CORSO DI ENIGMISTICA di Ennio Peres – Carocci editore, 2018

CORSO DI ENIGMISTICA di Ennio Peres – Carocci editore, 2018

Sembra essere questo libro di una vita per Ennio Peres, professore di matematica ma soprattutto giocologo, rinverdendo una tradizione che in Italia ha i suoi alfieri storici nei due Bartezzaghi, senior e junior, e nello scomparso Dossena. Il gioco non è azzardo, è sviluppo neuronale, messa in azione delle sinapsi. Non è scienza ma empirismo. E ora Peres, al culmine di mezzo secolo di esperienze, sforna un Corso di enigmistica che non ha pretese accademiche ma molto semplicemente ci svela cosa c’è dietro e oltre la barricata ovvero il mestiere di chi lo fa per professione, mettendoci a disposizione le tecniche per dipanare la matassa dei rebus, portare a termine un cruciverba, affrontare crittogrammi od operazioni complesse. Insomma la bottega e i ferri del mestiere tradizionali. È un libro per non addetti ai lavori ma sicuramente per cultori della materia, per appassionati o semplici curiosi. Come si sa in Italia si legge sempre di meno. Più di un italiano su due non ha portato a termine la lettura di un solo libro nel corso del 2017. Ma la Settimana enigmistica, la rivista a prova di infiniti tentativi di imitazione, ha una schiera di adepti che resiste al tempo e alla velocità del mainstream. L’enigmistica richiede pazienza, tenacia, applicazione ma anche ingegno, intuito, la capacità di sparigliare le regole. Peres ci fa entrare in un mondo che può anche apparire incantato ma che, alla fine, è dominato dalle ferree e inflessibili leggi della matematica. Lui, già, professore della materia, padroneggia con autorità i vari capitoli senza mettersi in cattedra ma spezzando il pane della didattica ai profani. Un libro per tutti, da delibare un po’ alla volta. Un esercizio di ginnastica mentale per il cervello e con la linguistica, con possibilità pratiche per l’ideazione di nuovi giochi.

data di pubblicazione:14/02/2018

ORIENT di Christopher Bollen – Bollati Boringhieri, 2018

ORIENT di Christopher Bollen – Bollati Boringhieri, 2018

Inizio citando le parole dell’autore pubblicate da Il Libraio nell’intervista apparsa in occasione del lancio del titolo: “Quando ho iniziato, avevo l’idea di chi dovesse essere l’assassino. Ma nel corso della scrittura mi sono concesso la possibilità di cambiare, se avessi trovato una migliore idea in futuro, cioè ho lasciato che la trama evolvesse e mutasse durante la stesura”.

A mio parere sicuramente troppe le 720 pagine che soprattutto all’inizio, per le dovute digressioni ed espansioni necessarie per creare l’humus in cui sboccerà la storia, creano lentezza e conseguente distrazione nel lettore. Lo scenario claustrofobico è abbastanza classico: ultima cittadina della penisola a cui si accede da un’unica strada, un gruppo di persone apparentemente coeso ma pieno di piccoli rancori, un cumulo di menzogne che ognuno di loro lotta per tenere nascoste, il sospetto che, ad arte, viene posto a rotazione sulle spalle di quasi tutti gli attori, insomma un giallo in piena regola senza un guizzo, senza un’idea folgorante, con una trama un poco tirata per i capelli…

Per i primi due terzi del libro ho avuto qualche difficoltà a capire chi potesse essere l’assassino proprio per il balletto dei sospetti di cui dicevo in precedenza, ma sono rimasta abbastanza delusa quando ho avuto la certezza di chi fosse l’assassino perché troppo scontato, dagli indizi alle motivazioni…

Due gli aspetti che ho assolutamente apprezzato: l’escamotage attraverso cui il narratore della vicenda, capro espiatorio designato, riuscirà a vivere il resto dei suoi giorni in piena libertà; il suo incipit è sicuramente geniale “Ho imparato troppo tardi la lezione della vita nei luoghi migliori d’America: occorrono azioni grette, diffidenti, spietate per vivere un’esistenza ordinaria” e la rappresentazione della collettività di Orient che, dal punto di vista sociologico, è un microcosmo veramente notevole!

Il romanzo si svolge a Long Island, nella cittadina di Orient, penisola del North Folk, parallela alla più famosa South Folk con le famose spiagge degli Hampton. In questo paradiso di pescatori e natura più o meno selvaggia arriva Mills Chevern, ex tossico dipendente, ex bambino abbandonato, giovane vagabondo, ospite “alla pari” di Paul Benchley, autoctono trasferitosi a New York per la sua carriera di architetto, che rientra nella casa avita dopo la morte della madre.

Orient è l’ultima cittadina sulla punta estrema del North Fork e la comunità che ci vive è naturalmente chiusa e mal fidata soprattutto verso un giovane con il passato di Mills: tutti lo guardano con estrema diffidenza che si trasforma in palese sospetto quando, in concomitanza con il suo arrivo, iniziano ad accadere una serie di strani episodi di violenza, più o meno accidentali, che nessuno dei locali si sarebbe mai neanche immaginato potessero avvenire nella loro tranquillissima oasi di pace.

A indagare, su quelli che si appurerà non saranno semplici incidenti ma omicidi pianificati non sarà solo la polizia locale ma anche il colpevole per antonomasia, Mills, nel tentativo di dimostrare la propria estraneità ai fatti, che sarà affiancato da quella che probabilmente sarà la sua unica amica a Orient, Beth Shepherd, ex pittrice e moglie di un famoso artista, tornata nella casa di famiglia dopo molti anni passati a New York nel tentativo di intraprendere una nuova vita al fianco del marito.

Alla fine direi che si può leggere, non si deve, ma si può.

data di pubblicazione:12/02/2018

THE DISASTER ARTIST di James Franco, 2018

THE DISASTER ARTIST di James Franco, 2018

Greg (Dave Franco), aspirante attore, rimane colpito dalla carica emotiva di un tipo alquanto bizzarro di nome Johnny Wiseau (James Franco). I due diventeranno amici e con reciproco entusiasmo e mezzi economici di incerta provenienza, partiranno per cercare fortuna a Hollywood, coltivando il sogno di realizzare un film.

Non tutto andrà, però, nel verso giusto, anche se, dopo alterne vicende l’idea folle di The Room si attuerà con esiti diversi da quelli sognati: il film scritto diretto interpretato e prodotto da Tommy, passerà infatti alla cronaca e sarà ricordato come il film- più brutto- della -storia-del cinema.

 A James Franco manca solo di presentare il Festival di Sanremo, dopo di che potrà dire a se stesso e al mondo di aver provato e fatto di tutto. Culturalmente onnivoro: spazia tra cinema (attore, producer, sceneggiatore, regista), letteratura (la raccolta di poesie Directing Herbert White), TV e musica, testimonial di Gucci, piuttosto alternativo nelle scelte esistenziali, è incappato di recente nella “sindrome Weinstein”, quando con il suo Disaster Artist veleggiava spedito verso gli Oscar tradito da accuse a suo carico di comportamenti sessuali inappropriati.

La tragicomica genesi di The Room ha finito con l’accumunare accanto a quello del suo autore, lo sciroccato Wiseau, anche James, qui regista e attore, in una immeritata mezza debàcle. Occorre invece dirlo che il giovane Franco, al di là di un ego spaventoso, ha certamente diverse frecce all’arco del suo innegabile talento.

La pellicola di cui si tratta ha ricevuto stroncature forse più legate a fatti emozionali, ma anche plausi e riconoscimenti. Si tratta, infatti, di uno dei suoi migliori lavori, già premiato ai Golden Globes, e pur trattando ancora una volta il tema del cinema che racconta il cinema (tanto per cambiare il film è tratto da Una Storia Vera, altra costante della cinematografia USA), la pellicola ha un suo perché.

Non siamo dalle parti di Effetto Notte di Truffaut e nemmeno di 8 e ½ di Fellini, semmai possiamo pensare a Ed Wood di Tim Burton, ma The Disaster Artist è un making of paradossale con momenti interessanti, divertenti e drammatici e si avvale di buone interpretazioni e azzeccate caratterizzazioni. Il Tommy Wiseau è indubbiamente un personaggio e le sue insicurezze e follie, oltre al suo inquietante accento (nel doppiaggio orientato verso una parlata con intonazione “slava”) sono nelle corde di James Franco, in sintonia e in gara con l’ottima prova del fratellino Dave, succube dell’amico “disastroso”. Il limite è forse nel continuo ondeggiare fra dramma e commedia, senza optare per un solo registro, salvo pensare che sia proprio questa la strada scelta dell’ecclettico regista.

Tratto da un romanzo di Greg Sestero e Tom Bissel, ben fotografato e sorretto da una buona colonna sonora, il film mette a fuoco assurdità e misteri dell’industria cinematografica e risulta in ultima sintesi un film godibile seppure con qualche riserva. Nei titoli di coda appare il vero Tommy Wiseau e si legge che ad oggi, The Room è oggetto di un piccolo culto, con lo stesso Tommy che gira il mondo per proiezioni speciali (l’ultimo dell’anno in particolare) in cui cavalca, ormai, l’ironia involontaria e non prevista dal suo iniziale progetto.

data di pubblicazione:11/02/2018


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QUATTRO CANI PER UN OSSO di J.P. Shanley, regia di J.R. Pepper

QUATTRO CANI PER UN OSSO di J.P. Shanley, regia di J.R. Pepper

(Teatro Off/Off – Roma, 6/18 marzo 2018)

Quattro cani che si litigano un osso. È la metafora della dura realtà di Hollywood, il sipario tirato su i comportamenti irrituali del produttore Weinstein, virati a teatro. Quattro protagonisti: l’attrice emergente, arrivista e cinica, la sua rivale, più in là con gli anni, terrorizzata dalla possibilità di ricadere in una parte da caratterista, il produttore che deve far quadrare i conti e racchiudere un film da 8 milioni di dollari in una versione light da 5 e, infine, lo scrittore alla prima grande prova di sceneggiatura filmica, costretto a ingoiare i compromessi dell’industria cinematografica. C’è azione, violenza verbale, frequente uso del turpiloquio in scena dove i “cambi” sono magnificamente surrogati da immagini di grandi iconici film del passato. I toni sono sempre concitati, molto americani, nell’adattamento operato da Enrico Vanzina sul testo del drammaturgo J.P. Shanley (premio Oscar per la sceneggiatura di Stregata dalla Luna). Il ritmo è incalzante senza alcuna concessione al trend italiano che pure, mutatis mutandis, sul set non è troppo dissimile. La scena restituisce la promiscuità del set e la precarietà del cinema dove tutti sono disposti a sbranarsi per fama o soldi, non rinunciando per principio a vendere il proprio corpo in cambio di un piccolo avanzamento di carriera e le amicizia sono solo tattiche o strumentali per andare a favore o contro un terzo personaggio. Come si intuirà la figura che sfugge al contesto, un quinto possibile descritto per assenza, descritto solo per allusioni, è il regista, presentato come “geniale ma debole” dal produttore. È l’entità su cui si scaricano tutte le frizioni immaginandolo come il soggetto che recepirà forzosamente un finale diverso, in questo caso un happy end in cui tutti vorrebbero arrogarsi il compito di salvare il protagonista. Si restituisce un’idea di cinema come puro artigianato dove l’arte è una parola di cui troppo spesso si abusa conoscendo da una parte “il divano del produttore” e dall’altra l’infinito ricorso al mestiere. Arte sì ma dell’eterno compromesso. Le relazioni pericolose di Hollywood sono l’epitome dell’estrema spregiudicatezza del mondo di oggi. Bravi tutti agli attori: Cristina Cirilli, Paolo Giangrasso, Pietro Montandon e Nela Leoni.

data di pubblicazione:11/02/2018


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HITLER CONTRO PICASSO E GLI ALTRI di Claudio Poli, 2018

HITLER CONTRO PICASSO E GLI ALTRI di Claudio Poli, 2018

Nel luglio del 1937, in pieno regime nazista, furono organizzare a Monaco due mostre contemporaneamente. Nella prima erano presentate in maniera volutamente confusa lavori di artisti contemporanei, appartenenti alle cosiddette avanguardie moderniste, posti all’indice in quanto la loro opera veniva considerata degenerata. La seconda era una grande esposizione d’arte germanica di ispirazione classica che doveva anche servire come propaganda dell’ideologia al potere. Hitler e il suo principale luogotenente Goering iniziano una vera e propria razzia di capolavori nei musei dei paesi occupati e soprattutto nelle case dei collezionisti ebrei con il pretesto che le opere sarebbero state collocate in un nuovo museo a Linz, progetto grandioso che poi non fu mai realizzato.

 

Il documentario Hitler contro Picasso e gli altri, che verrà presentato nelle sale cinematografiche italiane il 13 e 14 marzo e successivamente distribuito in altri 50 paesi nel mondo, racconta il destino di migliaia d’opere d’arte saccheggiate dai nazisti, soprattutto nelle case di ricchi mercanti d’arte ebrei in cambio di una presunta via di fuga da quello che invece fu un ineluttabile destino. Al di là di importanti filmati storici di repertorio, il film descrive in maniera uniforme, attraverso la voce narrante di Toni Servillo, le varie fasi che portarono in un primo momento al bando di tutte quelle opere contemporanee considerate una vera degenerazione secondo quella che era la concezione nazista. Successivamente vengono presentate le testimonianze di tutti quei galleristi e esperti d’arte che ancora sono impegnati a recuperare le opere trafugate, allo scopo di restituirle agli eredi di coloro che un tempo ne erano i legittimi proprietari. Ancora oggi non si è infatti venuti a capo nel rintracciare in toto questo enorme patrimonio e la minima parte di esso è attualmente in mostra nei principali musei del mondo, poco restii a cederli a coloro che ne vantano il diritto. I lavori di artisti quali Max Beckmann, Paul Klee, Oscar Kokoschka, Otto Dix, Marc Chagall, El Lissitzky erano considerati come una deformazione del bello secondo la concezione nazista, frutto di menti perverse che travisavano e distorcevano il concetto stesso dell’armonia e dell’estetica. Queste opere sequestrate, venivano poi vendute in aste private e i proventi finivano nelle casse del regime o utilizzati per l’acquisto, a prezzi irrisori, di quadri e sculture più gradite a Hitler e a Goering, che entrambi  fecero dell’arte una forma di ossessione personale. Interessanti le interviste a studiosi che si stanno occupando di riclassificare i capolavori recuperati e sulle tracce di quelli ancora da ritrovare. La complessa macchina del regime, con l’eliminazione dai musei delle opere ritenute indegne, mirava contestualmente a distruggere ogni manifestazione di pensiero che potesse offuscare la loro immagine. Come Picasso ebbe a dire: “la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. E’ uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico…” Con il suo capolavoro Guernica, l’artista intese infatti illustrare quel conflitto fratricida che aveva invaso la Spagna con le nefaste conseguenze che tutti ben conosciamo. Il film di Claudio Poli, su soggetto di Didi Gnocchi e sceneggiatura di Sabina Fedeli e Arianna Marelli, con musiche di Remo Anzovino é distribuito nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema con il patrocinio dalla Comunità Ebraica di Milano. Sicuramente un ottimo strumento didattico-informativo rivolto a tutti per conoscere la storia e per sapere come l’arte sia in grado di influenzarne gli eventi.

data di pubblicazione:10/02/2018

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI di Vittorio De Sica, 1970

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI di Vittorio De Sica, 1970

Micòl (Dominique Sanda) e Alberto (Helmut Berger) appartengono ad una ricca famiglia ebrea dell’alta borghesia di Ferrara. La loro splendida villa e l’annesso meraviglioso giardino con campo da tennis sono spesso frequentati da Giorgio (Lino Capolicchio), anch’egli ebreo ma figlio di un commerciante, e dal giovane comunista milanese Giampiero (Fabio Testi), entrambi innamorati di Micòl. Siamo nel 1938 in prossimità dell’inizio della guerra e per gli ebrei la situazione si fa sempre più critica. Intanto Giorgio trova il coraggio di manifestare apertamente il suo amore ma viene respinto definitivamente. La ragazza ha per lui solo un sentimento fraterno mentre prova forte attrazione per l’affascinante Giampiero con il quale passa una intera note prima che questi venga inviato al fronte. Intanto gli eventi precipitano: Alberto muore improvvisamente a causa di una malattia, Giorgio che in un primo tempo si era rifiutato di seguire il fratello in Francia ora anche lui è costretto a nascondersi e poi a lasciare Ferrara per sfuggire ai nazifascisti mentre tutta la famiglia Finzi Contini viene prelevata dai repubblichini e relegata in una scuola prima della deportazione. Nonostante il grande successo di pubblico ottenuto, non tutta la critica fu favorevole accusando De Sica di essere stato troppo flemmatico nella narrazione e di essersi in buona parte scostato dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani dal quale il film era stato liberamente tratto. Molti comunque i riconoscimenti: Orso d’oro a Berlino, Oscar come miglior film straniero, David di Donatello, Nastro d’argento, Globo d’oro e premio BAFTA. Ambientato e in massima parte girato a Ferrara, ci rimanda ad una ricetta locale molto semplice: frittatina di zucchine e ricotta alla menta.

INGREDIENTI: 200grammi di zucchine – 250 grammi di ricotta – 6 uova – 1 cipollotto – 3 cucchiai di olio d’oliva extravergine – foglioline di menta – sale e pepe q.b..

PROCEDIMENTO: Tagliare il cipollotto a rondelle sottili e farlo soffriggere in una padella con l’olio d’oliva. Unire le zucchine tagliate a julienne, salare e cuocere coperto per 3-4 minuti. In una terrina sbattere le uova con sale e pepe e unire le zucchine intiepidite e le foglie di menta spezzettate. In una padella antiaderente spennellata di olio mettere il composto e formare tre frittatine sottili. Intanto insaporire la ricotta con sale e pepe e successivamente stendere le frittatine su un foglio di pellicola trasparente, spalmare con la ricotta e arrotolarle. Richiudere nella pellicola e lasciare in frigorifero a rassodare. Al momento di servire tagliare le frittate a rondelle spesse 2 cm e sistemarle su un piatto di portata. Decorare con foglioline di menta.

NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana, 2018

NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana, 2018

Nina si trasferisce insieme alla sua bambina in un centro della Lombardia non molto distante da Milano dove, su raccomandazione del parroco locale, riesce ad ottenere un lavoro in una residenza per persone anziane molto facoltose. Molestata dal direttore della struttura, la donna, confidatasi prima con il suo compagno e poi con una dirigente sindacale, riesce ad infrangere l’imperante muro di omertà e a portare l’uomo in tribunale allo scopo di difendere la propria dignità. L’impresa sin dall’inizio si presenterà molto difficile: le colleghe di Nina, anch’esse oggetto di molestia o addirittura abuso sessuale, pur di non perdere il proprio posto di lavoro scelgono di non esporsi.

 

Giordana non ama farsi chiamare maestro (come affermava Monicelli: maestro de chè?), in quanto per lui l’unico maestro era e rimane Federico Fellini. Nell’accontentarlo togliendo questa etichetta a lui scomoda, Marco Tullio Giordana rimane comunque un regista di grande spessore, che nelle sue pellicole ha sempre manifestato il suo impegno nel denunciare qualsiasi forma di sopruso o abuso esercitato da parte di chi detiene il potere e nell’abbattere l’omertà di chi il potere lo subisce. Nome di donna affronta il tema della molestia esercitata sul posto di lavoro nei confronti delle donne, spesso costrette a tacere pur di non perdere il lavoro, poiché ancora oggi l’autorità è prerogativa prettamente al maschile, sia nel sociale come nel privato. Nina (Cristiana Capotondi) ha imparato a cavarsela da sé nel crescere da sola una bambina, ed anche se ora riceve affetto dal suo compagno Luca (Stefano Scandaletti), disposto anche a mantenerla con il proprio lavoro pur di averla accanto, riesce tuttavia a difendere la propria indipendenza anche a costo di sacrifici ben noti per tutte le donne che lavorano. La violenza che lei è costretta a subire è di natura psicologica, pagando a caro prezzo il suo rifiuto e soprattutto la sua ribellione. Tra gli ospiti della lussuosa residenza per anziani dove si svolge la storia, troviamo Ines, una splendida Adriana Asti nella parte di se stessa, che messa al corrente di quanto sta succedendo afferma con un sorriso amaro che ai suoi tempi queste deplorevoli azioni venivano definite semplici complimenti. Il direttore Torri (Valerio Binasco) potrà contare sulla reticenza, o meglio protezione, di un uomo di chiesa, anche lui detentore di una bella fetta di potere all’interno della struttura, e che non esita a porsi in difesa dell’accusato pur di mantenere i propri privilegi.

Un film profondo dunque, che pone in risalto non solo la problematica delle donne, molte delle quali provenienti dai paesi dell’est, ma in genere di tutti quelli che quotidianamente subiscono una forma di maltrattamento, in qualsiasi modo perpetuata. Basato su un’ottima sceneggiatura, curata principalmente da Cristiana Mainardi, il film è un documento che dimostra quanto ci sia ancora da fare per arrivare a risultati sociali concreti, per la difesa da parte delle donne del diritto al lavoro e al rispetto della propria onorabilità. Nelle note di regia si legge: “inutile nascondersi dietro un dito, ognuno, uomo o donna che sia, sa benissimo cosa sta succedendo, sa qual’è il limite, la linea d’ombra. Chi la oltrepassa sa benissimo di violare un confine…”

Non a caso il film arriverà in sala l’otto marzo… sperando che ci rimanga a lungo.

data di pubblicazione:07/02/2018


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QUEL CHE NON SO DI LEI di Roman Polanski, 2018

QUEL CHE NON SO DI LEI di Roman Polanski, 2018

La scrittrice Delphine (Emmanuelle Seigner) dopo il successo del suo ultimo libro autobiografico  è oppressa dai ricordi familiari riportati in vita, ed è fragile e disorientata per la stanchezza psicofisica ingenerata dalle pressioni dei suoi lettori e degli editori. Delphine è quindi in piena crisi, senza idee per un nuovo libro e tormentata da messaggi anonimi. In questa situazione di difficoltà le capita di incrociare una sua affascinante ammiratrice di nome Lei (Eva Green) che sfrutta abilmente le sue angosce e s’insinua progressivamente nella sua vita privata e professionale fino a divenire morbosamente essenziale. La loro amicizia diviene sempre più ambigua, inquietante e pericolosa.

 

Quel che non so di lei, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes con giudizi contrastanti, è un adattamento operato dallo stesso Polanski, unitamente all’amico sceneggiatore e regista Olivier Assayas (suo il recente Sils Maria), del best seller Da Una Storia Vera della francese Delphine de Vigan.  Dopo l’ultimo suo film La Venere in Pelliccia l’ottantacinquenne regista polacco ritorna oggi con un thriller che, seguendo un sentiero fra realtà e finzione, rinnova la sua maestria nell’adattare per il cinema storie molto forti e nell’operare riflessioni sull’ambiguità del processo creativo in una situazione ricca di suggestioni tutte virate al femminile. Polanski si muove in un incrocio fra un mondo letterario e teatrale che ci ricorda i suoi recenti Carnage e, per l’appunto La Venere in Pelliccia, riproponendoci ancora una volta il tema del “doppio”, “l’altro da sé”, scavando nelle zone d’ombra e di luce dei suoi personaggi, lasciando noi spettatori nel dubbio di quale sia il vero e quale sia il falso. È vero che Lei rappresenta la zona d’ombra di Delphine o piuttosto, è forse vero il contrario?  Un lavoro dunque quello di Polanski che ci porta ad esplorare i dubbi, le manipolazioni e le prevaricazioni di ruoli fra menti fragili e che ci fa rammentare Eva contro Eva, Misery non deve morire ed anche lo stesso Polanski di The Ghost Writer. Come al suo solito il regista è un maestro nell’ambientare la vicenda in spazi ristretti, però questa volta sembra quasi porsi in una posizione di estraneità rispetto alla vicenda narrata, come se fosse desideroso di realizzare un film meno “intellettuale” e più, per così dire, “popolare”, trovandosi però in tal modo a perdere in scioltezza. Difatti nel film, a momenti interessanti e di buona tensione, si succedono altri in cui si nota un’assenza dell’inventiva geniale di altri suoi film, e la sua mano di Direttore da l’impressione di perdere il controllo delle due protagoniste che paiono recitare, per inerzia, ciascuna un suo proprio film. Va però detto che la Seigner e la Green, entrambe costantemente sulla scena, sono costrette in due personaggi cui non sono concesse sfumature e di qui certi eccessi e ridondanze della loro recitazione.  Quel che non so di lei non è certamente uno dei lavori fondamentali di Polanski, ma il regista, dopo oltre 55 anni di attività prestigiosa, resta pur sempre un grande del Cinema e questo suo ultimo lavoro anche se discontinuo e distaccato è comunque coerente con la sua storia di qualità, eleganza e tensione. Dunque, non un’opera maggiore ma un dignitoso thriller psicologico in cui il regista, agendo su vari piani narrativi, punta più al “come” si son svolti i fatti raccontati, piuttosto che alla loro “logicità”, con una conclusione spiazzante che nasce dalla follia creativa, incontro fra illusione e realtà.

data di pubblicazione:07/02/2018


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PALADINI DI FRANCIA di Francesco Niccolini, regia di Enzo Toma

PALADINI DI FRANCIA di Francesco Niccolini, regia di Enzo Toma

(Teatro Vascello – Roma, 6/11 Marzo 2018)

 “ …e che sono quelle? Quelle sono le nuvole…! Quanto sò belle…Ah meravigliosa e straziante bellezza del creato…” questo il punto di partenza dal quale prende avvio il racconto picaresco di Carlo Magno e dei suoi Paladini, tra tenzoni amorose e epiche, che ci portano pian piano alla disfatta totale di Roncisvalle dove tutti, con a capo Orlando, eroe leale e impavido, sacrificarono con la vita i propri ideali e le proprie personali ambizioni.

 

Lo spettacolo è ispirato a Che cosa sono le nuvole?, girato da Pasolini nel 1967 come messinscena sui generis dell’Otello in cui i personaggi erano degli uomini-marionette che si muovevano all’interno di un teatrino improvvisato. Per un atto di insubordinazione dei due protagonisti principali, Jago e Otello, il burattinaio decide di sbarazzarsi dei due oramai inutili attori-pupazzi che finiranno gettati tra i rifiuti dove, non più appesi a un filo, prenderanno coscienza del proprio stato di esseri liberi e per la prima volta potranno scorgere la bellezza del creato. Ecco quindi che l’epilogo pasoliniano, per una trasposizione di tempo e azione, diventa prologo di un racconto dove le marionette si umanizzano di nuovo per dare vita questa volta alle gesta di Rinaldo, Astolfo, Angelica, Bradamante e Orlando sino a concludersi con il riferimento all’ineluttabilità della sorte di chi ha agito sempre nella purezza di cuore e nella fedeltà al sovrano. Lo spettacolo Paladini di Francia ci riporta in un mondo di assoluta fantasia dove si può tornare per breve tempo a essere bambini, per lottare con armature improvvisate fatte di pentole sfondate e cucchiai deformati, in una appassionante avventura di guerra sotto il controllo della voce fuori campo di Carlo Magno che, lui stesso burattinaio, ispira le proprie creature a affrontare eroicamente la realtà da un punto di vista diverso e contrapposto. Carlo Durante, Emanuela Pisicchio, Anna Chiara Ingrosso e Francesco Cortese sono gli attori che si mischiano sulla scena vestendo i panni dei personaggi marionette in un pot-pourri di suoni e colori con una interpretazione degna dei migliori mimi della storia del teatro. Un originale gioco di scatole cinesi dove ognuna è prologo ed epilogo di quella successiva, per avviare il discorso mai esaurito in cui al centro troviamo l’amore in tutte le sue possibili espressioni. Pienamente riuscita l’idea di portare sulla scena un racconto fuori dal tempo con uno sguardo anche all’indimenticabile figura di un grande poeta che ci ha insegnato ad apprezzare quanto di più autentico ci circonda in questo mondo che, al di là delle indiscutibili storture, è anche pieno di un’inafferrabile bellezza.

data di pubblicazione:07/02/2018


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PARENTI SERPENTI regia di Luciano Melchionna

PARENTI SERPENTI regia di Luciano Melchionna

(Teatro Eliseo – Roma, 06 / 18 marzo 2018)

Ventisei anni dopo il debutto al cinema di Parenti Serpenti di Mario Monicelli, Luciano Melchionna riporta la nota commedia sul palco vibrante del teatro. Nei mitici panni del “patriarca” Saverio che furono di Paolo Panelli l’irresistibile Lello Arena affiancato dalla bravissima Giorgia Trasselli nel ruolo della moglie Trieste.

E’ Natale e come ogni anno Saverio e Trieste stanno per accogliere nella loro casa in Abbruzzo i loro 4 figli. E’ un momento topico perché i due anziani genitori attendono le vacanze natalizie per poter finalmente trascorrere qualche giorno con gli amati figli che ormai da anni hanno “spiccato il volo” verso le loro vite, le loro nuove famiglie, verso una non ben chiara “libertà”, lasciando il paesino di origine e il nido in cui sono stati cresciuti con qualche coccola di troppo di mamma Trieste. Non appena la famiglia si riunisce al completo – ad eccezione di due nipoti – son subito scintille! Saverio, integerrimo carabiniere in pensione innesca continui giochi di parole, strepiti, sfoggia assurde e rudimentali invenzioni realizzate a mano ma non è del tutto chiaro se gli attacchi di demenza senile che colorano e scompigliano la cena della Vigilia e le giornate seguenti siano reali oppure una maschera mediante la quale l’anziano e lungimirante genitore vuole togliersi qualche sassolino con il genero Michele, la nuora modenese Gina e ovviamente con i 4 figli Alfredo, Milena, Lina e Alessandro. Questi ultimi ce la mettono tutta per apparire sereni, realizzati davanti ai loro cari, ma le piccole crepe delle loro vite, le fragilità, la depressione, i fallimenti, che inizialmente si “affacciavano” timidamente come reazione a un discorso, a una battuta o un ricordo della loro infanzia, finiscono con emergere violentemente – ma rigorosamente lontano dagli occhi e le orecchie dei loro genitori per tenerli al riparo da dolorose verità – quando devono decidere come esaudire la richiesta che Saverio e Trieste gli hanno comunicato durante il pranzo di Natale: uno di loro, dalla primavera, dovrà prendersi cura dei due genitori accogliendoli in casa per accudirli nel loro ultimo tratto di vita. I quattro fratelli come usciranno da questo banco di prova che deflagra come un massacro di spietato cinismo, rancore, gelosie represse per anni, dove l’uno ferisce l’altra senza risparmiar alcun tiro mancino? Il “fanciullino” dallo sguardo dolce e disincantato di Saverio/Lello Arena da, poi, voce “fuori campo” a piccole riflessioni/analisi inesorabilmente vere ed amare su un ritratto dell’uomo e della società che, attraverso momenti ludici, puerili e comici, commuove lo spettatore fino al gelo, con un pizzico di pelle d’oca, nel gran finale, quando la trasformazione/deformazione dei parenti in serpenti disumani raggiunge l’apice. Luciano Melchionna – regista poliedrico, ironico, cinico e sensibile “scrutatore” dell’animo umano che da anni porta con successo nei teatri, e non solo, Dignità autonome di prostituzione, spettacolo rivoluzionario e rivelatore di tante sfaccettature e lati oscuri dell’uomo moderno – ha saputo allestire in teatro una versione di Parenti Serpenti davvero toccante, una sorta di presepe decadente, bizzarro e a tratti malvagio, che con la complicità di attori bravissimi e dell’istrionico mattatore Lello Arena, eguaglia egregiamente lo spirito, la vis comica e il grottesco della commedia di Monicelli. Da non perdere!

data di pubblicazione:07/02/2018


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