ORPHANS di Dennis Kelly, regia di Tommaso Pitta

ORPHANS di Dennis Kelly, regia di Tommaso Pitta

(Teatro Piccolo Eliseo-Roma, 14/29 marzo 2018)

Drammaturgia triangolare. Virata sulla scenografia che muta prospettive, rapporti, interazioni tra i tre protagonisti.

La pacifica cena di una coppia viene turbata dall’arrivo in casa del fratello della donna con la maglietta intrisa di sangue. Da lì si sviluppa un racconto concentrico, ricco di omissioni e bugie che traballano sotto il fuoco di fila di domande dei due coniugi. Sempre un piccolo passo in avanti alla ricerca della terribile verità, che finisce col rompere anche la solidarietà della coppia. Perché la moglie innesta un ricatto legato alla propria gravidanza. Il testo evoca la violenza e il sangue senza farlo vedere. E allude anche alla tragica trappola della solidarietà parentale, del bieco familismo, a tutto disposto pur di coprire un efferato crimine. Il testo di Dennis Kelly contiene una propria perfetta chirurgia della dissacrazione, svelandosi ad anelli concentrici. Tempo unico con improvvisi oscuramenti che decretano il gong dei cambiamenti d’atmosfera e di situazioni. Quadri dove crudeltà, cinismo, sorpresa si alternano in un cocktail teatrale riuscito che non può prescindere dall’efficace recitazione del trio. Monica Nappo, la moglie, tiene le fila della vicenda ma con un senso di sconfitta finale. E non sono meno vinti gli altri personaggi ben resi da Paolo Mazzarelli e Lino Musella. È una drammaturgia secca, e a densa stratificazione oltre che a lento rilascio per lo spettatore. Con una conclusione secca e piuttosto inaspettata che non riveleremo. Se il teatro è conflitto e rappresentazione di contraddizioni Orphans ne è la perfetta condensata epitome. Marche Teatro, non a caso istituzione di rilevante interesse culturale, ha sostenuto un progetto intenso, sostenuto proprio dalla principale interprete Monica Nappo, avvalendosi della traduzione di Gianmaria Cervo e Francesco Salerno.

data di pubblicazione:24/03/2018


Il nostro voto:

RICOMINCIO DA NOI di  Richard Loncraine, 2018

RICOMINCIO DA NOI di Richard Loncraine, 2018

Dopo aver scoperto che il marito, appena nominato Sir, ha da tempo una relazione, la sessantenne e snob Lady Sandra (Imelda Staunton) lascia la sua villa nel Surrey e si rifugia a Londra nell’appartamentino della sorella Biff (Celia Imrie) che conduce ancora una vita libera da condizionamenti, con amici altrettanto vitali ed alternativi. In questo contrasto di realtà, Sandra riscoprirà più autentici valori con l’aiuto anche di uno dei nuovi amici: Charlie (Timoty Spall).

“La Vita Comincia Oltre i 60 Anni” potrebbe tranquillamente essere la sintesi del film. Sappiamo che da tempo il Cinema ha scoperto che le aree di maggior profitto cui dedicare attenzione sono le due punte estreme dell’arco dei suoi spettatori. Da una parte i giovani, dall’altra il cosiddetto “Grey Pound” (dal colore grigio dei capelli) il sempre più crescente numero di potenziali spettatori della “Terza e Quarta Età”. E’ proprio questo il target di parecchi dei film che vediamo passare sui nostri schermi: Appuntamento al Parco, Ruth e Alex, Mai così vicini, tanto per citarne alcuni.

Il nostro film è diretto dall’eclettico R. Loncraine. Il settantaduenne regista inglese, con ampia esperienza sia televisiva che cinematografica, ha attraversato, nella sua lunga carriera, una molteplicità di generi: dal pluripremiato shakepeariano Riccardo III fino ai recenti film per la Terza Età, suo è difatti anche il sopraccitato Ruth e Alex. Il film di cui parliamo oggi: Ricomincio da Noi appartiene proprio al classico sottogenere dei film “sul passaggio di età”. Non tanto il passaggio dall’adolescenza all’età adulta come in Lady Bird, quanto piuttosto quello altrettanto inevitabile e difficile verso l’”Età Matura”. Una fase di cambiamento altrettanto cruciale, quasi una seconda o terza chance per riuscire a dare un diverso valore alla propria vita recuperando progetti, oppure creandosene di totalmente nuovi e vitali avendo il coraggio di saltare verso il “Nuovo”. Pensiamo, fra i tanti, a Marigold Hotel. Il film di Locraine è dunque un film su come si può riscoprire la bellezza della vita. Una favola, un racconto delicato su come riprendere con entusiasmo il cammino. Con un tale tema c’era il grosso rischio di scivolare in una storia strappalacrime oppure in una scadente rassegna degli stereotipi sulla terza età. Pur non sostenuto da un grande sceneggiatura e pur non potendo evitare qualche clichè e sviluppi narrativi  prevedibili, Loncraine dirige con sufficiente mestiere e riesce a mantenere la storia ai livelli di una commedia gentile e dolce-amara, divertente ed a tratti commovente, senza essere mai banale o superficiale. Un notevole supporto gli viene dato  da un eccellente cast di attori, un trio di ottimi “veterani” del Teatro e del Cinema Inglese che unitamente a validi caratteristi, consentono di attraversare con successo l’alternanza di situazioni di nostalgia e commozione con quelle allegre e ricche di humour britannico. C’è una qualche lontana eco di Una canzone per Marion. Se in quest’ultimo ottimo film l’elemento catartico per il cambiamento di vita era il coro musicale, in Ricomincio da Noi l’elemento è invece la scuola di ballo ed il ballo corale che danno al film un vero tocco di originalità con gradevoli scene ed ottimi brani musicali entrambi estremamente coinvolgenti e contagiosi. In conclusione il film è una delicata ed a tratti frizzante commedia in grado di far accettare i lutti, far sorridere sull’età e sul coraggio di uscire dagli schemi della ragione per seguire le emozioni e trasmettere, soprattutto, l’accattivante messaggio che “Non si deve mai aver paura di vivere” .

data di pubblicazione:22/03/2018


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DAVID DI DONATELLO 2018

DAVID DI DONATELLO 2018

La cerimonia dei David di Donatello torna su RAI 1, affidata alla “istituzionale” conduzione di Carlo Conti. In prima serata, come si conviene agli spettacoli che contano.

La cerimonia è impreziosita dai David alla carriera a Stefania Sandrelli, Steven Spielberg e Diane Keaton e, soprattutto, dall’omaggio che le stelle del cinema americano hanno voluto tributare al talento dei cineasti italiani e alla grande bellezza di Roma. Roma che Spielberg vede per la prima volta con la guida illustre di Federico Fellini, Roma che risuona nelle note intonate a cappella da Diane Keaton, Roma che ferita dalla politica non smette di brillare attraverso il cinema.

Trionfo per Ammore e malavita dei Manetti Bros, che, forse a sorpresa, diviene il film mattatore della serata, aggiudicandosi anzitutto il David più prestigioso, quello per il miglior film. Tra gli altri premi conquistati dall’incantevole musical partenopeo, non potevano mancare i David musicali: Pivio e Aldo De Scalzi sono i migliori musicisti e Bang bang (musica di Pivio e Aldo De Scalzi, testo di Nelson, interpretata da Serena Rossi) è la migliore canzone originale.

Il miglior regista è invece Jonas Carpignano per A Ciambra, film premiato anche per il miglior montatore Affonso Gonçalves. Jonas Carpignano, ricevendo il premio da Pierfrancesco Favino, ricorda che ha iniziato a lavorare nel cinema italiano portando sul set il caffè proprio a quello che, oggi, gli porge la preziosa statuetta.

I migliori attori protagonisti della scorsa stagione cinematografica sono Jasmine Trinca (Fortunata) e Renato Carpentieri (La tenerezza). Al discorso orgogliosamente femminile e femminista di Jasmine Trinca, ideale portavoce del movimento “Dissenso comune”, fa da contraltare la (più?) sincera commozione di Renato Carpentieri, che consegna alla cerimonia dei David uno dei messaggi che meglio fotografano la scommessa su cui si gioca il futuro del cinema, non solo italiano: bisogna prendersi qualche rischio, ogni tanto, perché possa venire fuori un bel film.

I premi per i migliori attori non protagonisti vanno a Claudia Gerini per Ammore e Malavita e al Maestro Giuliano Montaldo per Tutto quello che vuoi.

Il David per il miglior regista esordiente è invece assegnato a Donato Carrisi per La ragazza della nebbia.

Susanna Nicchiarelli, dopo il trionfo all’ultima Mostra di Venezia, si aggiudica il premio per la miglior sceneggiatura originale per Nico, 1988, che condivide idealmente con la sua produttrice Marta Donzelli.

Nella giornata dedicata alla vittime innocenti di mafia, assume un significato simbolico il premio per la migliore sceneggiatura originale a Sicilian ghost story, che racconta la storia del piccolo Giuseppe di Matteo.

Gatta Cenerentola conquista il David per il miglior produttore (Luciano Stella e Maria Carolina Terzi per Mad Entertainment e Rai Cinema) e quello per i migliori effetti speciali (Mad Entertainment): la scommessa di un film di animazione italiano, dunque, può dirsi vinta.

Piera Dettassis, neo Presidente dell’Accademia dei David di Donatello, sottolinea la varietà del cinema italiano premiato durante la serata: tanti generi (dall’animazione al cinema del reale), ma anche tante lingue (dai dialetti all’accento “straniero” di Jonas Carpignano). E tante donne, seguendo la scia dei movimenti “Metoo” e “Dissenso comune”. Del resto “La regia è femmina!”, ricorda Anselma dell’Olio ritirando il premio per La lucida follia di Marco Ferreri, miglior documentario. Il cinema deve solo accorgersene.

Riportiamo qui di seguito l’elenco completo dei premi assegnati:

Miglior film: Ammore e malavita, regia di Manetti Bros.
Miglior regista: Jonas Carpignano con A Ciambra
Miglior regista esordiente: Donato Carrisi per La ragazza nella nebbia
Migliore sceneggiatura originale: Susanna Nicchiarelli per Nico, 1988
Migliore sceneggiatura adattata: Fabio Grassadonia e Antonio Piazza per Sicilian Ghost Story
Miglior produttore: Luciano Stella e Maria Carolina Terzi per Mad Entertainment e Rai Cinema per Gatta Cenerentola
Migliore attrice protagonista: Jasmine Trinca per Fortunata
Miglior attore protagonista: Renato Carpentieri per La tenerezza
Migliore attrice non protagonista: Claudia Gerini per Ammore e Malavita
Miglior attore non protagonista: Giuliano Montaldo per Tutto quello che vuoi
Migliore autore della fotografia: Gian Filippo Corticelli per Napoli velata
Miglior musicista: Pivio e Aldo De Scalzi con Ammore e malavita
Migliore canzone originale: Bang bang (musica di Pivio e Aldo De Scalzi, testo di Nelson, interpretata da Serena Rossi) con Ammore e malavita
Miglior scenografo: Deniz Gokturk Kobanbay, Ivana Gargiulo per Napoli Velata
Miglior costumista: Daniela Salernitano per Ammore e malavita ex-aequo Massimo Cantini Parrini per Riccardo va all’inferno
Miglior truccatore: Marco Altieri per Nico, 1988
Miglior acconciatore: Daniela Altieri per Nico, 1988
Miglior montatore: Affonso Gonçalves per A Ciambra
Miglior suono: Adriano Di Lorenzo, Alberto Padoan, Marc Bastien, Éric Grattepain, Franco Piscopo per Nico, 1988
Migliori effetti digitali: Mad Entertainment per Gatta Cenerentola
Miglior documentario di lungometraggio: La lucida follia di Marco Ferreri di Anselma Dell’Olio
Miglior cortometraggio: Bismillah di Alessandro Grande.
Miglior film dell’Unione Europea: The Square
Miglior film straniero: Dunkirk
David speciale Life Achievement Award 2018:: Steven Spielberg
David speciale: Stefania Sandrelli
David speciale: Diane Keaton

data di pubblicazione: 22/03/2018

SGUARDI ALTROVE – International Women’s Film Festival

SGUARDI ALTROVE – International Women’s Film Festival

(Milano, 11/18 Marzo 2018 – Roma, 19/20 Marzo 2018)

Giunto quest’anno alla sua 25esima edizione, Sguardi Altrove è un Film Festival Internazionale principalmente al femminile, in cui vengono presentati i lavori di cineaste che attraverso il cinema portano a conoscenza del pubblico il loro impegno sociale su problematiche delle donne e sui loro diritti spesso negati. Evidenti sono ancora oggi le discriminazioni di genere, che denunziano in maniera palese quanto ci sia ancora da fare affinché le donne non subiscano più maltrattamenti e violenze, sia in ambito domestico che lavorativo. Con la direzione artistica di Patrizia Rappazzo, che oramai da anni cura sapientemente la kermesse cinematografica, l’edizione 2018 ha come tema I Talenti delle Donne. L’Arte del fare, proprio per evidenziare come le donne siano capaci di andare, con il proprio sguardo, oltre i confini che la società vorrebbe a tutti i costi imporre loro, e sconfinare in luoghi proibiti o comunque di non facile accesso. Il Festival, con i suoi 70 film selezionati di cui 30 in anteprima italiana, è entrato di diritto tra i più attesi eventi culturali milanesi e, appena conclusosi, approda a Roma alla Casa del Cinema con una tappa di due giorni per presentare i lavori premiati nelle diverse Sezioni. Occasione quindi unica che è stata offerta al pubblico romano anche per saggiare i nuovi mezzi espressivi di registe che con i loro film spesso rimangono fuori dai normali circuiti distributivi. I film presentati sono i seguenti:

Punishment Island di Laura Cini, Uganda 2017 della Sezione FrameItalia, Concorso Italiano e premiato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici. Il documentario tratta dell’isola di Akampene in Uganda dove venivano abbandonate a morire, per fame o annegamento, tutte le donne che erano rimaste incinte prima del matrimonio: un racconto molto toccante di tre sopravvissute perché salvate da uomini che le hanno scelte come mogli, pur essendo marchiate a vita come persone prive del diritto ad una vita sociale normale. Della stessa Sezione Il Club dei Centenari di Pietro Mereu, Italia 2016 premiato dalla Giuria Popolare, altro documentario su una provincia sarda dove esiste un’alta concentrazione di ultracentenari che raccontano episodi della loro vita e delle loro abitudini alimentari. La Giuria Giovani ha premiato invece il film Prova Contraria di Chiara Agnello, Italia 2016, che racconta l’impegno di riscattarsi socialmente da parte di alcuni giovani criminali del carcere minorile di Palermo. Altro premiato Thank you for the Rain di Julia Dahr, Norvegia/Regno Unito 2017 per la Sezione Nuovi Sguardi, Concorso Internazionale Lungometraggi – Premio Cinema Donna tra i dodici film in competizione: il documentario ha come protagonista un agricoltore che vive con la sua numerosa famiglia nel cuore del Kenya e che riesce a mobilitare la comunità locale per fronteggiare l’impatto che il cambiamento climatico ha sul territorio e sulla sopravvivenza delle stesse persone che lo abitano. La sua voce arriverà sino all’ONU e alla Conferenza sull’ambiente di Parigi dove la sua protesta avrà risonanza tra gli attivisti dei gruppi ambientalisti di tutto il mondo. Altra Sezione è Sguardi (S)confinati–Concorso Internazionale Cortometraggi–Premio Under 35 che ha premiato tra i 15 in selezione il film Large Soldier di Noa Gusakov, Israele 2017. Sherry è una quindicenne che desidera un fidanzato e lo cerca mettendo un bigliettino nelle uniformi dei soldati che insieme ad altre coetanee si è offerta di sistemare. Ai messaggi, inseriti solo in pantaloni con taglia large, risponderà solo il soldato Shaul che andrà subito a disattendere le aspettative della ragazza. Infine, più che meritato, il premio alla carriera a Francesca Archibugi con la seguente motivazione: “ Per aver saputo attraversare mestieri, generi e linguaggi diversi, passando dal cinema alla televisione, dalla recitazione, alla sceneggiatura e alla regia, dove ha dimostrato, anno dopo anno, di aver raggiunto la maturità artistica, restituendo, con maestria e sensibilità, la complessità e le sfaccettature di diverse età della vita: l’infanzia, l’adolescenza e il mondo degli adulti”. Dopo la consegna del premio è stato proiettato il suo film Il nome del figlio del 2015 in cui gli attori Alessandro Gassmann e Micaela Ramazzotti vinsero rispettivamente il nastro d’argento come miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista. Tra le Sezioni collaterali: Diritti umani, oggi film che indagano sulla violazione dei diritti umani nel mondo; Voci di donne per raccontare di personaggi femminili rimasti indimenticabili nell’immaginario di molti; Focus Bulgaria dedicato alla cinematografia bulgara al femminile. Sguardi Altrove è sicuramente un Festival in cui le donne entrano parlando non solo di sé stesse, ma anche del mondo che le circonda in cui appaiono talvolta vittime incomprese, ma anche eroine che sanno lottare per i loro diritti.

data di pubblicazione:20/02/2018

SONETTI ROMANESCHI di Giuseppe Gioachino Belli

SONETTI ROMANESCHI di Giuseppe Gioachino Belli

(Serata Unica di Gala Teatro Belli-Roma, 19/3/2018)

Testo e voci, la multimedialità assoluta, virata dalle più belle voci del doppiaggio italiano. Serata di gala al Teatro Belli nel nome del poeta non solo romanesco a cui è intitolata la sala. Nel cuore di Trastevere omaggio al dissacrante sbeffeggiatore di ipocriti e preti: l’immortale Giuseppe Gioachino Belli. Un lavoro mastodontico effettuato su 1250 sonetti capitolini, raccolti antologicamente e recitati dalle più autorevoli voci della pratica tutta italiana del doppiaggio, una specializzazione d’eccellenza che il cinema mondiale ci riconosce, per la direzione artistica di Marco Mete, il montaggio, la scelta musicale e la sonorizzazione di Elia Iezzi. Come si può immaginare un efficace combinato disposto tra la recitazione e la poesia in ambiente raccolto e proprio nella sede eponima consacrata al poeta. È stata la società editrice Dante Alighieri a sobbarcarsi il carico pesante dell’opera. E i doppiatori hanno risposto generosamente con la sola assenza di Pino Insegno, impegnato a lanciare Zerovsky al Cinema Adriano. Forse sono più riconoscibili dalla voce e dal riconoscimento dell’attore che interpretano, in genere americano, più che per nome e cognome. Comunque la sfilata è stata d’eccellenza: Mino Caprio ricalca Peter Griffin, Chiara Colizzi si occupa di Nicole Kidman, Massimo Corvo ci è abituale su timbri di Stallone. E poi altri duetti impagabili: Luca dal Fabbro è Steve Buscemi, Francesca Fiorentini si prende Gwyneth Paltrow, Angelo Maggi si è occupato di Tom Hanks in The Post. Inoltre, a completare l’accademia belliana i contributi di Marina Tagliaferri (Un posto al sole ma sopratttutto Annette Bening), Alessando Rossi (Arnold Schwarzenegger), Alessandro Quarta (Ethan Hawke) e lo stesso Marco Pete con Kevin Bacon. Era presente il prefatore e massimo conoscitore di Belli nel Belpaese Marcello Teodonio che, con tanta passione, si dedica a far conoscere un letterato che è entrato nel suo Dna. E questo contributo fissa indelebilmente la possibilità di interpretarlo spiritosamente cogliendo lo spirito più vivo della sua insostituibile e ficcante ironia.

data di pubblicazione:20/02/2018

SORELLE MATERASSI di Ferdinando Maria Poggioli, 1944

SORELLE MATERASSI di Ferdinando Maria Poggioli, 1944

Le sorelle Teresa e Carolina Materassi (Emma e Irma Gramatica) sono due brave ricamatrici tanto famose da essere state persino invitate a Roma dal papa per la perfezione di un lavoro da loro inviato in Vaticano. Le due attempate zitelle conducono una vita abitudinaria insieme alla sorella Giselda (Olga Solbelli), che è andata a vivere con loro dopo essere stata abbandonata dal marito, e alla fidata cameriera Niobe. La serenità della casa viene improvvisamente turbata dall’arrivo del bel nipote Remo (Massimo Serato) che una volta trasferitosi in casa delle zie conduce una vita spensierata, conquistando con la sua seduzione tutte le donne che lo circondano, incluse quelle di casa. Il giovane, dopo tante avventure dispendiose che presto porteranno sul lastrico le zie, oramai ridotte per colpa sua all’indigenza, viene a conoscere la bella ereditiera Peggy (Clara Calamai) la quale con abili stratagemmi riuscirà a conquistare il cuore di Remo che innamorato acconsentirà a sposarla. La notizie delle nozze viene accolta con sgomento in casa Materassi, visto che le donne, incluso la domestica, sono tutte segretamente innamorate del giovane. Gli sposi partono quindi per l’America e le zie, indebitate fino all’osso, riprenderanno a lavorare nella monotonia di sempre. Tratto dal romanzo di Aldo Palazzeschi, il film fu realizzato nel ’44 quindi in piena guerra e in un periodo decisamente difficile per la sua piena diffusione tanto da non essere apprezzato né dal pubblico né tantomeno dalla critica. Dopo il ’45 arrivò il meritato successo soprattutto per la bravura delle protagoniste, attrici già molto note, alle quali si affiancò anche la grande Paola Borboni, che diventerà poi una figura di spicco sulla scena teatrale italiana. Il film ambientato a Firenze ci propone una ricetta di tipico stampo toscano, piatto povero di derivazione contadina: la panzanella.

INGREDIENTI: 400 grammi di pane casereccio raffermo – 4 cucchiai di aceto di vino bianco – 4 cucchiai di olio d’oliva extravergine – 1 cipolla rossa di Tropea – 2 cetrioli – 4 pomodori maturi – basilico – sale e pepe qb.

PROCEDIMENTO: Tagliare il pane a fette non troppo sottili e metterlo in ammollo per 20 minuti in contenitore con acqua fredda e 3 cucchiai di aceto. Strizzare bene il pane e sbriciolarlo in una insalatiera quindi unire i cetrioli puliti e tagliati a rondelle non troppo spesse, i pomodori privati dei semi e tagliati a spicchi, la cipolla tagliata a rondelle sottili, l’olio, 1 cucchiaio di aceto, sale e pepe macinato fresco e basilico sminuzzato grossolanamente. Conservare la panzanella in frigorifero fino al momento di servirla come piatto freddo estivo.

UN AMORE SOPRA LE RIGHE di Nicolas Bedos, 2018

UN AMORE SOPRA LE RIGHE di Nicolas Bedos, 2018

Il racconto di una lunga storia fra lo scrittore Victor (Nicolas Bedos) e la bella, intelligente ed amorevole Sarah (Doria Tiller) che, splendida figura di donna colta e tenace, ne riesce a divenire moglie, musa ed eminenza grigia che sa agire nell’ombra con discrezione, interagendo intelligentemente con la crescente notorietà del marito. Quasi 50 anni di vita in comune con tutte le sue sfumature, belle, buffe, tristi e gioiose, fra gli alti e bassi, le separazioni e le riconciliazioni di un “Amore Irreversibile” fuori del comune.

 

“Dietro ad ogni uomo di successo si nasconde sempre un grande donna”: sarebbe interessante sapere se questo assioma si adatti o meno anche alla coppia Bedos – Tiller oltre che nel film anche nella loro vita quotidiana. Ancor più interessante sarebbe poi sapere se corrisponda anche alla realtà artistico/creativa della nostra coppia l’intrigante colpo di scena nel sottofinale del film. Ovviamente non possiamo anticipare nulla, ma di certo possiamo già dirvi che Un Amore Sopra Le Righe è un doppio esordio ben riuscito. Fortuna? Abilità? Entrambe!

Il film è difatti il positivo debutto nella regia di Bedos ed anche l’esordio brillante come attrice della Tiller. Entrambi hanno anche scritto a quattro mani sia la sceneggiatura che i dialoghi. I due sono ben conosciuti in Francia, lui è un affermato scrittore, polemista, umorista ed attore (Tutti pazzi per Rose e Turbolenza d’Amore), lei invece è una star della TV. Il film è dunque un’opera prima ambiziosa con un approccio quasi femminista perché, ben più che Victor, è Sarah al centro del racconto, un vero omaggio alle donne, soprattutto a quelle che vivono nell’ombra e da lì sostengono ed esaltano i talenti dei loro uomini illuminati dal successo. Bedos dirige con maestria e mano salda con toni graffianti, spesso coraggiosamente provocatori, scorretti ed irriverenti, giocando “con e contro” i vari clichès sui benpensanti, la borghesia retriva, la cultura ebraica, gli intellettuali radical chic, agendo sui diversi livelli di narrazione, tutti legati fra loro dalla voce narrante di Sarah che ricorda la vita della coppia. La sua regia, in una messa in scena gradevole, riesce abilmente a gestire il susseguirsi di situazioni che accompagnano i 45 anni della storia, senza mai ripetersi, evitando di perdere di vista il filo del racconto. Riesce anche a mantenere costante, con tratti di gradevole comicità e dialoghi frizzanti, il ritmo ed il tono brillante della narrazione.

A guardare bene si può cogliere più di qualche ammiccamento a W. Allen o a J. Cassavetes. La Tiller è una piacevole scoperta (ha il fascino della J. Birkin di una volta), ha talento di vera attrice, si impone da subito con un’interpretazione molto convincente e naturale, e, pur nella bella alchimia fra i due attori, è lei che prevale. Eccellenti le caratterizzazioni degli attori secondari. Geniale il colpo di scena dell’epilogo. Qualche difetto è riscontrabile nella lunghezza del film ed in qualche eccesso di verbosità. Piccole cose per un esordio. Un Amore Sopra Le Righe è dunque una gradevole commedia romantica, una graziosa, intelligente e tenera storia sull’”Amore Irreversibile”, un po’ melò, un po’ ironica, graffiante, a tratti commovente e con un pizzico di humour nero.

Un commento “rubato” all’uscita dal cinema:”… rapiti da una storia d’amore che rimane, nonostante la vita, totalmente integro ed esclusivo, forse anche troppo! … Un Amore così si può vedere solo nei film?? …”

data di pubblicazione: 19/3/2018


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LADY BIRD di Greta Gerwig, 2018

LADY BIRD di Greta Gerwig, 2018

Siamo a Sacramento – California, nel 2002, subito dopo l’11 Settembre. Assistiamo al racconto di formazione ed iniziazione alla vita di un’adolescente all’ultimo anno della High School e prossima a scegliere l’Università. La giovane Christine che vuole farsi chiamare da tutti Lady Bird (Saoirse Ronan), lotta per dare spazio ai propri sogni e talenti, per uscire dal suo modesto ambiente sociale e dalla mediocrità della piccola provincia americana e per fuggire dal gap culturale che separa la Costa Ovest da quella dell’Est e da New York.

Lady Bird è il primo lungometraggio scritto e diretto dalla Gerwig, classe 1983 e già icona del Cinema Indipendente Americano. L’abbiamo ammirata anche come ottima attrice in Mistress America ed in Frances Ha con la direzione di Noah Baumbach che, oggi suo compagno nella vita, ha collaborato con lei nella sceneggiatura di questo film. Si tratta di un’opera personale in parte autobiografica, bella e delicata, caratterizzata da un tocco di sincerità nel saper trascrivere e filmare, con una naturalezza assoluta tutta al femminile, la complessità dei rapporti familiari ed intergenerazionali nel delicato passaggio all’età adulta. Un film già meritatamente premiato con due Golden Globe per la migliore commedia e per la migliore attrice. Visto l’argomento, si poteva facilmente cadere nei soliti cliché del Genere Teen Movies. La Gerwig invece riesce ad evitare la trappola con un approccio lieve ed una scrittura di uno charme tutto particolare e ci regala una storia di una delicatezza evocativa che risuona dentro ciascuno di noi. La sua regia si avvale infatti di scene brevi ed equilibrate, dialoghi secchi e precisi ed un montaggio puntuale che sembra quasi sposare gli umori della vicenda. Il racconto scorre così in modo naturale, senza vezzi o esagerazioni, dogmatismi o drammatizzazioni, con un dolce profumo di nostalgia che dà eleganza e fascino a tutti i codici del Genere. La riuscita del film è tutta qui! Non nella storia ma nel tocco delicato e nelle piccole sfumature. Dunque, un’opera tenera, pungente, autoironica, toccante e sincera che non elude nessuna delle contraddizioni adolescenziali o le complessità delle relazioni fra madre e figlia ma si limita invece ad osservarle  alla giusta distanza. Punto di forza del film è la giovane e bella irlandese Saoirse Ronan già ammirata ed apprezzata in Hanna e, soprattutto in Brooklyn. L’attrice conferma la sua bravura prestando tutta se stessa alla protagonista. Un ruolo splendido ed una interpretazione per la quale oltre al Golden Globe, ha anche ricevuto la sua seconda nomination per l’Oscar come migliore attrice protagonista. Superbi anche tutti i secondi ruoli, adulti e giovani, fra questi Timothée Chalamet visto recentemente in Chiamami col tuo nome. Lady Bird, senza alcuna pretesa di figurare fra i capolavori del Cinema, è un vero gioiellino, una piccola delizia di rara bellezza, sensibilità ed autenticità, che con gli attuali frenetici ritmi di uscite settimanali imposti da una dissennata Distribuzione, pur essendo uscito sugli schermi romani solo il 1° Marzo, è già relegato in pochi cinema ed in salette da 40/50 posti! Rincorretelo anche voi: non lo perdete, ne vale la pena!

data di pubblicazione:17/02/2018


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TANTE FACCE NELLA MEMORIA di Francesca Comencini

TANTE FACCE NELLA MEMORIA di Francesca Comencini

(Teatro India – Roma, 14/18 Marzo 2018)

Sei donne, nel momento dell’entrata in scena, si presentono ognuna con il proprio nome e cognome e testimoniano in prima persona il ricordo dei fatti relativi all’eccidio delle Fosse Ardeatine, indelebilmente impressi nella memoria non solo dei romani ma di tutti gli italiani. Sono partigiane, mogli, figlie, che raccontano la loro esperienza così come l’hanno vissuta in quei giorni che seguirono il 23 marzo 1944, quando in risposta all’attentato di via Rasella in cui morirono 32 soldati tedeschi, vennero per rappresaglia trucidati 335 uomini. Le vittime, tutte estranee ai fatti, furono“scelte” tra i civili che si trovavano in prossimità del luogo dell’atto terroristico, tra gli ebrei, tra i detenuti politici rinchiusi nelle carceri romane.

 

Anche quest’anno il Teatro di Roma ripropone, in occasione delle iniziative promosse dal Comune di Roma per il Giorno della Memoria, Tante facce nella memoria, curato da Mia Benedetta e Francesca Comencini, rientrante nel progetto MEMORIA genera FUTURO.  Il testo è ispirato alle testimonianze raccolte da Alessandro Portelli nel suo libro L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, sapientemente intrecciate in un perfetto stile documentaristico caro alla regista. Lo spettacoloin effetti non si basa su un testo teatrale né ha la pretesa di essere teatro, eppure dal teatro eredita la sacralità della trasmissione orale di fatti che servono a costruire una coscienza e a fare memoria. E quale modo migliore per fare memoria se non riproponendo in scena per il terzo anno consecutivo questo racconto? Una drammaturgia che va a ripetersi, quasi a significare che il gesto scenico così ripetuto e ricordato diventi esso stesso rito e memoriale. Non si possono dimenticare questi fatti e non si possono dimenticare le facce di coloro che ne sono stati tragicamente i protagonisti. Quando il teatro presta la sua voce alla storia, qui attraverso l’esperienza ed il pathos di sei grandi interpreti (Mia Benedetta, Bianca Nappi, Carlotta Natoli, Lunetta Savino, Simonetta Solder, Chiara Tomarelli), questa si ritualizza in un racconto che viene ripetuto e trasmesso all’infinito e diventa così ricordo per rimanere nel ricordo. Ecco quindi che le facce non sono solo quelle delle sei donne che si raccontano sulla scena, ma sono anche quelle di noi tutti seduti davanti a loro, che assorti in un religioso silenzio ascoltiamo. Siamo tutti volti della storia, quelli di una Italia ferita ma libera, e soprattutto rappresentiamo i volti di coloro che, pur irriconoscibili al momento del ritrovamento nelle fosse, poterono ritrovare la loro identità per ricongiungersi ai loro cari. La recitazione è serrata, priva di movimento scenico, con un accavallarsi di voci che rimandano a emozioni e sensazioni realmente vissute, ognuna da un punto di osservazione diverso ma che poi trovano fusione in un unicum storico che non può che lasciarci profondamente coinvolti. Spettacolo che va ascoltato e riascoltato, e che sicuramente lascia un segno nella memoria dello spettatore.

data di pubblicazione:16/02/2018


Il nostro voto:

ANTIGONE di Sofocle, regia Federico Tiezzi

ANTIGONE di Sofocle, regia Federico Tiezzi

(Teatro Argentina – Roma, 27 febbraio/29 marzo 2018)

Antigone di Sofocle, con protagonisti Sandro Lombardi e Lucrezia Guidone, è in scena, in prima nazionale dal 27 febbraio al 29 marzo, al Teatro Argentina di Roma. A tredici anni di distanza dalla versione brechtiana il regista Federico Tiezzi torna a confrontarsi con uno dei massimi capolavori della cultura greca, oggetto di innumerevoli allestimenti.

 

Antigone, sorella di Ismene, Eteocle e Polinice, nata come loro dall’unione incestuosa tra Edipo e la madre Giocasta, assiste a Tebe, dove regna lo zio Creonte, al sanguinoso conflitto tra i suoi due fratelli che si uccidono a vicenda. Al centro della tragedia di Sofocle lo scontro tra la legge naturale e degli affetti, rappresentata da Antigone, che vuole seppellire il fratello Polinice secondo i crismi religiosi degli dei e Creonte, che lo vieta perché ritiene Polinice traditore della città e uccisore di suo fratello Eteocle, che combatteva in difesa di Tebe. Se Antigone dovesse obbedire alle leggi della città, rinunciando a seppellire il fratello, tradirebbe se stessa e la sua famiglia.

Sulle note di Max Ricthter, su una cortina che chiude il palcoscenico, scorrono immagini che presagiscono il crollo della civiltà ellenica, statue che si disgregano, vasi in frantumi in una lenta dissolvenza che apre su un’algida tavola, attorno alla quale siedono Creonte e sua moglie, sua nipote Antigone con la sorella Ismene e il fidanzato (figlio di Creonte) Emone con accanto steso il corpo di Polinice morto, ai piedi di ciò che resta della famiglia maledetta di Edipo.

Federico Tiezzi, coadiuvato dall’imponente scenografia di Gregorio Zurla e dai bellissimi costumi di Giovanna Buzzi, ambienta il dramma in una sorta di ospedale-obitorio, dove le due sorelle, Antigone e Ismene, spinte dal sentimento della pietà, sono venute per trafugare il corpo del fratello, portarlo via e seppellirlo. La guerra tra Tebe e Argo si è appena conclusa ed i letti sono occupati da scheletri che pian piano prendono vita: sono coro e spettri della città di Tebe, tornati in vita per obbedire a Creonte in opposizione all’indovino Tiresia (magistralmente interpretato da Francesca Benedetti).

La determinazione di Antigone mette in crisi in Creonte la sua posizione di maschio che deve difendere l’ordine costituito e non permettere che le donne abbiano la meglio.

In questa alternanza di luci e di ombre, la tragedia si risolve nel segno della morte e del sangue, perché non c’è per l’uomo la possibilità di sfuggire alla sorte che gli è stata destinata.

Si ribellerà Antigone e nell’ospedale–obitorio sopporterà la pena di essere sepolta viva, decidendo poi impiccarsi, scatenando così la maledizione profetizzata da Tiresia sul capo di Creonte, generando i cadaveri dei suoi familiari.

L’ostinazione di Creonte, re non pago di aver inasprito i legami familiari poiché Emone, suo figlio è promesso ad Antigone e la ama, e lui l’ha condannata, è sconfinata. Creonte è un sovrano autoritario e un uomo gelido e sicuro di sé che si spezza però dinanzi ai cadaveri del figlio e della moglie Euridice entrambi suicidi: l’uno dopo aver visto la sua amata Antigone impiccata e l’altra per il dolore della perdita del figlio vivendo il resto dei suoi giorni senza potersi liberare dalla proprie colpe.

La regia di Tiezzi conferma la sua ricchezza visionaria attenta ad esaltare questa complessa trama sotterranea, la destabilizzante guerra tra sessi ma anche lo spietato destino che fa ricadere sui figli le colpe dei genitori, in una catena senza fine di orrori e tragedie. Un velo di speranza forse da coloro che in chiusura lavano il pavimento, spazzando via colpe e sangue ed auspicando una necessaria rinascita.

data di pubblicazione:15/02/2018


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