da Antonio Jacolina | Feb 8, 2018
Quasi il complemento ideale del recente Dunkerque di C. Nolan, ecco sugli schermi L’Ora Più Buia di J. Wright, brillante regista inglese che conferma qui le qualità già espresse in Orgoglio e Pregiudizio ed in Anna Karenina. In questi film Wright aveva già messo in mostra il suo talento nella ricostruzione di realtà, atmosfere e personaggi storici. Un dono questo che sembra essere, da sempre, peculiare del cinema britannico. Quest’ultima opera è un nuovo biopic dedicato alla figura di W. Churchil, l’uomo che con la sua determinazione ha, letteralmente, cambiato il corso della Storia.
Il film si concentra su quelle settimane decisive della primavera del 1940, quando la Germania è vittoriosa in tutta Europa ed i resti dell’esercito inglese sono intrappolati a Dunkerque, lasciando così l’Inghilterra indifesa davanti ad una possibile invasione tedesca. Churchill (Gary Oldman) da poco eletto Primo Ministro, deve affrontare, nella rassegnazione generale e nello scetticismo assoluto contro di lui degli avversari politici e dello stesso Re, la drammatica scelta se negoziare una pace, o, tentare di risollevare la nazione portandola a battersi, fino allo stremo, per l’Inghilterra e per la Libertà. Sono le “ore più buie” per la Gran Bretagna e per Churchill stesso, che da solo, con la sua tenacia personale e politica, con il sostegno della moglie Clementine (K. Scott Thomas), e, soprattutto, con la sola forza delle sue parole e della sua retorica deve riuscire a restituire al Paese la speranza nella Vittoria.
Wright sfugge abilmente alla trappola di filmare una mera rievocazione quasi documentaristica o, l’ennesima ricostruzione storica. E’ proprio in questa sua intelligente scelta tutta la complessità dell’impresa e la sua bravura nel darci un’opera del tutto originale. Come in altri biopic di successo, uno fra tutti: Lincoln di Spielberg, il nostro regista preferisce ritrarre il proprio personaggio circoscrivendolo in un momento decisivo per la sua vita e per la Storia, scolpendone, in un’eccezionale visione del “dietro le quinte della Storia”, la figura attraverso i suoi discorsi fondamentali, destinati a divenire essi stessi un mito. L’Ora Più Buia è dunque un film in cui il dialogo e le parole assumono un’importanza fondamentale. E’ un film di discorsi, girato però come un film d’azione. Wright governa il difficile compito con mano sicura, con una regia asciutta ed essenziale, una perfetta sceneggiatura, un buon ritmo ed una bellezza di immagini ed allestimenti scenografici in grado di restituirci come reali i luoghi e le atmosfere. I movimenti della cinepresa tendono a rappresentare tutta la solitudine dell’uomo e del politico, sottolineando gli stati d’animo, le debolezze e l’egocentrismo di Churchill. La genialità del film è tutta qui. Ovviamente al centro di tutto è l’eccezionale interpretazione di G. Oldman, sicuro vincitore del prossimo Oscar, che è capace di impersonare lo statista con un talento artistico frutto evidente di un enorme lavoro di immersione nel ruolo, aiutato da un trucco così perfetto da far sembrare l’attore più vero dell’originale. Al suo fianco la sempre brava K. Scott Thomas. L’Ora Più Buia è dunque un film apprezzabile e godibile, un biopic non convenzionale che ridà lustro ad un genere non sempre all’altezza. Un film che è un gradevole melange di eleganza, dramma ed anche humour tutti britannici.
data di pubblicazione:08/02/2018
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da Antonio Iraci | Feb 5, 2018
Riko lavora da trenta anni come operaio in una fabbrica di salumi a Reggio Emilia ed è sposato con Sara che è parrucchiera in un centro di estetica. La coppia, che ha anche un figlio già pronto per entrare all’università, sta attraversando un periodo di crisi coniugale che sembra riflettere appieno la profonda crisi economica che investe il paese, pervaso da una generalizzata precarietà lavorativa che investe anche la sfera esistenziale dei singoli. Di fronte a questa catastrofe, Riko e Sara sono incapaci di trovare una soluzione pratica per affrontare nel migliore dei modi un futuro che, al di là delle poco rassicuranti apparenze, può riservare invece ancora buone prerogative: l’abilità di confrontarsi affettivamente con gli amici sinceri sarà l’unico rimedio veramente efficace.
Luciano Ligabue, alla regia del suo terzo film, ci racconta l’Italia di oggi che noi tutti ben conosciamo, dove non si parla che di Stepchild, Spread, Jobs Act, termini di cui non tutti ne comprendono l’effettivo significato e forse sino in fondo neanche i politici che li usano, dando così l’esatta percezione che siano stati creati ad arte per confondere la mente di noi poveri cittadini. Ligabue regista ricorre ad un linguaggio cinematografico semplice, non troppo ragionato tuttavia efficace a trasmettere un messaggio che, pur nella sua drammaticità, riesce ad infondere un minimo di speranza non solo ad un pubblico di cittadini adulti, ma soprattutto alle nuove generazioni, che da cittadini si stanno affacciando alla vita e che il Liga cantante conosce molto bene. La storia di Riko (Stefano Accorsi) e di Sara (Kasia Smutniak) non dice dunque molto di nuovo: coppia in crisi principalmente per tradimenti da ambo le parti, precarietà in campo lavorativo, difficoltà ad affrontare la complessità del quotidiano in un paese dove tutto sembra remare contro per far ripiombare l’intera popolazione inesorabilmente in uno stato di preoccupante confusione. In questa situazione di perenne incertezza in quelli che sono gli aspetti essenziali della vita, non rimane che appoggiarsi sulla spalla degli amici per trovare in essi quella giusta dose di affetto e di solidarietà necessaria per tirare avanti, alla meglio. E se quando tutto è oramai perduto e sembra non rimanere altro che ricorrere all’atto estremo per tirarsi fuori dall’empasse, ecco che, un poco per fortuna ed un poco per quell’inconfondibile goliardia che accompagna sempre noi italiani, improvvisamente ogni cosa si ricompone al meglio e dopo la tempesta ritorna la quiete sia pur del tutto effimera. In Made in Italy sono dunque racchiusi tutti gli ingredienti della tipica commediola all’italiana con lieto fine, sia pur velato da una leggera amarezza di fondo, che poi è la prerogativa che contraddistingue noi italiani: vale a dire l’abilità di reinventarsi sempre qualcosa di nuovo per affrontare il proprio incerto futuro con un ritrovato slancio e una buona dose di ottimismo. Un plauso va ai due interpreti che sanno muoversi in maniera convincente anche nelle scene più grottesche. Quanto a Ligabue regista, se con Radio Freccia aveva toccato i nostri cuori, con Made in Italy ci ha fatto un po’ rimpiangere la sua grandiosità di artista in campo musicale.
data di pubblicazione:05/02/2018
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da Daniele Poto | Feb 5, 2018
(Teatro Bianconi – Carbognano, 3/4 febbraio e Teatro Sette – Roma, 13 febbraio/4 marzo 2018)
Il poliedrico Michele La Ginestra dismette i panni di scanzonato entertainer e da autore del resto oltre che interprete ci reintroduce in uno squarcio di antica romanità all’estero.
Dite 33? Si ma 33 Dopo Cristo, location Palestina, non meno turbolenta di oggi. L’occasione per far deflagrare le due differenti personalità: quella del centurione Cassio (Wertmuller), uno che ha vissuto il momento storico della crocifissione di Cristo e quella di Stefano (La Ginestra), suo dipendente, l’uomo che diede da bere a Cristo acqua e aceto. Sullo sfondo visione e musiche d’ambiente in uno scenario desertico desolato con due uomini allo sbando e una missione che cova sotterranea. Lo spettacolo presenta due toni. Il primo è scherzoso, romanesco, sopra le righe e scanzonato. E ci sembra la cosa migliore. I due interpreti collidono e collimano parlando di varie amenità: dal cibo diverso dei luoghi in cui si trovano, alle donne, al clima, nel vano tentativo di placare il sonno. Dialoghi interrotti e spezzati, brillanti e d’epoca senza alcun facile e abborracciante riferimento all’attualità d’oggi (sarebbe stato Bagaglino allora). Poi impercettibilmente ma sicuramente ci si addentra nella rivisitazione storica-religiosa. Cassio è stato stregato dal Salvatore, convinto del suo ruolo di redenzione dell’umanità. Porta le prove del miracolo della restituzione della vista. Stefano è scettico, disincantato, è il vero romano dell’epoca. Dunque la dialettica viaggia nel solco di un sempre più teso confronto ideologico con una conclusione spiazzante ma inevitabile per le leggi dell’impero romano in corso. Della didattica religiosa esternata da Cassio rimangono frammenti molto tradizionali, cattolicamente corretti ma piuttosto ininfluenti perché di quelli già ci siamo nutriti tra oratori e impostazione religiosa. Dunque teatralmente siamo dalla parte del cinico e più umano, non convinto Stefano. La Ginestra dimostra che l’empatia attoriale di cui ampiamente dispone è valida anche per ruoli alla fine eminentemente drammatici. Si ride anche per un non corrivo uso del dialettico e delle parolacce, alla fine sembra di entrare in Chiesa.
data di pubblicazione:05/02/2018
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da Claudia Ossoni | Feb 3, 2018
(Teatro India – Roma, 30 gennaio/4 febbraio 2018)
In scena al teatro India di Roma, lo spettacolo teatrale Quasi Grazia. Al centro della rappresentazione la scrittrice italiana Grazia Deledda, interpretata dalla “neo attrice” Michela Murgia. La Deledda nasce a Nuoro nel 1871, fin da piccola ama la lettura e la scrittura.
La famiglia e la comunità dove vive ostacolano le sue potenzialità di scrittrice, in particolare la madre, interpretata in maniera egregia da Lia Careddu, attrice solida e convincente. Quest’ultima cercherà di imporre a Grazia il mondo femminile antico della loro isola, il richiamo all’arte del ricamo, ai doveri familiari, cercando di inibire le sue potenzialità. Grazia, donna libera, tenace, lotterà con tutte le sue forze per ottenere la sua emancipazione e ci riuscirà sia per se stessa che per tutte le donne dell’epoca.
Grazia Deledda approderà a Roma dalla Sardegna, scriverà molti libri tradotti in più lingue. In questi testi c’è un forte richiamo alla sua amata terra. Subirà inizialmente le critiche dei colleghi scrittori ma poi riuscirà a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1926, unica donna italiana. Significativo il rapporto con il marito Palmiro, interpretato dall’eccellente Brinzi, che la sosterrà per tutta la vita: un amore puro, sincero, un rapporto alla pari quello tra Grazia e Palmiro che rompe gli schemi del tempo. Palmiro sarà complice sincero di Grazia e l’amerà fino alla fine dei suoi giorni. La commozione è forte, l’identificazione, la stima per una donna speciale come Deledda è tanta, l’immedesimazione è totale. Il paragone è forte anche con la società di oggi, dove la condizione delle donne purtroppo è regredita. Michela Murgia entra a pieno nel migliore dei modi nei panni del personaggio, i gesti la voce, la postura che è poi quella della sua terra d’origine. Supportata dalla bravura di tutta la compagnia, lo spettacolo risulta molto piacevole. I canti e le musiche contribuiscono ad arricchire il tutto. Interessante l’impianto scenografico.
data di pubblicazione:03/02/2018
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 3, 2018
(Teatro Vascello – Roma, 1/18 febbraio 2018)
A sipario ancora chiuso, la voce fuori campo di Manuela Kustermann ci introduce allo spettacolo spiegandoci del perché di questa ripresa teatrale de Il gabbiano di Cechov dopo venti anni dal debutto sulla scena proprio al Vascello con la regia del grande Giancarlo Nanni. Un doveroso e soprattutto sentito omaggio al regista scomparso nel 2010 e che insieme a lei aveva creato questo spazio teatrale, un progetto ambizioso che ben si inseriva nell’entourage artistico-culturale della capitale. La Kustermann riprende quindi una pièce a lei ben nota e certamente cara, curandone i costumi ma lasciando le scene così come le aveva dipinte Nanni, la cui formazione artistica aveva enormemente influenzato la sua attività di regista teatrale, sia nella prosa come nella lirica, firmando lavori rimasti ancora oggi indimenticabili.
Il gabbiano che insieme a Il giardino dei ciliegi è probabilmente l’opera di Cechov più rappresentata, è oggi più che mai di grande attualità perché pur essendo considerata come lo studio di una certa classe borghese russa di fine ottocento, rispecchia altresì il dramma dell’uomo di oggi nella sua lotta tra quello che è e quello che vorrebbe essere: una dicotomia che travaglia l’umanità intera rendendola infelice. Le aspirazioni dell’uomo, e dell’artista nello specifico, che si trova imbrigliato in un conflitto generazionale senza soluzione di continuità, partono dal desiderio di affermazione; il successo di alcuni farà tuttavia da contrappunto alle insoddisfazioni di altri, perché l’essenza della vita non è da ricercare nel presente né tantomeno nel futuro, ma è da riscoprire in ciò che si manifesta nei sogni, lontano dai condizionamenti e dalle ingannevoli apparenze. Il cast ricomposto da Manuela Kustermann, che interpreta il ruolo dell’attrice Irina, sembra essere perfettamente idoneo a rappresentare il pensiero di Cechov, muovendosi quasi in assenza di gravità tra luci e drappi colorati che ben identificano i diversi stati d’animo dei personaggi. Lorenzo Frediani nel ruolo di Kostantin, figlio di Irina e aspirante scrittore, riesce pienamente ad esprimere l’animo tormentato di un uomo non più amato, figlio di una madre anaffettiva, ipercritica e spietata nei suoi confronti. Ecco che Cechov, forse ispirandosi in questo lavoro larvatamente a Ibsen, ci pone di fronte ad un teatro nel teatro, in un incastro che ricorda le scatole cinesi, dove il contenuto diventa esso stesso contenente ed il significato diventa significante, in una correlazione senza fine. Una nota di merito va comunque a tutto il cast composto da Massimo Fedele, Eleonora De Luca, Anna Sozzani, Sara Borsarelli, Paolo Lorimer e Maurizio Palladino.
Lo spettacolo del Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore si replicherà fino al 18 febbraio. Da non perdere.
data di pubblicazione:03/02/2018
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da Antonio Iraci | Feb 3, 2018
Gaz (Robert Carlyle) e Dave (Mark Addy) sono due poveri disoccupati che vivono nello Sheffield e cercano di sbarcare il lunario ricorrendo a piccoli stratagemmi spesso non proprio leciti quali rubare travi d’acciaio da una fabbrica da tempo abbandonata. Gaz, in arretrato con le spese di mantenimento da corrispondere alla ex moglie, rischia addirittura di perdere la custodia del figlio e deve pertanto inventarsi urgentemente qualcosa per procurarsi i soldi necessari e tamponare pertanto la situazione divenuta oramai insostenibile. Prendendo ispirazione da un gruppo di spogliarellisti molto aitanti e professionali che si esibiscono in un locale, Gaz decide di dar vita ad un simile spettacolo coinvolgendo altri poveri disoccupati come lui di varie età, e non certo con dei fisici scolpiti. Ci sarà poi da affrontare il problema del nudo integrale visto che, ognuno di loro, non vuole proprio saperne. Dopo varie resistenze, saranno proprio le loro compagne a convincerli al grande passo, per cui tutti accetteranno di esibirsi in costume adamitico e lo spettacolo alla fine avrà un enorme successo. Anche il film ebbe un enorme successo commerciale, osannato dalla critica internazionale, riuscendo ad ottenere l’Oscar per la miglior colonna sonora e tre BAFTA su ben undici nomination, incluso miglio film. Una commedia brillante che riesce a mettere bene in luce non solo la crisi economica di un paese con una disoccupazione dilagante, ma anche a mettere in discussione il ruolo sociale del maschio, anch’esso in evidente recessione. Questo tipico film inglese ci suggerisce una ricetta anch’essa tipicamente anglosassone: meat pie.
INGREDIENTI: 250 grammi di carne macinata di suino – 250 grammi di carne macinata di bovino – una cipolla bianca – 1 kg di patate – un tubetto di concentrato di pomodoro – 50 grammi di burro – un bicchiere di latte – noce moscata e spezie varie tipo cumino, timo e maggiorana – olio d’oliva – sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: bollire le patate, passarle con lo schiaccia patate e farne un purè aggiungendo il latte, il burro, la noce moscata e un poco di sale. Lasciare raffreddare. Fare imbiondire una cipolla in un poco di olio d’oliva e aggiungere i due tipi di carne macinata insieme al concentrato di pomodoro, pepe e le altre spezie nella quantità desiderata e lasciare cuocere per una ventina di minuti. Imburrare una teglia e sistemare uno strato del purè oramai a temperatura ambiente, uno di carne e quindi ricoprire con un altro strato del purè. Spolverare con un poco di pan grattato e aggiungere dei fiocchetti di burro. Infornare per circa 40 minuti ad una temperatura di 180°. Servire il meat pie tiepido.
da Antonio Jacolina | Feb 2, 2018
C’era una volta Tutti gli uomini del Presidente di A. Pakula (1976), centrato sull’affare del Watergate, oggi invece abbiamo il magistrale The Post centrato sulla pubblicazione dei cosiddetti Pentagon Papers, un fatto che rivoluzionerà, per sempre, i rapporti fra Potere Politico e Libera Stampa e che prefigura già quel che da lì a pochi anni il giornalismo investigativo realizzerà con la scoperta, per l’appunto, dello scandalo del Watergate.
Con questo suo 31° film Spielberg realizza anche il suo primo lavoro sul cosiddetto Quarto Potere, muovendosi con maestria in uno dei tradizionali filoni del cinema americano. Un genere in cui si intrecciano fra loro la denuncia contro gli abusi del Potere ed il ruolo della Stampa. In filigrana The Post può anche essere letto come una risposta, fatta con stile e vigore, agli attacchi di Trump ai Giornali Americani, di cui invece Spielberg intende metaforicamente sottolineare la forza e la capacità di resistere alle pressioni politiche.
Siamo agli inizi degli anni ’70, il Washington Post è ancora un giornale di secondaria importanza rispetto a colossi come il New York Times, suo principale concorrente. Katharine Graham (Maryl Streep) figlia del ricco fondatore del quotidiano, fra lo scetticismo generale, ne diviene editrice/direttrice prendendo il posto che era stato del marito appena morto. Direttore/capo redattore effettivo è invece Ben Bradley (Tom Hanks). Il giornale viene in possesso di documenti segretissimi: i Pentagon Papers, che comprovano tutte le implicazioni degli Stati Uniti nel Sud Est Asiatico e che la Casa Bianca, mentendo ai propri concittadini, ha sempre saputo che la guerra in Vietnam non ha mai avuto alcuna possibilità di essere vinta. Il dilemma morale che si pone la Direzione del Giornale, fra l’altro in una lotta contro il tempo con il potente concorrente New York Times, è se pubblicare o meno i documenti, nella consapevolezza che farlo significherebbe violare le leggi dello Stato e provocare effetti devastanti nei rapporti tra l’opinione pubblica e fra i vertici politici.
Poteva uscirne uno dei tanti buoni film sul giornalismo, invece Spielberg, con la sua maestria, coadiuvato dall’ottima sceneggiatura di Josh Singer (premio Oscar 2016 per Spotlight), fa la vera differenza, e ci regala un film maturo, elegante ed intelligente, non solo sulla Libera Stampa, ma, contemporaneamente, anche su una splendida figura di donna. Solo lui infatti, poteva dirigere con una scrittura capace di non perdere mai il punto di vista dello spettatore, mantenere intatta l’atmosfera dei fatti ed orchestrare una suspense credibile nel succedersi degli eventi, disegnandoci anche uno dei migliori ritratti femminili degli ultimi anni. Una donna che, in un’epoca dominata dal maschilismo, riesce invece trovare in sé la forza per trasformarsi e divenire capace di prendere, in prima persona, decisioni cruciali.
Il film non può che essere un film d’attori, e quindi cosa dire ancora di due mostri sacri e carismatici come Maryl Streep (nuovamente candidata all’Oscar) e Tom Hanks? Sono entrambi meravigliosamente capaci di far vibrare di umanità i loro personaggi. Attorno a loro un cast di ottimi caratteristi, ognuno perfetto nei vari ruoli. I virtuosismi filmici del regista: riprese in continuo movimento, inquadrature dal basso, piani e contro piani fanno infine di The Post una vera lezione di ottimo cinema oltre che un bel thriller giornalistico, sullo stesso livello dei migliori film di genere degli anni d’oro di Hollywood. La forza delle parole può essere più potente delle pallottole.
data di pubblicazione: 02/02/2018
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da Antonio Jacolina | Feb 1, 2018
“Se qualcosa può andare male, andrà male”. Si avvererà l’articolo 1 della legge di Murphy? Ç’est la vie! sembra infatti quasi voler rappresentare una scommessa, una sfida a questo assioma. Una sfida che si gioca fra sorprese e colpi di scena durante i vari preparativi del ricevimento e della festa per il matrimonio di Pierre ed Elena.
La giovane coppia ha deciso di celebrare in grande stile le proprie nozze in uno splendido castello del XVII sec., sito non molto lontano da Parigi e, per organizzare al meglio tutto quanto necessario per i festeggiamenti, si sono affidati al migliore organizzatore di eventi. Max (J. Pierre Bacrì), con un’esperienza ormai trentennale nel campo, è in assoluto il migliore organizzatore di feste, cerimonie e rinfreschi. E’ lui che coordina il tutto in ogni dettaglio, cura la decorazione floreale, provvede al catering con la sua squadra di cuochi e di camerieri, è lui che ha consigliato il fotografo Guy (J. Paul Rouve) ed è ancora lui che ha scelto l’orchestra ed il cantante ed entertainer James (Gilles Lellouche ). Sono tutti i “migliori professionisti” che si possano trovare nei rispettivi ambiti.
In breve, dunque, gli elementi necessari perché i festeggiamenti riescano perfetti in ogni loro minimo dettaglio, sono stati già studiati, previsti e predisposti. Andrà tutto bene o scatterà la legge di Murphy?
Con Ç’est la vie! i due registi Eric Toledano ed Olivier Nakache, dopo il trionfo del loro Quasi Amici ritornano sugli schermi con un’opera perfetta che li conferma, senza alcun dubbio, ancora una volta, come i Maestri della Commedia. Di quella Commedia à la française con un gradevole misto di dolce ed amaro, dotata di quel tocco di classe e garbo in più che la rende apprezzata da ogni tipo di spettatore.
I registi si soffermano e ci fanno scrutare, ora per ora, tutto ciò che avviene “dietro le quinte” fra tutti gli addetti alla realizzazione dell’evento, durante i vari preparativi preliminari e poi durante la festa. Un “dietro le quinte” osservato con lo sguardo di quelli stessi che vi lavorano e sono impegnati allo stremo a superare tutto ciò che non va come dovrebbe andare. Come nei peggiori sogni, tutto ciò che non dovrebbe mai succedere sembra invece succedere, in una concatenazione di eventi che, ogni volta, sembrano condurre la festa sull’orlo di divenire un incubo. Il peggior incubo di ogni organizzatore di eventi.
Ç’est la vie! è un piccolo gioiello, del tutto privo di tempi morti e false note, un film corale, una galleria di ritratti feroci e teneri dominata dal grande Jean Pierre Bacrì al sommo della sua capacità artistica ed espressiva. E’ lui il fil rouge che lega tutti i personaggi le cui vicende personali e professionali si intrecciano e si sciolgono nel succedersi incalzante degli eventi. Attorno a lui una bella galleria di ritratti con attori che recitano tutti con talento. Fra i tanti spiccano Gilles Lelouche e, in un ruolo un po’ secondario, quell’eccellente attrice che è Suzanne Clement.
I due registi dominano perfettamente ed armoniosamente i tempi ed i ritmi in un crescendo continuo di dialoghi spiritosi e frizzanti e, talora, anche esilaranti. Dialoghi ovviamente cesellati al dettaglio, battute veloci e pungenti, perfettamente inserite in una messa in scena precisa che ben adatta ed integra il susseguirsi delle varie situazioni con un garbo ed un gusto assai ricercati. Non manca, a tratti, un tumulto di pura follia che aiuta però a rendere ancora più dolce e gradevole l’intero spettacolo.
Dunque, un bel film gradevole come una bella boccata d’aria fresca pulita e … gioiosa. … Che ci volete fare?… Ç’est la vie!
data di pubblicazione:01/02/2018
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da Rossano Giuppa | Feb 1, 2018
(Teatro Argentina – Roma, 23 gennaio/6 febbraio 2018)
Al termine di una imponente tournee che ha toccato i più importanti teatri italiani, approda al Teatro Argentina di Roma, dal 23 gennaio al 4 febbraio, Il nome della rosa. Il capolavoro di Umberto Eco, tradotto in 47 lingue, vincitore del Premio Strega nel 1981 con alle spalle una imponente versione cinematografica diretta da Jean-Jacques Annaud e interpretata da un indimenticabile Sean Connery, vive oggi la sua prima trasposizione teatrale italiana nella stesura di Stefano Massini e con la regia di Leo Muscato.
Un romanzo avvincente e trascinante, costruito secondo svariati livelli di lettura, nato già con una forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornata in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo, una drammaturgia di fatto già impostata.
La scena si apre sul finire del XIV secolo. Siamo nel momento culminante della lotta tra Chiesa e Impero, che travaglia l’Europa da diversi secoli. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù. Sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’abbazia dell’Italia settentrionale. Sotto i suoi occhi si materializza se stesso poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville.
Fare i conti con Il nome della rosa non dev’esser stata impresa facile. Dalla versione teatrale dell’eclettico Stefano Massini, il regista Leo Muscato ne ha tratto un adattamento asciutto e complesso nel contempo tra il thriller e l’indagine da una parte ed i tanti riferimenti culturali e trasversali, il contesto storico e religioso, l’attualità dei temi, lo scontro tra oscurantismo e liberalismo dall’altra, facendone un esplicito omaggio all’autore recentemente scomparso.
Ne è uscito un kolossal teatrale: l’impianto scenico è un contenitore che di volta in volta diviene la biblioteca, la cappella, le cellette, la cucina e così via per uno spettacolo che ha un taglio quasi cinematografico. Musiche originali unite a canti gregoriani dal vivo ed all’imponenza di costumi, scene e proiezioni video.
Ad entrare e uscire da questi ambienti è il vecchio Adso, nella voce narrante di Luigi Diberti che cattura lo spettatore con i suoi ricordi e gli insegnamenti del suo maestro, sconfitto, come investigatore, lungo la risoluzione del mistero delle morti sospette tra i monaci perché a trionfare, apparentemente, è la cecità fisica e mentale dell’anziano Jorge che lo induce a distruggere il secondo libro della Poetica di Aristotele, temendo che il riso e la commedia, argomenti contenuti in quel manoscritto, potessero minare i dogmi della cristianità.
Interpreta Il nome della rosa un cast di grandi interpreti tra cui certamente emergono Luca Lazzareschi (nel ruolo di Guglielmo da Baskerville), Luigi Diberti (il vecchio Adso), Renato Carpentieri (Jorge da Burgos), Eugenio Allegri (Ubertino da Casale, francescano e Bernardo Gui, inquisitore), Giovanni Anzaldo (il giovane Adso).
Lo spettacolo enfatizza la lotta fra chi si crede in possesso della verità e agisce con tutti i mezzi per difenderla, e chi al contrario concepisce la verità come la libera conquista dell’intelletto umano.
La curiosità e la brama di conoscenza, che non abbandonano mai la mente di Guglielmo, sono, al contempo, strumento risolutivo e condanna per l’uomo moderno che abbandona l’oscurantismo medioevale per proiettarsi con forza e con dolore verso nuove mete e nuove verità.
data di pubblicazione:01/02/2018
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da Giovanni M. Ripoli | Gen 30, 2018
Berlino 1929, la Germania è a pezzi dopo la prima guerra mondiale e la città è sull’orlo di un abisso: complotti della destra nazionalista, rivendicazioni sociali , un clima di totale incertezza e dissolutezza. Nella città arriva da Colonia il giovane ispettore Gereon Rath , che, confinato alla buoncostume, ultima delle sue aspirazioni professionali, si trova a dover risolvere un caso piuttosto spinoso riguardante pornografia e mafia. Si troverà coinvolto in ben altre situazioni ( sono sedici gli episodi che compongono le due stagioni trasmesse da Sky Atlantic ). Avrà modo di stringere amicizie pericolose, immergersi nella vita notturna popolata di droga e night clandestini, sventare golpe, reprimere il primo maggio dei bolscevichi, indagare su un misterioso carico, forse d’oro, proveniente dall’Unione Sovietica e tanto altro… Al suo fianco la stenografa Charlotte, investigatrice in erba.
Tratto dal romanzoDer Nasse Fisch, di Volker Kutscher, la serie – le prime due puntate già ammirate prima alla Berlinale e poi alla Festa del Cinema di Roma – è un affascinante e conturbante affresco della Germania di Weimar e in buona sostanza un noir ad ampio spettro perfettamente rappresentato. All’opera, tre registi del calibro di Tom Tykwer (Lola corre), Achim von Borries e Henk Handloegten, mentre la produzione ha segnato l’inedita collaborazione fra colossi: X Film Creative Pool, ARD, Sky e Beta film. Non è questa la sede per discutere se le serie televisive siano cinema o qualcos’altro oggi, peggiore, migliore; resta la certezza che nell’occasione ci si trova di fronte a uno spettacolo a tutto tondo che riesce a coniugare una trama intrigante e complessa con una introspezione psicologica dei personaggi e una rivisitazione attendibile di un momento storicamente importante della vita della Germania. Nelle diverse puntate si accentua la natura goliardica del periodo storico: la Berlino nel 1929, era la capitale del mondo, una città internazionale, magica e cosmopolita. La ricostruzione delle strade (la scenografia curata da Uli Hanisch per Studio Babelsberg ha ricostruito perfettamente i diversi tipi dei quartieri di Berlino), i locali notturni e le stanze private testimoni di crimini, la sessualità cruda e dissoluta, le lotte sociali, la povertà e la disoccupazione crescenti in contrasto con gli eccessi e il lusso della vita notturna e dell’energia dirompente e creativa dei vari personaggi, tutto viene rappresentato in modo realistico e cruento. Il suo ideatore, il regista Tom Tykwer nella presentazione alla Berlinare 2017 aveva sottolineato:“È stato un momento di cambiamento politico, solo pochi anni prima dell’ascesa dei nazisti, e mentre nessuno aveva la più pallida idea di quello che doveva arrivare, in giro per la città era tutto in ebollizione”. Tra i meriti ascrivibili alla serie non può mancare la citazione per gli attori, Volker Bruch, asciutto e dilaniato protagonista ( il poliziotto buono) e la deliziosa Liv Lisa Fries,(la vulcanica Charlotte tuttofare), Matthias Brandt, nel ruolo dell’ambiguo Brenda collega di Rath in polizia, Leonie Benesch, la disorientata Greta e Severija Janusauskaite (nome quasi impronunciabile!) nei panni della perfida ma fascinosa Svetlana, tutti magnificamente calzanti nei rispettivi ruoli della produzione, pare destinata a proseguire, sull’onda del successo riscontrato.
Babylon Berlin si compone inoltre di una colonna sonora organica alla narrazione con le musiche che fanno da sfondo agli anni ’20 eseguite dalla Leipzig Radio Symphony Orchestra e dalla Absolute Ensemble, band elettro acustica da camera di New York. Di grande impatto alcune canzoni eseguite da Bryan Ferry, che, al solito fascinosissimo, compare altresì come attore-cantante di night in diverse puntate.
Da non perdere!
data di pubblicazione:30/01/2018
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