da Antonio Iraci | Apr 27, 2018
(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)
Si inaugura oggi alla Casa del Cinema la XIII edizione di Immaginaria, Festival tutto al femminile organizzato dall’Associazione Culturale Lesbica Visibilia di Bologna insieme al Festival MIX – Milano, con il supporto di numerose unioni lesbo-femministe internazionali. Come in passato, anche quest’anno verranno proiettati film diretti da registe di ogni parte del mondo, tutte impegnate nel sociale per portare a conoscenza tematiche particolari, non facilmente riscontrabili nei normali circuiti di distribuzione. Durante questa kermesse romana verranno presentati in concorso 7 lungometraggi e ben 13 corti, tra questi 5 documentari tutti ovviamente incentrati sulla tematica propria che caratterizza questo Festival. Da ricordare che Immaginaria, fondata venticinque anni fa a Bologna, è la prima manifestazione cinematografica italiana che ha come obbiettivo di portare sullo schermo i problemi delle donne con orientamento sessuale lesbico e soprattutto la loro lotta per emanciparsi dai soliti cliché imposti dalla società maschilista e fallocratica vigente nel nostro beneamato Paese. Quindi i film proposti hanno lo sguardo attento di donne coraggiose, impegnate per la difesa del diritto a vivere serenamente a propria sessualità, con l’intento di superare ogni bigotto e anacronistico pregiudizio. Novità di questa edizione è l’aver introdotto per la prima volta la Sezione speciale “Donne al Corto” che presenterà cortometraggi italiani in anteprima per poi essere distribuiti in maniera più capillare nei festival LGBTQ. Accreditati seguirà la manifestazione e informerà sulle proiezioni in programma.
data di pubblicazione:27/04/2018
da Maria Letizia Panerai | Apr 27, 2018
Parigi. Simon è un famoso violinista in attesa di essere convocato per lunga serie di concerti. Nel frattempo accetta un incarico presso una scuola di periferia: si tratta di affiancare un professore di musica nell’istruire un gruppo di alunni per trasformarli in una vera e propria classe-orchestra, secondo un programma scolastico che prevede a fine anno una loro esibizione alla Filarmonica. Tra questi ragazzi, alcuni dei quali vivaci e maleducati, c’è il timido Arnold di origini senegalesi, che mostra subito una spiccata attitudine per il violino.
Per Simon (Kad Merad), secondo il quale la musica è un’arte universale che può aprire le porte a tutti coloro che la approcciano nel modo giusto, non sono sufficienti passione e tecnica: per riuscire a suonare bisogna innanzitutto divertirsi. Purtroppo, di fronte ad un pubblico di allievi così indisciplinati e sfrontati che devono essere in primo luogo educati a maneggiare con cura lo strumento che è stato loro assegnato, Simon dovrà dar fondo a tutta la sua pazienza per mantenere controllo e disciplina. Fa eccezione Arnold, timido e riservato, che mostra un immediato rigore comportamentale, tanto impegno ed un grande rispetto per la musica. La musica potrà realmente cambiare la vita di questi ragazzi?
Dopo aver visto il primo lungometraggio del regista algerino Rachid Hami non possiamo che dare a questo interrogativo una risposta positiva. La mèlodie è un commovente e tenero film sulla musica in ambiente scolastico ed i giovani attori, tutti bravissimi, scelti in base al loro talento per la commedia, hanno dovuto realmente imparare a suonare il violino, come ha dichiarato uno di loro durante la conferenza stampa all’ultimo Festival di Venezia dove il film è stato presentato Fuori Concorso: “mi ha fatto molto piacere imparare a suonare il violino perché mentre suonavamo eravamo tutti uguali, non c’erano più diversità di razza. È stata una grande opportunità, non sarei qui oggi”.
La mèlodie è uno di quei film corali a sfondo educativo che ci fanno capire come dare anche ad uno solo di quei ragazzi la possibilità di appassionarsi a qualcosa sino ad allora irraggiungibile, permettendogli di ampliare i propri orizzonti, rappresenti oltre che una sfida anche un autentico divertimento. E questo messaggio semplice, delicato e commovente ci arriva soprattutto attraverso la musica: Shéhérazade è il brano che il regista sceglie di far suonare ai ragazzi, una suite sinfonica composta da quattro brani separati, e poi uniti tra loro da una parte solistica affidata al violino.
data di pubblicazione:27/04/2018
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da Rossano Giuppa | Apr 23, 2018
(Teatro Argentina–Roma, 17/29 aprile 2018)
Intensa e toccantela versione proposta daMario Martone de Il sindaco del rione Sanità, di Eduardo de Filippo, in scena al Teatro Argentina dal 17 al 29 aprile. Una prima volta per Martone nel teatro di Eduardo, secondo un progetto che associa il Teatro Stabile di Torino, la Elledieffe, compagnia indipendente che porta il nome di Luca De Filippo, oggi diretta da Carolina Rosi ed il NEST – Napoli Est Teatro di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più popolari e difficili di Napoli, dove un gruppo di giovani, attori, registi, scenografi e drammaturghi hanno ristrutturato una palestra e creato uno spazio per le arti.
Scritta nel 1960, Il sindaco del Rione Sanità è una commedia in tre atti inserita dall’autore nella raccolta Cantata dei giorni dispari ed anche interpretata da Eduardo De Filippo. Il protagonista, Antonio Barracano (Francesco Di Leva), è “il sindaco” della Sanità. Qui amministra da signorotto illuminato le problematiche del rione, secondo principi da “uomo d’onore” decisamente borderline rispetto alla legge, ma certamente efficaci. Si avvale dell’aiuto di Fabio Della Ragione (Giovanni Ludeno), un medico che cura clandestinamente i feriti da sparatorie e regolamenti di conti che avvengono nel quartiere. Chi non ha santi e protettori si rivolge a da Don Antonio da sempre. Quando però gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello (Salvatore Presutto), il figlio del fornaio, deciso ad ammazzare il padre Arturo (Massimiliano Gallo), Don Antonio, cogliendo nel giovane la stessa determinazione che lo spinse all’omicidio in gioventù, si propone come mediatore finendo poi col pagare tragicamente di persona il suo intervento.
Antonio Barracano è certamente un padre-padrone, ma è anche un predicatore, unico punto di riferimento per una comunità di disperati cui trasferire principi di giustizia e convivenza non sempre ortodossi ma nella sostanza egualitari. Una commedia con una forte connotazione sociale che Martone traspone ai nostri giorni arricchendolo di quella complessità che oggi caratterizza le attuali generazioni, abbastanza distanti da quelle raccontate da Eduardo.
Uno spettacolo denso e personale nel rispetto assoluto del testo ma in un contesto che amplifica le contraddizioni di oggi, tra rapper con felpa e cappuccio in testa ad agguati violenti nel quartiere per costruirsi inutili identità, ad una casa fatta di cristalli, plexiglas e acciaio, nella quale vanno e vengono individui palestrati, dove un tavolo può trasformarsi in un lettino sul quale operare in segreto, popolata da una famiglia allargata, nella quale i pranzi si alternano a processioni di questuanti del quartiere. Qui regna il giovane e forte Don Antonio, apparentemente immortale, che poi paradossalmente soccombe per una buona azione.
Uno spettacolo che spiazza e cattura, dove tutto ha un senso e che ha il proprio punto di forza nelle sonorità e gestualità proposte, espressione fedele del degrado metropolitano di oggi, per una visione intelligente e lucida di un testo che ancora di più si riesce ad apprezzare nella sua essenza e rigore. Da non perdere.
data di pubblicazione:23/04/2018
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da Antonietta DelMastro | Apr 23, 2018
La sciarpa ricamata è la storia di due donne unite da una sciarpa con un motivo di calendule, e dei loro due destini che si dipanano a NY a distanza di 90 anni.
Due piani narrativi: Ellis Island, settembre 1911, l’infermiera Clara Wood si prende cura degli emigranti che ogni giorno vi approdano in attesa del visto d’ingresso negli Stati Uniti. Lei è approdata sulle coste dell’isola dopo aver perso l’uomo che amava; tra le migliaia di persone che transitano da quell’isola lo sguardo di Clara è attratto da un uomo che porta stretta al collo “una sciarpa di tessuto indienne, di fattura francese con un motivo indiano… Vicino all’orlo, ricamato in nero, c’era il nome Lily, e il motivo ripetuto era un’esplosione di calendule.
Manhattan, settembre 2011. Taryn Michaels vive con la figlia Kendal nell’Upper West Side sopra allo splendido negozio di tessuti in cui lavora e dove ha cercato faticosamente di ricostruirsi una vita con una parvenza di serenità, ma in occasione del decimo anniversario del crollo delle Torri Gemelle una fotografa ritrova una scheda di memoria della macchina fotografica che utilizzava quell’infausto giorno e una rivista riporta l’immagine a doppia pagina. Taryn è costretta a rivivere il terribile giorno in cui suo marito è morto nel crollo delle Torri Gemelle, lo stesso giorno in cui uno sconosciuto l’ha raggiunta e le ha salvato la vita scomparendo subito dopo insieme alla sciarpa che Taryn portava in quel momento al collo, “challis francese, di lana, fine Ottocento… Molto probabilmente la stampa è stata fatta con un colorante anilinico, a base di catrame di carbone, motivo per cui i colori originali erano così accesi.”.
Una sciarpa e due tragedie accomunano Clara e Taryn a circa un secolo di distanza, ma fanno solo da sfondo alla storia di queste due donne, ai loro sentimenti, al senso di colpa di chi sopravvive, al dolore delle aspettative tradite, alla paura di affrontare una vita che non è più quella che sarebbe dovuta essere e da cui scaturisce il disperato tentativo di annullarsi, di nascondersi per sfuggire al dolore: ma poi un incontrollato quid cambia tutto e fa riemergere tutta la forza che era in realtà solo sopita e rimette in moto la speranza che le riporta a lottare e a vivere.
Un bel romanzo, due storie coinvolgenti, due bei personaggi femminili, la prosa della Meissner è delicata, da grande narratrice.
data di pubblicazione: 23/04/2018
da Antonio Jacolina | Apr 22, 2018
Isabelle (Juliette Binoche) è una splendida cinquantenne, parigina, artista e madre divorziata di una adolescente. E’ una donna dalla personalità complessa, romantica, fragile e forte. Una donna che ha passata l’epoca delle illusioni amorose ma non si rassegna, e cerca ancora l’Amore, l’anima gemella, l’uomo giusto. Quanto è difficile amare veramente!
La settantenne regista e sceneggiatrice francese C. Denis è conosciuta ed apprezzata fin dal suo primo esordio nel 1988 per il suo cinema fortemente rigoroso ed impegnato, centrato tutto sullo studio della condizione umana e sulle problematiche interculturali. Con L’Amore secondo Isabelle (Un beau soleil intérieur) già presentato a Cannes 2017 e visto, in anteprima italiana, in occasione dell’VIII Festival del Cinema Francese tenutosi a Roma ad inizio mese, la regista si concede invece, di affrontare il tema delle relazioni uomo-donna, dei rapporti di forza sentimentali fra individui ed anche il discorso sul concetto dell’Amore Deluso, agendo, insolitamente per lei, con un film tutto virato sul registro dei toni di una commedia dolce-amara. Pur senza omettere di delineare una graffiante satira sociale di una certa borghesia intellettuale parigina, la cineasta ci disegna in effetti, un magnifico e luminoso ritratto di una donna matura ancora aperta all’Amore, e, nel contempo, tramite le sue vicissitudini affettive ed i suoi sentimenti, ci delinea, anche e soprattutto, un mosaico di ritratti maschili al vetriolo (seduttori, ipocriti, egoisti …) che ruotano tutti, come piccoli satelliti, attorno alla luce ardente della solarità interiore di Isabelle. L’Amore secondo Isabelle è un film pensato, scritto e diretto da donne, ma non è un film solo al femminile, al contrario è un film sui sentimenti amorosi in generale, sul bisogno d’Amore, sulla seduzione, sul potere manipolatorio delle parole, dei sottintesi e dei silenzi, il tutto all’interno di un gioco in cui si può essere, indifferentemente uomini o donne, sia attori, sia vittime, sia eterni sognatori.
Al centro del film, costantemente presente in ogni scena, punto focale della cinepresa, dei suoi amanti e dello sguardo degli spettatori è la magnifica e bella J. Binoche. L’attrice sostiene letteralmente il film regalandoci una performance eccezionale con continui cambi di registri recitativi. Attorno a lei ruota la crema degli attori francesi, e, in un significativo cameo finale, emerge anche un monumentale G. Depardieu. La Denis dirige con mestiere e seduce per il ritmo del montaggio e per la maniera di filmare con una cinepresa che sembra quasi accompagnare i movimenti degli attori come in un ballo. Primi piani, campi e contro campi sembrano voler sottolineare, di volta in volta, la forza dei diversi personaggi. Il tono generale del film è reso leggero da una sceneggiatura ben scritta e da dialoghi ironici, pungenti e scoppiettanti. A tratti però, quasi per effetto di improvvisi corti circuiti, il film ha delle cadute di tono, perde di sobrietà, diviene ripetitivo, troppo verboso e frammentato a livello di banali clichés. Ciò non di meno, pur con questa alternanza fra tanti pregi e qualche difetto, L’Amore secondo Isabelle resta un buon film d’autore, supportato da una grande interpretazione della Binoche, una pungente commedia ironica, romantica, malinconica ed anche solare sui capricci dell’Amore e sulle difficoltà di cercare l’Amore e di amare veramente.
data di pubblicazione:22/04/2018
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da Antonio Jacolina | Apr 22, 2018
Chloe (Marine Vatch) è una donna giovane ed affascinante ma fragile e depressa da star anche male fisicamente. Inizia ad andare in terapia e si innamora, ricambiata, del suo psicanalista Paul (Jérémie Renier), interrotta la terapia i due vanno a vivere insieme. Dopo qualche mese però Chloe scopre che Paul le ha nascosto una parte oscura della sua vita e della sua personalità.
Preceduto dall’alone sulfureo sollevato al Festival di Cannes 2017 e visto, in anteprima italiana, in occasione dell’VIII Festival del Nuovo Cinema Francese tenutosi a Roma ad inizio mese, eccol’attesa opera di Ozon, il poliedrico e talentuoso regista e sceneggiatore francese, di sicuro uno degli autori di maggior successo e fra i più interessanti del cinema d’oltr’Alpe. Doppio Amore è il suo 17° lungometraggio ed è stato adattato dallo stesso regista da un romanzo breve: Vita di Gemelli di J.C.Oates. Dopo il delicato ed intimista Frantz, il nostro regista torna sugli schermi in un genere e su un tema che non ci saremmo di certo aspettati veder riaffrontare. Il cineasta francese ritorna infatti al genere thriller di cui aveva già dato ottimi prodotti ai tempi dei suoi Swimming Pool ed Amanti Criminali. Lo spunto questa volta è tornare ad analizzare ancora una volta, uno dei temi a lui cari: l’esplorazione, la ricerca del “doppio di sé”, il doppio benefico o malefico, o, tutti e due contemporaneamente, che ognuno di noi porta dentro di sé. Il tema dei gemelli. Chi sono infatti i “doppi” che Chloe incontra? chi siamo noi? si domanda il regista, chi è, alla fin fine, la stessa Chloe? Quali sono e cosa si nasconde nelle zone d’ombra di ciascuno di noi? Bravo nel miscelare generi cinematografici diversi, Ozon ci offre un thriller brillante, erotico e psicologico rendendo omaggio ai thriller psicologici o sovrannaturali degli anni ‘70 ed ‘80. Il regista si inserisce scientemente nella scia dei Polanski, De Palma e Cronemberg, con anche notevoli richiami ad Hitchcock. Un tale approccio poteva essere schiacciante. Invece l’autore riesce, pur nella continua citazione dei Maestri, a rompere gli schemi, esce dall’esercizio del mero omaggio e tributo e, con talento prende in mano la narrazione con uno stile tutto suo personale, dandogli spessore ed autonomia. Ozon sembra letteralmente far sua la sceneggiatura e trascina lo spettatore in una serie di giuochi, piste e manipolazioni che già nel suo precedente Nella Casa aveva dimostrato di saper ben maneggiare. Doppio Amore, in linea con le regole del genere, è un film sufficientemente trasgressivo ed ansiogeno da poter facilmente trascinare l’immaginario dello spettatore in una serie di intrighi narrativi, giocando abilmente con la paura, l’erotismo ed il fantastico. Non tutto è però perfetto, a tratti ci si perde nei vari meandri, ci sono purtroppo degli effetti gratuiti che riducono l’impatto con il sottinteso e l’implicito, c’è qualche elemento un po’ kitsch ed un finale poi troppo spiazzante che lascia delusi. Comunque sia, pur con i difetti di cui sopra, il film è un bel viaggio nei labirinti del subconscio femminile, un buon pretesto per uno studio sulle personalità multiple. Intense le interpretazioni della sua icona M. Vatch e del suo attore feticcio J. Renier, giunto con questa alla terza collaborazione con il regista. Doppio Amore è certamente un film meno convincente di Frantz, anzi molto lontano dalla sua eleganza e bellezza, ma resta pur sempre un buon prodotto di genere, un buon dramma psicologico girato con maestria e mestiere pur con qualche furberia di troppo.
data di pubblicazione:22/04/2018
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da Paolo Talone | Apr 20, 2018
(Teatro Vascello – Roma, 19/22 aprile 2018)
Il Cantico dei Cantici è uno dei libri certamente più affascinanti e misteriosi contenuti nel canone biblico, scritto probabilmente intorno al IV secolo a.C. e quindi molto antico. È un dialogo serrato tra due amanti che si rincorrono, si cercano, si dicono l’uno all’altra dolci parole piene di amore e accudimento. Nello spettacolo di Latini queste parole vengono contestualizzate nella cornice di un sogno, quello del nostro unico attore sulla scena.
Terzo e ultimo appuntamento per il trittico presentato dalla compagnia Fortebraccio Teatro, in scena al Vascello fino a domenica. Dopo il confronto con due grandi classici della letteratura teatrale, I giganti della montagna e Amleto, Roberto Latini rivede e interpreta uno dei testi più belli di tutta la Bibbia: il Cantico dei Cantici. Il testo originale, un poema che si presenta sotto forma di dialogo tra due amanti, è ripreso in maniera letterale, senza nessuna particolare interpretazione, è quasi una lettura. La scena è semplice, sono sparite le giostre dell’Amleto e gli effetti scenici dei Giganti. Sembra di essere in una cabina di trasmissione radiofonica, ma c’è anche una panchina dove il nostro personaggio si fa trovare addormentato appena entriamo in teatro per prendere posto. Sta già sognando e noi ci addormentiamo con lui non appena si abbassano le luci e con lui iniziamo a sognare. I pochi oggetti presenti sulla scena non svolgono una funzione narrativa, ma solo simbolica. Si accende una scritta non appena termina la musica: ON AIR. Siamo in onda? No, anche questa scritta va presa alla lettera: siamo nell’aria. Si spalanca una dimensione onirica davanti ai nostri occhi, siamo nei pensieri di un innamorato che racconta il suo tormento e la sua gioia, la sua speranza e la sua delusione, la bellezza dell’incontro e la disperazione della lontananza. La recitazione appare più statica in questo terzo appuntamento, ma si fa via via più enfatica verso il finale fino a trasformarsi in una danza erotica e dolce allo stesso momento. La musica è di nuovo protagonista: le parole scivolano e si confondono nelle note del pianoforte nei momenti più lirici, mentre ritmi travolgenti accompagnano i momenti di marcato erotismo.
Uno spettacolo ben riuscito. Premio Ubu 2017 a Roberto Latini come miglior attore/performer e a Gianluca Misiti per il miglior progetto sonoro/musiche originali.
data di pubblicazione:20/04/2018
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da Rossano Giuppa | Apr 17, 2018
Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 11/29 aprile 2018)
In scena al Piccolo Eliseo fino al 29 aprile il romanzo Scendi giù per Toledo, scritto nel 1975 da Giuseppe Patroni Griffi, che racconta la vita di Rosalinda Sprint, travestito napoletano alla disperata ricerca dell’amore, per la regia di Arturo Cirillo, qui anche interprete del monologo.
Rosalinda è l’urlo doloroso e disperato di una vita estrema e sofferta, segnata da incontri infelici, da sogni irrealizzati, da candore misto alla violenza ed all’ipocrisia del modello maschile con cui si confronta. Uomini egoisti capaci solo di abusare e di sopraffare, da cui Rosalinda prova ad allontanarsi per cercare una nuova vita sia essa vera o immaginaria in Inghilterra, scoprendo con delusione che quelle scogliere di Dover non sono poi così bianche come descritte e immaginate. Come in fondo non lo è la vita perché“nulla mai è come te lo immagini”.
Precorritrice della Jennifer di Ruccello, Rosalinda Sprint attraversa gli umori e gli attriti della città di Napoli, qui più che mai diventata un non luogo, in qualche modo immaginato e costruito.
Un testo coraggioso e forte che racconta il mondo dei travestiti napoletani, uno spaccato corale coordinato dalla presenza e dalla storia di Rosalinda Sprint attorno alla quale ruotano personaggi che si chiamano Marlene Dietrich, Baronessa, Maria Callas, Viacolvento, che affronta a viso aperto, un sottobosco velato con sincerità e ironia.
È un mondo vile, litigioso, sfacciato a volte anche solidale che si contrappone alla violenza ed alla crudeltà dell’universo maschile; l’amore di un uomo resta il sogno irrisolto di Rosalinda, segnato da infelici incontri prima con Gaetano con il quale per un tempo brevissimo crede di poter trovare una possibile felicità e che poi si rivelerà di una crudeltà feroce o del cugino con cui fa sesso il giorno dei funerali del padre.
Una scrittura, quella di Patroni Griffi, musicale e fisica, che saltella tra la prima e la terza persona. Un flusso di parole, un tango di dolore, un folleggiare tra la vita e la morte, ma un urlo di chi vuole vivere e non morire.
Spettacolo forte che cattura grazie ad una interpretazione esperta, forse un po’ datata, che lascia perplessi, rivolta come è al passato senza un reale raffronto con il mondo di sotto, quello delle vite sospese dei transessuali di oggi.
data di pubblicazione: 17/04/2018
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da Daniele Poto | Apr 16, 2018
(Teatro Tor di Nona – Roma, 10/15 aprile 2018 e in tournée in Italia)
Un’autoanalisi dissacrante in diretta, una flagellazione pubblica.
Si parte da Dostoevskij, dal massimo dell’impegno, e si finisce con un accenno di coprofagia. Altissimo e bassissimo un po’ come i chiaroscuri di Emanuele Salce, nato come figlio d’arte e poi ritrapiantato in palcoscenico dopo un percorso non rettilineo fatto di impegni come assicuratore, come universitario mancato, ma soprattutto come portatore sano di un’eredità pesante.
Emanuele, infatti, ha due padri: Luciano Salce e Vittorio Gasmann. E ha trascorso, atipicamente, più tempo con il secondo che con il primo. Capace di riprodurne magnificamente la voce, con timbri a stampo da copia. Dunque, inclinazioni da mattatore? Tutt’altro!
Salce jr. ci racconta la vita con un titolo originale che è la tipica espressione interrogativa del personaggio dei fumetti. La nostra sintesi potrebbe apparire prosaica se ci limitassimo a dire che dopo un accenno di trombonismo, subito messo da parte grazie alle frenate e alle accelerazioni simil registiche del suo partner Paolo Giommarelli, in sostanza si parla di due funerali e di una clamorosa crisi di dissenteria. La sostanza è questa ma indirizzata splendidamente. Perché si ride e tanto anche parlando di un corteo funebre, delle padovanelle di un celebre attore (e tutti pensano a Carmelo Bene o a Gabriele Lavia), della condizione di figlio minore all’ombra di ingombranti personalità.
Il tramite del doppio padre è naturalmente Diletta D’Andrea, prima moglie di Salce e poi di Gasmann. Di qui un intrico di parentele e di contiguità con famiglie importanti. Lo spettacolo è un’impudica rivelazione sul proprio vissuto. È un testo tagliato a misura di verità dove il confine tra rappresentazione e finzione è labile se non nel riconoscimento di alcune funzionali forzature. È uno spaccato di commedia all’italiana (come nei film di Salce) e di “ionismo”, termine di moda, come nella vita del grande Vittorio, precipitato nella depressione fino al capolinea del 2000.
È una sorte di immersione anche psicanalitica in un’esistenza che cerca la propria dimensione dopo il periodo di sbandamento giovanile e riconosciuti rischi etilici.
data di pubblicazione: 16/04/2018
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da Antonietta DelMastro | Apr 15, 2018
Nuovo romanzo del “Re”, questa volta a quattro mani con Richard Chizmar, redattore della rivista horror Cemetery Dance.
Protagonista è Gwendy Peterson, dodici anni di Castle Rock, una dolcissima ragazzina un poco rotondetta alla quale è stato affibbiato l’appellativo di “Goodyear” da Frankie Stone, il bullo della sua scuola elementare, che l’ha fatta diventare oggetto delle prese in giro di quasi tutti i ragazzini della scuola; è il desiderio di sbarazzarsi di quel soprannome la motivazione che la spinge tutte le mattine dell’estate del 1974 su per la “Scala del suicidio” che procede a zig-zag su per il fianco del dirupo ed è fissata con bulloni di ferro robusti anche se arrugginiti dagli anni, non vuole essere dileggiata anche l’anno successivo, ed è proprio in vetta alla scala che la sua attenzione viene richiamata da qualcuno: “Ehi, ragazzina. Avvicinati un attimo. Dobbiamo fare quattro chiacchiera tu e io.”… non possiamo non ripensare a It, all’incontro tra il piccolo George Denbrough e il pagliaccio Pennywise: “Pennywise, ti presento George Denbrough. George, questi è Pennywise. Ecco, adesso ci conosciamo. Non sono più uno sconosciuto per te e tu non sei uno sconosciuto per me. Giiiiusto?”, direi che il romanzo inizia sotto i migliori auspici!
Ma il volto di mister Farris non si trasformerà mai nel ghigno mostruoso di It, anzi la sua allegria accattivante e il suo entrare immediatamente in sintonia con i sentimenti più intimi della ragazzina conquisteranno la sua fiducia; a Gwendy verrà consegnata “una scatola dei bottoni. La tua scatola… almeno per ora” con cui, per mezzo di leve e di bottoni colorati, sarà lei a poter controllare la realtà, nel bene e nel male.
Il racconto procede veloce, Gwendy viene totalmente irretita dalla scatola che le viene offerta e le cerca immediatamente un nascondiglio che la possa proteggere da occhi indiscreti, benché sia estremamente misurata nell’uso che ne fa, già solo il possederla determina degli enormi cambiamenti nella ragazzina e non tutti sono positivi.
Lo stile del “Re” è ineccepibile, riusciamo a “vedere” la storia recitata magistralmente dagli attori creati dalla sua penna, senza sbavature e senza inutili dettagli, tutto è raccontato nel momento esatto in cui dobbiamo venirne a conoscenza ma, c’è un ma… è solo un racconto: sarebbe bastato poco di più per trasformarlo in un romanzo degno del “Re”! Ci sono tutte le caratteristiche, il racconto è un continuo crescendo, ci sono tutti gli ingredienti che creano la giusta suspense, ci sembra di correre verso l’occhio del ciclone da cui vedremo scatenarsi la potenza dei romanzi horror di King, dove la scatola comandata da Gwendy cambierà in modo inimmaginabile il futuro che l’attende e…niente, purtroppo non succede niente.
Troppo breve e con un finale deludente; ne sarebbe potuto scaturire un “librone”, in tutti i sensi, invece si resta sbigottiti e stizziti per tutte le possibilità non fruttate.
data di pubblicazione:15/04/2018
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