da Accreditati | Lug 3, 2018
Il cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell) vive felicemente con la moglie Anna (Nicole Kidman) e i due figli Kim e Bob, sino a quando nella loro vita compare Martin (Barry Keoghan), un sedicenne disturbato che ha perso il padre durante un intervento al cuore effettuato dallo stesso Steven. L’arrivo del ragazzo sconvolgerà l’armonia di cui era pervasa la loro vita.
Il regista greco Yorgo Lanthimos per il suo film si affida alle sue origini culturali classiche, traendo ispirazione da Euripide, il più moderno degli autori tragici greci. La modernità di Euripide consiste nel superamento del conflitto uomo-Dio in favore della narrazione dell’uomo comune, con tutte le sue contraddizioni ed i suoi aspetti psicologici; il mito diventa metafora dei problemi profondi che contrappongono uomo a uomo.
Il sacrificio del cervo sacro è un film sul tema della vendetta e della espiazione. La prima scena, l’incipit del film, è il primo piano di un intervento a cuore aperto, un cuore enorme, sanguinolento, macabro nel suo pulsare e reso ancor più drammatico dalle note dello Stabat Mater di Schubert. L’inquadratura anticipa il tema in gioco: il conflitto epocale uomo contro uomo fino all’ultimo battito.
La colonna sonora del film si avvale di due momenti classici, quello dell’inizio di cui si è detto e quello dell’epilogo con La passione di San Giovanni di Bach: per il resto solo musica elettronica più adatta ad un horror come a tratti il film stesso sembra essere, che tuttavia tende a distrarre e confondere lo spettatore, facendo perdere un po’ di intensità alla narrazione. Gli accadimenti, volutamente inspiegabili, concorrono a far crescere un senso di angoscia nello spettatore, con una tecnica che vuole sicuramente ispirarsi a Kubrick.
Respingente, sgradevole per scelta, Il sacrificio del cervo sacro è un tuffo negli abissi più cupi della natura umana, in cui si scontrano il bisogno di razionalizzare di Steven con l’irrazionale esasperato di Martin.
Film ricco di premesse e aspettative, non tutte purtroppo realizzate, pensato per dissacrare e sorprendere, ma che non raggiunge perfettamente l’obiettivo.
data di pubblicazione:03/07/2018
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da Daniele Poto | Lug 1, 2018
Dimenticato dalla storia come un Carneade che sia sacrificato per un compito più grande: fare spazio al mito di Cassius Clay poi Muhammad Alì. Ma Sonny Liston, perito per droga nel 1970 all’età ipotetica di 38 anni, è il protagonista di incontri dubbi e discussi con il campionissimo. Match probabilmente indirizzati a suo sfavore dalla mafia di Frankie Carbo, anche considerando che i bookmakers quotavano 7 1 l’incontro. Da campione in carica sfida il giovane fenomeno che danza sul ring ma mette a segno pochi colpi. Si tratta un match equilibrato ma, a sorpresa, Liston abbandona all’inizio della settimana ripresa per un dolore alla spalla. Non c’è frattura, non è un grave infortunio ma tanto basta per decretare l’ammain’arm di uno dei più spaventosi picchiatori del ring. Né più brillante è la rivincita dove Liston pur essendo favorito crolla inebetito al tappeto con una pessima simulazione già dalla prima ripresa per un colpo che viene subito definito fantasma. Il libro è affascinante perché da quel rematch fa partire le due diverse storie. L’epopea di Alì, affiliato ai Musulmani neri, impossibilitato a combattere per quattro anni mentre Liston scivola progressivamente nell’anonimato. Per rifarsi una verginità va a combattere il Svezia dove il suo pugno continua a far male. Inseguendo invano una possibile rinascita. Dubbi i suoi incontri e dubbia pure la sua morte perché sembra che abbia iniziato a fare fastidio la sua pretesa contrattuale di ricevere, come pattuito il 10% dei proventi degli incassi dei successivi match del campione in carica. Dunque la morte per overdose sarebbe una montatura inscenata ad arte per depistare le indagini. Di questo campione sfortunato, pluri-detenuto, odiato dai bianchi, rimane un record di tutto rispetto: 54 incontri con 50 vittorie e 39 successi per ko. Ruggeri ama i dubbi e i perdenti e sollecita persino incertezze sulla reale data di nascita di Liston che potrebbe essere stata contraffatta addirittura di quattro anni.
data di pubblicazione:01/07/2018
da Accreditati | Giu 30, 2018
(Arena Nuovo Sacher – Roma, 2/17 luglio 2018)
Lunedì 2 luglio si accendono i riflettori dell’Arena Nuovo Sacher di Roma per la Rassegna Bimbi Belli, giunta alla sua tredicesima edizione. Il Direttore artistico Nanni Moretti, con la collaborazione di Valia Santella, seleziona ogni anno le opere prime più rappresentative del cinema italiano, offrendo poi al pubblico una (mai convenzionale) conversazione con registi e attori: il tutto nella affascinante cornice dell’Arena Nuovo Sacher, che ospita una delle iniziative più rappresentative dell’estate romana.
Questi i film in programmazione nell’edizione 2018:
2 luglio 21.30 – Metti una notte di Cosimo Messeri
3 luglio 21.30 – Hotel Gagarin di Simone Spada
6 luglio 21 – I racconti dell’orso di Samuele Sestieri e Olmo Amato
7 luglio 21.30 – Easy – Un viaggio facile facile di Andrea Magnani
9 luglio 21.30 – Finché c’è prosecco c’è speranza di Antonio Padovan
10 luglio 21.30 – Il cratere di Luca Bellino e Silvia Luzi
13 luglio 21.30 – Beate di Samad Zarmandili
14 luglio 21.30 – La terra dell’abbastanza di Damiano D’Innocenzo e Fabio D’Innocenzo
16 luglio 21.30 – Due piccoli italiani di Paolo Sassanelli
17 luglio 21.30 – Manuel di Dario Albertini
Clicca qui per il programma completo!
da Paolo Talone | Giu 30, 2018
(Silvano Toti Globe Theatre – Roma, 27 giugno/15 luglio 2018)
Una tragicommedia tra le più rappresentate di Shakespeare che fa riflettere sull’uso e sul potere della parola, sulla facilità con cui questa, detta al momento giusto e alla persona giusta, possa calunniare un’innocente fanciulla, Claudio che accusa Ero, o far cambiare parere a due ostinati nemici, Beatrice e Benedetto, fino a farli innamorare l’uno dell’altra.
Ad inaugurare la nuova stagione teatrale del Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese torna Molto rumore per nulla, per la regia di Loredana Scaramella, riproposto anche quest’anno dopo il grande successo ottenuto nelle edizioni passate. Una regia divertente che si avvale della bravura di interpreti conosciuti al pubblico del teatro, ma arricchita anche di nuove presenze e di nuove idee che rendono lo spettacolo ancora vivace e ben ritmato nel progressivo ingarbugliarsi della vicenda.
La semplice scenografia del rinascimentale teatro, con il suo palcoscenico aperto sui tre lati alla completa visione del pubblico, le sue tre porte nel fondale e il suo balcone che suggerisce ora l’interno di una stanza da letto ora la sala dei banchetti del palazzo, è il luogo dove si svolge l’intera vicenda, che non ha bisogno di altri mezzi, oltre qualche sgabello su cui muovere l’azione, per evocare la quotidianità di questo paese o città italiana nel quale il bardo ambienta i fatti. Bastano le sole parole e musiche, eseguite dal vivo dal trio William Kemp (chitarra, mandolino e percussioni), per ritrovarci catapultati in un’immaginaria corte di un paese nel Salento (così nella versione della Scaramella), abitata per lo più da donne, che vede invadere il suo cortile da un’orda di soldati in armatura, guidati dall’autorevole principe don Pedro (Federigo Ceci). È qui che iniziano a sentirsi i rumori suggeriti nel titolo della commedia, intesi come pettegolezzi, ammiccamenti, bisticci, promesse di amore, inganni rivolti al bene ma anche al male che scandiscono il ritmo delle varie scene e dei racconti dei numerosi personaggi. Al centro della vicenda due amanti, Claudio e Ero (interpretati da Fausto Cabra e Mimosa Campironi), si promettono amore eterno, ma la gelosia di Don Juan (Matteo Milani), fratello del principe, rovina la reputazione di lei agli occhi di tutti e soprattutto dell’amato, fino a che, per brillante trovata e per merito di una improvvisata ronda notturna di stravaganti soldati (capitanata da un eccellente Carlo Ragone), la ragazza creduta morta da tutti viene riabilitata e le viene restituita la dignità perduta a causa delle perfide dicerie. Ma c’è anche un’altra storia che si racconta parallela a questa, ed è quella di Beatrice, interpretata da una simpaticissima e divertentissima Barbara Moselli, e Benedetto (Mauro Santopietro), che nell’idea registica di Loredana Scaramella diventa fondamentale per veicolare il pensiero alla base di questa messa in scena: il passaggio dal baco alla farfalla ovvero da un mondo inconsapevole e innocente quale quello della gioventù a un mondo più adulto, spesso severo e crudele, ma finalmente responsabile, che impara a cedere ai richiami d’amore. Assistiamo così alla loro lenta e comica trasformazione, al loro mutare di sentimenti, dapprima ostili e ostinati l’uno nei confronti dell’altra, ma nel finale, dopo i “rumori” architettati dai personaggi a loro vicini, uniti e maturi di un affetto che solo l’abbandono delle proprie convinzioni sa regalare.
Questo spettacolo si arricchisce di una cornice musicale eccezionale, che coinvolge pienamente il pubblico e lo rende partecipe della festa che si prepara sul palco. Il ritmo della tarantella salentina trascina tutti e alleggerisce lo scuro della vicenda, donando a tutto unitarietà e divertimento. Bravo di nuovo Carlo Ragone, che mostra di avere una voce stupenda e una bravura di attore poliedrica.
data di pubblicazione: 30/6/2018
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Giu 26, 2018
(Teatro India – Roma, 25 Giugno 2018)
Se l’artista statunitense Roy Lichtenstein, tra i più celebri esponenti della Pop Art, è riuscito a trasformare i suoi fumetti – ora presenti nei maggiori musei di tutto il mondo – in espressione artistica a tutti gli effetti, con Falafel Express si verifica un analogo processo: il fumetto entra a pieno titolo in teatro. Mahdi e gli altri personaggi della storia interagiscono con l’universo fumettistico disegnato da Chiara Abastanotti, funzionale a rendere visivamente concreta l’azione stessa degli attori. Il protagonista, nato e cresciuto in Italia, di padre egiziano e madre siriana, superata la maturità va a studiare all’Università di Venezia dove per la prima volta viene a contatto con una realtà sociale piena di pregiudizi razziali. Il ragazzo, alla ricerca di una propria identità, si troverà a doversi barcamenare tra due mondi, quello arabo e quello italiano, completamente opposti: per lui non sarà certamente facile operare quelle scelte importanti che determineranno la sua vita futura. Scritto da Roberto Scarpetti, il testo è molto divertente ad al tempo stesso carico di una reale drammaticità, che investe tematiche quali l’identificazione culturale e di inserimento di individui che, seppur nati in Italia, non possono considerasi completamente cittadini italiani. Bravissimi gli attori in scena (Simone Formicola, Gabriele Genovese, Alice Giroldini, Matteo Palazzo) che si sono saputi destreggiare in situazioni tragicomiche conferendo leggerezza allo spettacolo, rendendolo così fruibile da parte del folto pubblico in sala. La pièce si inserisce in una rassegna Roma Città Mondo–Festa teatrale dell’Intercultura che si prefigge di abbattere ogni barriera di discriminazione tra le diverse realtà presenti nel nostro paese e ha trovato il sostegno di diverse associazioni che si sono interessate al progetto. Certamente bisogna meditare sulle parole di Julian Barnes, piuttosto calzanti con lo spettacolo: “ Sul momento è possibile che la gente non se ne accorga, ma non ha importanza. Il mondo è cambiato lo stesso”.
data di pubblicazione:26/06/2018
da Antonio Iraci | Giu 25, 2018
(Teatro Argentina – Roma, 23 Giugno 2018)
In prima nazionale dopo il debutto al Theatre Nationale di Chaillot a Parigi, Fabrizio Favale presenta il suo nuovo lavoro Circeo, spettacolo che si inserisce in un percorso denominato Grandi Pianure, rassegna dedicata alla danza contemporanea in ogni sua sfaccettatura e che troverà allocazione anche presso gli spazi messi a disposizione, oltre che dal Teatro Argentina, dai teatri India, Torlonia e Angelo Mai. Prendendo vagamente spunto dal mitico luogo di approdo di Ulisse, durante le sue peregrinazioni verso Itaca, e del suo incontro con Circe, la scena si apre su un vasto campo soffocato da una fitta nebbia dove si intravedono degli esseri che non sono altro che uomini trasformati in bestie festose dai sortilegi e dai filtri maligni della dea-maga. Denudati della propria apparenza esteriore gli uomini-bestie emergono come rinati e si esibiscono in una danza leggera, quasi senza gravità, mostrando il corpo nudo da ogni forma e spessore. I danzatori della Compagnia Le Supplici tolgono il fiato allo spettatore creando con i loro movimenti figure di una tale plasticità che bastano a arricchire di per sé la scena scarna, invasa solo da un contrasto di luci e ombre in uno spazio inserito in una dimensione temporale non bene identificata. La rassegna prosegue nei prossimi giorni al Teatro India con due lavori del coreografo inglese Jonathan Burrows e del compositore Matteo Fargion: il 3 luglio va in scena Both Sitting Duet-Body Not Fit For Purpose composizione per il corpo basata su For John Cage di Morton Feldman, mentre giorno 4 luglio si avrà Speaking Dance che si fonda sulla stretta correlazione tra il mondo della musica e quello della danza. L’iniziativa curata da Michele Di Stefano verrà poi ripresa a settembre e durerà fino a novembre alternando lavori di giovani coreografi che già hanno avuto modo di farsi notare sui palcoscenici di importanti teatri anche all’estero. Lo spettacolo Circeo è stato realizzato con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna e Fondo per la Danza d’Autore della Regione Emilia-Romagna. Sfortunatamente portato in scena a Roma solo un giorno, il lavoro è stato sicuramente degno di attenzione da parte del pubblico, ipnotizzato letteralmente dalla bravura dei danzatori durante i sessanta minuti della loro performance.
data di pubblicazione:25/06/2018
da Antonietta DelMastro | Giu 25, 2018
Resto qui è uno dei candidati allo Strega 2018, il 13 giugno sapremo se sarà riuscito a superare la prima votazione…
La copertina è emblematica e straziante: quel campanile è tutto quello che resta dei paesi di Curon e Resia dopo che vennero abbattute e sommerse le case che erano parte della storia di quella valle, a causa della costruzione del bacino artificiale per la produzione di energia elettrica. Il campanile romanico del XIV secolo non venne abbattuto perché sotto tutela storico-artistica e da più di 50 anni è l’unico baluardo a ricordare che lì, un tempo, vivevano centinaia di persone con le loro storie, i loro ricordi, i loro amori e dolori.
Ma il libro non è solo la storia degli interessi politico economici che distrussero quei paesi, è la storia della violenza della guerra, dell’impotenza della parola, dell’abbandono e del tradimento.
Per me è stata un’opera sorprendente e nello stesso tempo estremamente commovente.
L’io narrante è Trina che, con il suo racconto, ci riporta indietro fino al 1923 nel paese di Curon in Val Venosta, Sudtirolo. È il primo vero momento di sofferenza per questa comunità di montanari: “In quelle valli di confine, la vita era scandita dai ritmi delle stagioni. Sembrava che quassù la storia non arrivasse. Era un’eco che si perdeva. La lingua era il tedesco, la religione quella cristiana, il lavoro quello nei campi e nelle stalle”.
L’avvento del fascismo ha imposto loro come prima lingua quella italiana: “I fascisti intanto occupavano non solo le scuole, ma i municipi, le poste, i tribunali. Gli impiegati tirolesi venivano licenziati in tronco e gli italiani appendevano negli uffici cartelli con scritto Vietato parlare tedesco e Mussolini ha sempre ragione. Imponevano disposizioni di coprifuoco, le adunate il sabato pomeriggio per il passaggio del podestà, le loro feste comandate”. All’improvviso centinaia di persone, intere famiglie, si sono ritrovate senza lavoro, licenziate perché non di lingua italiana e sono stati sostituiti con personale che arrivava dal Veneto, dal Trentino, dalla Sicilia…
Trina prosegue nel suo racconto, la vediamo diventare moglie, sposa Erich Hauser e madre di Michael e Marica, immobili nella loro vita fatta di gesti che si ripetono da centinaia di anni sempre uguali irrompe l’imponderabile: la figlia scompare, di lei resta solo una lettera in cui la bambina spiega di essere andata via volontariamente, con la zia, dirette verso la Germania nazista che si prepara a coprirsi di gloria.
Nella vita di Trina la tristezza si aggiunge alla tristezza, dolore a dolore, Erich viene arruolato nell’esercito e parte per la Seconda Guerra Mondiale, rientrerà dopo mesi di silenzio per una breve convalescenza, alla fine della quale si darà alla fuga sulle sue montagne, disertore da una guerra che non lo riguarda; Trina lo seguirà nella fuga verso la salvezza che si trova al di là del confine svizzero, soffrendo con lui, e con altri sventurati come loro, la fame, la paura e il freddo dello spaventoso inverno sulle Alpi.
Tuttavia non arriveranno mai in Svizzera, la fine della guerra li riporterà al loro maso a Curon, ma non potranno riprendere la loro vita, perché all’orizzonte si profila una nuova battaglia contro un nuovo mostro: il progetto della costruzione di un bacino artificiale che la Montecatini vuole riprendere a costruire e che minaccia tutto il paese. Erich ne farà la sua ragione di vita, combattere per salvare la sua valle, organizzerà comitati, Trina scriverà lettere a suo nome per perorare la loro causa, arriveranno fino al Papa e a De Gasperi, al loro fianco manifesteranno tutti i valligiani ma tutto sarà inutile.
Sarà l’atto finale, l’apoteosi di una vita costellata dalle persecuzioni linguistiche, dalla perdita della figlioletta, dalla crudeltà della guerra, e alla fine dalla perdita della propria terra, delle proprie radici, della propria storia.
data di pubblicazione:25/06/2018
da Antonio Iraci | Giu 24, 2018
(Real Academia de España en Roma, 20 giugno/18 ottobre 2018)
Come ogni anno, in estate, esattamente da 145 anni l’Accademia di Spagna, dalla sua splendida location sul Gianicolo, invita il pubblico ad una grande manifestazione che consente di conoscere opere straordinarie, frutto dello studio di accademici – per lo più spagnoli – durante il loro soggiorno romano. La mostra è un interessante percorso interdisciplinare che si rivolge a tutti coloro che sono amanti dell’arte, della musica e del teatro e si presenta come centro di produzione e innovazione per le avanguardie dell’arte contemporanea, avendo come tema la città di Roma e la sua cultura millenaria come ci appare oggi e come la vedranno le generazioni future. L’allestimento è stato curato da Jesùs Donaire, con il coordinamento generale di Angeles Albert de Leòn, e pone ben 23 accademici in una costellazione di pura creatività come si può evincere dall’istallazione in apertura: un tavolo (mesa) che riassume sinteticamente l’opera di ciascuno di loro e la relazione socio-culturale che li ha tenuti uniti durante quest’anno di permanenza presso l’Accademia. I lavori presentati rappresentano un documento importante che oltre ad evidenziare l’estro di giovani artisti, tende ancora una volta a sottolineare l’importanza dell’Istituzione e il suo ruolo per la diffusione della cultura spagnola in Italia, attraverso la sua lunghissima permanenza nello scenario romano. Quest’anno in particolare, la mostra si è arricchita di nuove discipline come le stampe e al disegno industriale, che si sono ben inserite in una sorta di dialogo e di mutuo interscambio con i settori tradizionali. Un percorso, un vero e prorpio taccuino di viaggio, che ci accompagna attraverso l’opera creativa di artisti che ci inducono a riflessioni profonde sui nuovi orientamenti dell’arte contemporanea. Ogni istanza creativa nasce da una cornice storica capitolina, fonte inesauribile di ispirazione per tutti coloro che desiderano elaborare un proprio linguaggio espressivo e lasciare un segno che, per quanto apparentemente irrisorio, contribuisce sicuramente ad affermare l’incomparabile bellezza di Roma.
data di pubblicazione:24/06/2018
da Accreditati | Giu 22, 2018
Felice (Paolo Sassanelli) e Salvatore (Francesco Colella) vivono in un istituto di recupero per persone affette da patologie mentali situato a Minervino Murge, un paesino dell’entroterra pugliese. Felice a causa di un trauma infantile ha lo sviluppo mentale di un bambino di 7 anni, mentre Salvatore è affetto da impotenza: tra i due nasce una profonda amicizia fatta di complicità e tenerezza. Quando Salvatore in un eccesso d’ira ferirà due assistenti e deciderà di scappare, porterà con sé anche l’amico in un rocambolesco quanto metaforico viaggio dal Sud Italia a Rotterdam volto alla ricerca di sé stessi e del proprio posto nel mondo.
Paolo Sassanelli, a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge Basaglia – 13 maggio 1978 -, sceglie il tema del disagio mentale per il suo primo lungometraggio.
Basaglia rivoluzionò la logica dei manicomi, luoghi di controllo sociale dei soggetti considerati deviati (malati di mente, prostitute, sovversivi, omosessuali) con la necessità di restituire diritti, cittadinanza e dignità a persone che per la prima volta venivano considerate fragili e bisognose che qualcuno le aiutasse a riprendere il filo perso della propria esistenza. Felice e Salvatore a Rotterdam saranno ospitati da Anke, una ragazza giunonica, allegra e “non giudicante”: un bagno nelle acque calde di un laghetto islandese in prossimità di un vulcano, simbolicamente amniotiche, sugelleranno la nascita di una nuova famiglia formata dai tre protagonisti, in cui amore e tenerezza serviranno a fugare ogni paura e solitudine.
La narrazione, scritta a 6 mani da Paolo Sassanelli, Francesco Apice e Chiara Balestrazzi, procede sciolta e divertente alternando la commedia al dramma e alla favola. Un film spigliato, ingenuo, pieno di buoni sentimenti: amore, amicizia, tenerezza.
Nonostante alcune imprecisioni ed ingenuità, e l’inevitabile accostamento del personaggio di Felice a Dustin Hoffman in Rain man, la bravura straordinaria dei due protagonisti fa decollare il film e Due piccoli italiani possiamo considerarlo un inizio incoraggiante per Paolo Sassanelli, che è innanzitutto un valido attore di teatro e di cinema.
data di pubblicazione:22/06/2018
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da Maria Letizia Panerai | Giu 20, 2018
Alice Rohrwacher ci racconta una favola moderna, intrisa di poesia ed estetica, con radici che affondano nel passato e si nutrono della lirica di pellicole come Miracolo a Milano, e di ambientazioni che ci riportano ad Olmi e al suo L’albero degli zoccoli. La giovane regista con Lazzaro felice ci esorta a salvare la bontà in quanto valore universale senza tempo né luogo, e le conferisce una fisicità incarnandola in un giovane contadino di 20 anni dallo sguardo dolce ed indifeso, sempre disponibile con tutti, felice di stare al mondo pur non sapendo di chi è figlio, il cui spirito puro e semplice, che crede in valori come l’amicizia ma in un modo quasi sacro, riesce a trasmetterci quel religioso senso di perfezione che appartiene solo a chi da’ senza mai volere nulla in cambio, a chi ama senza pretendere di essere amato.
Nella tenuta agricola dell’Inviolata, la cattiva Marchesa Alfonsina de Luna, madre distante di un figlio viziato ed egoista, per coltivare tabacco sfrutta una cinquantina di persone ignare della realtà esterna alla loro comunità contadina, trattandoli ancora come mezzadri dell’Ottocento (e non siamo nell’Ottocento), che ricevono da lei solo la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni, avendo pagliai e stalle come abitazioni, e le notti di luna piena a volte come sola fonte di luce notturna. In questo posto, non ben identificato e dove gli ignari mezzadri parlano un misto di vari dialetti, vive Lazzaro che viene sfruttato dai suoi stessi familiari, fanalino di coda di una catena di sfruttamenti che dalla marchesa si propaga senza soluzione di continuità. Decenni dopo, Lazzaro riapparirà, tornato – per magia o per miracolo come il suo stesso nome ci suggerisce – per cercare quei posti perduti che troverà profondamente cambiati; i suoi compagni sono lì, giustamente invecchiati al contrario di lui per il quale il tempo sembra non essere passato, e ugualmente poveri ma con una indigenza ascrivibile alla nostra contemporaneità. Passato e presente sembrano mescolarsi, ma Lazzaro rimane uguale a sé stesso, incarnazione di un cuore semplice e puro che la riduzione in schiavitù non è riuscito a schiacciare, ma che tuttavia non può sopravvivere all’indifferenza delle moderne metropoli dove non c’è più posto per la purezza d’animo. Solo un lupo, che per antonomasia è un animale cattivo, fiuta la bontà di Lazzaro, la riconosce e corre via libero tra i rumori della città, come avesse raccolto quel testimone per attraversare indenne i mutamenti dell’umanità.
Film da non perdere per comprendere bene dove stiamo andando e, se necessario, operare qualche cambiamento di rotta.
data di pubblicazione:20/06/2018
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