PUOI BACIARE LO SPOSO di Alessandro Genovesi, 2018

PUOI BACIARE LO SPOSO di Alessandro Genovesi, 2018

Una commedia che, senza troppi giri di parole, tocca questioni ancora dibattute con naturalezza e garbo.

Sollevare un dibattito con il sorriso è il metodo più efficace per evidenziare i pregiudizi e cercare di combatterli. Lo sa bene il regista Alessandro Genovesi che, sulla scorta delle conquiste raggiunte dalla legge Cirinnà in tema di unioni civili, con il suo Puoi baciare lo sposo ha deciso di tornare sull’argomento servendosi dei toni fintamente leggeri della commedia.

Dopo un periodo di convivenza a Berlino, Antonio (Cristiano Caccamo) chiede a Paolo (Salvatore Esposito) di sposarlo. Accompagnati dalla bizzarra Benedetta (Diana Del Bufalo) e dal nuovo coinquilino Donato (Dino Abbrescia), i due torneranno in Italia per affrontare i rispettivi genitori e comunicare ai loro cari il desiderio comune di compiere un passo così importante. Ad opporsi sarà soprattutto Roberto, il padre di Paolo, sindaco di Civita di Bagnoregio in provincia di Viterbo. Pur essendosi conquistato l’incarico lottando per l’affermazione dell’integrazione e della tolleranza nel piccolo centro, il personaggio interpretato da Diego Abatantuono si rifiuterà categoricamente di celebrare le nozze del figlio e di riconoscerle come un evento significativo per la sua famiglia. In questa battaglia personale, condotta anche a costo di ferire Antonio, non avrà accanto neppure sua moglie Anna (Monica Guerritore): quest’ultima, entusiasta della lieta notizia, affiderà l’organizzazione della cerimonia al wedding planner Enzo Miccio che, non tralasciando nessuno dei tradizionalismi più radicati in simili occasioni, si occuperà di curare ogni singolo dettaglio anche per il famoso programma televisivo di cui è volto nella realtà.

Puoi baciare lo sposo è una commedia piacevole e delicata, che fa proprio della leggerezza il punto di forza della sua buona riuscita. Grazie alla presenza di una sceneggiatura pulita, in grado di attribuire il giusto peso alle parole utilizzate, lo spettatore non si ritroverà ad assistere a banali patetismi e a cadute di stile volgari, come spesso accade nel genere. Per l’intera durata della pellicola, infatti, le questioni affrontate raggiungeranno il pubblico con dolcezza, tra una risata e l’altra. Il divertimento è assicurato, a prescindere dalle tematiche man mano emerse, che vanno dalla posizione della Chiesa in merito fino al travestitismo. Ciò che rende particolare la commedia di Genovesi è poi la caratterizzazione di tutti i ruoli, persino quelli giudicati terzi a primo impatto. Un film da vedere in famiglia, per abbattere il muro dei preconcetti e tuffarsi a capofitto nell’amore più sincero.

data di pubblicazione: 7/3/2018


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OSCAR 2018: TUTTI I VINCITORI

OSCAR 2018: TUTTI I VINCITORI

Non ci sono state particolari sorprese nell’assegnazione delle statuette più prestigiose del cinema mondiale e anche le nostre previsioni accreditate sono state ampiamente confermate.

Il trionfo è tutto per La forma dell’acqua-The Shape of water di Guillermo del Toro, che si aggiudica tanto l’Oscar per il miglior film quanto quanto quello per la miglior regia, salendo a pieno diritto nell’Olimpo di questa 90. edizione.

La migliore attrice protagonista è Frances McDormand per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, mentre il premio per il migliore attore protagonista va Gary Oldman per L’ora più buia.

Una donna fantastica è il miglior film straniero.

A Chiamami col tuo nome “resta” la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale.

Qui di seguito tutti i premi assegnati!

 

Miglior film

La forma dell’acqua – The Shape of Water

 

Miglior regia

Guillermo del Toro per La forma dell’acqua – The Shape of Water

 

Migliore attore protagonista

Gary Oldman per L’ora più buia

 

Migliore attrice protagonista

Frances McDormand per Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 

Migliore attrice non protagonista

Allison Janney per Tonya

 

Migliore attore non protagonista

Sam Rockwell per Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 

Migliore sceneggiatura originale

Jordan Peele per Scappa – Get Out

 

Migliore sceneggiatura non originale

James Ivory per Chiamami col tuo nome

 

Miglior fotografia

Roger Deakins per Blade Runner 2049

 

Miglior montaggio

Lee Smith per Dunkirk

 

Miglior scenografia

Shane Vieau per La forma dell’acqua – The Shape of Water

 

Migliori costumi

Mark Bridges per Il filo nascosto

 

Miglior colonna sonora originale

Alexandre Desplat per La forma dell’acqua – The Shape of Water

 

Miglior canzone originale

Coco

 

Miglior trucco e acconciature

L’ora più buia

 

Miglior sonoro

Dunkirk

 

Miglior montaggio sonoro

Dunkirk

 

Migliori effetti speciali

Blade Runner 2049

 

Miglior film d’animazione

Lee Unkrich e Darla K. Anderson per Coco

 

Miglior film straniero

Una donna fantastica

 

Miglior documentario

Bryan Fogel e Dan Cogan per Icarus

data di pubblicazione: 5/3/2018

OSCAR 2018: TUTTI I VINCITORI

OSCAR 2018, 90^ EDIZIONE: CANDIDATURE E PRONOSTICI

Il 23 gennaio 2018 sono state annunciate le nomination agli Oscar 2018, statuette che saranno consegnate questa notte, 4 marzo, dalla Accademy of Motion Picture Arts and Sciences al Dolby Theatre di Los Angeles. A condurre il comico Jimmy Kimmel, come per la passata e discussa edizione che verrà ricordata più per il clamoroso errore della consegna della preziosa statuetta a La La Land, invece che al vero vincitore Moonlight.

Il film che quest’anno ha ricevuto le maggiori candidature è stato La forma dell’Acqua (13) di Guillermo del Toro, seguito da Dunkirk (8) di Christopher Nolan, Tre manifesti a Ebbing, Missouri (7) di Martin McDonagh, L’ora più buia di Joe Wright e Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson entrambi ex aequo (6) Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve e Lady Bird di Greta Gerwing (5), il nostro Luca Guadagnino con il suo Chiamami col tuo nome (4). Una menzione particolare va alla sezione come miglior film straniero che vede ben 5 pellicole su 5 recensite sul nostro sito Accreditati: Loveless di Andrej Zvjagincev, The Insult di Ziad Doueiri e The Square di Ruben Östlund, A Fantastic Woman di Sèbastian Lelio, oltre a On body and soul di Ildikó Enyedi film ungherese che ha vinto la 67ma edizione della Berlinale.

Le curiosità quest’anno riguardano il mondo femminile, non solo per i ruoli e per le tematiche che sovente hanno pervaso le pellicole, ma anche perché: Meryl Streep è alla sua 21ma nomination per The Post, Greta Gerwing per quella come miglior regia con Lady Bird dopo che nel 2010 The Hurt Locker consacrò Katryn Bigelow, e Rachel Morrison è in corsa per il premio alla migliore fotografia per Mudbound di Dee Rees, film che ha anche ottenuto candidature come miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale e miglior canzone, queste ultime in cui sfiderà Chiamami col tuo nome.

Le nostre previsioni ci vedono chiaramente tifare per le quattro candidature al film di Guadagnino, anche se le più probabili sembrerebbero essere quella ad Ivory per migliore sceneggiatura non originale e quella per la miglior canzone a Mystery of Love; la sfida più significativa sarà comunque quella tra Daniel Day-Lewis e Gary Oldman, mostruosamente bravi entrambi e sui quali è difficile scegliere se non per simpatia! Quanto al film di Guillermo del Toro, erano anni che non sognavamo così: poesia e raffinatezza si sono baciate, per un film toccante ed emozionante dal primo all’ultimo fotogramma, in contrapposizione al noir di Martin McDonagh che ci descrive “la provincia USA più retriva, rappresentata con tanto di stereotipi politicamente e volutamente scorretti”. Per quanto riguarda i ruoli femminili, Frances McDormand dovrebbe avere la meglio, avendo già vinto ai Golden Globes e ai Bafta: peccato sarebbe per la toccante Sally Hawkins e per la sorprendente Margot Robbie (I, Tonya). Infine per gli attori non protagonisti, anche se il favorito sembrerebbe essere Sam Rockwell per Tre manifesti a Ebbing, Missouri è sicuramente da sottolineare come l’America abbia voluto candidare il grande ed indiscutibile Christofer Plummer per Tutti i soldi del mondo, in un ruolo che doveva essere di Kevin Spacey; mentre per le interpreti femminili Allison Janney in I, Tonya sembrerebbe davvero aver colto nel segno.

Non resta che darvi appuntamento sulle pagine di Accreditati per scoprire insieme tutti i vincitori!

data di pubblicazione: 4/3/2018

COME CADE LA LUCE di Cathrine Dunne – Guanda, 2018

COME CADE LA LUCE di Cathrine Dunne – Guanda, 2018

Nel suo blog la Dunne, parlando del suo ultimo romanzo, scrive: Quando si comincia a scrivere ci viene spesso consigliato di ‘scrivere di ciò che si conosce’. Ma se questo significasse ‘scrivere solo delle proprie esperienze dirette, sarebbe estremamente limitante…In Come cade la luce i due personaggi principali sono due sorelle, caratterizzate da una relazione profonda e interdipendente. Sotto molti aspetti tale relazione è stata plasmata dall’interazione con Mitros, loro fratello: il figlio mezzano tra la maggiore Alexia e la minore Melina, affetto da una grave forma di disabilità.

Io non ho sorelle. E non ho mai vissuto con un bambino disabile. Il salto immaginativo mi ha richiesto di mettermi nei panni di personaggi, ponendomi questioni molto importanti.

Ho iniziato, come sempre, con una robusta dose di ‘Cosa accadrebbe se?…”

Ho letto tutto ciò che ha scritto, e tutto lo ho consigliato ad amiche, colleghe e conoscenti; questa volta alla domanda di una di loro sull’ultimo titolo di Catherine Dunne mi sono trovata a rispondere: leggilo, ma non ti aspettare che si avvicini neanche lontanamente a La metà di niente o Il viaggio verso casa o Quel che ora sappiamo. Dopo qualche giorno mi è arrivato il seguente messaggio: “che delusione, un romanzetto della serie Harmony….”.

E’ la storia della famiglia Emilianides, fuggita da Cipro a causa del colpo di Stato del 1974 che, alla ricerca di una nuova serenità in Irlanda, viene segnata pesantemente dalla gravissima malattia di Mitros, l’unico figlio maschio.

La storia viene narrata attraverso lo scambio di email – si potrà ancora utilizzare il termine epistolare  o è troppo legato all’attesa che nulla ha a che vedere con l’immediatezza di una email? – tra le due sorelle Alexia e Melina.

Lo stile della Dunne è sempre lo stesso, elegante ed estremamente coinvolgente: solo la sua penna è in grado di creare “realmente” i dolci aromi e le calde tinte del sud del Mediterraneo e di contrapporli all’odore forte della pioggia e a quello dell’erba che cresce rigogliosa nella plumbea Irlanda, ma la storia non mi ha convinta: il rapporto tra le due sorelle è sicuramente interessante anche se l’argomento non è certo una novità, tutti ricordiamo Elionore e Marianne diRagione e sentimento della Austen o abbiamo visto la trasposizione disneyana di Cenerentola di Perrault, assolutamente interessante il modo in cui le due sorelle vivono il rapporto con il fratello Mitros, ma tutto il resto…  troppi cliché e troppi passaggi scontati, i fallimenti di Alexia, il segreto di Melina che viene svelato nelle pagine conclusive, tutto è assolutamente prevedibile ed esageratamente melodrammatico.

data di pubblicazione:26/02/2018

STABAT MATER di Antonio Tarantino, regia di Giuseppe Marini

STABAT MATER di Antonio Tarantino, regia di Giuseppe Marini

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 21 febbraio/11 marzo 2018)

È un monologo laico che però allude al religioso, al trascendente della vita.

L’impegnativo pendant di titolo e sottotitolo (“Stabat mater”, ovvero “Oratorio per voce sola”) può ingannare. Perché si ride spesso negli 80 minuti di esibizione di Maria Paiato anche se i termini sono scabri, grevi, bestemmiatori.

L’affabulazione procede a tratteggiare gli assenti e a popolare la spoglia scena, una specie di costrittivo recinto in cui si esibisce l’attrice, spesso scalando il suo vertice quando i toni si fanno concitati. C’è il figlio di cui all’inizio parla bene ma che alla fine si rivelerà la prima fonte di problemi, un uomo misterioso che alle 22 serali non arriva mai (nonostante le premesse e le promosse), un bravo prete di strada (ma “forse” bravo fino a un certo punto), amiche fidate che la capiscono fino a un certo punto, digradando in questa nomenclatura della conoscenza a un giudice misterioso che forse non esiste. Così il monologo è un lucido e formale delirio di una donna che ne ha passate tante nella vita (troppe?) e che è sul punto di esplodere. La sua vita diventa un inferno se l’uomo che le ha dato un figlio è sposata con un’altra. E se quel figlio su cui ripone tante speranze è diventato un terrorista. Dunque il testo implode su sé stesso fino a un’esulcerazione tragica.

Ambientato a Torino, ricco di espressioni gergali, lo spettacolo è affidato in tutto e per tutto alla felice gamma di espressioni della dotatissima Paiato che riscatta la monodimensionalità del monologo recitando, il raschiamento del barile esistenziale, dando, in fondo vita a tanti personaggi pur mantenendo la propria identità perdente. È la sconfitta di un’Italietta periferica che non sorride e soccombe alla crisi, impastata in quella sottocultura, dei fumetti, del porno, dell’apparente riscatto del corpo.

Sinceri applausi in scena per una prova d’attrice che ne dimostra la grandezza. Senza ridursi a contaminazioni cinematografiche, televisive o, ancor peggio, pubblicitarie, come la maggior parte dei suoi colleghi.

data di pubblicazione: 26/2/2018


Il nostro voto:

BERLINALE: ORSO D’ORO AL FILM RUMENO TOUCH ME NOT

BERLINALE: ORSO D’ORO AL FILM RUMENO TOUCH ME NOT

Al di là di ogni possibile e avventata previsione, la giuria internazionale di questa 68esima edizione della Berlinale, presieduta dal regista tedesco Tom Tykwer, ha assegnato l’Orso d’oro al film Touch me not della rumena Adina Pintilie, regista che dopo aver completato i suoi studi a Bucarest, ha da sempre mostrato nei suoi lavori uno stile cinematografico tutto proprio, che l’ha portata nel tempo ad approdare a ciò che veramente l’ha sempre attirata: lo studio profondo della psiche umana. Il film premiato è in effetti un suo ennesimo atto di coraggio in quanto porta sul grande schermo scene in cui il corpo ci viene mostrato come mezzo espressivo diretto, a partire dalla protagonista Laura che va in terapia perché non ama essere toccata, sino ad arrivare a scrutare nell’intimo altri personaggi senza alcun riguardo per le loro deformità. La scelta di premiare un film così schietto e decisamente particolare, conferma ancora una volta come la Berlinale sia un Festival che rivolge la propria attenzione a forme cinematografiche sperimentali e per un pubblico di nicchia, con messaggi a volte persino sgradevoli seppur di sicuro effetto.

Gli altri premi assegnati sono stati i seguenti:

Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria a Twarz della polacca Malgorzata Szumowska;

Orso d’Argento per il film che apre Nuove Prospettive a Las herederas di Marcelo Martinessi, Paraguay;

Orso d’Argento per la Migliore Regia a Isle of dogs di Wes Anderson;

Orso d’Argento per la Miglior Attrice a Ana Brunim  nel film Las herederas;

Orso d’Argento per il Miglior Attore a Anthony Bajon nel film francese La prière di Cédric Kahn;

Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura a Manuel Alcalà e Alonso Ruizpalacios per il film messicano Museo;

Orso d’Argento per i Migliori Custumi a Elena Okopnaya per il film Dovlatov del regista russo Alexey German Jr.

Questa 68esima edizione della Berlinale ha presentato quest’anno una rassegna vastissima di film qualitativamente superiore rispetto all’anno passato, rivolti in prevalenza alle donne che in vario modo e sotto ruoli diversi sono risultate essere le vere protagoniste del mondo in cui viviamo. Accreditati ha voluto presentare ogni giorno un film scelto tra quelli in selezione ufficiale e non, manifestando come sempre il suo opinabile punto di vista. Un arrivederci quindi al prossimo anno in cui la Berlinale avrà un nuovo direttore al posto di Dieter Kosslick, in pensione per raggiunti limiti d’età.

data di pubblicazione:24/02/2018

HANNAH di Andrea Pallaoro, 2018

HANNAH di Andrea Pallaoro, 2018

Una balena spiaggiata, tanti curiosi che assistono al “rassegnato” lavoro degli ambientalisti che tentano di mantenerla in vita continuando a bagnarla con acqua di mare. Hannah affretta il suo passo sulla spiaggia, vestita di tutto punto come per andare ad un appuntamento: guarda negli occhi il cetaceo morente forse nel tentativo di sentire cosa si prova nell’osservare una lenta agonia.

 

Il titolo originario dell’intenso film di Andrea Pallaoro doveva essere La balena, sostituito poi con il nome della protagonista, perché la scena del mammifero spiaggiato evoca la lenta deriva dell’esistenza di una donna che, all’indomani dell’arresto del marito o meglio consorte, perché da quel momento lei ne condividerà la sorte, vedrà la sua vita spegnersi lentamente. Ma quale colpa si cela dietro quell’arresto? Allo spettatore non è dato saperlo perché il film, almeno in apparenza, non fornisce spiegazioni “convenzionali”. Ciò che è dato sapere è che la protagonista tenta con tutte le forze di aggrapparsi alla sua routine fatta di piccole cose che tuttavia le sfugge di mano, attimo dopo attimo, senza che lei possa fare nulla per frenare questo processo. Il figlio non la vuole più vedere, i vicini la evitano, la piscina dove va a nuotare le revoca l’abbonamento, anche gli allievi che come lei frequentano un corso di teatro, suo unico diversivo, non le parlano mai, non le fanno mai un sorriso, non le rivolgono mai uno sguardo che la faccia sentire viva. Eppure le spiegazioni di tutto questo sono lì, davanti ai nostri occhi: le troviamo nascoste in una busta di fotografie, nei silenzi di Hannah, nelle parole pronunciate attraverso le pareti di casa dalla vicina, nel dolore soffocato di questa donna che porta sulle sue gracili spalle una colpa non sua, ma che la sta schiacciando.

Hannah è un film profondo ma non per tutti, perché l’assenza quasi totale di dialoghi genera stupore e smarrimento: lo spettatore può solo osservare ogni piega delle espressioni di questa donna, imparare ad ascoltare i suoi silenzi, guardare i suoi occhi.

Charlotte Rampling è Hannah: è lei il film ed è immensa. Tutto il resto fa solo da sfondo al suo dolore, alla sua solitudine, al suo lento crollo verso un’inevitabile deriva nata dall’isolamento in cui l’ha relegata quella piccola porzione di società, rappresentata dal suo mondo e dai suoi affetti.

Si consiglia la visone di questo film a chi vede nel cinema l’opportunità di provare sempre nuove emozioni, a chi ama affinare le proprie percezioni viaggiando nei meandri dello spirito umano, per visitare pieghe mai percorse prima.

data di pubblicazione:24/02/2018


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IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson, 2018

IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson, 2018

Londra, inizio anni 50, il celebre sarto R. Woodcock (Daniel Day-Lewis) e sua sorella Cyril (Lesley Manville) che dirige la “Maison”, sono al centro dell’Alta Moda Britannica. Woodcock che fino ad allora aveva rifiutato ogni relazione affettiva stabile per timore di perdere la propria ispirazione creativa, si innamora di una fascinosa cameriera Alma (Vicky Crieps), ne diviene il Pigmalione e ne fa il punto di riferimento per la sua vita e per la creazione delle sue collezioni. Questo incontro sconvolgerà la sua vita, la sua creatività artistica e tutto il suo essere.

 

Paul Thomas Anderson, regista e sceneggiatore, fra i migliori autori del ”nuovo cinema americano” (suoi Magnolia, Il Petroliere, The Master), con questo film elegante e raffinato torna a lavorare con Daniel Day-Lewis, uno dei massimi interpreti dei nostri giorni ed unico ad avere vinto 3 Premi Oscar come attore protagonista. Il risultato è splendido, una vera gioia per gli amanti del Cinema! Il regista è un pittore di sentimenti e questa volta, come in altri suoi film, ci ripropone, tramite un triangolo intrigante fra Woodcock, Cyril ed Alma, quella che è la vera costante dei suoi film: la ricerca da parte dei suoi personaggi del senso del loro esistere e del loro doversi confrontare con la realtà tangibile dell’”Altro” rispetto a loro stessi. Ne Il Filo Nascosto la ricerca è inscritta all’interno di una relazione amorosa. Prendendo come punto focale il grande sarto, l’autore ci rappresenta il mistero di una coscienza indecifrabile. Woodcock, è infatti un esteta ipersensibile che non lascia entrare nessuno nel suo mondo interiore. Un uomo per il quale sono solo i suoi abiti che dovrebbero parlare per lui, e che, turbato dall’ingresso nella sua vita di Alma, si ritrova a perdere i suoi ritmi, la sua disciplina ed il suo silenzio. Che altro mai potrebbe allora essere “il filo nascosto” del titolo, se non il filo invisibile con cui Woodcock fa parlare i suoi abiti celando di proposito, dei messaggi nelle fodere delle sue creazioni e, nello stesso tempo, anche il filo impercettibile, l’amore, razionalmente rifiutato ed emotivamente bramato che invece lo tiene legato ad Alma. Un sentimento esaltante e nel contempo tossico con cui il personaggio interpretato da Day-Lewis si deve confrontare costantemente. Un discorso insomma, sul tema della dominazione e sottomissione fra due esseri presi da una reciproca follia d’amore. Il Filo Nascosto è infatti un doppio film, una apparente storia di manipolazione dell’”Altro”, sotto cui si intravvede una storia d’amore in equilibrio fra perversione e tenerezza. Anderson sa condurre questo doppio registro con una capacità narrativa alla quale dobbiamo solo affidarci, apprezzandone il risultato di alta qualità estetica così vicina alla perfezione dei dettagli che in più tratti ci ricorda Visconti. Il regista è anche autore della scenografia e direttore della fotografia, ed è bravissimo, pur avendo girato il film tutto in interni, ad evitare con il giusto ritmo cinematografico, ogni possibile elemento teatrale, aiutato in ciò da un montaggio rapido e da un eccezionale gioco delle luci e delle inquadrature. Il casting è perfetto, dai primi ai secondi ruoli. La presenza di Daniel Day-Lewis è dominante e cattura gli sguardi costantemente per la sua intensità recitativa e per la sua capacità, con pochi cenni, di rendere tutte le sfumature e complessità del suo personaggio. Eccezionale. Un quarto Oscar sarebbe meritatissimo! La giovane Krieps e la Manville sono poi complici di pari misuratezza e sensibilità recitativa basata tutta sulla forza dello “sguardo”.

Dunque un film bello, quanto bello è il soggetto ed è curata la sua messa in scena. Il Filo Nascosto è un film drammatico ed anche un film d’amore che rasenta quasi la perfezione, di sicuro un ottimo “film classico” in una perfetta fusione di forma e sostanza. Un film di un grande autore e di grandi attori destinato in assoluto alla gioia degli amanti del Vero Cinema.

data di pubblicazione:23/02/2018


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BERLINALE [9] – THE BOOKSHOP di Isabel Coixet, 2018

BERLINALE [9] – THE BOOKSHOP di Isabel Coixet, 2018

(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)

Florence Green, oramai vedova da diversi anni, vuole scrollarsi di dosso la tristezza che pervade la sua vita e decide di realizzare il suo sogno nascosto che è quello di aprire una libreria. Sfortunatamente sceglie il posto meno adatto: Hardborough sulla costa inglese, una piccola cittadina che vive come in un perenne letargo. Florence dovrà ben presto affrontare oltre allo scetticismo della gente del luogo, anche l’ostruzionismo della ricca Mrs. Gamart che vuole assolutamente difendere la propria influenza culturale sulla città. A tutto questo si aggiunge lo scandalo sollevato dalla vendita di libri quali Lolita di Nabokov e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Sommersa da inevitabili problemi di natura economica, Florence dovrà accettare ben presto l’idea di vedere andare in fumo la sua amata libreria, abbandonando così quel progetto al quale aveva dedicato tutte le sue energie.

 

La regista catalana Isabel Coixet è oramai nota al pubblico italiano dopo il successo ottenuto nel 2005 con il film La vita segreta delle parole presentato al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti, e premiato in patria con ben quattro premi Goya tra cui quelli per miglior film e miglior regia. Qui alla Berlinale si era fatta già notare nel 2003 con La mia vita senza me candidato agli European Film Awards come miglior film oltre ad ottenere due premi Goya. Tratto da un romanzo di Penelope Fitzgerald del 1978, The bookshop è un film ben costruito con una fotografia molto curata sulla ventosa costiera britannica, che regala alla pellicola una ventata di aria fresca, facendo da contrappunto all’atmosfera polverosa della libreria di Florence (Emily Mortimer). La protagonista è un personaggio che dietro una apparente fragilità di vedova indifesa, nasconde invece una buona dose di coraggio e di risolutezza di fronte alle avverse situazioni che le si presentano: dovrà infatti lottare molto contro l’aristocratica Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), che cercherà in tutti i modi di ostacolare l’attività della libreria ricorrendo a stratagemmi politicamente poco corretti. Seppur il finale non è proprio da definirsi un happy end dal momento che la povera Florence dovrà andarsene lasciando la propria casa e la libreria costruita con grande amore e passione, la storia nel suo complesso è alquanto prevedibile. All’assoluta e incontestabile naturalezza recitativa dei vari personaggi ha purtroppo riscontro una narrazione poco interessante e del tutto priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo. Una nota positiva è ciò che emerge dalla figura di Florence, una donna che ama i libri, ama leggerli ma anche accarezzarli per scoprirne quel fascino segreto che va al di là della carta stampata e che riesce a sprigionare il giusto nutrimento per chi ama intensamente la lettura, come la protagonista di questo film.

data di pubblicazione:23/02/2018







BERLINALE [8] – UTOYA, 22 JULI  di Erik Poppe, 2018

BERLINALE [8] – UTOYA, 22 JULI di Erik Poppe, 2018

(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)

Il 22 luglio 2011 circa cinquecento giovani mentre frequentavano un campeggio sull’isola di Utoya vicino Oslo, in Norvegia, furono sorpresi da un attacco armato da parte di un terrorista, poi identificato come Anders Behring Breivik. Il fanatico killer uccise 77 di quei giovani e ne ferì più di cento; i sopravvissuti alla strage rimasero per lungo tempo sotto shock perché, senza avere alcuna possibilità di fuga, rimasero impotenti di fronte alla ferocia e alla morte. Tra loro, le sorelle Kaja ed Emilia che stano trascorrendo sull’isola le loro vacanze, e che rimasero coinvolte insieme agli altri in quel massacro immotivato verso persone del tutto innocenti.

 

Il regista norvegese Erik Poppe ha lavorato per ben tre anni prima di realizzare questo film sull’atto terroristico che colpì la Norvegia ed al quale questa nazione, allora impreparata, ancora oggi pensa con profondo ed immutato dolore. Nel lungo periodo di preparazione di Utoya, 22 Juli furono intervistati molti dei sopravvissuti per capire a fondo le emozioni provate in quei terribili 72 minuti cadenzati dai colpi di fucile con cui il terrorista dava la caccia ai fuggitivi. La telecamera segue in tempo reale ogni movimento della giovane Kaja (Andrea Berntzen) alla ricerca disperata della sorella di cui aveva perso le tracce mentre nel contempo tenta, insieme agli altri, di nascondersi nel bosco per sfuggire alla morte. Un film adrenalinico dove non si può che essere coinvolti emotivamente in quanto lo spettatore si trova in medias res insieme agli altri protagonisti, vivendo il terrore di quei momenti senza fine. L’abilità del regista sta nell’avere raccontato di quel fatto ponendosi dalla parte delle vittime, più che da quella del terrorista, figura che si intravede solo in un fotogramma ma la cui presenza incombe come un macigno durante tutta la durata del film come una costante minaccia per tutti. La giovane attrice che interpreta Kaja è perfetta nel portare sulla propria persona tutta la pressione psicologica della situazione che sta vivendo.

Come affermato dallo stesso regista in conferenza stampa: “si è voluto dare all’intera storia una versione quanto più vicina alla realtà, di come si svolsero i fatti, ricorrendo però al carattere di fiction per non urtare la sensibilità dei sopravvissuti e soprattutto quella dei genitori delle vittime”. Il regista conclude dicendo: “ho pensato a lungo se fosse prematuro fare questo film, ma poi ho pensato che tutti dovessero ricordare quei fatti, e non solo in Norvegia, affinché ognuno di noi si faccia parte attiva che tali atti non abbiano più a ripetersi”.

Il film dovrebbe essere distribuito in Italia e se ne raccomanda vivamente la visione.

data di pubblicazione:22/02/2018