di Marin Mc Donagh, 2018

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI di Marin Mc Donagh, 2018

Dopo le modeste proposte in salsa natalizia, ecco finalmente “un film” da leccarsi i baffi. Parlo di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, la pellicola che ha vinto 4 Golden Globe, quasi un’anticamera degli Oscar e che già a Venezia  (migliore sceneggiatura) era stata apprezzata ben più di Downsizing di Alexander Payne con Matt Damon in versione mini uomo. La regia e lo script sono del britannico Martin  McDonagh, classe 1971, di cui molti ricorderanno il gioiellino In Bruges (2008) e 7 psicopatici (2012), ma la storia potrebbe benissimo essere scambiata per un film dei fratelli Coen. Anzi direi che è da un po’ che Joel ed Ethan non riescono a raggiungere i livelli della pellicola del giovane regista che ne segue le orme.  Il racconto parte dalla ricerca di una madre, Mildred (una Frances Mc Dormand da Oscar) che lotta per ottenere verità e giustizia per la figlia stuprata, assassinata e bruciata alcuni mesi prima. Il colpevole ancora non è stato trovato e la disperata donna, già di suo fuori di testa,  per ridestare l’attenzione, affitta tre vecchi cartelloni pubblicitari fuori Ebbing, Missouri, in cui addossa al  locale capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson), che scopriremo malato di cancro al pancreas, la responsabilità delle mancate indagini. Tra gli sbirri, l’agente Dixon (Sam Rockwell, premiato ai Globes), abbastanza razzista, violento ed incapace non tollera le iniziative di Mildred e cerca in tutti i modi di ostacolarne il successo, consigliato fraudolentemente da una madre ancora più razzista e bigotta. Non aggiungo altro sulla trama per non sottrarvi il gusto dell’evoluzione della storia che ha tutti i crismi di un noir della provincia USA più retriva, nell’occasione perfettamente rappresentata con tanto di stereotipi politicamente e volutamente scorretti. Non mancano, alternati a momenti di violenza fisica e psicologica, attimi di sublime poesia come, ad esempio, nella rilettura della lettera di Willoughbly, appena morto. Siamo, dunque, ai massimi livelli del genere: al film di Mc Donagh non manca niente, il ritmo, le immagini, l’empatia e i dialoghi, duri e mai banali, persino l’ironia quanto basta. Il tutto, inclusi i comprimari dei protagonisti (la deliziosa Abbie Cornish e Lucas Hedges) e la significativa colonna sonora, a farne certamente uno dei migliori film dell’anno. Buona visione!

data di pubblicazione:13/01/2018


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L’OPERAZIONE di Stefano Reali

L’OPERAZIONE di Stefano Reali

(Teatro dell’Unione – Viterbo, 7 gennaio 2018; Teatro Roma – Roma,  9 gennaio/11 febbraio 2018)

L’Italia vista da un ospedale non è certo migliore. Traffici, corruzione, furbizie assortite e rivalità in corsia vistosamente amplificate dalla mozione teatrale in Operazione, titolo abbreviato rispetto al più articolato metaforico e ridondante In barca a vela contromano (citazione dallo spettacolo, recitata da Mattioli contro mano, efficace battuta).

Compagnia solida, su un testo che ha 30 anni e che è stato traslato al cinema più di venti anni fa. Capisaldi ancora Antonio Catania, navigato capobanda, ironia di rimessa, paciosità aguzza e ficcante. E bella crescita per il protagonista giovane Nicolas Vaporidis, 11 anni dopo Notte prima degli esami, che va a sostituire Valerio Mastandrea. Non più ragazzo ma uomo e, diremo attore fatto anche in teatro, vista la personalità con cui gestisce il personaggio di un aspirante “ispettore interno” che alla fine cede alle ragioni di una profonda umanità.

Gioca di rimessa anche la “caposala” Gabriella Silvestri. Anche lei, come Catania, gioca di rimbalzo, sugli assist dei colleghi e va puntualmente in gol.

Lo spettacolo è transitato da Viterbo nel ripristinato Teatro dell’Unione che, dopo il grande freddo reale per gli spettatori in Copenaghen, ha virato su un insopportabile caldo  in platea e sui palchi, facendo i conti con un difetto acustico che non è colpa degli attori ma della poco accorta ristrutturazione, complice la cancellazione della buca dell’orchestra.

Si ride, amaro, ma si ride. In soldoni la sanità italiana costa al Paese 110 milioni e circa 25 se ne perdono tra corruzione, appalti truccati, sub-cessioni forzate al privato. Come pensare dunque che anche tra i malati e nel dolore non spiri lo stesso rancoroso sgomento.

Il regista Stefano Reali , viterbese di ritorno, ci ha tenuto a ringraziare il pubblico per questo valido test di rodaggio per uno spettacolo che ora transita a Roma.

data di pubblicazione: 9/01/2018


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FILUMENA MARTURANO di Eduardo De Filippo, regia di Liliana Cavani, con Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses

FILUMENA MARTURANO di Eduardo De Filippo, regia di Liliana Cavani, con Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses

(Teatro Quirino – Roma, 2/7 gennaio 2018)

Un classico teatrale come Filumena Marturano è tornato in scena a Roma al Teatro Quirino con la regia di Liliana Cavani, nell’ambito di una lunga tournée  partita due anni da Spoleto ed ancora oggi in giro per l’Italia.

Filumena Marturano, tra le commedie italiane del Dopoguerra più conosciute e rappresentate all’estero, si propone di rappresentare i drammi, le ansie e i problemi di un Paese ancora sconvolto dalla violenza e dalla crudezza della Guerra. Un’opera di grande impegno, moderna e priva retorica, scritta con grande naturalezza ed efficacia dal maestro Eduardo De Filippo. Un capolavoro.

La nota storia vede al centro un problema senza tempo: a chi appartengono i figli, biologici o attribuiti, nati dentro o fuori dal matrimonio? Al tempo della stesura (1946), la legge non proteggeva questi “figli” considerati illegittimi, una legge ferma al Medioevo. Filumena vi si ribella con la lucidità e una forza così generose da riuscire a trascinare l’ignaro borghese Domenico a capire il valore degli affetti fondamentali per la nostra vita.  Una metafora di un’Italia ferita ma in cerca di riscatto. Filumena e Domenico, da sempre amanti e non sposati all’epoca in cui la prole illegittima e le donne conviventi erano marchiate e non avevano alcun diritto, grazie alla passione di lei e alla sua capacità ribellarsi, riescono a comprendere cosa significhi essere una famiglia, quali siano i veri affetti fuori dalle convenzioni culturali e burocratiche.

Nel corso degli anni il personaggio di Filumena Marturano è stato portato sul palco dei più grandi teatri italiani da attrici del calibro di Pupella Maggio, Regina Bianchi, Mariangela Melato, Sofia Loren (con accanto uno straordinario Mastroianni nella versione cinematografica di De Sica). Questa volta, la Filumena che non sa piangere è stata magistralmente interpretata da Mariangela D’Abbraccio, un’attrice poliedrica capace di donare al suo personaggio una profondità e un’intensità particolari, di grande spessore, senza alcuna forzatura e con tanta naturalezza.

L’opera si snoda a partire dalla sobria camera da letto dove Domenico Soriano ha appena scoperto che la donna che credeva di aver sposato in articulo mortis, è in realtà ben viva e pronta a far valere i suoi diritti. Filumena, costretta dalla fame a vendersi in un bordello appena diciassettenne, assurge a simbolo di una realtà sociale dolente, sconvolta nei suoi valori dalla guerra, in cui il dramma si consuma soprattutto in quella sua maternità nascosta per difendere tre bambini innocenti, uno dei quali è certamente figlio di Domenico Soriano. Le infinite sfumature emotive del personaggio, nelle scelte espressive di Mariangela D’Abbraccio diventano rabbia, lotta, determinazione, ma anche dolcezza di una madre che può finalmente svelare ai figli ormai adulti il proprio ruolo.

Del pari, Geppy Gleijeses, aiutato da una gestualità contenuta, ma estremamente espressiva, si appropria della libertà di sentirsi uomo ancor giovane, pronto a farsi trascinare da una bella ragazza in una ulteriore storia sentimentale, e a rivendicare il diritto maschilista di maltrattare l’amante che gli ha fatto da governante e da tutrice, ma pronto anche ad appropriarsi di una dignità emotiva quando i tre figli di Filumena gli si rivolgono chiamandolo “papà”.

Sul palcoscenico un cast di bravi interpreti, capaci di raccontare i momenti tragici e ridicoli di una quotidianità che, come la realtà, a volte diventa surreale.

Pur potendosi configurare nel novero degli allestimenti tradizionali, la regia della Cavani riesce a scavare nel tessuto psicologico di personaggi così forti, connotandoli ma alleggerendoli al tempo stesso. Uno spettacolo austero e delicato, capace di esplicitare ulteriori nuove sfumature di una vicenda e di personaggi, pietre miliari del nostro grande teatro.

data di pubblicazione: 9/01/2018


Il nostro voto:

“OGNI RIFERIMENTO A FATTI O PERSONE REALMENTE ACCADUTI È PURAMENTE CASUALE”: CONTINUA L’ESPOSIZIONE DI SIMILASTI

“OGNI RIFERIMENTO A FATTI O PERSONE REALMENTE ACCADUTI È PURAMENTE CASUALE”: CONTINUA L’ESPOSIZIONE DI SIMILASTI

Si concluderà giovedì 4 gennaio l’esposizione delle illustrazioni di Similasti, pseudonimo di Simona Pastore. La mostra, a cura dell’organizzatrice di eventi Federica Scarpetta, sarà aperta al pubblico tutti i giorni presso il Caffè Letterario G. Verdi di Salerno (Piazza Matteo Luciani, 28). L’ingresso è gratuito.

È il cinema il filo conduttore che lega tra loro le otto opere selezionate per l’occasione, presentate al pubblico giovedì 28 dicembre nella stessa sede. L’incontro, moderato dalla giornalista Noemi Sellitto, ha permesso all’artista salernitana di raccontarsi senza filtri, analizzando nel dettaglio il percorso professionale che l’ha portata a concepire uno stile così originale. Il suo è un mondo fatto di leggerezza ed elasticità, dove i corpi delle persone si allungano a più non posso, fino a sfidare le leggi della natura. Eppure, è proprio nella ricerca di un simile dinamismo che i personaggi da lei rappresentati riescono a trovare il loro equilibrio sul foglio.

Nel corso della serata, Simona Pastore si è concentrata sul suo rapporto con i social. Visti positivamente come vetrina per pubblicare i lavori appena realizzati, si è soffermata sulle sfide che nel tempo si è data per tenersi allenata. Sul profilo Instagram che gestisce (@similasti), ha postato più volte un disegno al giorno per trenta giorni, optando per temi sempre diversi. Un modo per crescere e mettersi alla prova quotidianamente, al fine di migliorare tecnica e stile.

Durante l’appuntamento, è stata centrale soprattutto la spiegazione del rapporto che intercorre tra arte e illustrazione. Ancora poco diffusa in Italia, quest’ultima si differenzia dalla prima per finalità e intenti. Adatta a superfici e sperimentazioni di ogni genere, negli ultimi anni si sta evolvendo grazie all’utilizzo del digitale. Nell’ambito di questa rivoluzione, Similasti ha deciso di proiettare anche un booktrailer animato, tratto da Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati.

Le pellicole reinterpretate sotto forma di immagini vanno da Le Voyage dans la lune – Viaggio nella Luna (1902) di Georges Méliès a Her – Lei (2013) di Spike Jonze. Presente anche un set di carte napoletane interamente fatto a mano.

data di pubblicazione: 31/12/2017

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek, 2017

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek, 2017

Eros e Tanatos, bellezza e mistero, esoterismo e malaffare, presente e passato, realtà e illusione: la grande bellezza di Napoli fa da sfondo al nuovo film di Ferzan Ozpetek, che si apre con una sequenza “senza veli” e si chiude nella Cappella del Cristo velato.

Adriana (Giovanna Mezzogiorno) è un’anatomopatologa che si divide tra le autopsie dei cadaveri e le eleganti feste organizzate da sua zia (Anna Bonaiuto). Proprio durante uno di questi rendez-vous intellettuali, Adriana incontra Andrea (Alessandro Borghi): un intenso scambio di sguardi, poche parole prive di sovrastrutture convenzionali e poi l’indimenticabile notte di passione trascorsa a casa di Adriana, con la lunga e “compiaciuta” scena “senza veli” che ha reso famoso il film fin dall’altrettanto intenso battage pubblicitario precedente alla sua uscita. Non sembra solo l’incontro di una sera, visto che Andrea le dà appuntamento per il giorno stesso al Museo Archeologico di Napoli. Il ragazzo non si presenterà mai a quell’appuntamento e poche ore dopo Adriana si troverà a svolgere l’autopsia del suo cadavere deturpato. È difficile elaborare il lutto e ancor più difficile è rassegnarsi all’abbandono e al distacco, specie se, per farlo, si rende necessario “svelare” anche il proprio passato e guardarlo finalmente negli occhi.

Eros e Tanatos si rincorrono nel nuovo film di Ferzan Ozpetek, perdendosi nei labirinti dell’arte, dell’esoterismo e del mistero che avvolgono Napoli e i suoi abitanti. Siamo lontani da quella “Napoli criminale” divenuta immancabile stereotipo cinematografico e televisivo: la città mostra allo spettatore il suo volto raffinato e borghese, nel quale anche la criminalità diviene ricercata e sofisticata, con “la grande bellezza partenopea”, specie quella più nascosta, che si rende sfondo prezioso dell’intero film.

La storia raccontata da Ferzan Ozpetek illude e inganna, conducendo a un finale, non a caso girato nella Cappella del Cristo Velato, con gli apparenti punti fermi che si traducono in altrettanti interrogativi. Il tema dello sguardo è ricorrente: gli occhi che non vedono, gli occhi che vedono troppo, gli occhi che mentono, gli occhi che consolano, gli occhi chiamati a fare i conti con quel velo che si alza, ma mai fino in fondo.

Le sequenze più riuscite sono indubbiamente quelle in cui riemerge la coralità che rende Ozpetek un autentico Maestro del “cinema senza protagonisti”. Il film, almeno per certi aspetti, restituisce l’impressione di troppa carne al fuoco che non sempre riesce a raggiungere la cottura ideale. In qualche caso il regista, forse per assecondare l’incedere incalzante della storia, rischia di “strafare”, di voler caricare il film di simbolismi eccessivi che però restano eccessivamente incompiuti. Nonostante ciò Napoli velata resta un esperimento interessante, appassionate e appassionante, che consente di voltare pagina dopo la parentesi di Rosso Instabul.

Il cast di Ozpetek, come al solito, è impeccabile: superbi Peppe Barra e Luisa Ranieri, inquiete e inquietanti al punto giusto Isabella Ferrari e Lina Sastri, ottima Anna Bonaiuto nel ruolo di matrona del gruppo, convincente anche Maria Pia Calzone, che si scrolla di dosso i panni della donna Imma di Gomorra per indossare quelli di un disincantato commissario di polizia.

Memorabile la prova di Giovanna Mezzogiorno, che non fa certo rimpiangere i bei tempi de La finestra di fronte. Quanto ad Alessandro Borghi, la sua interpretazione, forse, non sarà ricordata (solo) per l’intensità dello sguardo.

data di pubblicazione: 30/12/2017


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LA SPALLATA di Gianni Clementi, regia di Vanessa Gasbarri

LA SPALLATA di Gianni Clementi, regia di Vanessa Gasbarri

(Teatro della Cometa – Roma, 6/31 gennaio 2017)

Una commedia tradizionale, come se ne tentano raramente. Uno spaccato di una problematica famiglia romana di borgata, immersa nel reagente di un’Italia prossima al boom e che si gode, una dopo l’altra, come rutilanti novità, l’introduzione domestica della tivù a colori, del telefono, di un primo insperato benessere. E, attorno, fuori, il mondo che cambia.

La guerra fredda, Kruscev contro Kennedy, la morte di quest’ultimo, la tragedia tutta italiana di Longarone. È il contrasto vivido che piace a Gianni Clementi provvido dispensatore di storie. Quella raccontata in La spallata è una storia che viene da lontano: è stata editata nel lontano 2003, vincendo il premio Fondi La Pastora, trovando attualità in una compagnia affiatata, dominata dalle tre interpretazioni femminili, non facili perché ricche di sfumature e di policromi adattamenti tra primo e secondo tempo.

Citazioni di merito dunque per Elisabetta De Vito, abituale spalla di Pistoia & Triestino, Gabriella Silvestri e Claudia Ferri. La fissità disadorna della scena- un interno pasoliniano, un bagno di fortuna, un materasso che indica promiscuità e mancanza di privacy- è vivificata dal gioco delle luci che mostra e fa immaginare realtà e sviluppi diversificati.

Oltre 130 minuti in scena, un impegno non da poco per la compagnia, con un finale poetico-onirico. Se si ride si ride amaro in questa tragicommedia all’italiana che sa anche di Scola, di Nanni Loy, di proletariato inconsapevole e irredento. Tra i contrasti inter-familiari tra il primo consumismo e l’adesione al Pci, i fermenti di una società che cambia e una famiglia che cerca di sbarcare il lunario. La spallata è in gergo l’alzata di una cassa da morto, piccola industria alternativa per chi non ha i mezzi per progredire con lo stesso ritmo della classe media.

La regia della Gasbarri tiene saldi con buona proprietà i diversi registri, sfruttando un linguaggio colorito e sopra le righe.

data di pubblicazione: 30/12/2017


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COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani, 2017

COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani, 2017

I valori della tolleranza e della contaminazione alla prova dell’incontro-scontro tra il centro della città e la sua periferia, con gli immancabili stereotipi e le eterne verità.

Giovanni (Antonio Albanese), collabora con il suo think tank a progetti destinati a migliorare le condizioni delle aree più disagiate nei grossi centri urbani e si fa carico di proporre a Bruxelles tali istanze. A principi ispirati alla tolleranza e alla “contaminazione” fra le diverse classi ed etnie, ha impostato la sua vita e quella della sua unica figlia. Quando la sua bambina di tredici anni inizia una relazione con un coetaneo che vive nella malfamata realtà di Bastogi, un ghetto alla periferia della Capitale, è allora che cominciano a traballare le sue convinzioni. Ancora di più, dopo il primo incontro con Monica, la madre del ragazzetto (una Paola Cortellesi vivacemente “coatta” e combattiva). Al primo scontro-incontro, i due genitori, seppure con differenti approcci, convengono che i loro figli potrebbero subire un pericoloso contraccolpo da tale improbabile infatuazione destinata a finire “come un gatto in tangenziale“, e iniziano a pedinare i figli. Fra alterne vicende, scopriranno che in fondo non sono poi così diversi e che qualche forma di integrazione- attrazione è sempre possibile anche fra gli opposti.

Riccardo Milani, che già aveva sperimentato la coppia Albanese-Cortellesi (Mamma o Papà) sviluppa insieme alla stessa Cortellesi, a GiuliaCalenda e Furio Andreotti, co-sceneggiatori, una trama non particolarmente originale che consente di raccontare due volti molto diversi di Roma e della sua gente: una intellettuale, borghese, in fondo ipocrita e una fin troppo “borgatara”. Senza scendere a livello dei film natalizi autoctoni, Come un gatto in tangenziale, rimane una commediola, moderatamente divertente con qualche intento sociale vanificato dal macchiettismo dei personaggi. Mantiene un suo minimo decoro grazie alle buone interpretazioni di Paola Cortellesi in un ruolo che ne esalta le doti di attrice brillante e di Antonio Albanese, sobrio e convincente nei panni dell’intellettuale in crisi fra “pensiero e realtà”.

Fra i co-protagonisti nella divertente e colorita fauna di Bastogi troviamo le gemelle, Alessandra e Valentina Giudicessa, nei panni delle sorellastre di Monica, Pamela e Suellen, irresistibili nel ruolo di ladre “compulsive”, Claudio Amendola, truce, quanto basta, la sempre impeccabile, Sonia Bergamasco, madre snob-sessantottina, e naturalmente i due ragazzi, Agnese (Alice Maselli) e Alessio (Simone De Bianchi).

Nel complesso, non indimenticabile, ma moderatamente godibile.

data di pubblicazione: 30/12/2017


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AUGURI “ACCREDITATI” DI BUON NATALE !!!

AUGURI “ACCREDITATI” DI BUON NATALE !!!

Un tempo quasi tutti i miei amici udivano la campanella, ma col passare degli anni divenne muta, per tutti loro. Anche Sara, un Natale, scoprì di non riuscire più a sentire quel dolce suono. Sebbene adulto la campanella ancora suona per me e per tutti coloro che sinceramente credono!

Dal film The Polar Express

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE di Woody Allen, 2017

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE di Woody Allen, 2017

Siamo nel cuore degli anni 50, nel favoloso parco dei divertimenti di Coney Island, fuori New York. Incrociamo, introdotti da una voce narrante, le vicende esistenziali di quattro personaggi, i loro sogni, le aspirazioni, le delusioni ed anche un improbabile triangolo amoroso. Gunny (l’ottima Kate Winslet) è una donna non più giovane, mancata attrice, ossessionata da un passato di speranze artistiche svanite. E’ una sognatrice, un po’ lunatica che si trova ora a fare la cameriera in un locale sul Broad Walk, il pontile di legno sul lungomare del Parco. Piuttosto che accettare la triste realtà quotidiana, si racconta che sta recitando il ruolo di cameriera. E’ sposata, non molto felicemente, con il direttore di una giostra, Humpty (Jim Belushi) la cui figlia del precedente matrimonio, Carolina (Juno Temple), emerge all’improvviso dal buio, ove era scomparsa da anni, per  ritrovare il padre e rifugiarsi a casa sua  per sfuggire dei gangster che sono sulle sue tracce. Infine Mickey (Justin Timberlake), seducente bagnino, studente alla N. Y. University che aspira a divenire un drammaturgo. Mickey che è la voce narrante degli avvenimenti, attraversa la vita di Gunny e, nonostante la differenza di età, le riaccende desideri e passione per la vita per poi però abbandonarla nella sua depressione, preferendole la giovane e vivace Carolina, anche lei sedotta dal suo “allure” di scrittore.

Puntuale come il succedersi delle Stagioni, ogni anno arriva un nuovo Woody Allen. Con La ruota delle meraviglie il troppo prolifico regista lasciate definitivamente le sue non sempre felici “escursioni” fra le città europee, questa volta ci riporta nella sua New York, negli anni e nei luoghi delle sue nostalgie. I luoghi ove il suo alter ego, la voce narrante del mitico Io ed Annie, diceva di essere nato e cresciuto proprio sotto la ruota girevole del Parco dei Divertimenti.

Kate Winslet vive infatti in un appartamento le cui finestre prospettano direttamente sul Parco e  sulla Ruota delle Meraviglie (ricreata con ottimi effetti speciali) che le riduce la vista sull’Oceano ma le illumina le stanze di casa con le sue luci blu e rosso, nello sfondo di magnifici tramonti. Sia ben chiaro, siamo molto, molto lontani da Io ed Annie e da altri capolavori NewYorkesi di W. Allen. Il regista ha 82 anni, si sentono tutti, ed il film è pervaso di una profonda tristezza esistenziale come mai prima d’ora. Il film inoltre ha un’impostazione molto teatrale, i dialoghi sono sovrascritti e freddamente letterari. L’azione e le vicende si incrociano come su un palcoscenico e l’interpretazione degli attori è molto manierata. La pellicola è ambientata negli anni 50, ma la recitazione è come in un film degli anni 40 e fa il verso alle atmosfere dei drammi teatrali di O’ Neil, o ancor più di T. Williams. Il personaggio di Gunny, interpretato magistralmente da K. Winslet è infatti pensato per farla quasi sembrare un nuova Blanche Dubois, l’eroina di Un Tram che si chiama Desiderio di Williams.

Quel che però rende particolare il film è la collaborazione di Allen con Vittorio Storaro. Siamo qui alla seconda collaborazione dopo Cafè Society, fra il regista americano ed il “nostro” direttore della fotografia, vincitore di ben tre Oscar. Oserei quasi dire che il film dovrebbe essere a doppia firma.

Storaro inquadra Coney Island volutamente con colori caldi e densi che rimandano scientemente ai film in Technicolor di quegli anni. I colori stessi sono poi una chiave di lettura del susseguirsi degli stati d’animo dei personaggi e sottolineano ancor più l’atmosfera di finzione, di distanza, per l’appunto quasi teatrale, fra la storia filmata ed il mondo reale.

Le inquadrature ed i set, le location ed i livelli cromatici sono , su dichiarazioni dello stesso Storaro, ispirati ai dipinti e ai colori di Norman Rockwel.

Oltre alla fotografia, punto centrale del film è la performance eccezionalmente vera ed appassionata di K Winslet che ci offre tutta la sua fisicità corporea ed è bravissima, senza cadere nei clichè , nel dar vita ad una donna tormentata, intrappolata nei sogni, che spera ancora di crearsi un diverso destino, un personaggio che ama, soffre, tenta di liberarsi, ma non trova una via di uscita. E’ condannata, il Fato gioca crudelmente la sua partita e vince ancora una volta. Memorabile l’interpretazione della Winslet nella scena del monologo, accompagnato da un crescendo di primi e primissimi piani del suo volto illuminato dalla luce della luna e dai riflessi dell’Oceano. Inevitabile il confronto fra la Winslet e la Cate Blanchett di Blue Jasmine che ci dava, a sua volta, un’altrettanta splendida e premiata “versione elegante” di Blanche Dubois. Gli altri attori, fra cui emerge la forte recitazione di J. Belushi, danno del loro meglio con diversi livelli di espressione e qualità anche se costretti  in ruoli molto caratterizzati.

I film però non diventano grandi per associazione. Non bastano un’ottima e coinvolgente fotografia ed una eccezionale interpretazione attoriale a rendere grande La Ruota delle Meraviglie, né tantomeno un possibile Oscar per la migliore attrice può rendere indimenticabile un film.

Allen sembra provare a ricatturare la magia creativa di Blue Jasmine ma ne siamo molto lontani ed il risultato non ha lo spessore e la verve creativa necessari, nonostante qualche lampo di bravura. Non siamo certo davanti ad uno dei migliori prodotti della sua filmografia.

Come la ruota delle meraviglie  anche la prolifica produzione di Allen gira e rigira, a volte su e a volte giù. Alcune volte il giro è più bello degli altri, altre volte invece gira un po’ su se stesso. Questa volta il regista non è certo al massimo ed il film si salva appena dal poter essere scordato.  Ma … nessuna paura, nel 2018/19 è già previsto un suo nuovo film con Jude Law. Avanti con un nuovo giro di ruota!

data di pubblicazione:24/12/2017


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RAGAZZI DI VITA di Pier Paolo Pasolini, regia di Massimo Popolizio

RAGAZZI DI VITA di Pier Paolo Pasolini, regia di Massimo Popolizio

 (Teatro Argentina – Roma, 21 dicembre 2017/7 gennaio 2018)

Al Teatro Argentina di Roma torna Ragazzi di Vita, tratto dal primo romanzo di Pierpaolo Pasolini. Nell’ambito del quarantennale dell’uccisione di Pasolini, il Teatro di Roma ha coraggiosamente portato uno dei suoi scritti più importanti, con la drammaturgia di Emanuele Trevi, la regia di Massimo Popolizio.

 

 

Il regista riorganizza e sintetizza il libro per l’adattamento teatrale presentandolo in capitoli diversi rispetto all’originale. Il racconto delle giornate di un gruppo di adolescenti delle periferie romane diventano così quadri, introdotti da un narratore che amalgama le storie dei diversi protagonisti, i tuffi nel Tevere, i furti di borsette e le corse in macchina, tra urla e parolacce, tra avventure amorose e botte tra giovani e cani.

Tutto lo spettacolo è un prodigioso gioco di equilibri, di strutture in movimento, di idee che si susseguono e si rinnovano, con diciotto giovani attori (tra i quali tre attrici) che si muovono armonicamente sul proscenio, davanti a sfondi con proiettate immagini astratte o su costruzioni mobili, enfatizzate da giochi di luci e ombre che avvolgono l’intera struttura dell’Argentina.

La voce del narratore fuori-dentro la scena, i protagonisti che parlano di sé stessi in terza persona, le canzoni ricantate sulle musiche originali creano una coralità potente e una vitalità trascinante, grazie anche al lavoro drammaturgico di Emanuele Trevi.

In scena gli attori non si risparmiano, entusiasmano, saltano e urlano in contrapposizione ad un narratore molto sui generis, il bravo Lino Guanciale, una presenza lieve che osserva non visto, aiuta, interferisce se serve, anch’egli attratto da un mondo che non gli appartiene ma che conosce benissimo. Una sorta di coscienza che già sa quello che deve succedere, mantenendosi sempre in equilibrio tra partecipazione e cronaca.

L’umanità affamata, dannata e vittima, incolpevole dei delitti dei quali alla fine si macchia raccontata da Pasolini nel romanzo, diviene un insieme di figure facilmente connotate nella propria semplicità, prive di qualunque complessità psicologica, collegate l’una all’altra, grazie al lavoro di regia in grado di creare un filo conduttore tra quadri, persone e contesti.

L’utilizzo simbolico delle scenografie e l’elegante pittoricità delle scene di gruppo rappresentano i veri punti di forza dello spettacolo. E poi c’è la lingua ed il glossario utilizzato: il romanesco inventato e contaminato di Pasolini enfatizzato dall’uso della terza persona.

Una citazione infine per le musiche che sono parte fondamentale del tessuto connettivo dello spettacolo e che vede gli attori cantare sulla base delle canzoni di Claudio Villa.

Un’adolescenziale vitalità di borgata che arriva diretta al pubblico, un’impresa difficile ma dovuta per restituire quell’atto d’amore che l’artista di origine friulane con il suo romanzo aveva voluto dedicare alla città di Roma.

data di pubblicazione: 22/12/2017


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