da Antonietta DelMastro | Gen 29, 2018
Nelle pagine dedicate ai ringraziamenti, alla fine del nuovo romanzo di Rosella Postorino, l’autrice spiega come è nata l’idea di questo libro.
Qualche anno addietro si era imbattuta in un articolo in cui si parlava di Margot Wölk, una donna tedesca di 96 anni che nella sua giovinezza era stata una delle assaggiatrici di Hitler; purtroppo le ricerche per trovare l’indirizzo di Margot Wölk si protrassero troppo e proprio mentre le stava scrivendo per chiederle un’intervista venne a sapere che si era appena spenta.
A questo punto non le restava che scrivere una storia in cui cercare di immaginare cosa avesse significato essere stata una delle donne che, tre volte al giorno per parecchi mesi, erano state obbligate ad assaggiare i cibi che avrebbe dovuto mangiare il Führer per evitare che ne venisse avvelenato.
Il romanzo si svolge a Gross-Partsch, un villaggio vicino al Wolsschanze, la “Tana del Lupo”, un insieme di bunker mimetizzati nella foresta della Prussia orientale. La protagonista è Rosa Sauer, appena trasferitasi a casa dei suoceri dopo un lungo viaggio da Berlino, dove ha lasciato tutta la sua vita, in attesa di riunirsi al marito, soldato sul fronte russo.
La mattina successiva al suo arrivo viene “arruolata” dalle SS per assaggiare i piatti destinati al Führer; non è sola Rosa: “Eravamo in dieci. … Da anni avevamo fame e paura. E quando il profumo delle portate fu sotto il nostro naso, il battito cardiaco picchiò sulle tempie, la bocca si riempi di saliva…Quando il pasto fu concluso, due SS si avvicinarono… Resterete qui, sedute, il veleno entrerà in circolo rapidamente… basta un’ora”.
Inevitabilmente la vita di Rosa “la berlinese” si intreccerà con quella di alcune delle altre assaggiatrici, la misteriosa Elfriede, Beate che legge i tarocchi, Heike con i suoi bambini e poi con la datrice di lavoro del suocero, la baronessa Maria Freifrau von Milderhagen, a una festa della quale Rosa conoscerà il tenente delle SS Albert Ziegler.
Il personaggio di Rosa mi ha veramente colpita, non è nazista così come non lo sono i suoceri e il marito, così come non lo erano i suoi genitori, è una persona qualunque che soffre, che ha subito delle perdite e, soprattutto, che è estremamente sola. È tutto questo a farla piegare, a farle accettare tutto ciò che le accadrà e che la obbligherà a una vita di sensi di colpa e vergogna che non la lasceranno più e che annulleranno la sua vita futura, perché non può comunque perdonarsi la sua rassegnazione che era diventata, in qualche modo, complicità …: “Non ho mai detto nulla, e non lo dirò. Tutto quel che ho imparato, dalla vita, è sopravvivere.”
Un romanzo potente, un personaggio per alcuni versi contraddittorio, che fa sicuramente riflettere, un libro che ti prende e non ti lascia fino all’ultima pagina.
data di pubblicazione:29/10/2018
da Antonio Iraci | Gen 29, 2018
Carlo (Carlo Verdone) è un oboista in una orchestra di musica classica ed è sposato con Serena (Elena Sofia Ricci) anche lei musicista. La madre di Carlo sta per morire, e lui si sente in dovere di contattare la sorella Silvia (Ornella Muti) che vive all’estero in maniera non del tutto chiara. Ritornata quindi in Italia, la donna irromperà con i suoi problemi nella vita del fratello il quale si troverà subito coinvolto in prima persona in situazioni a lui del tutto sconosciute e tutte ai limiti della legalità. Tra l’altro Carlo verrà a scoprire che Silvia è sposata a Budapest e che ha un figlio mentre mantiene una relazione clandestina con un maturo avvocato milanese, a sua volta sposato, solo perché l’aveva tirata fuori dalla galera per una condanna per spaccio di denaro falso. Questo e tanto altro ancora lo sventurato Carlo dovrà affrontare in soccorso di questa sorella che sembra inarrestabile andandosi a cacciare in circostanze sempre più complicate e rischiose, incapace poi di risolvere da sola quanto da lei stessa irresponsabilmente causato. Tutto preso da questi problemi, intanto non si accorge che il suo matrimonio con Serena sta naufragando e che ben presto verrà abbandonato e si troverà da solo e in un mare di guai dai quali difficilmente potrà venirne fuori.
Io e mia sorella fu accolto molto bene dalla critica ed ottenne diversi riconoscimenti tra David di Donatello, Nastro d’Argento, Globo d’Oro e Ciack d’Oro, tutti premi andati principalmente a Ornella Muti come migliore attrice protagonista e a Elena Sofia Ricci come attrice non protagonista oltre a Carlo Verdone per la sceneggiatura insieme a Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi.
La pellicola è interamente ambientata a Spoleto, città umbra che ci ispira una ricetta di facile realizzazione; gli strozzapreti con zucchine.
INGREDIENTI: 400 grammi di strozzapreti – 3 zucchine – 1 limone non trattato – 1 scalogno – 2 cucchiai di panna da cucina – olio d’oliva extravergine – sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: Tritare lo scalogno e farlo appassire in olio d’oliva, quindi con il pelapatate togliere alle zucchine la buccia verde, affettarle a bastoncini e unirle allo scalogno. Saltare il tutto per due minuti aggiungendo sale e pepe a piacere, ed infine la scorza grattugiata del limone e la panna. Cuocere la pasta e saltarla in padella con questa salsa di zucchine. Volendo si po’ aggiungere un poco di parmigiano grattugiato e qualche fogliolina di menta. Servire la pasta ben calda.
da Antonio Iraci | Gen 28, 2018
Estate del 1983: nella villa del Prof. Perlman arriva ospite un giovane americano per completare la propria tesi. Oliver è un uomo pieno di fascino, colto ed intelligente, con una buona dose di empatia e, in breve tempo, riuscirà ad accattivarsi la stima di tutti, inclusa quella di Elio, il figlio del professore. Tra i due nascerà inizialmente un’amicizia sincera che però piano piano sfocerà in un profondo rapporto affettivo. Finito il soggiorno di studio, Oliver tornerà negli Stati Uniti non senza il piacevole ricordo del calore di quella famiglia che lo ha ospitato e dei bellissimi momenti trascorsi con il giovane Elio.
Presentato nel 2017 in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, Chiamami col tuo nome partecipò subito dopo alla Berlinale dove fu salutato quasi con una standing ovation, polarizzando a buon ragione l’attenzione del pubblico. La storia, tratta dall’omonimo romanzo di André Aciman e di cui il palermitano doc Luca Guadagnino ne ha firmato la sceneggiatura insieme a James Ivory e Walter Fasano, si svolge in una non meglio identificata campagna del Nord d’Italia, dove il professore universitario d’arte antica Perlman e la sua famiglia trascorrono serenamente l’estate. Elio, il diciassettenne figlio del professore, è un ragazzo molto maturo per la sua età, ama trascorrere il tempo tra lettura e musica dilettandosi a suonare al piano brani classici con una notevole professionalità, anche se non disdegna, come tutti i suoi coetanei, passare le sue serate nei bar del paese a bere con gli amici e a ballare. Nella tranquillità della vita di tutta la famiglia, irrompe con forza e vitalità il ventiquattrenne americano Oliver, ospitato nella villa affinché possa completare i suoi studi di dottorato. La frequentazione quotidiana tra i due giovani si trasforma pian piano in una relazione che li coinvolge intimamente senza che loro stessi se ne rendano conto.
La potenza di questo film sta proprio nell’aver utilizzato, attraverso delle immagini definite “idilliache” dallo stesso regista, un linguaggio espressivo semplice e autentico dove non occorrono parole per definire un sentimento di fatto indefinibile. Le scene sono girate in un modo da far sembrare tutto molto naturale e la fotografia ci fa veramente percepire la gradevolezza del paesaggio estivo in cui è ambientata la storia, ricorrendo a volte a delle dissolvenze che con discreto pudore sottraggono lo sguardo dalle immagini più intime. In sottofondo abbiamo un’Italia degli inizi anni ottanta dove, nonostante le turbolenti questioni politiche, imperava ancora l’idea di guardare al futuro con una giusta dose di ottimismo. Il film non è una love story tra due ragazzi, perché sarebbe troppo riduttivo definirla tale: sin dalle prime scene si viene catturati dalla bellezza dei luoghi in cui è ambientato e dall’interpretazione assolutamente naturale dei due protagonisti Timothée Chalamet (Elio) e Armie Hammer (Oliver), come se la narrazione trattata fosse vita vissuta, e sicuramente si deve a questo giovane regista l’abilità di aver reso percepibile, in immagini e dialoghi, che si può dare un esatto contorno alla felicità e all’amore solo quando dopo averli vissuti si prova la sofferenza di perderli.
Distribuito finalmente in Italia dopo aver riscosso ampi consensi in tutto il mondo, Chiamami col tuo nome come tutti sanno ha ottenuto, successivamente alle tre nomination ai Golden Globe, quattro candidature ai premi Oscar 2018: miglior film, miglior attore (Chalamet), miglior sceneggiatura non originale, miglior canzone (Mystery of Love). Non ci sarebbe da meravigliarsi se il film riuscirà ad ottenere anche una sola delle prestigiose statuette, avendo tutti gli ingredienti che lo hanno già reso tanto caro al pubblico americano e non solo.
data di pubblicazione:28/01/2018
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da Daniele Poto | Gen 27, 2018
(Teatro Nino Manfredi – Ostia, 16/28 gennaio e Teatro Ghione – Roma, 30 gennaio/11 febbraio 2018)
La fertile drammaturgia di Gianni Clementi in combinato disposto con l’amico sodale Paolo Triestino ha prodotto un altro gioiellino.
Fa effetto recensire Il Padrone a cavallo della giornata della memoria perché la pièce contiene echi di seconda guerra mondiale ed ebraismo senza posizionarsi sulla facile guida sicura del “politicamente corretto”. Sembra ispirare il concetto che la “roba” (a Roma si direbbe “robba”) di verghiana memoria sia il motore del mondo. Ed è questa roba (appartamenti, soldi, potere) che una famiglia romana vuole assolutamente conservare di fronte alla prospettiva del ritorno a casa dell’ebreo che in conseguenza delle leggi raziali era stato costretto ad allontanarsene, con l’esplicito accordo di riprenderne il possesso a fine evento bellico. Senonché l’ebreo è un fantasma che diventa ossessione nella visione della coppia. E un secondo motore della vita oltre che della storia è la donna (la brava Paola Tiziana Cruciani, qui costretta a esibirsi con un braccio rotto al collo). È lei la dea ex machina che muove le pulsioni degli uomini e con la lusinga del sesso elargito al marito, all’amante o solo immaginato con l’ebreo stalker, indirizzando le motivazioni verso i suoi desideri ovvero la soppressione fisica dello sgradito proprietario. Ma l’azione avrà conseguenze ancora più gravi e choccanti sulle quali sorvoliamo per amor di trama e per il piacere dello spettatore futuro. Musiche d’epoca e un’atmosfera anni ’50 (“Lascia o raddoppia”, motivetti d’epoca, Nilla Pizzi) per una commedia nera, acre, che odora di zolfo e di rivendicazioni della piccola meschina piccola borghesia romana. Come si scrive in questi casi si ride ma si ride amaro fino al pirotecnico finale che vive su una conclusione tranchante davvero inaspettata. Il terzo attore, convincente caratterista, è Bruno Conti, solo omonimo del popolare ex calciatore giallorosso nato a Nettuno.
data di pubblicazione:27/01/2018
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da Antonio Jacolina | Gen 27, 2018
Vittoria (Virginia Efira) è una graziosa quarantenne, ottima penalista che si trova in pieno deserto affettivo, è separata e madre di due bambine cui non riesce a star dietro presa come è nel cercare di conciliare una vita frenetica fra problemi professionali, relazioni insoddisfacenti, sogni romantici ed incontri con psicologhe e veggenti. Il suo già precario equilibrio crolla quando recatasi ad un matrimonio, vi incontra due persone che le complicheranno ancor più l’esistenza: Sam (Vincent Lacoste) un ex spacciatore da lei difeso con successo nel passato, e Vincent (Melvil Poupad) un suo caro amico che accusato di tentato omicidio non vuole essere difeso che da lei. Unico testimone del fatto un cane. È l’inizio della perdita di controllo e tutte le situazioni precipitano in una spirale emotiva che Vittoria non riesce più a governare.
Tutti gli uomini di Vittoria, il cui titolo originale è più elegantemente e correttamente solo Victoria (quando cesserà il malvezzo di dare ai film stranieri titoli in italiano del tutto fuorvianti, ed ambigui?), è l’opera seconda della giovane regista francese Justine Trietche aveva esordito con successo nel 2013 con La Battaglia di Solferino. Ancora una volta il cinema francese ci regala l’opportunità di apprezzare un cinema tutto al femminile e constatare quanto i ruoli di donna dominino il cinema d’oltr’Alpe. Pensiamo solo ad Elle ad Irréprochables nel 2016 ed al recentissimo 50 Primavere.
Come in quest’ultimo film, siamo ancora una volta davanti ad una brillante collaborazione fra due donne: la regista J. Triet e la protagonista, la sempre più convincente V. Efira, giovane attrice belga molto apprezzata in Francia (l’abbiamo vista in 20 anni di meno ed in Un amore all’altezza). Anche questa volta l’anima della storia è una bella figura di donna. Vittoria è bella, brillante ed energica. Una quarantenne dei nostri tempi, pienamente affermata, che vuole avere successo in tutto, famiglia, professione ed affetti. Vittoria è l’eroina ideale per una rivista femminile. È un’eroina come tantissime altre donne in carriera, che resta però schiacciata sotto il peso della molteplicità di ruoli da sostenere, fino a perdere il controllo della sua vita. In lei c’è tutta la forza di una donna moderna ed anche tutte le sue fragilità e debolezze. La Efira è in questo film in stato di grazia ed è genialmente capace di renderci tutte le sfumature di questa donna che è volitiva ed incongruente, patetica e brillante, tenera e acida al vetriolo. Una figura di donna che ci ricorda, a tratti, il W. Allen dei primi tempi. Un Allen nevrotico tutto virato al femminile.
La Triet conferma le sue capacità riuscendo a governare la storia con mano ferma, garantendo un perfetto equilibrio fra il dramma e la commedia e dando il giusto ritmo al succedersi delle situazioni. Tutti gli uomini di Vittoria è frutto di una regia elegante, di una buona sceneggiatura e di dialoghi ben scritti nonché di un montaggio attento. Il cast è perfetto, ottimi tutti gli interpreti che non eccedono mai nel tratteggiare i loro personaggi. L. Poitreneaux, è l’ ex marito, preciso per il ruolo dell’intellettuale folle, M. Poupaud è eccellente con la sua perfetta faccia da colpevole. Il film della Triet è dunque una garbata commedia romantica molto ben riuscita. Certo, non è la Commedia dell’anno, ma di sicuro è una gradevole commedia stravagante, ricca di humour nero, drammatica e brillante che si rivela molto divertente senza andare a cercare gags o risate a tutti i costi. Se poi ci è consentito, con tutto il dovuto rispetto delle proporzioni, Tutti gli uomini di Vittoria emana anche un leggero profumo che richiama alla mente il gradevole sapore delle deliziose sophisticated comedies americane degli anni ’30 e ’40 e cerca di farne rivivere l’inventiva ed il ritmo senza essere mai banale. Sia ben chiaro, non si raggiungono i livelli dei modelli americani, ma non si è nemmeno troppo lontani dal loro spirito.
Per concludere, un buon film, un buon cinema d’Autore e, al tempo stesso, un cinema Popolare. Chi ha mai detto che l’uno e l’altro debbano per forza essere antitetici fra loro? Tutti gli uomini di Vittoria ribadisce ancora una volta che la cinematografia francese può e sa riuscire a conciliare autorialità e popolarità, e a far convivere commedia raffinata con cinema commerciale.
Non domandiamoci poi, perchè film gradevoli come questo trovino così poco spazio nella programmazione dei nostri cinema e perché poi, mentre in Francia il numero degli spettatori nelle sale aumenta, da noi invece cala sempre più, di anno in anno, soprattutto quello dei film italiani.
data di pubblicazione:27/01/2018
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da Antonio Jacolina | Gen 26, 2018
Da un po’ di tempo sta prendendo piede la moda degli “Eventi Cinematografici”. Proiezioni tematiche, a prezzo del biglietto più alto del solito, orari particolari e permanenza in sala solo pochi giorni. Operazione Culturale o Commerciale? My Generation ci induce a pensare chiaramente ad un’operazione commerciale piuttosto che artistica, giocata, fin dal titolo stesso, sulla nostalgia e sui ricordi di quella generazione di sessantenni di oggi che nei ruggenti anni della loro giovinezza hanno avuto la fortuna di viverli direttamente nella Swinging London di quei mitici 4/5 anni fra il 1962/63 ed il 1966/67, o che hanno partecipato altrove agli eventi ed ai cambiamenti rivoluzionari da Londra propagatisi in breve in tutto il resto del mondo. La British Revolution, quel movimento giovanile che quasi impercettibilmente, passo dopo passo, consentì, in quegli anni, alla gioventù inglese di buttar giù le barriere di classe che tenevano ingessata l’Inghilterra. La Libertà, la libertà sociale, la libertà dalle convenzioni, la libertà individuale, fu il vero detonatore iniziale, e… da lì in poi: la rivoluzione sessuale, nuovi abbigliamenti, nuove sensibilità artistiche, culturali, musicali e cinematografiche, nuova moda, nuovi colori sgargianti, nuove scelte di vita, spazio ai giovani. Le minigonne, i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante e, soprattutto, i Beatles, gli Who, i Rolling Stones, il Beat, il Pop, le droghe, Mary Quant, Twiggy e tantissimo altro.
Detto ciò, My Generation è un documentario con la regia di D. Batty e, soprattutto prodotto da Simon Fuller, noto produttore discografico e televisivo nonché ideatore di format di spettacoli televisivi, e con lui anche Michael Caine. E’ proprio M. Caine, con il suo fascino, ad arricchire il documentario facendo sia la voce narrante sia il fil rouge che, con la sua presenza e gli spezzoni dei suoi film dell’epoca come Ipcress ed Alfie, lega i vari capitoli del documentario stesso e ci fa da guida nel tempo.
Ci troviamo davanti ad un abile collage e montaggio di materiale d’archivio, di spezzoni di filmati d’epoca, riprese delle vie di Londra, brani di trasmissioni televisive, frammenti di concerti e stralci di nuove e vecchie interviste ad alcuni dei mostri sacri di allora (M. Quant, Sandie Shaw, M. Faithfull) ed infine, scorci dei primi mitici concerti al glorioso Cavern Club di Liverpool. Il tutto ovviamente immerso in una meravigliosa e superba colonna sonora che pesca a piene mani in alcuni brani del repertorio delle Band e dei Solisti dell’epoca. E’ indubbio che chiunque sia interessato al cinema, alla musica e all’arte di quegli anni potrà, volendolo decisamente, pur riuscire a trovare qualcosa guardando My Generation, ma… è forse sufficiente per ridarci lo spessore, l’anima e la forza di quel quinquennio, la voce di M. Faithfull ? Oppure basta qualche brano dei primi concerti dei Beatles a Liverpool? O ancor più, una breve performance degli Who o le immagini di Twiggy e della meravigliosa Jean Shrimpton? Direi proprio di no! Difatti più il documentario procede, tanto più perde in capacità di approfondire la realtà e di fornire un’analisi con la giusta qualità e quantità di immagini. Dopo un po’ non bastano più nemmeno le memorie e le riflessioni dell’ironico M. Caine per farci capire cosa veramente fossero quei giorni, o, per spiegarli a chi non li conosce o, per restituirli a chi li ha vissuti di persona. Anzi, paradossalmente le stesse confidenze autobiografiche di M. Caine, annoiano perché si prolungano troppo, spezzano il ritmo e portano fuori tema e contesto lo spettatore.
Va poi detto che la stessa scelta del materiale d’archivio appare troppo limitata, spesso casuale, ripetitiva e ridotta ad alcuni clichè, e, soprattutto, non riesce a dare il giusto spazio ai fatti, ai luoghi ed alle persone o alle vere immagini significative. Il regista appare quasi disorientato ed incapace di fare la giusta scelta fra cosa proporci, come evidenziarlo e come riportarlo nel giusto modo. Insomma My Gerneration , bisogna avere l’onestà di dirlo, è un documentario che non documenta nulla, o, ad essere generosi, documenta molto poco e male, privo come è di una genuina capacità di analisi, privo di anima e di sincero impegno. A tratti è veramente deludente anche per l’eccessiva semplificazione dell’”anima” di quegli anni. E’ veramente solo un’operazione commerciale.
Vale allora la pena di andare a vedere questo prodotto reso accattivante dalla sola presenza di M. Caine che fa da specchietto per le allodole essendone, del resto, anche lui coproduttore ? Come ho detto, se avete vissuto quel periodo resterete molto delusi, se volevate invece conoscere qualcosa dei luoghi e degli anni in cui nacque quel movimento e fenomeno sociale che portò poi a Berkeley ed al Maggio Francese ed al ’68 , non vi fornirà assolutamente gli elementi giusti. Meglio quindi fare qualche altra cosa!
data di pubblicazione:26/01/2018
da Antonella Massaro | Gen 25, 2018
E se la soluzione al sovraffollamento mondiale e all’imminente fine del nostro Pianeta fosse quella di rimpicciolire i suoi abitanti? Tanti Minuscoli, con meno bisogni, meno affanni e una nuova vita a portata di mano. Riusciranno i nostri (piccoli) eroi nell’impresa di salvare la Terra?
Rimpicciolire il mondo e i suoi abitanti per salvare entrambi. Downsizing di Alexander Payne (Sideways – In viaggio con Jack, Paradiso Amaro) muove da un’idea tanto semplice quanto potenzialmente dirompente. Degli scienziati norvegesi mettono a punto una tecnica di riduzione cellulare capace di trasformare (anche) gli essere umani in uomini minuscoli: riducendo le dimensioni del corpo scompare anche la massa di rifiuti che sta soffocando il nostro Pianeta e convertendo la popolazione mondiale in un esercito di Minuscoli, quindi, il sovraffollamento che sta conducendo ineluttabilmente alla distruzione della Terra potrebbe risolversi. I piccoli uomini hanno anche piccoli bisogni di tipo economico e questo, se da un lato li sottrae al “cerchio magico” dell’economia globale, dall’altro lato consente alla classe media di sperimentare il brivido della ricchezza. I Minuscoli, nelle comunità loro riservate, possono vivere in case da sogno, indossare diamanti e persino smettere di lavorare. Anche Paul Safranek (Matt Damon) e sua moglie Audrey (Kristen Wiig) decidono di sottoporsi al trattamento e di concedersi il lusso di una vita da sogno.
L’ingresso nella camera di rimpicciolimento (volevo che somigliasse a un gigantesco microonde, precisa Payne) somiglia in tutto e per tutto a una (ri)nascita, ma non serve molto tempo a rendersi conto che non è tutto oro quello che luccica. Persino l’Eldorado in scala non riesce ad evitare il formarsi (spontaneo?) di periferie e di classi sociali che vivono ai margini. Senza contare che la fine del mondo si avvicina a un ritmo sempre più incalzante, costringendo la prima comunità di Minuscoli ad escogitare un nuovo espediente che funzioni da Arca di Noè: l’obiettivo è sempre (solo?) quello di assicurare che quell’improbabile creatura che è l’essere umano possa continuare la sua straordinaria avventura.
Dopo un avvio in gran carriera, Downsizing, che ha aperto la 74. Mostra d’arte cinematografica di Venezia, diventa un crogiolo di episodi, personaggi e “morali della favola” non sempre ben amalgamati. Il cast (straordinari Christoph Waltz e Hong Chau) è di tutto rispetto costruito, ma la sceneggiatura è troppo ingombrante persino per le loro spalle robuste.
Il racconto apocalittico affidato ai toni della commedia grottesca (in perfetto “stile Payne”, che in conferenza stampa non fa mistero del suo amore per Cechov) insieme alla riflessione sui temi ambientali potevano risultare un binomio vincente. L’impressione, tuttavia, è quella per cui Downsizing, è il caso di dirlo, non abbia preso bene le misure.
data di pubblicazione: 25/01/2018
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da Antonio Iraci | Gen 25, 2018
(Teatro India – Roma, 24/28 gennaio 2018)
Geppetto e Geppetto (alias Tony e Luca) sono felicemente in coppia da diversi anni, quando in loro nasce il desiderio di diventare genitori. In assenza di una madre o meglio di una donna, come fece Geppetto in Pinocchio i due dovranno cercare un modo per dar vita al proprio figlio, non certo modellando un pezzo di legno, bensì ricorrendo a quello che volgarmente viene definito “utero in affitto”, operazione possibile solo all’estero dietro esborso di una ingente somma di denaro per affrontare tutte le pratiche, burocratiche e non, necessarie allo scopo.
Lo spettacolo nasce nel 2016 in occasione della XXII esima edizione della rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde ed è stato scritto subito dopo l’approvazione in Parlamento della legge Cirinnà proprio per affrontare, tra il serio e il faceto, l’attualissimo tema della stepchild adoption che ha tanto diviso i partiti politici e l’opinione pubblica italiana in generale. Scritto e diretto da Tindaro Granata, che interpreta Luca sulla scena, il lavoro ha già avuto diversi premi che ne hanno sottolineato l’impegno sociale e divulgativo al tempo stesso, dal momento che lo si potrebbe considerare come un valido vademecum per gli aspiranti padri gay. Intramezzato da reali interviste fuori campo, lo spettacolo snocciola via via tutte le varie problematiche psicosociali che, sin dalla nascita, il figlio e i due patri, l’uno biologico e l’altro adottivo, dovranno affrontare nel quotidiano. Matteo, divenuto oramai un uomo adulto, si chiede ora del perché di questa scelta che ha permesso di farlo nascere in una famiglia diversa dove non è contemplata una figura femminile. Il regista ha ideato un buon testo, perfettamente equilibrato nel quale affronta i pro e i contro dell’intera vicenda, trattata con assoluta imparzialità, inserendo qua e là situazioni leggere e divertenti senza mai cadere nel grottesco. Un meritato bravo quindi al sicilianissimo Tindaro Granata e all’intero cast che sulla scena hanno dato vita ad un incontro/scontro dove non sono mancati anche momenti espressivi di grande impatto drammaturgico. La produzione è del Teatro Stabile di Genova, Festival delle Colline Torinesi e Proxima Res.
data di pubblicazione:25/01/2018
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da Antonio Iraci | Gen 24, 2018
(Teatro Vascello – Roma, 23/28 gennaio 2018)
In scena al Teatro Vascello la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, diretta da Veronica Cruciani, che ci presenta il riadattamento di un lavoro teatrale che Fassbinder alla fine degli anni sessanta scrisse ispirandosi alla celebre commedia goldoniana.
Torna quindi alla ribalta il regista tedesco rimasto indimenticabile per i suoi film trasgressivi che portavano in sé un disagio spesso di natura sociale di cui era intrisa la Germania di allora, dilaniata da tensioni internazionali. Gli attori si muovono in una Venezia in pieno carnevale, tutta risplendente di luci violente e di suoni che si alternano, rimandandoci dal settecento a oggi dove tutto è cambiato nell’apparenza ma non nella sostanza. Lo sguardo di Goldoni, rivolto ad una borghesia veneziana che gravita intorno alla bottega del caffè, dà spazio a una serie di personaggi pieni di contraddizioni emotive ma tutti interessati essenzialmente agli zecchini di allora, che vengono oggi convertiti automaticamente in dollari, sterline, euro con una ripetizione ossessiva, una sorta di mantra rivolto al dio denaro da cui tutti indistintamente sono attratti. Seppur uomini e donne subiscano in maniera eguale questo fascino, l’approccio all’atto pratico è poi diverso e tale differenza è ciò che caratterizza il genere maschile rispetto al genere femminile. La posizione sociale della donna, inizialmente succube, riesce alla fine a capovolgersi lasciando l’uomo a confrontarsi con la propria fragilità e le proprie incongruenze. Il cast è composto da attori molto bravi e la cura nell’adattamento scenico è amplificato da una forte drammaturgia sonora.
Ottima l’iniziativa della regista di rispolverare un classico, accostando il grande nome di Goldoni a Fassbinder, che seppur lontani nel tempo, entrambi seppero scrutare l’intimo dell’uomo per rivelarne la natura e i desideri più nascosti, spesso inconfessabili.
data di pubblicazione:24/01/2018
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Gen 24, 2018
In una Russia oramai super patinata, Zhenya e Boris affrontano in maniera rancorosa e aggressiva la decisione inevitabile del loro divorzio, alla luce anche del fatto che entrambi stanno già costruendo una propria vita alternativa sulla quale ripongono grandi aspettative. Messa in vendita la casa coniugale, rimane da affrontare l’unico problema ancora rimasto irrisolto: la sistemazione del proprio figlio dodicenne Alyocha, considerato sin dalla nascita come un intralcio alla realizzazione della loro felicità. Ben consapevole di tutto questo e del futuro che lo attende, il ragazzo un giorno decide di scomparire non lasciando alcuna traccia o indizio che possa in qualche modo agevolarne le ricerche.
Il regista e attore Andrey Zvyagintsev, noto nel 2003 per aver vinto a Venezia il Leone d’Oro con il suo film d’esordio Il ritorno, ottenendo un grande successo sia di pubblico che di critica, considerato il degno discepolo del grande Tarkovsky con il suo ultimo lavoro Loveless, premiato dalla giuria al Festival di Cannes 2017, mostra ancora una volta la sua particolare sensibilità. La pellicola infatti affronta temi delicati in cui emergono le problematiche di un paese oramai saturo di benessere, dove tuttavia risultano ancora carenti gli elementi formativi basilari che, dall’intimità del singolo, investono poi il sociale. La limpidezza dei paesaggi invernali ricoperti di neve che sembra cadere senza soluzione di continuità, come a voler rimuovere qualcosa di scomodo, non sembra possa attenuare la cupezza che incombe sui personaggi, alla ricerca di un qualcosa che possa appagare la loro vita in un contesto dove, all’evidente opulenza materiale, risulta altrettanto evidente la mancanza assoluta di amore, tema sul quale ruota l’intera narrazione.
Il regista tiene pertanto a sottolineare quanto sia drammatico non tanto il fatto che Zhenya e Boris non abbiano ricevuto amore dalla famiglia di appartenenza, ma che la tragedia vera e propria risulta essere la loro incapacità nel produrre amore verso sé stessi e verso il loro unico figlio Alyocha. Il desiderio del ragazzo di essere amato si percepisce dal suo pianto silenzioso e, consapevole del deserto affettivo che lo circonda, preferisce sparire guidato dalla ferma volontà di non farsi più ritrovare. Il passare del tempo, nonostante le apparenze, sembra però non voler sbiadire il senso di colpa che attanaglia i due disgraziati genitori, anche dopo essere riusciti a costruire un nuovo nucleo familiare. Il film raggiunge momenti di grande tensione emotiva che difficilmente lo spettatore riesce a dominare, supportati da una recitazione intensa e ricca di pathos. Ci si chiede se a tutto ciò ci sia una via di scampo, se lo domanda il pubblico e la stessa Zhenya che, nella scena finale mentre si esercita in casa sul tapis roulant, guardando fisso nell’obiettivo sembra chiederci un disperato aiuto.
Un film assolutamente da non perdere.
data di pubblicazione:24/01/2018
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