da Maria Letizia Panerai | Gen 24, 2018
Siamo alla fine dell’Ottocento in un piccolo villaggio della Danimarca, dove vivono due anziane sorelle, figlie di un pastore protestante che è anche il capo religioso della comunità. Dopo la morte del genitore, le due donne continuano la sua missione dedicandosi completamente agli altri, rinunciando ognuna a crearsi una famiglia. La loro vita è semplice e frugale, così come i pasti che sono solite elargire ai compaesani in difficoltà, come una sorta di mensa benefica per i più bisognosi. Un bel giorno bussa alla loro porta una donna: è Babette Hersant, sfuggita alla repressione della Comune di Parigi dove le sono stati uccisi marito e figlio. Ha con lei una lettera di presentazioni di Achille Papin, una vecchia conoscenza di una delle due sorelle, in cui viene chiesto di ospitare la donna in cambio del suo valido aiuto come governante. Passano molti anni e Babette, che nel frattempo si è conquistata la stima dell’intera congrega, un bel giorno riceve da Parigi diecimila franchi d’oro frutto di una vincita alla lotteria. Come forma di ringraziamento, prima di congedarsi per fare rientro in patria, la donna chiederà alle due sorelle di poter allestire un pranzo in memoria del pastore loro padre, omettendo di dire che userà gran parte di quella esagerata somma di danaro per il banchetto. I dodici commensali non sanno che quello sarà un pranzo speciale; solo il generale Lorens Lowenhielm, ospite d’onore della serata, riconoscerà portata dopo portata che, dietro quelle sofisticate delizie, si nasconde la mano di un prestigioso chef parigino donna che, molti anni addietro in un famoso ristorante di Parigi, riusciva con la sua cucina sublime a trasformare ogni banchetto “in una avventura amorosa”. La seduzione di quel cibo inebrierà tutti i commensali, nessuno escluso, facendo loro superare discordie ed antichi rancori, facendoli quella sera danzare tutti insieme perché “rettitudine e felicità si sono baciate”. Babette rimarrà in Danimarca senza un soldo, ma rafforzando la consapevolezza che “un artista non è mai povero”.
Tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen, Il pranzo di Babette è un autentico capolavoro da non perdere e da rivedere.
Il film venne presentato nella sezione Un Certain Regard de la 40^ edizione del Festival di Cannes dove il regista ottenne una menzione speciale dalla giuria ecumenica, per poi vincere nel 1988 l’Oscar come miglior film straniero e nell’89 il Bafta per la stessa categoria; mentre Stéphane Audran (Babette) fu insignita del Nastro d’argento nel 1988, come miglior attrice straniera.
Alla raffinatezza di questa splendida pellicola ed in onore della splendida Babette, vorrei abbinare la ricetta di un dolce sublime: la torta di mandorle e crema di mia madre Argia.
INGREDIENTI – per la sfoglia: 100 gr di burro – 4 tuorli – 4 cucchiai di zucchero – 2 etti circa di farina 00 (quanta ne assorbe per una consistenza di pasta morbida) – la buccia di 1 limone grattugiato; per la crema pasticcera: 4 tuorli – 100 gr di zucchero – 50 gr di farina 00 – 1/2lt di latte intero o alta qualità – 1 stecca di cannella; per la crema di mandorle: 150 gr di mandorle tritate finemente – 3 albumi – 125 di zucchero – buccia grattugiata di 2 limoni.
PROCEDIMENTO:
La torta consta di tre passaggi: la pasta di base con cui foderare lo stampo, la crema pasticcera e la crema di mandorle.
Per la pasta mettere in una coppa la farina a fontana ed all’interno della cavità i 4 tuorli, il burro a temperatura ambiente ridotto a pezzetti, lo zucchero, e la buccia grattugiata del limone. Mescolare il tutto sino all’assorbimento della farina. Otteniamo una palla di pasta piuttosto morbida ma che non deve risultare appiccicosa sulle dita: qualora lo fosse, aggiungere all’occorrenza un po’ di farina. Mettere la pallina in frigo avvolta alla pellicola trasparente.
Per la crema pasticcera (che può essere fatta anche la sera prima in quanto deve essere fredda e ben compatta), unire ai 4 tuorli i 100gr di zucchero e i 50gr di farina, e girare il tutto con un mestolo di legno senza creare grumi finché non si raggiunge un colore chiaro. Aggiungere il latte a filo, precedentemente riscaldato con all’interno una stecca di cannella che poi va tolta, e mettere a cuocere il tutto a fuoco lento mescolando con il mestolo sino a raggiungere una consistenza piuttosto soda.
Per la crema di mandorle, montare a neve ferma i 3 albumi con lo zucchero, ed alla fine aggiungere la buccia di 2 limoni grattugiati e i 150gr di mandorle pelate precedentemente macinate a grana sottile ma non troppo (non deve essere una farina). Gli ingredienti vanno ovviamente aggiunti agli albumi montati mescolandoli sempre dal basso verso l’alto.
Prendere a questo punto una teglia circolare da 28 cm di diametro (che, preferibilmente, dovrebbe essere di quelle con bordo sganciabile), imburratela e infarinatela, foderatela con la pasta appena tolta dal frigorifero aiutandovi con le mani, creando un bel bordo alto e bucandola sul fondo e ai lati con la forchetta. Inserire quindi sul fondo prima la crema pasticcera ed sopra a chiusura la crema di mandorle. Infornare a forno ben caldo fisso solo sotto a 160°/170° per circa 30 minuti scarsi, trascorsi i quali aprire il forno e vedere se la crema di mandorle è diventata dorata ed il bordo della pasta cotto.
Una volta sfornata, aspettare che la torta sia ben fredda per toglierla dalla teglia sganciando delicatamente il bordo, perché è molto delicata e potrebbe rompersi.
E’ una torta raffinatissima, ottima come fine pasto o per un the.
da Antonio Iraci | Gen 22, 2018
Un mattino normale di una giornata normale a Napoli improvvisamente irrompe una voce grave e altisonante che sembra provenire dall’alto dei cieli per annunciare che alle ore 18 precise di quello stesso giorno inizierà il “Giudizio Universale”. L’insolito comunicato si ripete più volte e la gente presa dalle quotidiane faccende all’inizio pensa trattarsi di uno scherzo di cattivo gusto, ma poi, data l’insistenza, incomincia a prendere sul serio la questione mostrando una giustificata preoccupazione. Interessanti infatti sono le diverse reazioni da parte di questa variegata moltitudine di uomini e di come ciascuno, in maniera più o meno convinta, si prepara all’incontro con il Padreterno. Alle 18 in punto, sotto lo scrosciare di un diluvio, pure lui universale, inizia il giudizio che però si conclude in maniera enigmatica così come del resto era iniziato. Il soggetto, sapientemente scritto da Cesare Zavattini, dopo l’esperienza con De Sica nel ben riuscito film di impronta neorealistica Miracolo a Milano, questa volta assume un tono decisamente surreale, quasi un pretesto per raccontare di Napoli con le sue storie di vita quotidiana intrecciate di miseria e nobiltà. Il film fu accolto tiepidamente dalla critica che lo definì deludente come contenuto anche se supportato da un cast di attori eccezionali tutti rigorosamente scelti tra i migliori del momento, escludendo volutamente quelli napoletani pur essendo la storia totalmente ambientata a Napoli. Proprio la città partenopea ci fa affiancare a questa pellicola una ricetta di stampo prettamente mediterraneo, un piatto saporito e di ottimo effetto: melanzane a “scarpone” ripiene.
INGREDIENTI: 5 melanzane – 300 grammi di pomodorini – 100 grammi di olive nere denocciolate – 50 grammi di capperi – 150 grammi di mozzarella – 50 grammi di parmigiano grattugiato – basilico – olio – sale e pepe qb.
PROCEDIMENTO: Tagliare le melanzane a metà e svuotarle della polpa senza romperle. Disporre le melanzane sotto sale per far perdere loro l’acqua. Dopo circa un’ora sciacquarle e disporle in una teglia ricoperta di carta da forno quindi fare cuocere in forno per circa 10 minuti a 180°. Intanto tagliare la polpa delle melanzane a dadini e friggerli in olio d’oliva finché non risultano ben dorati. In una padella scottare i pomodorini tagliati a pezzetti e poi sistemarli in una ciotola insieme alle melanzane fritte, i capperi dissalati, le olive nere, il parmigiano grattugiato e la mozzarella tagliata a pezzetti. Levare dal forno gli “scarponi” di melanzane e riempirli con il composto creato. Infornare per altri 15 minuti, guarnire con qualche foglia di basilico e servire il tutto ben caldo.
da Antonietta DelMastro | Gen 21, 2018
Georgia Hunter lo ha scritto ispirandosi alla storia vera della sua famiglia, storia che ha scoperto solo casualmente in seguito a un compito assegnato alla sua classe sulle origini della propria famiglia, la Hunter aveva quattordici anni e, solo allora, ha scoperto i segreti che il suo “fantastico” nonno le aveva sempre sottaciuto “non perché mi nascondesse intenzionalmente tutte queste verità, erano semplicemente frammenti di un’altra vita, che lui aveva preferito lasciarsi alle spalle.”
È la storia della famiglia Kurc, Sol e Nechuma i genitori, Genek con la moglie Herta, Mila con il marito Salim e la figlioletta Felicia, il terzogenito Addy (nonno dell’autrice), Jacob e la moglie Bella e Halina con il marito Adam, una famiglia ebrea di Radom, Polonia, una famiglia che subito prima dell’invasione della Polonia nel settembre del 1939 era convinta che tutte le mostruosità che sentivano accadere nella Germania nazista non sarebbero mai potute avvenire in Polonia.
La narrazione è perfetta, il continuo alternarsi dei capitoli con la descrizione delle vicende di ogni membro della famiglia, fatte da loro stessi in prima persona, permette una empatia immediata con i vari personaggi.
Il racconto inizia nel marzo del 1939 con una lettera di Nechuma ad Addy, a Parigi per conseguire la laurea in ingegneria, la madre gli fa il resoconto di ciò che avviene in casa dei “piccoli” cambiamenti che stanno iniziando ad accadere fino a giungere al punto centrale “E ciò mi porta al motivi principale di questa lettera: io e tuo padre crediamo che faresti bene a restare in Francia, per questa Pasqua e rimandare all’estate la tua prossima visita.”. Le cose stanno cominciando a cambiare, Nechuma, la madre, è fiduciosa che sia solo un momento, tanto da consigliare al figlio di rimandare la sua visita solo di qualche mese, non crede che ciò che sta succedendo in Germania possa in qualche modo coinvolgere anche la Polonia. Il giorno della celebrazione della Pasqua sono tutti riuniti, manca solo Addy che non è potuto rientrare a casa nonostante avesse voluto e non perché la madre lo avesse sconsigliato ma perché non era riuscito a ottenere il visto necessario per attraversare i territori sotto il dominio nazista che lo separavano dalla Polonia.
Nel corso della celebrazione della Pasqua Nechuma torna con il pensiero alla celebrazione avvenuta un quarto di secolo prima, durante la Grande Guerra, in un seminterrato ed è certa che non avverrà mai più una cosa simile: “No, lei non tornerà a nascondersi come un animale selvatico, non vivrà mai più in quel modo. È impensabile che si arrivi di nuovo a questo”. Purtroppo di lì a qualche mese dovrà rivedere tutte le sue certezze, il primo settembre la Germania invade la Polonia, i Kurc dovranno arrendersi all’evidenza che il loro Paese non è più sicuro per una famiglia di ebrei. Per sfuggire al nazismo, saranno costretti a dividersi e a rassegnarsi a una vita da clandestini, senza avere alcuna notizia dei propri cari, obbligati ad affrontare le persecuzioni, la fame e il freddo, tra la Siberia e la Palestina, tra il Brasile e l’Italia, senza sapere se, quello che vivono, è il loro ultimo giorno.
Una storia coinvolgente, con mille sfaccettature; un libro splendido di cui consiglio assolutamente la lettura.
data di pubblicazione:21/01/2018
da Rossano Giuppa | Gen 20, 2018
(Teatro Vascello – Roma, 16 e 17 gennaio 2018)
Michele Pogliani è tornato sul palcoscenico del Teatro Vascello di Roma dal 16 al 17 gennaio con la MP3 Projects e con un nuova produzione dal titolo Trilogìa. Lo spettacolo si articola in tre quadri ognuno dei quali rappresenta tre momenti della vita di un uomo secondo un percorso scandito dal ciclo degli anni e dell’età, tre frammenti intensi e drammatici che ricompongono il percorso di una vita.
Il primo quadro è Alea (traduzione latina di dado) e rappresenta la componente casuale della vita che sposta gli equilibri e sposta l’esito finale verso il fato, il secondo quadro è Ananke, ossia la necessità: è questo il momento del viaggio interiore che produce la catarsi mentre il terzo e ultimo quadro è Ilinx, ossia la vertigine: al centro della scena della propria esistenza il protagonista di questo assolo vive l’ebbrezza e l’alienazione, lo stordimento e l’estasi che si provano quando si è soggetti a forze che abbattono il proprio controllo. Un viaggio che si srotola pian piano fino ad arrivare a una vera e propria catarsi, l’acquisizione di una nuova consapevolezza: quella di essere solo ma di essere ma conscio di una compiutezza acquisita e accettata.
Lo spettacolo, prodotto da Sosta Palmizi, vede in scena i danzatori Enrico Alunni, Giovanni Quintiero, Gabriele Montaruli, Ivan Montis, Stefano Zumpano che hanno anche collaborato con Pogliani alla realizzazione delle coreografie.
Pogliani, a lungo danzatore di Lucinda Childs, oggi coreografo, realizza uno spettacolo che è anche una dichiarazione autobiografica di un uomo, un eroe metropolitano, concreto, reale e consapevole.
La maturità e la catarsi sono l’obiettivo di questo viaggio onirico denso di significati e di immagini, non di rimpianti, che osserva l’inevitabile scorrere del tempo e scopre la forza e la bellezza della maturità.
data di pubblicazione:20/10/2018
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Gen 19, 2018
Nella Francia occupata dai Tedeschi durante la seconda guerra mondiale, due giovani fratelli parigini di religione ebraica, il quattordicenne Maurice e l’ancora bambino Joseph, vengono scientemente e dolorosamente lasciati a loro stessi da parte dei genitori per meglio consentire loro di poter nascondere la propria identità e meglio sfuggire alle retate di Ebrei operate dai Nazisti. I due fratelli, soggetti ad ogni istante ad essere arrestati, fanno prova d’una incredibile dose di malizia, coraggio ed ingegnosità lungo il loro avventuroso cammino verso il sud della Francia, verso la “Zona Libera”, per potersi ricongiungere a Nizza al resto della famiglia. Il “sacchetto di biglie” da cui il giovanissimo Joseph non si separa mai è il piccolo talismano che ricorda i bei momenti spensierati, e dà forza per superare le paure e le difficoltà che lui ed il fratello incontrano.
Il giovane e poliedrico Christian Duguay, regista franco-canadese molto attivo nel campo delle miniserie televisive, dopo il suo grande successo cinematografico di Belle e Sebastien l’avventura continua (2015), sequel del primo Belle e Sebastien del 2013, conferma, con questo suo ultimo film, di cui è anche direttore della fotografia, tutta la sua particolare sensibilità verso il mondo adolescenziale e la sua abilità nel dirigere i bambini.
Un sacchetto di biglie è il secondo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico di J. JOFFÒ, un libro di formazione giovanile divenuto in Francia un classico per ragazzi. Duguay, con una regia di lungo respiro, una buona tecnica, belle inquadrature, buon ritmo ed una fotografia interessante, sa governare con polso sicuro la storia, mantenendosi in equilibrio fra dramma e leggerezza, senza cadere nel sentimentalismo, riuscendo abilmente ad evitare i rischi che, stante il soggetto, potevano facilmente eccedere o su un lato o sull’altro. Malgrado la crudeltà dei momenti storici in cui la vicenda è ambientata, il film non cede mai alla tristezza.
Certo, l’emozione di fondo è presente, ma, il regista evita di cadere nei clichès , anzi, al contrario, dona sapore e tensione continua a tutta la narrazione. Intelligentemente sceglie di narrare la storia dal punto di vista e attraverso gli occhi e la prospettiva dei due ragazzi, raccontandoci così il loro passaggio anzitempo dall’infanzia alla consapevolezza dell’età adulta. Perfetta è la ricostruzione dei contesti storici ambientati nella Parigi e nella Nizza degli anni ’40. Eccellente è soprattutto la scelta degli attori, un casting senza false note. I due giovani interpreti Batyste Fleural e Dorien Leclech sono formidabili per la loro spontaneità recitativa e sembrano crescere e maturarsi come i loro personaggi, man mano che procedono nella loro fuga verso la Libertà. Accanto a loro, due star del cinema francese: Patrick Bruel che con talento e sincerità interpreta il padre, e l’intensa Elsa Zylberstein nel toccante ruolo della mamma. Attorno a loro anche uno stuolo di buoni attori di secondo piano che ci rappresentano la varia umanità che i ragazzi incrociano nella fuga, un’ umanità fatta di egoisti, di collaborazionisti, di tedeschi e di persone altruiste o generose.
Un film gradevole, una bella storia di famiglia, tenera ed anche maliziosa, un quadro familiare di notevole freschezza che traspira autenticità. Il tema ed il contesto storico sono un soggetto molto ricorrente nel cinema francese che però è quasi sempre trattato con garbo, senso della misura e delicatezza, basta ripensare ad Au revoir les enfants di Louis Malle del 1987 o, al più recente Monsieur Batignole del 2002 .
Va fortemente sottolineato che Un sacchetto di biglie non è affatto un film destinato e limitato al solo pubblico francese, tutt’altro, è invece un film che si rivolge a tutti, giovani ed adulti,
di qualsiasi nazionalità, anche a noi Italiani, perché è un film che tocca e denuncia temi universali, senza tempo ed anche molto attuali. La forza dei legami, l’infanzia e l’adolescenza rubate, la solidarietà, la diversità, la fuga, le famiglie separate, la debolezza della natura umana, e… nello sfondo, ovviamente, anche le discriminazioni ed il razzismo. Il tutto però senza alcuna saccente o supponente pedanteria.
Dunque, un film di genere, ben riuscito, divertente e toccante che ci ricorda, ancora una volta, che il piccolo buon cinema d’autore, senza la pretesa di dover necessariamente essere un capolavoro, pur restando un prodotto “commerciale”, può e sa parlarci anche di temi drammatici, mantenendo gusto e stile. Quel gusto e quello stile che nello scenario dei film attualmente in circolazione, quali che siano i generi, molto spesso non si riesce a ritrovare.
data di pubblicazione:19/01/2018
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da Daniele Poto | Gen 18, 2018
(Teatro Cometa Off – Roma, 15/21 gennaio 2018)
Alda Merini è mito, è la quintessenza della poesia in Italia. È donna che travalica i confini nazionali e ora si incarna anche su una scena teatrale grazie allo spettacolo in scena alla Cometa Off intitolato Dio arriverà all’alba per il testo e la regia di Antonio Nobili e la sinergia intelligente con altre componenti che rispondono ai nomi di Antonella Petrone (interprete), Paolo Marzo (colonna sonora) e Patrizia Masi, tramite come conoscente della poetessa. Non si tratta di un reading, non si tratta di un’agiografia letteraria ma di un racconto teatrale vero e proprio. Un professore universitario telefona alla sua amica Alda Merini presentandole un giovane talentuoso che si sta occupando di ricerche sulla poesia contemporanea e ha bisogno di testimonianze di prima mano. L’impatto tra i due fa nascere dialoghi, contraddizioni, scoperte e cadute facendoli addentrare in un meccanismo di riconoscimento e/o spaesamento, assolutamente proficuo per la resa sul palcoscenico. Inevitabilmente emerge il conflittuale vissuto della Merini, un’esistenza in cui dramma e ironia si fondono in maniera incandescente. L’operazione di Nobili è multimediale perché, contemporaneamente, è uscito un libro dal titolo omologo a quello dello spettacolo. Un lavoro di scandaglio profondo, rispettosamente didattico ma non assolutamente didascalico. E la poetessa non è solo in scena perché accompagnata da un ricco contorno di deuteroagonisti che ne precisano intenzione e carattere in un raffinato gioco teatrale. Gioventù e vecchiaia, i due aspetti anagrafici della vita, a volte collidono, a volte si scontrano in un climax di forte impatto emozionale.
data di pubblicazione:18/01/2018
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da Antonella Massaro | Gen 18, 2018
L’amore di fronte alla sofferenza e alla vecchiaia: Ella e John, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte, a bordo del fedele Leisure Seeker per continuare a scrivere insieme il romanzo della loro vita.
Ella e John (Helen Mirren e Donald Sutherland) spariscono dalla casa di Wellsley (Massachusetts) a bordo del fedele Leisure Seeker (letteralmente “cercatore di svago”), il camper che li ha guidati attraverso le vacanze della gioventù. È un caravan malandato, spossato dall’implacabile scorrere del tempo, ma ancora desideroso di divorare la Route 1 della East Coast. La destinazione, del resto, vale lo sforzo: Key West, casa di Ernest Hemingway, lo scrittore che John, professore di inglese, ama in maniera incondizionata e viscerale.
La mente di John non è più lucida come una volta: dimentica nomi e persone, sprofonda spesso nel passato confondendolo con il presente, “tornando” da sua moglie solo in rari e meravigliosi momenti regalando solo in rari momenti ad Ella il suo sorriso si illumina all’improvviso. Ella è malata di cancro: le invasive e dolorose terapie cui dovrebbe sottoporsi possono solo rallentare il decorso di una malattia giunta a uno stadio troppo avanzato perché possa essere sconfitta.
Ella decide di scegliere. Si è liberi (anche liberi di scegliere) quando non si ha nulla da perdere. Sceglie allora di esaudire il desiderio di John e di guidarlo fino alla residenza di Hemingway, senza permettere a nessuno, neppure ai suoi figli, di impedire che Leisure Seeker si metta in moto per una nuova avventura. Il risultato è un road movie che richiama inevitabilmente alla mente La pazza gioia, ma il primo film americano di Paolo Virzì, presentato alla 74. Mostra d’arte cinematografica di Venezia, è ancora più intimo, intenso, commosso e commovente. Il viaggio, come al solito, diviene lo strumento che consente ai due protagonisti di guardare negli occhi la vita trascorsa (insieme), bloccato in quelle diapositive in bianco e nero che Ella proietta la sera per esercitare la memoria di John. Helen Mirren e Donald Sutherland sono semplicemente strepitosi. La prima restituisce pienamente la forza e la fragilità di una donna decisa a non lasciare che la malattia annienti anche la sua dignità, il secondo indossando la maschera dell’alter ego entro cui la demenza imprigiona la mente e il volto di John. Il tutto tenuto insieme da un amore imperfetto eppure inossidabile tra un uomo e una donna che, senza retorica alcuna, sono diventati nel tempo “una cosa sola”. Quando Ella, che pure sembrerebbe il lato “forte” della coppia”, si trova in difficoltà, il suo eroe John accorre a salvarla, come un leone, come quei leoni tanto cari al pescatore de Il vecchio e il mare.
Al talento del regista e a quello dei protagonisti si aggiunge la gradevole perfezione di una sceneggiatura in cui tutto sembra accadere al punto giusto e che accompagna lo spettatore attraverso un crescendo narrativo emotivamente travolgente e che, sul finale, restituisce l’impressione di un’armonica chiusura del cerchio. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Michael Zadoorian e la sceneggiatura è firmata, oltre che da Paolo Virzì, da Francesca Archibugi, Stephen Amidon e Francesca Piccolo.
data di pubblicazione: 18/01/2018
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da Daniele Poto | Gen 17, 2018
(Piccolo Eliseo – Roma, 10/28 gennaio 2018)
Gli spettacoli della Carrozzeria Orfeo sono un delirio organizzato, funzionale a rappresentare lo squilibrio della vita quotidiana. La lente è una congrega di emarginati, espulsi dalla società che conta (“la recinzione”). C’è l’ex prete deluso dalla Chiesa, il sordomuto con l’aggravante politicamente scorretta dell’omosessualità, una donna di mezz’età che cerca di sublimare il desiderio di maternità con un musulmano ormai totalmente convertito ai riti del capitalismo made in Italy. In più un borghese in via di espulsione dalla classe media che è la cartina di tornasole per misurare il disagio di chi ha avuto e si confronta con chi non ha più. Due ore di spettacolo filante, pregno di battute e di umori malinconici con il leitmotiv di una storia onirica che è anche un giallo con varie possibilità di interpretazione. Certo è che questo gruppo è fortemente emergente nella società teatrale. Il Thanks for Vaselina di loro recente produzione diventerà un film diretto da Gabriele Di Luca, prodotto da Casanova multimedia ovvero da Luca Barbareschi che ha puntato forte su questo collettivo. Ironia, sarcasmo pungente, sprezzatura della società attuale nel melting pot corrosivo per una platea visibilmente soddisfatta e multigenerazionale. Il Piccolo si conferma piccolo e intenso laboratorio sperimentale. Puntuale nell’assecondare la grevità dell’assunto una scenografia fatta di fatiscenti roulotte, di bare trafugate, di piccoli e grandi squallori quotidiani. E la nudità della povertà presentata senza falsa coscienza ma in tutta la sua disperante irreversibile condizione. La comunità in scena è lo specchio di un grande pezzo di società italiana.
data di pubblicazione:17/01/2018
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da T. Pica | Gen 16, 2018
Il premio Oscar Gabriele Salvatores, rotto il ghiaccio con Il ragazzo invisibile nel delicato e per nulla scontato mondo del genere fantasy e dei supereroi, ci prende gusto e ci regala il secondo capitolo delle avventure del ragazzo “speciale” di Trieste: Michele (Ludovico Girardello). Il ragazzo invisibile seconda generazione è strettamente legato al primo episodio, sebbene racconti un momento cruciale del ragazzo speciale dopo ben tre anni dall’avventurosa scoperta del suo super potere e dall’impresa della sventata strage di un sottomarino.
Il protagonista, oggi sedicenne, è allo sbando. Michele hainfatti perso improvvisamente la madre adottiva (Valeria Golino) in un incidente stradale. Smarrito nel dolore del lutto, si trascina inerme, inquieto e afflitto dai già noti problemi di amore non corrisposto con la compagna di classe Stella. In questo momento di apparente calma piatta ecco che irrompono nella sua vita dalla Russia la madre biologica Yelena (Ksenia Rappoport) e, dal Marocco, una sorella che non sapeva di avere e che invece era stata trattata in salvo insieme a lui dal padre Andreij (in questo secondo episodio interpretato da Ivan Franek). Anche la sorella, Natasha (Galatéa Bellugi), è una ragazza “speciale” di seconda generazione dotata di due super poteri, come Michele: se il ragazzo speciale ha ereditato il potere dell’invisibilità dalla madre Yelena – oltre che un non ancora ben chiaro, e per questo talvolta improvviso e maldestro, potere di generare onde d’urto potentissime – Natasha ha il potere di accendere fuochi ed innescare incendi ed ha ereditato dal padre quello di sentire i pensieri delle persone. Da questo incontro apparentemente mosso dalla amorosa ricerca dei propri figli – e apparentemente provvidenziale e casuale dopo la morte della madre di Michele -, presto sarà chiaro il vero progetto egoista di megalomane vendetta distruttiva del mondo dei cd. “normali” architettato senza scrupoli dalla madre Yelena, la quale è pronta a tutto, anche a far del male ai due figli riuniti a sé dopo ben 16 anni. Chiaro il messaggio di Salvatores: attraverso la storia dei supereroi, punta la luce sul mondo dei giovani, sulle loro fragilità, le emozioni e i problemi degli adolescenti, sul loro rapporto con i genitori, specialmente con quei genitori che alimentano “il lato oscuro”. Emerge, sullo sfondo, anche la questione genitori biologici (dna) e genitori adottivi e su cosa significhi realmente “essere genitore”. Gabriele Salvatores regala un secondo capitolo, di un racconto che chissà se diverrà una trilogia, dove parallelamente alla crescita anagrafica e interiore del protagonista assistiamo a una crescita, in termini di maggiore consapevolezza e scaltrezza, del regista alle prese con un genere che nasce dai fumetti e si rivolge principalmente ai giovani, ma non solo. Il ragazzo invisibile seconda generazione è un film dalla narrazione immediata, con rapidi e semplici flashback; c’è meno spazio per la vita reale del protagonista e dei suoi amici, e dunque per il romanticismo e gli ambienti aperti, per lasciare il posto all’azione, effetti speciali e a scene decisamente più crude e dure rispetto al primo capitolo. Rispetto a Il ragazzo invisibile prima generazione la scenografia si incupisce in ambienti chiusi e decadenti: la lotta, appunto, con il lato oscuro che è dentro ognuno di noi, fin dalla nascita. E’ invece rimasta immutata la ricercatezza dell’eccellente scelta dei brani che compongono l‘eclettica colonna sonora. La prova del fuoco dei ragazzi speciali seconda generazione, Michele e Natasha, calamita lo spettatore sul grande schermo senza fiato, perché ormai Salvatores è diventato maestro dei colpi di scena e del “niente è come sembra”. Da vedere!
data di pubblicazione:16/01/2018
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da Rossano Giuppa | Gen 14, 2018
In scena al Teatro Quirino di Roma il capolavoro letterario di Agatha Christie, Dieci piccoli indiani,best seller conosciuto in tutto il mondo con oltre 110 milioni di copie vendute.
(Teatro Quirino – Roma, 9/21 gennaio 2018)
Certamente il romanzo più cupo della scrittrice probabilmente a causa proprio degli echi della guerra che di lì a poco si sarebbero fatti sentire che rivela il lato nascosto di una classe borghese e aristocratica, pronta a sbranarsi per la sopravvivenza fino a diventare volgare e bieca.
A realizzare l’adattamento originale per il teatro fu la stessa Christie, nel 1943: anni drammatici, di guerra, in cui l’autrice optò per un finale più stemperato del suo romanzo. Ci ha pensato il regista spagnolo Ricard Reguant a recuperarlo, settant’anni dopo, riproponendo il testo della prima stesura e raggiungendo un grande successo in Spagna nella scorsa stagione.
Siamo nel 1939, l’Europa è alle soglie della guerra. Dieci sconosciuti per vari motivi sono stati invitati in una bellissima isola deserta. Nella villa in cui sono tutti ospiti trovano affissa una poesia, “Dieci piccoli indiani”. La filastrocca parla di come muoiono, uno dopo l’altro, tutti i dieci indiani. A poco a poco, i dieci personaggi cominciano a morire in circostanze misteriose, sino a quando gli ultimi che sopravvivono non si rendono conto che il colpevole si nasconde tra loro ed il finale è puro trilling.
La versione proposta in scena fino al prossimo 21 gennaio al Teatro Quirino di Roma da Gianluca Ramazzotti e Ricard Reguant è decisamente interessante. Una recitazione coinvolgente ed impeccabile da parte di tutto il cast di attori giovani e meno giovani che, con grande padronanza del palcoscenico, offrono ognuno un ritratto esaustivo del proprio personaggio, con ironia e ritmo, e di come, alla fine, i propri peccati debbano essere espiati. Molto bello l’impianto scenografico, firmato da Alessandro Chiti, che ricostruiscono alla perfezione l’arredamento di una sfarzosa villa aristocratica anni ’40 in stile art-decò.
Convincente e piacevole lo spettacolo che grazie anche al sapiente uso della filastrocca infantile, riesce a trasferire in scena il clima angosciante che pervade tutto il romanzo e che si manifesta tra i due poli contraddittori della colpa e dell’innocenza creando un’atmosfera magica e surreale, una regressione infantile verso una vacanza nell’irrazionale nel mistero con ritmo e leggerezza.
data di pubblicazione: 14/01/2018
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