da Antonio Iraci | Feb 15, 2018
(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Atari è un ragazzo di dodici anni che, a seguito della morte improvvisa dei genitori, viene dato in affidamento allo zio Kobayashi, uomo corrotto che ricopre la carica di sindaco di Megasaki. A seguito di un contestato decreto governativo, viene deciso che tutti i cani presenti in città debbano essere trasferiti in una isola lontana, dove sono solitamente raccolti tutti i rifiuti della città. Il ragazzo, privato del suo fedele cane da guardia Spots, decide di rintracciarlo e a bordo di un Junior-Turbo, piccolo aereo in miniatura da lui stesso costruito, approda sull’isola. Con l’aiuto di una “piccola banda” di altri 5 cani inizia un viaggio epico sulle tracce del suo fido amico, e l’esito di questa ricerca diverrà determinante per il futuro non solo dei poveri animali ma anche della Prefettura, i cui scandali da tempo nascosti diverranno di pubblico dominio.
Il regista, produttore, sceneggiatore texano Wes Anderson ama trasferire la propria personale eccentricità nei personaggi che crea e porta sul grande schermo. Già nel 2012 il suo Moonrise Kingdom, ambientato su un’isola leggendaria, venne prescelto come film d’apertura a Cannes e nel 2014 il suo The Grand Budapest Hotel con Ralph Fiennes apre il Festival di Berlino; così, anche il suo ultimo film Isle of Dogs è stato prescelto tra i vari film in concorso per avviare la kermesse berlinese. Dopo il successo di Fantastic Mr. Fox, oggi abbiamo assistito al suo secondo film di animazione in cui il brillante regista ricorre di nuovo allo stop motion – un particolare montaggio di foto che si susseguono creando il movimento stesso della scena – per deliziarci ancora una volta con il suo singolare modo di fare cinema. Il risultato ottenuto sono immagini molto nitide e naturali che ben si discostano dai normali animated cartoon a cui siamo abituati. La storia del piccolo e coraggioso Atari alla ricerca del suo fedele cane Spots si può considerare una favola dei giorni nostri, che ci riporta in un mondo di buoni e cattivi, dove ai primi non rimangono molte armi a disposizione per sconfiggere le ingiustizie perpetrate dai secondi. Come in tutte le favole che si rispettino gli animali possono esprimersi con parole che noi comprendiamo, ma in questo film è il linguaggio degli uomini ad essere incomprensibile, necessitando di una traduzione simultanea: lo spettatore entra quindi in sintonia con i quadrupedi esiliati e destinati allo sterminio, mentre trova difficoltà ad intendersi con gli umani, intenti solo a mettere in atto marchingegni per accaparrarsi a tutti i costi il potere. Atari, con la freschezza dei suoi dodici anni, è l’unico che riesce a riscattare l’uomo dall’inevitabile pantano di corruzione in cui è precipitato. Il film, che racchiude in sé una morale sincera, prerogativa questa di tutte le favole, sembra proporci ripetutamente la quintessenza delle domande: Chi siamo? Ma soprattutto: Chi vogliamo essere?
data di pubblicazione:15/02/2018

da T. Pica | Feb 15, 2018
Sicuramente il titolo dell’ultimo film di Gabriele Muccino A casa tutti bene è ironico. Il regista gioca con la frase di mera circostanza “a casa tutti bene” per ironizzare sul disastrato stato di “salute” psicofisica del suo prototipo prediletto di famiglia, ovvero quella che per facciata è apparentemente serena, felice e perfetta da “mulino bianco”, ma dove, poi, basta entrare, aprire la porta di una delle camere o imbattersi nell’incontro di due membri per vedere cosa ci sia davvero dietro la maschera del “tutti bene”.
Sara (Sabrina Impacciatore), sorella di Carlo (Pierfrancesco Favino) e Paolo (Stefano Accorsi), è l’artefice della rimpatriata di fratelli, cugini, zia Maria (Sandra Milo) e nipoti sull’isola di Ischia per festeggiare le nozze d’oro dei suoi genitori, Alba (Stefania Sandrelli) e Pietro (Ivano Marescotti). La riunione di famiglia dovrebbe durare una mezza giornata, ma con la complicità del mare in burrasca i traghetti saranno bloccati non solo per quel pomeriggio ma anche il giorno seguente. Ecco che il buon viso a cattivo gioco che tutti sarebbero stati in grado di fare – mettendo a tacere vecchi rancori, tradimenti, ansie, frustrazioni e gelosie mai così vive e dolorose – superato il limite massimo della manciata di ore “scade” e dalla prima serata forzata tutti insieme hanno inizio una serie di scontri dirompenti di ogni equilibrio. L’insicurezza e la gelosia di Ginevra (Carolina Crescentini) per il rapporto tra suo marito Paolo (Favino) e la sua prima moglie Elettra (Valeria Solarino) e la prima figlia Luna, il casinista Paolo eterno adolescente in fuga a 42 anni e sua cugina Isabella (Elena Cucci), i tradimenti mai interrotti del marito di Sara, Diego (Giampaolo Morelli), la frustrazione di Beatrice (Claudia Gerini) per la malattia del compagno Sandro (Massimo Ghini), la disperata ruffianeria della “pecora nera” dell’albero genealogico, il cugino Riccardo (Gianmarco Tognazzi) e la sua compagna Luana (Giulia Michelini), si svelano e “urlano” tra la villa e i suoi giardini a picco sul mare. Ma, come tutte le burrasche passeggere, anche questa fulminea tempesta familiare si risolve in una mera implosione di sentimenti, paure e dolori. Placato il vento e calmato il mare, tutto torna come prima, non ci sono colpi di scena, decisioni e stravolgimenti risolutivi. Il polverone alzato torna sotto il tappeto e, più o meno tutti, tornano a fingere di essere micro famiglie felici e serene, solo che questa volta sono ancor più tristi perché maggiormente consapevoli della loro finzione e infelicità. Il film di Gabriele Muccino non eccelle per la sceneggiatura, né per la storia che riproduce la sua ossessione per le famiglie segnate da piccoli drammi interni, bugie e tradimenti. Il film, fatto di dialoghi che non entusiasmano – tra cui alcune battute di Alba (Stefania Sandrelli) rivolte ai suoi nipoti che talvolta sono fuori luogo e prive di senso – non brilla e, rievocando malamente Parenti Serpenti di Mario Monicelli, sembra un riassunto delle puntate di fiction come Una grande Famiglia ideata per Rai1 da Ivan Cotroneo. La colonna sonora che ricorre in gran parte delle scene musicata con un pianoforte triste e scordato, in stile “piano del saloon” o dei film muti, non aiuta la pellicola, ma per fortuna qua e là irrompono canzoni d’autore come sul finale con “Prima di andare via” di Riccardo Sinigallia. Il tormentone della famiglia canterina intorno al piano o per le stradine isolane a un certo punto finisce con lo stonare, non tanto musicalmente quanto cinematograficamente con il copione, divenendo eccessivo. Il giudizio per il film, rasenterebbe i due pop corn, – anche per le interpretazioni insufficienti di Elena Cucci nel personaggio di Isabella e di Stefania Sandrelli/matrona -, ma grazie alla bravura di Pierfrancesco Favino, Sabrina Impacciatore, Carolina Crescentini, Valeria Solarino e Stefano Accorsi, che sono bravissimi e riescono a emozionare anche con una storia senza guizzi, il giudizio complessivo migliora.
data di pubblicazione:15/02/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Feb 14, 2018
É il 1962. In una piccola località non meglio identificata della costa americana vive Elisa, una ragazza muta che lavora di notte come donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza dove una sera, in assoluta segretezza, viene portata una sorta di cisterna cilindrica in vetro piena di un’acqua dal colore verdognolo. Elisa ode da quello strano cilindro, blindato come una sorta di piccolo sottomarino, l’eco di strani versi che sembrano appartenere ad una creatura marina e che tanto innervosiscono le persone addette alla sicurezza ma che, al contrario, attraggono irrefrenabilmente la dolce ragazza “senza voce”, tanto da volerne sapere di più…
Elisa (Sally Hawkins) è già di per sé una strana creatura, che vive in mondo quasi ultraterreno: sembra essere grata alla vita, affrontando ogni giorno come fosse una danza, sempre allegra, spensierata e con un rassicurante sorriso stampato sul viso. Eppure Elisa è vera, in carne ed ossa, ma la sua vita assomiglia ad una fiaba come il suo piccolo appartamento dai colori che ricordano il fondo marino, situato sopra un teatro di quartiere dalle poltroncine di velluto color porpora; ogni sera, prima di recarsi a lavoro, si prende cura di sé con un bel bagno ed una cena leggera, che prepara sempre anche per il suo vicino Giles (Richard Jenkins), un talentuoso illustratore di cartellonistica per prodotti alimentari un po’ sfortunato, ma irrimediabilmente romantico, ancora alla ricerca dell’anima gemella e legato ad Elisa da una profonda amicizia. E poi c’è Zelda (Octavia Spencer), una collega di lavoro prepotente ma tanto buona, che Elisa ogni notte durante il turno di lavoro ascolta amorevolmente parlare senza tregua e, soprattutto, senza mai poter…replicare. Ma un giorno, incurante delle disposizioni del funzionario (Michael Shannon), cattivo e dai modi violenti, responsabile della custodia di quel misterioso uomo-anfibio contenuto nella cisterna, essere preistorico che i sovietici vorrebbero sottrarre per farne esperimenti, Elisa decide di socializzare con “il mostro” e lo farà nel modo più naturale possibile: sedendosi sul bordo della vasca ed offrendo ad esso parte del suo pranzo….
Ha meritatamente vinto la 74. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia il grande film di Guillermo del Toro, in cui fantasia, thriller, romanticismo, sesso ed amore si mescolano e ci inondano come l’acqua presente nella vita dei due protagonisti: un uomo pesce di cui si innamora perdutamente una donna senza voce “in un momento di strana sincronia che accade raramente”.
E così è la favola ad entrare nella vita vera, nel mondo reale, e non si può che assistere esterrefatti a tutto questo, attraverso le immagini di una storia d’amore che vince su paura e violenza. Le scene del film sono estremamente curate, non solo nelle inquadrature e nella fotografia, ma anche nei colori che anticipano la trama: come il rosso del sangue e delle scarpe di Elisa, o il colore della sua casa che sembra un relitto inabissato in contrapposizione alla luce accecante che inonda la stanza dove Giles disegna i suoi cartelloni pubblicitari. Sublime è la colonna sonora del compositore francese Alexandre Desplat (Oscar per Grand Budapest Hotel), studiata a tavolino con il regista che ha curato personalmente tutto del film, dalla sceneggiatura in poi, tassello dopo tassello con amorevole meticolosità, amore che traspare in ogni impercettibile piega del film.
In attesa degli Oscar, se volessimo dare una forma a qualcosa che si avvicina ad un piccolo capolavoro, potrebbe avere quella dell’acqua.
data di pubblicazione:14/02/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 14, 2018
(Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Ancora una volta fervono i preparativi per l’inizio di questa 68esima edizione della Berlinale: tutto è pronto per dare il benvenuto a giornalisti e cinefili di tutto il mondo che saranno presenti qui a Berlino per questo evento cinematografico di rilevanza internazionale. Un programma come sempre ricchissimo di pellicole per un totale di circa 400 film, che verranno suddivisi tra quelli in concorso per aggiudicarsi il prestigioso Orso d’oro, e quelli presentati nelle sezioni collaterali. Il Direttore del Festival Dieter Kosslick ha ricordato in conferenza stampa come quest’anno ricorrano cinquanta anni dai famosi movimenti del 1968, che segnarono l’inizio di quel radicale cambiamento socio-culturale che trasformò il modo di vivere e di pensare di intere generazioni. Di questa rivoluzione si parlerà molto durante la Berlinale perché non fu solo una demolizione del modus vivendi di allora divenuto oramai obsoleto, ma perché investì tutte le forme di espressione, incluse quelle cinematografiche, offrendo al grande pubblico l’opportunità di spiegare il mondo in tutte le sue sfaccettature reali e non.
La selezione ufficiale prevede 24 film:
3 Tage in Quiberon di Emily Atef, Germania-Austria-Francia
7 Days in Entebbe di José Padilha, Usa-Gran Bretagna (fuori concorso)
Aga di Milko Lazarov, Bulgaria-Germania-Francia (fuori concorso)
Season of the devil di Lav Diaz, Filippine
Black 47 di Lance Daly, Irlanda-Lussemburgo (fuori concorso)
Damsel di David e Nathan Zellner, Usa
Don’t worry, he won’t get far on foot di Gus Van Sant, Usa
Dovlatov di Alexey German Jr., Federazione Russa-Polonia-Serbia
Eldorado di Markus Imhoof, Svizzera-Germania (fuori concorso)
Eva di Benoit Jacquot, Francia-Belgio
Las Herederas di Marcelo Martinessi, Paraguay-Uruguay-Germania- Brasile
In den gangen di Thomas Stuber, Germania
Isle of Dogs di Wes Anderson, Gran Bretagna-Germania
Khook di Mani Haghighi, Iran
My brother’s name is Robert and he is an idiot di Philip Groning, Germania-Francia-Svizzera
Museo di Alonso Ruizpalacios, Messico
La prière di Cédric Kahn, Francia
The real estate di Axel Petersén e Mans Mansson, Svezia-Gran Bretagna
Touch me not di Adina Pintilie, Romania-Germania-Repubblica Ceca
Transit di Christian Petzold, Germania-Francia
Twarz di Malgorzata Szumowska, Polonia
Unsane di Steven Soderbergh, Usa (fuori concorso)
U- July 22 di Erik Poppe, Norvegia
Il film italiano in concorso Figlia mia è di Laura Bispuri, che torna a Berlino dopo il suo esordio con Vergine giurata, accolto positivamente sia dal pubblico italiano che internazionale. L’Italia sarà presente anche con altri tre film: La Terra dell’abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo e Land di Babak Jalali, una coproduzione Italia-Francia-Olanda-Messico-Qatar, entrambi nella Sezione Panorama ed infine con Lorello e Brunello, documentario di Jacopo Quadri nella Sezione Culinary Cinema. Quattro film, come ha affermato Paolo Del Brocco di Rai Cinema, “che raccontano storie fortemente legate all’attualità, radicate nel sociale, dai tratti originali, in linea con un Festival, come quello di Berlino, che per tradizione predilige questi temi…”.
La giuria internazionale sarà presieduta dal regista e sceneggiatore tedesco Tom Tykwer che sarà affiancato da Stephanie Zacharek, critica cinematografica americana della rivista Time, dal compositore giapponese Ryuichi Sakamoto e dal fotografo spagnolo Chema Prado. Ancora in giuria la produttrice americana Adele Romanski e l’attrice belga Cécile de France.
Le sezioni speciali che accompagneranno i film in Concorso saranno: Berlinale Shorts che comprende 36 corti selezionati da ben 14 festival europei; Panorama che come sempre presenta pellicole con tematiche politiche e sociali, poi ancora la Sezione Forum, la rassegna Generation dedicata alle tematiche giovanili, Prospettive Cinema Tedesco che porta a conoscenza del grande pubblico pellicole di giovani talenti tedeschi, nonché Retrospettive con un programma quest’anno dedicato alla filmografia della Repubblica di Weimer a partire dal 1918 e fino al 1933. Come nelle edizioni passate anche quest’anno avremo una rassegna Teddy Award, con vari film a soggetto gay; Culinary Cinema con la proiezione di film riguardanti il cinema e la passione per il cibo; Berlinale goes Kiez, programma per la diffusione dei film della Berlinale nei vari cinema periferici della città e Native, che ci porterà ad esplorare principalmente le remote regioni della Polinesia, Australia e Nuova Zelanda.
Infine quest’anno l’Orso d’oro alla carriera verrà assegnato a Willem Dafoe, grande artista e attore statunitense più volte nominato ai Golden Globe e agli Oscar e noto come interprete in vari film di successo (Mississippi Burning, Le radici dell’odio, L’ultima tentazione di Cristo per citarne alcuni).
Accreditati sarà presente anche quest’anno alla Berlinale, con un occhio particolarmente attento alle pellicole in selezione ufficiale e con qualche incursione nelle sezioni collaterali.
data di pubblicazione:14/02/2018
da Daniele Poto | Feb 14, 2018
(Teatro Roma di via Umbertide – Roma, 13 febbraio/28 marzo)
Gianni Clementi ha giocato la carta più ambiziosa, imprevedibile e discontinua di una lunga carriera di autore di commedie brillanti in sala dolceamara. Questa volta si è dedicato per due anni a un lavoro che mutua Shakespeare, la saga di Romeo e Giulietta in versione romanesca, anzi calcistica. Perché i due sono immersi nel viraggio dell’acceso tifo contrapposto Roma-Lazio.
L’eterno dualismo campanilistico all’italiana, virato nella storia con i guelfi e i ghibellini, con i Capuleti e i Montecchi qui si accatasta attorno a due clan che potrebbero essere mutuati dalla violenta scena inglese di Edward Bond. Atteggiamenti coatti, turpiloquio ma un’innegabile verità di fondo nelle pulsioni amorose di due giovani a cui basta vedersi una volta per cadere prede e vittime dell’amore. A un primo tempo scanzonato e dissacrante fa seguito per due ore e mezzo di scansione un secondo decisamente drammatico e ricco di pathos. È il momento in cui i riferimenti calcistici e i tentativi di vendetta degli ultras vengono messi da parte per respirare fino in fondo il dramma shakespeariano di un amore impossibile e incompiuto. È molto efficace l’entra ed esci dei quindici interpreti che poi rimangono spettatori dell’azioni con un mood davvero molto somigliante al teatro azione del cinquecento dove si attuava la perfetta sinergia di tempo tra attori e pubblico. Ci piace anche il commento fuori campo di due vittime per un dramma che sospende il tempo nella verità del momento fulminante della tragedia. Un po’ troppo telefonato invece l’andamento del finale che se evocato prima perde efficacia quando viene prevedibilmente tradotto in scena. Difficile trovare un così affiatato e nutrito gruppo di attori in uno spettacolo italiano e la scommessa è importante perché la pièce avrà una lunga durata. In scena addirittura fino al 28 marzo. Nella stagione teatrale romana non crediamo che ci sia un investimento di così lunga prospettiva e parte del merito va al produttore Gianluca Ramazzotti che ha creduto nel progetto. E per Clementi nella festosa e applauditissima “prima” scroscianti applausi non solo come autore ma come regista, un primo tentativo in proprio di una carriera che promette altri interessanti sviluppi. Da citare i due giovani principali interpreti: Giulia Fiume e Edoardo Frullini, davvero credibili nella storia non più veronese ma ormai romana.
data di pubblicazione:14/02/2018
Il nostro voto: 
da Giovanni M. Ripoli | Feb 14, 2018
(Teatro Eliseo – Roma, 13 febbraio/4 marzo 2018)
Mettete lo scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, regista teatrale, più in voga del momento, Stefano Massini da Firenze, unitelo a un attore bello&bravo, Alessandro Preziosi, aggiungete uno dei miti per eccellenza dell’arte, quel genio “pazzerello” di Vincent Van Gogh, mescolate il tutto e non potrete che ottenere una rappresentazione teatrale “ibrida” di assoluto rilievo.
Queste, in sintesi, le credenziali per L’Odore Assordante del Bianco, di Stefano Massini, ultima sua avventura drammaturgica, rappresentata da ieri ( 13 febbraio) all’Eliseo di Roma, per la regia di Alessandro Maggi e l’interpretazione di Preziosi , nei panni del tormentato artista, spiato nella quotidianità del manicomio di Saint Point. Lo spettacolo è incentrato sul periodo (1889), quando Vincent riceve (?) la visita del fratello Theo nel quale ripone in primis la speranza di essere rilasciato in base al “codice 5”, una sorta di salvacondotto che solo il fratello potrebbe firmare. La realtà sarà ben diversa e nel suo temporaneo isolamento l’artista, tormentato e imprevedibile nelle sue reazioni, confonderà di continuo realtà e fantasie, ed al contempo sarà vittima dei soprusi degli infermieri e di uno psichiatra-aguzzino, con la sola protezione del direttore dell’istituto che avrebbe voluto salvarlo restituendogli le tele su cui dipingere. Al testo di Massini fu riconosciuto il Premio Riccione Teatro 2005; in quella occasione la giuria del Premio Tondelli, così si era espressa a riguardo: «Scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva».E di questo si tratta: la rappresentazione teatrale è una sferzata di emozioni, quasi un thriller o se vogliamo una seduta psicologica che tiene incollati gli spettatori per quasi un’ora e venti nella stanza dove non c’è altro colore che bianco e una piantina anch’essa bianca, insieme a Van Gogh nel suo viaggio nella zona oscura, fra speranze, allucinazioni, realtà. Nelle parole del protagonista, in rigoroso ordine sparso, ci sono ricordi, eventi, considerazioni sul ruolo dell’arte e degli artisti, con riferimenti non solo al suo tempo, ma più in generale alla società contemporanea. Ai meriti della proposta e all’ottimo risultato della performance non sono estranei la magnifica interpretazione di Preziosi-Van Gogh, sobriamente intenso nel suo crescendo emotivo, e degli altri bravi interpreti: Massimo Nicolini-Theo, Francesco Biscione-Dottor Peyron, Roberto Manzi-Dottor Vernon-Lazare, nonché i due perfidi infermieri, Alessio Genchi e Vincenzo Zampa. Alessandro Maggi alla regia e un commento musicale in linea con la tensione narrativa suggellano una prima teatrale di grande impatto.
data di pubblicazione:14/02/2018
Il nostro voto: 
da Giovanni M. Ripoli | Feb 13, 2018
Passato per la Festa del Cinema di Roma, dopo essere stato presentato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Berlino dove si era aggiudicato il Guild Film Prize, The Party è un film di impostazione teatrale scritto e diretto da Sally Potter (Orlando, Lezioni di Tango, tanto per citare i più noti).
In un asciutto bianco nero, la trama si snoda in 71 minuti nei quali i protagonisti (sette persone) trasformano una festa tra amici per festeggiare la promozione della padrona di casa (nominata ministro della salute “ombra” del partito di opposizione in Inghilterra) in una polveriera dopo che Bill, malandato padrone di casa (uno splendido Timothy Spall), confessa la sua relazione con la moglie di un ospite, rivelazione che spiazza i presenti e che fa esplodere conflitti e tensioni in un crescente effetto domino. Non una rappresentazione di immediata e facile fruizione, direi quindi, non un film per tutti, ma la bravura degli attori (l’intensa Kristin Scott Thomas, Bruno Ganz, il già citato Timothy Spall, e Patricia Clarkson su tutti), i dialoghi scoppiettanti e mai banali, l’imprevedibilità e il susseguirsi dei colpi di scena, sono ingredienti tali da interessare e coinvolgere spettatori dai palati fini. Bugie, vecchi segreti, ipocrisie all’interno di un contesto apparentemente politicamente corretto, offrono lo spunto alla Potter per un’amara rappresentazione della società inglese nello specifico ma, più in generale, sulla fragilità dei rapporti umani e sulle tante convinzioni che quotidianamente la vita tende a minare.
data di pubblicazione:13/02/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonietta DelMastro | Feb 12, 2018
Ammetto di averlo letto per il commento di Donato Carrisi anche se, alla fine, devo dire che il personaggio che lo aveva positivamente colpito è stato quello che mi ha convinto di meno: il commissario profiler Teresa Battaglia, colei che sarà a capo dell’indagine su una serie di omicidi avvenuta a Travenì, paesino immaginario delle Dolomiti friulane. Francamente il commissario Battaglia mi è sembrato un po’ troppo costruito: un passato tristemente segnato da un avvenimento che per intrigare il lettore dovrebbe restare segreto e che viene svelato prima della fine del libro; una malattia che potrebbe renderla inabile al lavoro, che ci ricorda il caro vecchio Kurt Wallander dei romanzi di Mankell, e che la Battaglia affronta con estremo stoicismo; una vena di sarcasmo nel suo carattere duro e determinato che in realtà nasconde la sua bonarietà… un personaggio forse troppo attento a creare un rapporto di empatia con il lettore, ho sicuramente apprezzato di più il “novello” ispettore Massimo Marini “Era poco più di un ragazzo e sembrava uscito da una pubblicità di moda.”.
La location del romanzo è perfetta, siamo rapiti, incantati e intrigati dalle montagne friulane che Ilaria Tuti ci descrive con affetto e rispetto, sono i paesaggi delle montagne tra cui è nata e cresciuta e dalla sua scrittura ne traspare il suo amore sincero.
La tranquillità di queste montagne viene spezzata dal ritrovamento del corpo di un uomo a cui sono stati asportati gli occhi, poco lontano l’assassino ha preparato un fantoccio con gli indumenti della vittima. A questo omicidio ne seguiranno altri altrettanto efferati l’unico indizio per le indagini verrà dai racconti di quattro bambini di Travenì, uniti tra loro da un patto di sangue, che saranno per il commissario Battaglia una sorta di calamita che unirà i pezzi del puzzle che porteranno alla risoluzione del caso “«Forse loro vedono il mondo meglio di noi» disse, in un sussurro. «Vedono l’inferno che abbiamo sotto i piedi, mentre noi contempliamo i fiori che crescono sul terreno»”. Il romanzo si svolge su due piani narrativi che si alternano nei vari capitoli, alle vicende che si stanno svolgendo a Travenì si contrappongono quelle avvenute negli anni ’70 del Novecento in Austria e di cui sono protagonisti, anche in quel caso, dei bambini oggetto di un esperimento basato sugli studi dello psicanalista René Spitz.
Devo dire che non mi è dispiaciuto affatto, la scrittura è estremamente fluida e le descrizioni dei luoghi molto piacevole, in alcuni passaggi mi è sembrato intravedere la mano del maestro Carrisi ma forse sono solo un po’ prevenuta.
Sicuramente una scrittrice da seguire.
data di pubblicazione:12/02/2018
da Antonella Massaro | Feb 9, 2018
La sofferenza del processo creativo di un artista geniale, ma anche la sua fragilità emotiva e sentimentale. Il “ritratto” di Alberto Giacometti, tratteggiato con sapiente maestria da Stanley Tucci, è un affresco potente e, al tempo stesso, delicato di uno degli artisti più rappresentativi del secolo scorso.
James Lord (Armie Hammer, nelle sale anche per Chiamami col tuo nome), giovane scrittore americano in visita a Parigi, incontra Alberto Giacometti (Geoffrey Rush), pittore e scultore svizzero: la parabola umana di Giacometti sta volgendo al termine, ma la sua fama gode già di quel clamore che, consolidatosi nei decenni successivi, lo collocherà tra gli artisti maggiormente rappresentativi del Novecento.
Giacometti chiede a Lord di posare per un ritratto. Il giovane accetta con orgoglioso entusiasmo, ma ancora non sa quanto faticoso possa risultare il ruolo del “modello” di Giacometti. Come una bizzarra Penelope (così, sulle pagine di Accreditati, Kalibano), l’artista disfa continuamente quella che già sembrerebbe una pregevole opera d’arte. Il successo, del resto, è il terreno migliore sul quale coltivare i dubbi, anche se la perenne insoddisfazione di Giacometti diviene il motore più propulsivo della sua creatività artistica.
Accanto all’arte, c’è poi la vita privata di Giacometti. Il talento artistico è inversamente proporzionale alla maturità sentimentale ed emotiva: la sua musa ispiratrice è una prostituta (Clémence Poésy), ma Alberto non potrebbe fare a meno della moglie (Sylvie Testud) e del fratello (Tony Shalhoub), che lo supportano e lo sopportano con benevola comprensione. Il binomio “genio e sregolatezza” si trova ridotto a quello, più prosaico, “genio e fragilità emotiva”.
Con Final Portait, presentato fuori concorso alla scorsa edizione della Berlinale e tratto dal libro Ritratto di Alberto Giacometti scritto dallo stesso James Lord, il regista Stanley Tucci conduce lo spettatore nell’atelier bohémien di Giacometti e, soprattutto, tra le pieghe affascinanti e misteriose del processo creativo che guida la mente e le mani di un genio. Non si tratta di un biopic, come chiarisce il regista durante l’incontro con la stampa presso il cinema Quattro Fontane di Roma: un biopic rischia di ridursi a una mera carrellata asettica di fatti, mentre in questo caso è la “straordinaria quotidianità” dell’artista che emerge prepotentemente dallo schermo.
Geoffrey Rush è semplicemente perfetto mentre lascia correre le mani lungo le linee, ormai celeberrime, di quelle sculture filiformi fuori dal tempo e mentre riproduce la instabile emotività di Giacometti, all’inizio affabile e persino ironico, poi nevrotico, ansioso e depresso.
I movimenti di camera, mai eccessivi, conferiscono dinamismo all’immagine statica dell’atelier polveroso eppure splendente.
Una prova convincente, dunque, quella di Stanley Tucci e un film che certamente non lascia indifferenti.
data di pubblicazione: 9/2/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 9, 2018
(Teatro India – Roma, 8/11 febbraio 2018)
Il 24 ottobre 1917 viene ricordato come il giorno della disfatta di Caporetto, data memorabile nella storia della prima guerra mondiale: vari reparti, a presidio del fronte orientale, caddero in mano dell’esercito austro-germanico che riuscì cosi ad avanzare e a conquistare posizioni strategiche. Proprio in quel giorno, per circostanze del tutto casuali, si riunisce a Taranto la famiglia Fago per festeggiare l’onomastico del capofamiglia, così come documentato da una vecchia fotografia ritrovata in un polveroso album.
Questo prezioso documento fotografico dà inizio alla storia personale, quella appunto di Amedeo Fago, che da io narratore ricostruisce un dettagliato albero genealogico della sua famiglia a cavallo di due secoli, attraversando così la storia di un paese coinvolto in due conflitti mondiali. Non sarà una impresa facile rimodellare i cocci di questo “oggetto” andato in mille pezzi, ma Amedeo Fago, ideatore oltre che interprete di questo spettacolo, riesce a farlo con proverbiale pazienza certosina, spinto più che altro a far rivivere i suoi antenati che via via prendono forma vivente dalla foto, e dare loro la possibilità di raccontare ognuno la propria vita. Il regista restituisce così al teatro la sua vera natura che è quella di portare sul palcoscenico, in un punto preciso del qui e ora, quello che nel tempo convenzionalmente definiamo come passato e futuro e che, quasi per magia, viene ora posto sul medesimo piano temporale. Anche le immagini di fondo, come gli attori, sembrano confondere il reale con il virtuale per portarci inaspettatamente nella Taranto di oggi dove l’irrazionale industrializzazione ha portato ad un letale tasso di inquinamento, sfuggito per molto tempo ad ogni controllo ambientale. Il confronto finale padre-figlio (Giulio Pampiglione-Amedeo Fago) è un momento di grande intimità familiare in cui le situazioni si ribaltano dando spazio ad un dialogo serrato dove il futuro viene coniugato al passato ed il passato al futuro: sulla scena, l’orologio che scandisce il tempo può fermarsi per poi continuare a marciare ma a ritroso. Questo lavoro, con un impatto drammaturgico di rara intensità, è una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale del 2015, e viene oggi ripreso per essere inserito nel programma Il dovere della memoria, un progetto che si propone di portare sulla scena fatti appartenenti alla storia e quindi patrimonio di tutti per favorirne la conoscenza alle nuove generazioni. Originali gli effetti speciali di Davide Ippolito e Luca Di Cecca che fanno rivivere virtualmente un cast di attori tutti di alto livello.
I costumi di scena sono curati da Lia Francesca Morandini.
data di pubblicazione: 9/2/2018
Il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…