da Antonietta DelMastro | Mag 30, 2018
Quello che stiamo leggendo è un diario che venne recapitato a Ernst Lothar nel 1940: lo scrittore lo fece pubblicare l’anno successivo negli Stati Uniti e nel 1942 a Londra, in pieno conflitto mondiale, come monito a tutti coloro che non riconoscevano il pericolo della minaccia nazista e che, di fatto, davano il loro assenso al regime: “Le annotazioni ivi contenute mi sono sembrate così significative e talmente emblematiche delle condizioni psicologiche in cui versavamo noi esuli da decidere di darle alle stampe”.
Autrice del diario è Franziscka Langer. Siamo nel 1939, l’Austria viene occupata dai nazisti e mentre la stragrande maggioranza dei suoi connazionali si rassegna e accetta impotente l’invasione, Franzi, ariana cattolica, non riesce a tollerare né essere in alcun modo complice dell’ascesa di Hitler: abbandona la sua città che ama e i suoi genitori che adora per trasferirsi a Parigi.
Resta abbagliata dalla città, se ne innamora immediatamente; per lei è come rinascere, tornare a respirare la libertà, la tranquillità di poter esprimere qualsiasi idea senza alcuna conseguenza, le serate a teatro, al cinema, i dehors dei bar e dei ristoranti sempre pieni di gente spensierata… tutto l’affascina e a Parigi troverà l’amore della sua vita: Pierre Durand, giornalista de Le Figaro.
Le pagine del diario sono molto coinvolgenti, il racconto di cosa accade è estremamente vivo, le espressioni delle persone, i sentimenti, le paure, l’amore per Pierre, le notizie dei giornali che si fanno sempre più drammatiche, incalzano e trasmettono l’urgenza di continuare la lettura.
Franzi è scappata dalla sua Vienna e ha passato mesi interi a chiedersi se non sarebbe dovuta restare nella sua città per combattere contro l’invasione nazista, si è data della codarda, al funzionario della prefettura di Parigi sì è dichiarata addirittura una “ex-autrichienne”: “Il ministero dell’Interno francese aveva introdotto questa formula per indicare i rifugiati austriaci che non si considerano cittadini del Reich tedesco ma appunto austriaci, come sono sempre stati.”.
Le pagine del diario si caricano sempre più di angoscia con l’avvicinarsi alla fatidica data in cui anche la Francia entrerà in guerra, quella guerra che la diplomazia ha tentato invano di evitare e che si è drammaticamente abbattuta su tutto il mondo, spazzando via ogni certezza, ogni felicità.
Pierre parte per il fronte, mentre Franzi è infermiera volontaria nell’ospedale americano di Neuilly; i nazisti entrano a Parigi e lei scrive: “Da quando ieri ho sentito marciare i nazisti mi sembra che ogni cosa sia stata calpestata – e ovviamente loro vogliono proprio questo, mettere in chiaro che non ci sono più speranze! I loro spaventosi annunci alla radio, i bollettini ingiuriosi sbraitati dai furgoni con gli altoparlanti che percorrono senza sosta i boulevard, l’ordine indecente che hanno instaurato e non si addice a questo posto – tutto deve comunicare un senso di ineluttabilità.”
Stavolta Franzi non fuggirà, e affronterà fieramente il suo futuro.
data di pubblicazione:30/05/2018
da Antonio Iraci | Mag 24, 2018
(Teatro India – Roma, unica rappresentazione del 23 maggio 2018)
Nel gennaio del 1968 il riformista slovacco Alexander Dubček, salito alla guida della Cecoslovacchia già sottoposta ai diktat dell’Unione Sovietica, avvia una fase di liberalizzazione politica e di grandi riforme. Questo periodo storico di graduale processo di democratizzazione del paese, con il riconoscimento ai cittadini di maggiori diritti civili, fu definito la Primavera di Praga. Il 20 agosto dello stesso anno i carri armati dei paesi aderenti al Patto di Varsavia invasero brutalmente Praga suscitando immediate proteste tra le quali quelle dello studente Jan Palach. Il giovane, suicidandosi, diventerà il simbolo di una accanita resistenza che si protrarrà sino al 1990, anno della disgregazione del blocco sovietico.
Lo spettacolo presentato al Teatro India dall’attrice Jitka Frantova è la storia-odissea raccontata da un’esula ceca che, più che recitare, parla di sé e delle drammatiche vicende che la coinvolsero sia nella veste di affermata attrice teatrale che in qualità di moglie di Jiří Pelikán, a quel tempo direttore della televisione di stato, impegnato in prima linea nella fase riformista del paese durante la cosiddetta Primavera di Praga, di cui quest’anno ricorre il 50° anniversario. La donna si muove sulla scena tra oggetti e documenti in una casa cosparsa di foglie morte come se una folata di vento avesse invaso gli spazi per portare il proprio carico di desolazione. La Frantova, con il supporto di filmati di repertorio sullo sfondo, ci parla delle proprie tragiche disavventure a fianco del marito che portarono entrambi a fuggire clandestinamente dal proprio paese per rifugiarsi in Italia e chiedere asilo come rifugiati politici. La pièce, diretta dall’abilissima mano di Daniele Salvo, non è solo la commemorazione dei fatti storici di quegl’anni ma è da considerarsi il documento vivente della vita martoriata di due protagonisti, da prendersi come simbolo di ciò che una intera nazione dovette subire a seguito della devastante invasione sovietica. Un monito quindi anche alle potenze che ancora oggi tolgono la libertà fisica e di pensiero agli uomini, calpestandone i legittimi diritti civili. Le immagini video, elaborate da Giandomenico Musu, contribuiscono a coinvolgere emotivamente lo spettatore lasciandolo a fine rappresentazione commosso di fronte a quello che non è certamente finzione, ma storia reale di una altrettanto reale tragedia umana. Uno spettacolo quindi denso di emozioni, supportato dall’abilità interpretativa dell’attrice e protagonista dei fatti narrati che riguardano anche la primavera della propria vita quando, senza volerlo, fu coinvolta in prima linea insieme al marito in una resistenza contro il potere. L’evento, sotto l’egida del Presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman, è stato patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
data di pubblicazione:24/05/2018
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Mag 21, 2018
(Teatro Lo Spazio- Roma, 18/20 maggio 2018)
Una comicità lunare. Perché letteralmente ambientata sulla luna. Ispirati da Buster Keaton due astronauti dipingono vivacemente le contraddizioni della vita di tutti i giorni che non riesce a essere governata dal timone della scienza.
Un piccolo e breve florilegio di gag dimostra che il teatro può ancora muovere sul piano del genere una seria concorrenza alla televisione. Lo dimostrano le reazioni del pubblico, probabilmente non alla prima visione di questa breve (50 minuti) ma intensa, a tratti farneticante e demenziale, vicenda. Quadretti scomposti e con collegamenti ad hoc per una storia che non si può raccontare perché in scena fiocca un florilegio di battute calde e fredde, legate a una scenografia affidata a materiali essenziali. Il teatro non è solo seriosità e impegno. I due clown/astronauti si scontrano con i due strambi gestori del teatro che rimandano spesso alla prosaica realtà della sopravvivenza del genere. Dunque un teatro che si affitta per compleanni, matrimoni e qualsivoglia impresa che possa portare denaro. È chiaro che l’impaccio, l’equivoco, il calembour fanno ridere per una comicità che a volte è di parola, a volte di situazioni, a volte di contrastato movimento spaziale. Così lo spettacolo filante e premiato di fine stagione funziona fino in fondo con l’impressione che gli spettatori, ampiamente fidelizzati, si siano gustati almeno un paio di volte l’esibizione. Gli interpreti sono Corrado Zizzo, Daniele Dosideo D’Arcangelo, Luca Refrigeri e Katiuscia Rossi ben diretti da Fabio Cicchiello. Tutti completamente padroni del testo e delle gag per un piccolo convincente piccolo capolavoro di rustica comicità. Il corto lungo o lo spettacolo in miniatura che dir si voglia, nei limiti umili delle sue ambizioni, ha già raccolto primi ed esprime una formula collaudata e interpreti all’altezza della situazione.
data di pubblicazione:21/05/2018
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Mag 20, 2018
(Teatro Argentina – Roma, 15/20 maggio 2018)
Il teatro è pronto e la scena è già allestita sulla piazza. L’intreccio di amori, equivoci, maschere, camuffamenti, lazzi e giochi prende forma tra squilli di tromba e battito di tamburi. Si accendono le luci del palco e si dà il via alla commedia. Arlecchino servitore di due padroni torna di nuovo a far ridere il pubblico.
La scelta della direzione artistica del Teatro Argentina di mettere in cartellone uno spettacolo come Arlecchino servitore di due padroni, ideato dal genio di Strehler e riproposto con la messa in scena di Ferruccio Soleri e Stefano de Luca, non può che essere un grande regalo al suo pubblico e un occasione per godere della visione di una delle regie che hanno segnato la storia del teatro italiano del secondo Novecento. Sono ormai passati più di 70’anni da quando la commedia venne rappresentata la prima volta al Piccolo di Milano e da allora continua ad incantare tutti con il suo meccanismo perfetto di giochi, improvvisazione, battute e personaggi ormai testato su ogni tipo di pubblico. Viene da domandarsi in effetti che cos’è che mantiene in vita sulla scena questo spettacolo così rappresentato e le risposte sono tante. Si può pensare dapprima alle scene di Ezio Frigerio, alle musiche di Fiorenzo Carpi suonate dal vivo sulla scena, ai costumi stupendi e alle maschere di cuoio; e poi ancora alla bravura degli attori, tutti, perfettamente accordati tra di loro, divertiti, esperti nel saper cogliere gli umori di un pubblico ogni sera diverso e nuovo. Ma anche e soprattutto una regia sapiente, rispettosa della tradizione e tuttavia innovativa, quale fu quella di Giorgio Strehler, che si risolve nel focalizzare tutto l’intreccio su un vero palcoscenico della Commedia dell’Arte, con il suo fondale dipinto e le sue candele sul proscenio ad illuminare lo spazio della recitazione e del gioco. Forse è qui allora che tutta questa perfezione trova la sua unità: nel gioco eterno del teatro e nella sua capacità di poter essere strumento di evasione e distrazione, pura contemplazione della bellezza. Ne siamo consapevoli noi, ne sono consapevoli gli attori sulla scena. Ne è consapevole Arlecchino, interpretato da uno straordinario Enrico Bonavera, che tesse le trame di questo intreccio divertentissimo, ma che in più conosce il modo di intrattenere gli spettatori in modo intelligente e attento, trascinandoli continuamente nella sua tempesta di lazzi e scherzi dalla quale non si vorrebbe uscire mai. Va visto questo Arlecchino e poi rivisto ancora, consapevoli che non deluderà mai perché è il teatro che ci si aspetta di vedere, ma che tuttavia è sempre nuovo e unico ogni sera.
data di pubblicazione:20/05/2018
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Mag 20, 2018
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 9/27 maggio 2o18)
Una famiglia unita, una famiglia apparentemente felice. Ma la commedia vira in tragedia perché l’alea del suicidio inquina la serenità del tutto. Si prepara una notte drammatica in un tentativo di escavazione dell’animo umano. Poco riuscito, diremmo.
Un rituale pranzo di famiglia in cui si veicolano discorsi forti e banali, alternanza di voci che si sovrappongono, un interessante interno borghese di una media famiglia italiana. Ma l’allarme è presto scoccato. Perché il giovane maschio del lotto dei cinque è appartato, distratto, chiuso in se stesso e gli altri non sembrano accorgersene. Ed ecco d’improvviso la lacerazione. Il giovane figlio di famiglia annuncia il suicidio, cioè quel gesto che in genere non si annuncia ma si realizza, lasciando un bigliettino di spiegazione. È il “prima” che sconcerta perché la macchina del proponimento è messa in moto e come si potrà fermarla? Ci prova il padre, ci prova la madre. Con convinzione, rabbia, crescente disperazione. Ci provano le sorelle. Ci provano tutti ma i risultati sono scarni. Il peso della perdita della moglie ha lacerato i fragili equilibri del protagonista che non riesce più a ritrovarsi nella vita di tutti i giorni.
Quello che abbiamo enunciato è il proposito didattico del regista che però non si traduce in una tensione drammaturgica all’altezza. Non la regge il protagonista principale, non la sostiene neanche il bravo Giorgio Colangeli in una parte sottostimata rispetto alla sua abilità mimetica. Così una tesi troppo manifesta, un’idea dall’ input brillante non si traduce in un risultato di spessore. Fioccano sbadigli, minuti imbarazzanti di silenzio in scena perché la stessa rimane vuota, priva di significati che non sono stati evocati dal silenzio e dallo smarrimento dei protagonisti. In definitiva un’occasione sprecata perché uno dei più grandi peccati commessi dal teatro è quello di annoiare lo spettatore. Dopo settanta minuti l’aspirante suicida esce di scena lasciando i quattro parenti infranti.
Il tempo tra il “prima” il “dopo”, pur breve, si poteva sfruttare decisamente meglio.
data di pubblicazione: 20/5/2018
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Mag 17, 2018
Titolo emblematico per una pellicola ad alto tasso di follia, in cui una casalinga trascurata, un marito insensibile e dai modi bruschi, un cugino particolarmente galante e l’ipnosi, si incontrano tra le vie periferiche di Madrid, dando origine ad una commedia esilarante, dal finale un po’ prevedibile.
Carmen, per andare al matrimonio della cugina, vuole essere particolarmente originale e copia da una nota rivista di gossip l’acconciatura di Madonna, ma il marito Carlos non ne vuole sapere di arrivare in orario: è più importante la finale di coppa del Real Madrid e… non è il solo a pensarla così! Durante il ricevimento, per pura e semplice goliardia, Carlos si sottopone ad un amatoriale esperimento di ipnotismo proposto a tutti gli invitati dal cugino di Carmen, da sempre suo accanito corteggiatore. Per Carlos, accettare l’invito di farsi ipnotizzare davanti a tutti gli invitati, è un modo come un altro per ridicolizzare quell’uomo che osa mettere gli occhi sulla sua donna, anche se dal canto suo sono anni che la trascura, non provando più per lei alcun interesse. Ma qualcosa durante l’esperimento, apparentemente goffo e mal riuscito, sembra essere accaduto, e Carlos da quel momento non sarà più lo stesso.
Si ride molto durante la proiezione di Abracadabra, presentata nella Selezione Ufficiale della 12^ edizione della Festa del Cinema di Roma, folle commedia del giovane regista spagnolo Pablo Berger che, nel 2014, rappresentò il suo paese agli Oscar nella categoria Miglior film straniero con Blancanieves.
È quasi impossibile non pensare quanto lo stile e la filmografia di Almodóvar abbiano potuto influenzare giovani registi come Berger, che riesce con Abracadabra, in chiave ovviamente grottesca, a raccontare una storia di reincarnazione alquanto surreale, che appassiona senza grossi cali di attenzione. Unica pecca del film è che sul finale delude un po’: la storia perde corpo e la soluzione a tutto ciò che il regista ha messo in scena è alquanto banale e non all’altezza della parte centrale. Tuttavia, se ne consiglia la visone per la ventata di folle leggerezza che trasmette.
data di pubblicazione:17/05/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Mag 17, 2018
Atari è un ragazzo di dodici anni che, a seguito della improvvisa morte dei genitori, è stato dato in affidamento allo zio Kobayashi, corrotta figura governativa che ricopre la carica di sindaco di Megasaki. A seguito di un contestato decreto pubblico, viene deciso che tutti i cani debbano essere portati via dai loro padroni e trasferiti in una isola lontana dove vengono giornalmente ammassati i rifiuti della città. Il ragazzo, che viene così privato del suo fedele cane da guardia Spots, decide di rintracciarlo e a bordo di un Junior-Turbo, piccolo aereo in miniatura da lui stesso costruito, approda sull’isola. Con l’aiuto di una piccola banda di altri 5 cani inizia così un viaggio epico sulle tracce del suo fido amico e l’esito di questa ricerca sarà determinante per il futuro dei cani e della stessa Prefettura, i cui scandali da tempo nascosti diverranno di pubblico dominio.
Wes Anderson, regista, produttore e sceneggiatore texano, ama trasferire la propria personale eccentricità nei personaggi da lui stesso creati e portati sul grande schermo. Con una carriera oramai di tutto rispetto, nel 2012 il suo film Moonrise Kingdom, ambientato su un’isola leggendaria viene prescelto come film d’apertura a Cannes, e nel 2014 il suo The Grand Budapest Hotel, con Ralph Fiennes ed un cast di prim’ordine, apre il Festival di Berlino. Non ci stupiamo quindi che anche nell’ultima edizione della Berlinale il suo ultimo film L’isola dei cani, sia stato preferito tra i vari film in concorso per avviare la kermesse berlinese 2018. Dopo il successo di Fantastic Mr. Fox, è uscito nelle sale italiane questo suo secondo film di animazione, in cui il brillante regista adotta la particolare tecnica dello stop motion con il montaggio di foto che si susseguono creando il movimento della scena. Il risultato ottenuto è quello di una immagine molto nitida e naturale che ben si discosta dai normali animated cartoon a cui siamo abituati. La storia del piccolo e coraggioso Atari alla ricerca del suo fedele cane Spots si può considerare una favola dei giorni nostri che ci riporta in un mondo di buoni e cattivi, dove ai primi non rimangono molte armi a disposizione per sconfiggere le ingiustizie perpetrate dai secondi. Come in tutte le favole che si rispettino gli animali possono esprimersi con parole che noi comprendiamo, ma in questo film non a caso è il linguaggio degli uomini ad essere incomprensibile e a necessitare di una traduzione simultanea. Lo spettatore entra quindi in sintonia con i quadrupedi esiliati e destinati allo sterminio mentre trova difficoltà ad intendersi con gli umani e a accettare i loro marchingegni per accaparrarsi a tutti i costi il potere. Atari, con la freschezza dei suoi dodici anni, è l’unico che riesce a riscattare l’uomo dal pantano di corruzione in cui è caduto. Il film ha ottenuto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia e racchiude in sé una morale sincera, prerogativa questa di tutte le favole, vecchie o nuove, che sembrano tutte proporci ripetutamente la quintessenza delle domande: Chi siamo? Chi vogliamo essere?
data di pubblicazione:17/05/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Paolo Talone | Mag 16, 2018
(Teatro Vascello – Roma, 15/20 maggio 2018)
Due donne, di due epoche diverse e lontane l’una dall’altra, dichiarano guerra al tempo, sfidandolo a colpi di parole che sono poesia recitata e poesia in musica. Lo spazio è una tela bianca sulla quale lasciare impressi i caratteri di una scrittura destinata a parlare per sempre a tutte le generazioni.
È uno spettacolo insolito quello messo in scena in questi giorni al teatro Vascello, ancora una proposta che obbliga a fermarsi e a riflettere. Insolito perché il testo è tratto dai Sonetti di Shakespeare, del quale conosciamo meglio le tragedie e i drammi. Insolito per il fatto che I Sonetti, che non furono scritti per essere destinati alla rappresentazione, vengono usati nella forma del dialogo tra due donne che provengono e abitano due epoche diverse: la prima, vestita in abiti moderni, è a noi contemporanea; l’altra invece, vestita alla maniera rinascimentale inglese, appartiene a un lontano passato. Insolita la scena: una grande pagina bianca o una tela da pittore se vogliamo, sulla quale via via vengono impresse le parole e le immagini che i versi cantati e recitati suggeriscono. Pochi elementi come sedie ammassate in un angolo, sgabelli e panche sui quali far riposare i pensieri, completano la scena. Questo spazio diventa il luogo dove viene combattuta la guerra che il titolo suggerisce, ma è uno spazio mentale, intimo, una “stanza dell’immaginario”, come la definisce il regista Daniele Salvo. Il campo di battaglia sono allora la memoria e l’esperienza: solo chi ha provato l’amore, con i suoi picchi e le sue delusioni, può comprendere ciò che si rappresenta e affrontare questo viaggio. Una mente immatura e giovane non può cogliere il dramma di questo conflitto contro il tempo, il quale trascorre inesorabile e veloce, trascinando via con sé la bellezza e la novità. L’unica arma per combattere e vincere questo nemico è la procreazione, il generare una creatura e poi altre ancora, alle quali consegnare questa bellezza. Il tempo porta alla morte, ma la morte si contrasta con l’eternità del pensiero che si può imprimere solo nelle parole. Lo spettacolo diventa così un omaggio alla capacità esclusivamente umana di comunicare l’immortalità attraverso la poesia, sia fissata e strutturata in un sonetto sia codificata in uno spartito musicale. Incantevole l’interpretazione di Manuela Kustermann nei panni della poetessa rinascimentale, che con la sua voce e la sua grazia è capace di accompagnare la mente verso le zone più profonde del pensiero; straordinaria e intensa Melania Giglio nei panni della donna contemporanea, capace invece di dare nuova interpretazione e colore a brani famosi di altrettanti famosi cantautori pop-rock della scena internazionale (Peter Gabriel, David Bowie, Cat Stevens per citarne alcuni). Dichiaro guerra al tempo sarà in scena fino a domenica prossima; consigliato a chi vuole concedersi un momento di riflessione e di buon ascolto.
data di pubblicazione:16/05/2018
Il nostro voto: 
da Antonietta DelMastro | Mag 14, 2018
A poche settimane dall’inizio degli “amari” Mondiali di calcio di Russia e a qualche mese dal 78° compleanno di Edson Arantes Do Nascimiento, il giornalista sportivo e scrittore Daniele Poto presenta, in occasione del Salone del Libro di Torino, il suo Pelé la perla nera, la prima biografia italiana del più famoso bisillabo del calcio e forse di tutto lo sport moderno: Pelé.
Trattandosi di una biografia, inevitabilmente viene effettuata una ricostruzione cronologica e storico-statistica della vita del giocatore, che viene inframmezzata da una carrellata di aneddoti legati a vario titolo al protagonista, ma non è un’opera celebrativa oltre ai suoi incomparabili successi di calciatore (non dimentichiamo i 3 mondiali vinti in poco più di un decennio e gli oltre 1.200 goal segnati in carriera); il libro dà anche conto degli errori imprenditoriali e degli insuccessi politici di “O Rei”, fornendo un quadro completo dell’uomo, dalla sua umile origine alla fama mondiale che ancora lo accompagna.
Ma la storia di Pelé non è avulsa da quella del Brasile degli anni ’50: ed è proprio quello che fa Poto, presentando la situazione sociale e politica del suo paese in quegli anni, con un occhio a quello che succedeva a “casa nostra” dove, dalle macerie del dopoguerra, si stava rialzando un’Italia che andava a grandi passi verso gli anni del boom economico.
La lettura ha il duplice risultato che permette ai più agée di ripercorrere i successi dell’atleta e, a tutti coloro che sono nati quando “O Rei” aveva ormai attaccato gli scarpini al chiodo, di farsi un’idea precisa di chi sia stato, in un’epoca in cui i valori del calcio non erano ancora sopraffatti da quello che oggi è soprattutto un business.
data di pubblicazione:14/05/2018
da Giovanni M. Ripoli | Mag 12, 2018
Alla maniera di Sorrentino, nel film si parla di Berlusconi e del volgare e famelico ambiente che ha segnato la vita del Paese per oltre un venticinquennio, ma anche di Silvio ripreso nella sfera privata del lento e, per lui, inaccettabile declino.
Occorre dirlo in primis, la pellicola del talentuoso regista italiano (forse il migliore dei nostri cineasti), ha fortemente diviso pubblico e critica. E non potrebbe essere diversamente per almeno due ovvie ragioni: la scelta del protagonista Berlusconi, e la concezione del cinema di Sorrentino. Berlusconi, come si sa, lo si ama o lo si odia per ragioni, diciamo, ideologiche; Sorrentino anche, perché non fa film didascalici e/o didattici, tantomeno dichiaratamente politici e nemmeno di facile lettura: reinterpreta piuttosto persone e situazioni mischiando ad arte odori, colori, sapori e suoni, sogni e incubi, presente e passato. Così, anche Loro è un’opera incredibile, inedita nel panorama italiano. Se ne Il caimano di Moretti c’era la crisi politica del nostro Paese come conseguenza della “iattura” Berlusconi, in Loro c’è un mondo decadente, fatuo e corrotto, ma leggibile solo in trasparenza in chiave politica. Il film, inopinatamente diviso in due parti, acquista la sua piena valenza solo nel suo corpus unitario: visionato infatti nella sua interezza, consente una comprensione più consapevole e quindi la possibilità di un giudizio sereno ed esaustivo del progetto di Sorrentino e Contarello (secondo sceneggiatore). La prima parte ha molto scandalizzato i benpensanti per la ricostruzione cruda e lisergica, a botte di sesso e cocaina, dell’entourage di Berlusconi (nani e soprattutto ballerine decisamente discinte), ma ha, in qualche misura, deluso anche quanti hanno trovato assolutoria l’umana comprensione verso l’uomo-Berlusconi alle prese con la sua crisi coniugale nello splendore di Villa Certosa. Non entro ovviamente nella disputa ideologica, mi limito a cogliere (come ne La Grande Bellezza o in Young Pope) alcuni dei tratti salienti della cinematografia di Sorrentino: una robusta sceneggiatura, il continuo variare dei toni, la forza di alcune scene-madri (la pecora dell’inizio, come il vulcano del finale, tanto per citarne un paio), la colonna sonora e, naturalmente, il supporto di attori, tutti nei rispettivi ruoli, bravi a reinterpretare senza farne macchiette i personaggi noti della triste saga berlusconiana. Tony Servillo è come sempre alla sua altezza, Elena Sofia Ricci è una convincente Veronica Lario e Riccardo Scamarcio un Tarantini, corifeo ed assolutamente credibile. In perfetto stile “cene eleganti”, sono altrettanto calzanti le interpretazioni della bella Kasia Smutniak (la Began) e della deliziosa e misurata Euridice Axen (la moglie di Tarantini). Non mancano sarcasmo, scene divertenti o urticanti, silenzi e dialoghi. Fra le molte frasi cult, va decisamente annoverata la risposta di Silvio a Veronica che gli imputa di non aver prodotto mai trasmissioni culturali sulle reti Mediaset e la sua replica “ma se c’erano i quiz di Mike!”. Così si alternano nel film momenti, attimi, in cui un personaggio ai limiti del patetico è visto con una qualche simpatia, quasi a volerne vedere una umanità segreta da contrapporre alla volgarità e alla mancanza di scrupoli dell’uomo pubblico. Basterebbe a giustificare il prezzo del biglietto, ma, se qualche perplessità poteva nascere dopo Loro 1, la visione della seconda parte, ancor più inquadra personaggi e atmosfere e pur con qualche inevitabile momento di stanca (non stiamo parlando di Quinto Potere) i tratti del “caimano” vengono in luce tutti: l’individualismo, la manipolazione (esilarante la scena della campagna-acquisti dei sette senatori dell’opposizione), la falsità, l’omertà (anche nel faccia a faccia con Veronica), la misoginia e la paura di invecchiare, autentico tallone d’Achille. Montaggio perfetto, fotografia ineccepibile, scelta delle locations da favola, completano in modo altamente professionale un film che meglio sarebbe stato vedere in un’unica sessione, ma che comunque conferma lo stato di grazia del regista. In ultima analisi sembra che la riflessione che Sorrentino fa su Berlusconi riguardi la inconoscibilità del personaggio, il mistero sul passato di uomo che “costruisce muri” che vede solo col suo amico Confalonieri. L’altra riguarda un po’ tutti coloro che in fondo si sono identificati o hanno creduto all’uomo di Arcore.
Da vedere, per discuterne
data di pubblicazione:12/05/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…