L’AMORE SECONDO ISABELLE di Claire  Denis, 2018

L’AMORE SECONDO ISABELLE di Claire Denis, 2018

(Roma, 4/10 Aprile 2018)

Isabelle (Juliette Binoche) è una splendida cinquantenne, parigina, artista e madre divorziata di una adolescente. E’ una donna dalla personalità complessa, romantica, fragile e forte. Una donna che ha passata l’epoca delle illusioni amorose ma non si rassegna, e cerca ancora l’Amore, l’anima gemella, l’uomo giusto. Quanto è difficile amare veramente!

 

 

La settantenne regista e sceneggiatrice francese C. Denis è conosciuta ed apprezzata fin dal suo primo esordio nel 1988 per il suo cinema fortemente rigoroso ed impegnato, centrato tutto sullo studio della condizione umana e sulle problematiche interculturali. Con L’Amore secondo Isabelle (Un beau soleil intérieur) già presentato a Cannes 2017 e visto oggi in anteprima italiana in occasione dell’VIII Festival del cinema francese in svolgimento a Roma, la regista si concede invece, di affrontare il tema delle relazioni uomo-donna, dei rapporti di forza sentimentali fra individui ed anche il discorso sul concetto dell’Amore Deluso, agendo, insolitamente per lei, con un film tutto virato sul registro dei toni di una commedia dolce-amara. Pur senza omettere di delineare una graffiante satira sociale di una certa borghesia intellettuale parigina, la cineasta ci disegna in effetti, un magnifico e luminoso ritratto di una donna matura ancora aperta all’Amore, e, nel contempo, tramite le sue vicissitudini affettive ed i suoi sentimenti, ci delinea, anche e soprattutto, un mosaico di ritratti maschili al vetriolo (seduttori, ipocriti, egoisti …) che ruotano tutti, come piccoli satelliti, attorno alla luce ardente della solarità interiore di Isabelle. L’Amore secondo Isabelle è un film pensato, scritto e diretto da donne, ma non è un film solo al femminile, al contrario è un film sui sentimenti amorosi in generale, sulla seduzione, sul potere manipolatorio delle parole, dei sottintesi e dei silenzi, il tutto all’interno di un gioco in cui si può essere, indifferentemente uomini o donne, sia attori sia vittime.

Al centro del film, costantemente presente in ogni scena, punto focale della cinepresa, dei suoi amanti e dello sguardo degli spettatori è la magnifica e bella J. Binoche. L’attrice sostiene letteralmente il film regalandoci una performance eccezionale con continui cambi di registri recitativi. Attorno a lei ruota la crema degli attori francesi, e, in un significativo cameo finale, emerge anche un monumentale G. Depardieu. La Denis dirige con mestiere e seduce per il ritmo del montaggio e per la maniera di filmare con una cinepresa che sembra quasi accompagnare i movimenti degli attori come in un ballo. Primi piani, campi e contro campi sembrano voler sottolineare, di volta in volta, la forza dei diversi personaggi. Il tono generale del film è reso leggero da una sceneggiatura ben scritta e da dialoghi ironici, pungenti e scoppiettanti. A tratti però, quasi per effetto di improvvisi corti circuiti, il film ha delle cadute di tono, perde di sobrietà, diviene ripetitivo, troppo verboso e frammentato a livello di banali clichés. Ciò non di meno, pur con questa alternanza fra tanti pregi e qualche difetto, L’Amore secondo Isabelle resta un buon film d’autore, supportato da una grande interpretazione della Binoche, una pungente commedia ironica, romantica, malinconica ed anche solare sui capricci dell’Amore e sulle difficoltà di amare veramente.

data di pubblicazione:05/04/2018


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L’AMORE SECONDO ISABELLE di Claire  Denis, 2018

DOPPIO AMORE di François Ozon, 2018

(Roma, 4/10 Aprile 2018)

Chloe (Marine Vatch) è una donna giovane ed affascinante ma fragile e depressa da star anche male fisicamente. Inizia ad andare in terapia e si innamora, ricambiata, del suo psicanalista Paul (Jérémie Renier), interrotta la terapia i due vanno a vivere insieme. Dopo qualche mese però Chloe scopre che Paul le ha nascosto una parte oscura della sua vita e della sua personalità.

 

 

Preceduto dall’alone sulfureo sollevato al Festival di Cannes 2017, ecco in anteprima italiana, in occasione dell’VIII Festival del Nuovo Cinema Francese, l’attesa opera di Ozon, il poliedrico e talentuoso regista e sceneggiatore francese, di sicuro uno degli autori di maggior successo e fra i più interessanti del cinema d’oltr’Alpe. Doppio Amore è il suo 17° lungometraggio ed è stato adattato dallo stesso regista da un romanzo breve: Vita di Gemelli di J.C.Oates. Dopo il delicato ed intimista Frantz, il nostro regista torna sugli schermi in un genere e su un tema che non ci saremmo di certo aspettati veder riaffrontare. Il cineasta francese ritorna infatti al genere thriller di cui aveva già dato ottimi prodotti ai tempi dei suoi Swimming Pool ed Amanti Criminali. Lo spunto questa volta è tornare ad analizzare ancora una volta, uno dei temi a lui cari: l’esplorazione, la ricerca del “doppio di sé”, il doppio benefico o malefico, o, tutti e due contemporaneamente, che ognuno di noi porta dentro di sé. Il tema dei gemelli. Chi sono infatti i “doppi” che Chloe incontra? chi siamo noi? si domanda il regista, chi è, alla fin fine, la stessa Chloe? Quali sono e cosa si nasconde nelle zone d’ombra di ciascuno di noi? Bravo nel miscelare generi cinematografici diversi, Ozon ci offre un thriller brillante, erotico e psicologico rendendo omaggio ai thriller psicologici o sovrannaturali degli anni ‘70 ed ‘80. Il regista si inserisce scientemente nella scia dei Polanski, De Palma e Cronemberg, con anche notevoli richiami ad Hitchcock. Un tale approccio poteva essere schiacciante. Invece l’autore riesce, pur nella continua citazione dei Maestri, a rompere gli schemi, esce dall’esercizio del mero omaggio e tributo e, con talento prende in mano la narrazione con uno stile tutto suo personale, dandogli spessore ed autonomia. Ozon sembra letteralmente far sua la sceneggiatura e trascina lo spettatore in una serie di giuochi, piste e manipolazioni che già nel suo precedente Nella Casa aveva dimostrato di saper ben maneggiare. Doppio Amore, in linea con le regole del genere, è un film sufficientemente trasgressivo ed ansiogeno da poter facilmente trascinare l’immaginario dello spettatore in una serie di intrighi narrativi, giocando abilmente con la paura, l’erotismo ed il fantastico. Non tutto è però perfetto, a tratti ci si perde nei vari meandri, ci sono purtroppo degli effetti gratuiti che riducono l’impatto con il sottinteso e l’implicito, c’è qualche elemento un po’ kitsch ed un finale poi troppo spiazzante che lascia delusi. Comunque sia, pur con i difetti di cui sopra, il film è un bel viaggio nei labirinti del subconscio femminile, un buon pretesto per uno studio sulle personalità multiple. Intense le interpretazioni della sua icona M. Vatch e del suo attore feticcio J. Renier, giunto con questa alla terza collaborazione con il regista. Doppio Amore è certamente un film meno convincente di Frantz, anzi molto lontano dalla sua eleganza e bellezza, ma resta pur sempre un buon prodotto di genere, un buon dramma psicologico girato con maestria e mestiere pur con qualche furberia di troppo.

data di pubblicazione:05/04/2018


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D’ESTATE CON LA BARCA – Regia di Luca De Fusco

D’ESTATE CON LA BARCA – Regia di Luca De Fusco

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 04/08 aprile 2018)

Grazie al palco del Piccolo Eliseo di Roma si schiude un gioiello letterario sconosciuto ahimè a molti: D’estate con la barca, il racconto d’esordio di Giuseppe Patroni Griffi. Complice la raffinata, minimale ed efficace scenografia, il regista Luca De Fusco e la bravissima protagonista Gaia Aprea, da sola nei ruoli dei 4 personaggi del breve racconto, hanno saputo raffigurare in maniera estremamente reale tutto il sapore dell’estate vissuta da quattro ragazzi, due giovani coppie un po’ inesperte e un po’ incoscienti.

Giulia ed Enrico trascorrono le calde giornate estive insieme a Luisa e Mario. I quattro giovani affittano due barche e si addentrano lungo i pertugi della costa che va da Posillipo a Napoli. E lì tra la culla della barca e le insenature degli scogli trascorrono le giornate travolti dalla passione, arsi dal sole, affaccendati tra lunghe nuotate e silenziose pause dedicate alla meticolosa tintarella. Ma, soprattutto si dilettano in giochi ludici, piccole scaramucce fanciullesche che inevitabilmente divampano in parentesi di impetuosa attrazione erotica. Le due coppie salpano insieme per poi separarsi, ognuna alla ricerca della propria parte di mare più intima, per poi ritrovarsi al tramonto al molo. Il racconto vede da un lato la coppia di Luisa e Mario, che rimane sullo sfondo quasi a rappresentare il lato superficiale del flirt estivo, della mera passione tra due giovani ancora inesperti e goffi. Dall’altro, c’è la coppia di Giulia ed Enrico, che fin da subito lasciano presagire un oscuro contrasto tra amore ed erotismo tendente alla perdizione. Una coppia dalle note indubbiamente profonde e complesse, sono loro i veri protagonisti del racconto. Gaia Aprea assume con estrema fluidità i “panni” dismessi e posticci di crema solare e schizzi di acqua salata delle due giovani ragazze e dei loro amorosi, e con il gioco di luci e delle proiezioni marine lo spettatore si sente lì sulla barca, lì nelle prese in acqua o sulla piccola spiaggetta segreta dove Giulia ed Enrico si abbandonano completamente fino a perdersi l’uno dentro l’altra. Per un’ora intera si respira la spensieratezza, il caldo, l’eccitazione, il clima afrodisiaco dove è costante l’alternanza tra bellezza, amore e perdizione e diviene lampante “l’impronta” della penna di Patroni Griffi che meglio svilupperà questi temi in capolavori come Metti una sera a Cena.

In questo intimo quadro, dove apparentemente pare regnare la leggerezza, irrompe repentino, con un colpo di scena che altrimenti non sarebbe tale, quel che doveva presagirsi nelle note di passione violenta, a tratti malsana, tra Giulia ed Enrico: l’indissolubile legame tra l’amore, nelle sue sfumature più intime, impetuose e oscure, e la morte: tuffarsi in un mare d’amore riassume inevitabilmente il doppio volto della stessa medaglia, dell’ossimoro. Si chiude il sipario e si rimane ancora senza fiato. Un racconto che brilla come una gemma di mare, da non perdere!

data di pubblicazione:05/04/2018


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L’AMORE SECONDO ISABELLE di Claire  Denis, 2018

VIII FESTIVAL DEL NUOVO CINEMA FRANCESE

(Roma, 4/10 Aprile 2018)

Per l’ottavo anno consecutivo, dal 4 al 10 Aprile, viene riproposto il Festival del Cinema Francese. Quest’anno l’iniziativa, anziché al cinema Fiamma, ahinoi chiuso da mesi, si svolgerà al Nuovo Sacher, alla Casa del Cinema ed all’Istituto Francese di Roma che ospiteranno le proiezioni e gli incontri con gli autori ed attori. Come ogni anno il Festival porterà poi in viaggio il Cinema Francese anche a Milano, Firenze, Napoli e Palermo.

Questa VIII edizione è centrata sul grande cinema d’Autore nella tradizione del cinema francese e, ciò non di meno in un continuo rinnovamento, con un focus speciale dedicato poi alle opere recenti di Arnaud Desplechin. Una buona opportunità per gli amanti del cinema, e del cinema francese in particolare, di seguire da vicino gli ultimi sviluppi di una cinematografia vitalissima per produzioni, pubblico, qualità, incassi ed apprezzamenti internazionali. Un cinema d’Autore, quello francese, che riesce sempre a saper combinare consapevolezza artistica e capacità di interagire con il pubblico delle sale. Un pubblico che, a differenza della triste realtà italiana, ancora affolla le sale grazie a sapienti politiche di sostegno culturale ed economico alla produzione ed alla distribuzione. Basti solo pensare che nel 2017 in Francia sono stati venduti ben 209,2 milioni di biglietti, a fronte dei soli 100 milioni scarsi venduti in Italia. In questa settimana di proiezioni potremo avere quindi la possibilità di cogliere un’ampia panoramica delle opere di alcuni dei più noti giovani cineasti d’oltr’Alpe. Alcuni film sono già stati presentati a Cannes ed a Venezia 2017 e passeranno poi nelle sale nelle prossime settimane. Il filo conduttore dell’intera rassegna, pur nella diversità artistica, è il bisogno dei cineasti di restare ancorati nel contemporaneo e nel reale, unitamente alla capacità autoriale di saper conciliare le esigenze del vero con il racconto ed i vari generi.

In questo contesto, fra i vari masterclass ed incontri con registi ed attori, e la ventina di opere presentate nelle molteplici proiezioni giornaliere, vi segnaliamo quelli di cui è già prevista una  prossima uscita sugli schermi romani:

I fantasmi di Ismael di A. Desplechin, presentato a Cannes ’17, (da non trascurare poi il focus su alcune delle sue ultime realizzazioni); La casa sul mare di R. Guédiguian; L’atelier di L. Cantet già Palma d’Oro a Cannes 2008 con La classe; L’amore secondo Isabelle della regista Claire Denis ed una splendida e bravissima J. Binoche; Parigi a piedi nudi di D. Abel e F. Gordon ed infine il tanto atteso e sulfureo Doppio Amore del prolifico e talentuoso F. Ozon, anche questo visto a Cannes ’17.

data di pubblicazione:04/04/2018

VAN GOGH TRA IL GRANO E IL CIELO di Giovanni Piscaglia, 2018

VAN GOGH TRA IL GRANO E IL CIELO di Giovanni Piscaglia, 2018

Helene Kröller-Müller (1869-1939), figlia di ricchi industriali tedeschi, si era trasferita con il marito in Olanda. Seguendo le lezioni culturali del pittore Henk Bremmer, era venuta casualmente a conoscenza dell’arte e della personalità di Vincent Van Gogh, di cui ne rimase profondamente affascinata. Nel 1909 Helene acquista il primo quadro di Vincent e pian piano riesce a costituire una importante collezione di quadri e disegni del pittore arrivando persino a concepire un luogo dove riunire le opere e poterle così esporre. Un anno prima della sua morte lo Stato olandese riuscirà a portare a termine la costruzione del museo, a condizione che quelle opere sino ad allora di proprietà privata divenissero di proprietà pubblica. Il Kröller-Müller Museum si trova ad Otterlo, immerso nel verde di un parco, a circa un’ora d’auto da Amsterdam.

 

La 3D Produzioni e Nexo Digital presentano in anteprima mondiale nelle sale cinematografiche italiane e solo nei giorni 9, 10, 11 aprile un documentario di grande interesse culturale non soltanto perché si parla della vita e delle opere del celebre Van Gogh, ma anche perché in esso ci viene descritta la passione di Helene Kröller-Müller verso la sua pittura, ed ancor più della sua unione intellettuale con il pittore olandese. Anche se i due fisicamente non si incontrarono mai, dal momento che la donna era appena una ragazzina quando Vincent morì, tuttavia Helene si rese presto conto che la sua personalità era molto simile a quella dell’artista. Entrambi andavano alla ricerca di un qualcosa di trascendentale che andava ricercato nella natura dei semplici, operai e contadini, lasciando all’arte il compito di operare questa estrapolazione che assunse carattere religioso e filosofico allo stesso tempo. Pur partendo da condizioni sociali e soprattutto finanziarie completamente diverse, dal momento che Van Gogh era estremamente povero mentre Helene era considerata una delle donne più ricche del suo tempo, i due riuscirono a seguire un percorso spirituale parallelo spesso tormentato da un travaglio interiore dal quale difficilmente ne uscirono indenni. Altro elemento che unì i due singolari personaggi fu un’enorme mole di lettere, dalla quale emerge il complesso temperamento di entrambi e quanto fossero affascinati dalla bellezza della natura e dall’immensità dell’universo. Per Helene, Vincent fu inoltre un esempio morale da seguire soprattutto per quanto riguarda la sua attitudine ad immergersi nel quotidiano, tra i campi, dove i contadini erano impegnati nel duro lavoro. Il documentario ci racconta pertanto di queste due vite che ebbero molti punti in comune e ci porta per mano tra le sale del museo di Otterlo dove sono sistemate circa trecento opere di Van Gogh raccolte pazientemente negli anni da Helene Kröller-Müller, portando a conoscenza di tutti le opere del pittore che raggiunsero nel tempo quotazioni stratosferiche.

Il film si avvale della consulenza scientifica di Marco Goldin che ha anche curato l’allestimento della mostra omonima Van Gogh, tra il grano e il cielo presso la Basilica Palladiana di Vicenza. Al viaggio dentro le sale della mostra si aggiungono anche i luoghi dove è nata e si è evoluta l’arte dello sfortunato pittore olandese, il tutto accompagnato dalla voce narrante di Valeria Bruni Tedeschi e dalle musiche originali di Remo Anzovino, compositore considerato oggi tra i massimi esponenti della musica strumentale italiana.

data di pubblicazione:02/04/2018

BUONA PASQUA DA ACCREDITATI!

BUONA PASQUA DA ACCREDITATI!

Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri a ogni costo, atleti della parola pace. (Erri De Luca)

Buona Pasqua!

Happy Easter!

Joyeuses Pâques!

Frohe Ostern!

Feliz Pascua

TONYA di  Craig Gillespie, 2018

TONYA di Craig Gillespie, 2018

Tonya è il ritratto di una giovane pattinatrice della provincia americana, protagonista di uno degli scandali sportivi più controversi degli anni ‘90, tratteggiato attraverso il controverso rapporto con un marito violento ed una madre opprimente e crudele che, sin dall’infanzia, le inculca l’ossessione per pattinaggio. La deriva di una brillantissima carriera drammaticamente annunciata.

Di indubbia presa Tonya, film del talentuoso regista australiano Craig Gillespie, classe1967, già apprezzato nel 2007 per Lars e una Ragazza tutta Sua, che qui è alle prese con un tema assai caro alle produzioni USA: il successo nello sport ad ogni costo. Per l’esattezza la disciplina è lo skating, da noi pattinaggio sul ghiaccio, e la storia racconta la drammatica vicenda di Tonya Harding, ottima pattinatrice statunitense sbattuta sui media prima per le sue grandi qualità per essere stata la prima ad eseguire il triplo salto Axel, uno dei più acrobatici del pattinaggio di figura sul ghiaccio, ed in seguito perché ritenuta corresponsabile dell’aggressione alla sua rivale Nancy Kerrigan, alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Lillehammer.

La pellicola, un biopic ma sulla falsariga di un docu-film grazie ad interviste e flashback abilmente montati, ripercorre la vicenda di Tonya ancora piccolissima nelle mani di una madre ossessiva e sboccata che la vuole numero uno al mondo e, appena talentuosa quindicenne, in un tormentato rapporto col fidanzato e poi marito Jeff Gillooly. Punteggiata da momenti memorabili come alcune scene sulle prestazioni sportive, e da lampi di recitazione di altissimo livello della bravissima protagonista, l’australiana Margot Robbie, ma anche di Allison Janney miglior attrice non protagonista agli Oscar 2018 nel ruolo della terribile madre Lavona, la pellicola è una appassionante denuncia contro lo sport vissuto in modo totalizzante, una magnifica prova d’autore dove tutto funziona al meglio, dagli attori alla regia, dall’ambientazione alla colonna sonora, con memorabili brani che spaziano dai Dire Straits ai Bee Gees.

data di pubblicazione:28/03/2018


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LA MORTE NOMADE. YERULDELGGER di Ian Manook – Fazi, 2018

LA MORTE NOMADE. YERULDELGGER di Ian Manook – Fazi, 2018

Ultimo romanzo della trilogia con il commissario Yeruldelgger. Questa volta Ulan Bator è solo un’eco lontana, Yeruldelgger ha piantato la sua “yurta nel cuore del Gobi a ore di distanza da ogni aiuto…”, è stato mandato in ritiro dal Nerguii: “si era ritirato lontano da tutto, lontano dalla sua città, lontano dal suo ex mestiere, lontano dai suoi amici, e dal corpo e dall’animo adorati della donna che amava….”. L’obiettivo di questa solitudine è dare modo a Yeruldelgger di trovare la pace dopo che, alla fine di Tempi selvaggi, si è trovato al centro di una spirale di terribile violenza.

Il romanzo, come i precedenti, comincia con due scene in opposizione, la scoperta di un corpo da parte di quattro artisti nomadi e l’apparizione di Yeruldelgger, fiero, sul suo cavallo; inizia così, suo malgrado, il coinvolgimento in una nuova indagine che metterà fine alla sua solitudine.

Al fianco dell’ex commissario alcune nuove figure femminili, forti e determinate: Tsetseg, che vuole essere aiutata a ritrovare la figlia rapita, Odval, che vuole vendicare la morte del suo “amore nomade” e Guerlei, la poliziotta sanguigna e iraconda che dovrà occuparsi ufficialmente, quale rappresentante della legge, della serie di omicidi in cui si imbatterà questa strana comitiva, tutti perpetrati secondo antichi rituali e legati allo sfruttamento del territorio mongolo da parte di multinazionali senza alcuno scrupolo.

In quest’ultimo romanzo, a differenza dei precedenti episodi di questa trilogia, l’intreccio narrativo è sicuramente meno inverosimile; in ogni pagina è sempre presente il tema della morte ma, come contraltare, per la prima volta scopriamo un Yeruldelgger più “leggero”: Manook inserisce una vena umoristica che non guasta affatto al suo personaggio e lo rende a noi più vicino e più umano.

Come per i precedenti romanzi della trilogia, la capacità descrittiva di Manook è emozionante: “Allora restò il tepore di una steppa di smeraldo ai piedi della collina. La freschezza bianca di un fiume scintillante che snodava i suoi nastri attorno a folti ciuffi di canne argentate. Un orizzonte frastagliato a est da crinali blu dentellati, lisciato a ovest dal mareggio iridato di una prateria arruffata. Qualche cavallo dalla criniera bionda, con il mondo intero per pascolare. E a nord un cielo che si caricava delle onde color lilla di un temporale elettrico.” Poche parole e uno scenario maestoso esplode nella nostra testa e nel nostro immaginario, come si può non leggere un romanzo che offre queste descrizioni…?

data di pubblicazione: 26/03/2018

GIURAMENTI – TEATRO VALDOCA

GIURAMENTI – TEATRO VALDOCA

(Teatro Vascello – Roma, 21/25 marzo 2018)

È tornato in scena al Teatro Vascello di Roma, dal 21 al 25 marzo 2018, il Teatro Valdoca con lo spettacolo Giuramenti. Il Teatro Valdoca, nato nel 1983 a Cesena, dal sodalizio fra il regista Cesare Ronconi e la poetessa e drammaturga Mariangela Gualtieri, ha da sempre perseguito con rigore e raffinatezza una propria ricerca sul lavoro d’attore, creando spettacoli corali, in una scrittura scenica che fonde danza, arti visive e musica dal vivo.

Con Giuramenti il regista Cesare Ronconi riparte da una piccola comunità di giovani attori e danzatori per attivare le dinamiche pedagogiche e spettacolari proprie del Teatro Valdoca.

Lo spettacolo si sviluppa su una liturgia lirica che alterna brani cantati, brani recitati, brani danzati in cui il movimento produce una partitura di suoni prodotti da percussioni, bastoni di legno, anelli di metallo mentre sul fondo, un grande specchio concavo restituisce ribaltata la visione frontale dello spettatore. Al centro di questa struttura un movimento continuo, una comunità temporanea e solidale, che non usa la narrazione ma la poesia.

Un viaggio a ritroso nel tempo per poter poi interrogare il presente, indagare i corpi e i sentimenti di chi oggi ha vent’anni e guarda il mondo esterno e i suoi conflitti, la sua bellezza, le sue incoerenze.

Dodici giovani interpreti che raccontano un coro in movimento, fluido e vitale e che gridano in faccia al mondo la propria inquietudine, l’amore, l’ardore, o sussurrano un sapere antico ed enigmatico. E dal coro si distaccano poi singolarmente coi loro racconti intensi e delicati che richiamano il rapporto primordiale tra l’uomo e la natura, oggi quasi dimenticato e sopraffatto dalla tecnologia. L’invito che fa la compagnia cesenate al pubblico, alla fine, è questo: va riscoperto il movimento del corpo e della mente, l’incanto della parola detta e non scritta.

Uno spettacolo empatico e in controtempo, arcaico per certi versi. I giovanissimi interpreti danno allo spettacolo un sapore acerbo e tribale, non carico di colpi ma d’effetto a motivo di un’impalcatura narrativa non chiara, ma che poi si traduce in un mantra inquieto e crescente che alla fine tocca le corde più intime di chi lo ascolta.

data di pubblicazione: 26/3/2018


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HOSTILES di Scott Cooper, 2018

HOSTILES di Scott Cooper, 2018

Presentato in anteprima al Telluride Film Festival, apprezzato come film di apertura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Hostiles rappresenta il malinconico ultimo viaggio del capo Cheyenne Falco Giallo, ormai malato di cancro, scortato dal capitano Joe Blocker su incarico dello stesso Presidente degli Stati Uniti. Durante il trasferimento accadrà di tutto, fra ostacoli naturali, nemici bianchi & pellerossa ostili, fantasmi del passato. Il racconto si apre con un pensiero di D.H.Lawrence: nella sua essenza, l’anima americana è dura, solitaria, stoica e assassina. Finora non si è mai ammorbidita.” Anche di questo parla il film!

Diciamolo subito: non dovete aspettarvi un western adrenalitico, ricco di indiani e sparatorie (che pure non mancano, alternate a lunghe pause). Con Hostiles, siamo sul versante del “crepuscolo del West “ in salsa “revisionista”. È una importante e non banale pellicola su quella pagina della storia  americana che esplora il difficile rapporto fra  i bianchi, vincitori (esercito, coloni, affaristi)  e  i nativi (le diverse tribù della grande nazione indiana), sconfitti dalla guerra, dalle malattie, dal … progresso. La struttura del film non è però quella di un documentario, bensì la tragica rappresentazione di un lungo straziante ma avvincente viaggio durante il quale tutti i personaggi coinvolti sono splendidamente disegnati e approfonditi. Un film, principalmente, di paesaggi, di attori, di atmosfere.  Rosalie Quaid (un’intensa Rosamund Pike) è la giovane madre che vede, nella drammatica scena di apertura, trucidata la sua famiglia nell’attacco alla sua fattoria da un manipolo di Comanche, ladri di cavalli. I suoi silenzi, il suo odio represso, il desiderio di vendetta, la dolcezza e il perdono sono tutte facce della stessa medaglia e la Pike, candidata all’Oscar le ha rese in modo impeccabile. Altro personaggio imprescindibile è il capitano Joseph Blocker (Chrisian Bale, baffuto e imperscrutabile) un ufficiale che ha partecipato al massacro di Wounded Knee, certamente non incline a rapporti idilliaci con i pellerossa, ma che da soldato accetta comunque  un incarico che va contro tutto quello in cui aveva precedentemente  creduto. L’attore inglese, taciturno e indurito dal passato rende convincente la lotta interiore e il passaggio dall’odio alla pacificazione con gli indiani che scorta. Con poche parole, ma con il suo innegabile carisma, Falco Giallo (Wes Studi) affronta con dignità e umiltà il suo ultimo viaggio e, nelle occasioni “ ostili” ha coraggio e persino empatia verso i suoi oppressori, mostrando loro che a volte le diversità fra le genti sono solo apparenti. Il gruppo tutto, infatti, unito nelle avversità farà scudo: i soldati impareranno a fidarsi dei “prigionieri” indiani (la famiglia di Falco Giallo), Rosalie adotterà la piccola indiana, unica sopravvissuta dopo l’estenuante odissea e, lo stesso Blocker renderà onore al capo morente e, nella scena finale, ormai in borghese, prenderà lo stesso treno di Rosalie, diretta a Chicago, per un sottile e non esplicito happy end.

Hostiles, per montaggio e inquadratura, da apprezzare in pieno su grande schermo è, oltre un drammatico e avvincente spettacolo di oltre due ore, anche una risposta che il regista vuole offrire a un Paese che oggi come allora erge frontiere e muri invece che cercare dialogo con le diversità e sceglie la frontiera americana, magnificamente fotografata da Masanobu Takayanagi, per attualizzare temi quali tolleranza e perdono. L’operazione può dirsi riuscita a pieno.

data di pubblicazione:25/03/2018


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