MI SA CHE FUORI È PRIMAVERA tratto dall’omonimo libro di Concita De Gregorio, regia di Giorgio Barberio Corsetti

MI SA CHE FUORI È PRIMAVERA tratto dall’omonimo libro di Concita De Gregorio, regia di Giorgio Barberio Corsetti

(Teatro India – Roma, 8/13 maggio 2018)

Irina oggi festeggia il suo compleanno. È felice perché noi siamo lì con lei a celebrare questo evento. Non ci vuole molto per capire che il suo desiderio è quello di raccontarci il suo dramma, ce ne vuole fare partecipi. E così ci parla di Matthias, l’uomo che ha sposato, del loro matrimonio, delle due gemelle nate dalla loro unione, e di come la sua vita, apparentemente normale, si sia lentamente e inspiegabilmente trasformata in tragedia. In una parola ci parla di lei.

 

Lo spettacolo prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto. Siamo alla fine di gennaio del 2011 e la storia è quella di Irina Lucidi, una donna, avvocata presso una multinazionale del tabacco con sede in Svizzera, ma soprattutto una mamma a cui il marito, dal quale si era separata, rapisce e fa sparire nel nulla le sue due figlie gemelle di sei anni prima di suicidarsi, qualche giorno dopo la sparizione, gettandosi sotto un treno a Cerignola in Puglia. Della sorte di Alessia e Livia, questo il nome delle bambine, a tutt’oggi non si sa nulla. “Non le vedrai più”, queste le parole del padre che le ha rapite, e molto probabilmente uccise.

Da questa dolorosa vicenda Concita De Gregorio ne trae un libro. È la stessa Irina che si rivolge all’editorialista e scrittrice per poterlo scrivere. Irina ha bisogno di rimettere insieme pezzo per pezzo tutto quello che la vita le ha mandato in frantumi e la scrittura è il mezzo attraverso il quale fissare e ordinare i suoi ricordi. Ma il libro, come afferma la scrittrice, non è una ricostruzione giornalistica dei fatti di cronaca, bensì il racconto della vicenda di una donna che riesce a sconfiggere il dolore attraverso l’amore. La colla, l’oro liquido che rimette insieme i pezzi rotti di un oggetto andato in frantumi (immagine tradotta dalla tradizione giapponese), è l’amore stesso. E di questo amore è pervaso tutto lo spettacolo di Giorgio Barberio Corsetti e Gaia Saitta, emozionante ed emozionata nei panni di Irina. Invitati dall’attrice, partecipano al racconto anche alcune persone del pubblico, che via via vengono indicate come gli attori della vicenda. Una trovata geniale, che subito ci coinvolge e ci fa passare da spettatori ad attori di un dramma, che potrebbe essere il nostro. Straordinaria è davvero Gaia Saitta, che dà prova di essere un’attrice di grande maturità, ma soprattutto di grande cuore (non è difficile intravedere una reale commozione nei suoi occhi), che riesce ad avvolgere tutto il pubblico in un solo abbraccio. In scena tante cornici: sono i confini dentro i quali si vogliono mettere a posto le cose man mano che si tentano di ricordare i fatti accaduti, ma poi ci accorgiamo che non servono, che sono stretti e inutili. La vita è vasta più di un oceano e il tempo diventa fluido come l’acqua nel quale siamo immersi.

data di pubblicazione:09/05/2018


Il nostro voto:

IL MORSO DELLA RECLUSA di Fred Vargas – Sellerio, 2018

IL MORSO DELLA RECLUSA di Fred Vargas – Sellerio, 2018

Finalmente Fred Vargas interrompe le vacanze islandesi del commissario Jean-Baptiste Adamsberg: a farlo rientrare è un telegramma recante la notizia dell’omicidio di una donna investita da un SUV, e la sua presenza è richiesta immediatamente a Parigi. La soluzione del caso è per il nostro “spalatore di nuvole” di una facilità quasi imbarazzante, ed è già pronto a tornare dai suoi nuovi amici nella loro isola che lambisce il circolo polare artico quando la sua curiosità è stimolata da una serie di morti “casuali” avvenute nel Sud della Francia.

Sia l’opinione pubblica che la polizia ritengono che i decessi di alcuni anziani morti a causa del “morso” di un ragno velenoso siano assolutamente fortuiti, ma le casualità non sono amate da Adamsberg che inizia a indagare sul passato dei tre defunti; è solo nell’indagine, i suoi uomini ritengono che la sua pausa islandese lo abbia ancora di più “sfasato”.

Della stessa opinione è anche il comandante Danglar, con il quale ha sempre avuto un unità di pensiero e intenti, che gli dice: “Non ci posso credere, non ci voglio credere. Torni fra noi, commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca miseria?”. Ma, come sempre avviene, è Adamsberg ad avere ragione perché i tre anziani sono legati dalla comune infanzia passata nell’orfanotrofio della Misericordia.

Man mano che le indagini proseguono, gli uomini del commissario ammetteranno il loro errore e si schiereranno a uno a uno al fianco di Adamsberg per coadiuvarlo nelle indagini; unico irremovibile sarà il comandante Danglard che, anzi, diventerà sempre più cupo e inavvicinabile.

Piccolo cammeo di uno degli evangelisti, Mathias, che sarà di supporto all’indagine in uno scavo in un bosco della Linguadoca e di fatto metterà Adamsberg sulla giusta strada per acciuffare il colpevole.

L’intreccio è sicuramente molto particolare e non mi è dispiaciuto, la nota dolente è stata purtroppo la figura del commissario che è esageratamente evanescente, niente a che vedere con il genio che abbiamo conosciuto ne L’uomo dei cerchi azzurri o Parti in fretta e non tornare; per altro questa esagerata evanescenza non è affatto mitigata dalla presenza del commissario Danglar che gli ha sempre fatto da contraltare.

Sono rimasta piuttosto perplessa, attendiamo il prossimo romanzo per capire cosa stia succedendo alla Fred Vargas.

data di pubblicazione:06/05/2018

SUPERFICIE di Diego De Silva – Einaudi editore, 2018

SUPERFICIE di Diego De Silva – Einaudi editore, 2018

Non è un romanzo, non è un saggio. Non dovrebbe possedere profondità ma alla fine delle 102 pagine di testo ripercorri il libro dall’inizio alla fine quasi posseduto dalla fascinazione dei calembours, dall’ipnotismo delle frasi dei senso comune che, attraverso la lente privilegiata dell’autore, acquisiscono verità e concretezza e lasciano il segno. Non si può concretamente capire quello che affermiamo senza l’uso razionale dell’esempio e, dunque, delle citazioni. “Io non porto rancore, lo custodisco”– fa certamente riflettere mentre “Ogni tanto, per strada, scambio le persone per manichini”– è un piccolo saggio in nuce sull’uso irrazionale degli smartphone che, ormai, più che essere posseduti, posseggono la nostra vita. De Silva squarcia la nuda realtà con piccole nitide abbacinanti intuizioni che alludono anche al sapiente uso della lingua italiana e della possibile rivelazione o della smascheramento del luogo comune. Si penserebbe a un Flaiano riveduto e corretto nel terzo millennio anche di fronte alla riflessione sulla banalità dei testi delle canzoni.

“A volte mi faccio delle domande veramente strane, tipo: “Il coniglio del muso nero della canzone di Marcella, oggi quanti anni avrebbe?”. È la sensibilità di una generazione su un sentiero già battuto da Berselli, Serra e Culicchia con alterni risultati. Quando non affascina, strega, solo per citare lo slogan di una pubblicità, riabilitando una forma letteraria a mezza strada tra la riflessione e il pensiero dell’uomo della strada, stupefatto dalla crudeltà del tempo in cui viviamo.

“Non so se ho risposto alla domanda che non ricordo” “Chi si cerca su Google, generalmente non ne ha motivo” o “La vita non è tua, è in franchising”. Così la leggerezza allude alla profondità con un risultato finale suggestivo che è superiore alla somma dei singoli così diversificati addendi. Un’operazione gradevole e di sicura riuscita in un Paese in cui “l’italiano che non vota si candida”.

data di pubblicazione:05/05/2018

FESTA DI FAMIGLIA, compagnia Mitipretese

FESTA DI FAMIGLIA, compagnia Mitipretese

(Teatro Vascello – Roma, 2/6 maggio 2018)

Terzo e ultimo appuntamento con Mitiprese al Teatro Vascello di Roma. E gran finale con Festa di famiglia, in scena dal 2 al 6 maggio per celebrare il 60° compleanno di una madre, ma anche per raccontare le dinamiche di violenza e sopruso che spesso si annidano all’interno della famiglia. Il punto di partenza non poteva che essere Pirandello, il signore del teatro borghese del ‘900 che proprio sulla famiglia e sulle relazioni problematiche uomo-donna ha fondato gran parte della sua riflessione: commedie e materiali estratti dalle sue novelle e dai romanzi sono stati assemblati sotto la guida speciale di Andrea Camilleri.

 

 

 

Uno studio denuncia che parte dalla famiglia o meglio dall’intimità della famiglia, da quel nucleo recondito nel quale troppo spesso si perpetrano violenze devastanti ai danni dei più deboli, bambini donne, anziani.

La metafora di Pirandello diventa lo spunto letterario per raccontare la quotidianità ed una storia familiare. Soprusi, percosse, umiliazioni fisiche e morali che diventano cronaca di oggi, sempre più rude, sempre più devastante.

Un eccellente lavoro collettivo che va dalla drammaturgia alla regia condotto dalle magnifiche Fab Four Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti e Mariángeles Torres questa volta sostenute e affrontate dai bravissimi Fabio Cocifoglia e Diego Ribon.

Si parte dalla vicenda di Mommina e Rico contenuta in Questa sera si recita a soggetto di Pirandello E’ il giorno del 60° compleanno della mamma, Ignazia. Le tre figlie, Donata, Mommina e Frida le hanno organizzato una piccola festa a sorpresa. Mentre si dispongono attorno al tavolo per la cena si consumano e si sovrappongono tre inferni domestici: il marito ossessivo e violento tortura la debole Mommina, la madre e la figlia più grande Frida rimasta a casa condividono un rapporto malato, fatto di recriminazioni, violenze mai riconosciute, odio e dolori non confessati, mentre l’altra coppia apparentemente più normale (Donata e Leone), convive con a profonda depressione fatta di desideri frustrati. Ma la festa must go on e tra convenevoli e brindisi di rito alla fine arriva la torta.

Un dramma grottesco carico di tensione, un Festen nostrano con inquietanti spunti comici, una scenografia asciutta e fredda scaldata da canzoni degli anni ’50 per un quadro fosco e drammatico, fatto di dialoghi efficacissimi che rimandano alla cronaca ma anche a quell’intimo ferito nel quale più di qualcuno finisce per ritrovare piccole o grandi lacerazioni.

Attualissimo e doloroso. Da applausi.

data di pubblicazione:04/05/2018


Il nostro voto:

LA CUCINA di Arnold Wesker, regia di Valerio Binasco

LA CUCINA di Arnold Wesker, regia di Valerio Binasco

(Teatro Eliseo – Roma, 2/20 maggio 2018)

La cucina non possiede una vera e propria trama. Entriamo in un ristorante non come ospiti, ma dalla porta che dà direttamente in cucina, lì dove entra anche il personale che ci lavora. Siamo così spettatori di quello che accade in un giorno come tanti, in un luogo come tanti, a persone come tante.

 

 

In cartellone al Teatro Eliseo fino al 20 maggio La Cucina di Arnold Wesker, drammaturgo tra i più rappresentativi del teatro inglese della seconda metà dello scorso secolo, scomparso da appena due anni, impegnato a rappresentare costantemente nei suoi lavori le storie di tanta gente normale, ordinaria, con una scrittura che si ispira direttamente ai dialoghi che si possono ascoltare nei luoghi comuni come la strada, i bar, i luoghi di lavoro. E nel raccontare la vita delle persone comuni, dei semplici lavoratori, necessariamente si tocca la sfera sociale e la tematica politica, che tanto caratterizzano il teatro del nostro autore. Una scelta certamente coraggiosa quella di Valerio Binasco di portare in scena un testo come La Cucina, dalla trama semplice ovvero quasi inesistente (si assiste alla routine giornaliera del lavoro in un ristorante), ma con una complessità nei personaggi, numerosi sul palcoscenico (ben 24) per lo più compresenti durante tutta la durata dello spettacolo. Difficile dunque orchestrare una corale di attori così grande, ma il risultato è armonico, ritmato, ben riuscito e soprattutto divertente. Si apprezza una regia quando questa è curata in ogni suo minimo dettaglio (come del resto la realistica scenografia di Guido Fiorato) e quando gli attori, per tutta la durata dello spettacolo, non abbandonano mai il personaggio neanche quando non hanno una battuta da dire e perfino nell’intervallo, quando li troviamo a servire bicchieri di vino a noi spettatori dietro il bancone del bar del teatro. La musica che si suona è quella rumorosa delle pentole che sbattono, dei coltelli che affettano, dei piatti che si rompono, dei mestoli che girano, delle fruste che sbattono, che diventano metafora della vita stessa dei dipendenti di questo ristorante che serve da mangiare duemila coperti al giorno: camerieri, cameriere, cuochi, sguatteri si mostrano in tutta la loro spontanea umanità e capiamo che la vita è una lunga preparazione e che a volte può non riuscire bene. La si affetta, la si dosa, la si mette in cottura, se dimenticata si brucia oppure può risultare acida come una minestra uscita male, ma è pur sempre vita.

data di pubblicazione:03/05/2018


Il nostro voto:

TROIANE/FRAMMENTI DI TRAGEDIA, compagnia Mitipretese

TROIANE/FRAMMENTI DI TRAGEDIA, compagnia Mitipretese

(Teatro Vascello – Roma, 27/30 aprile 2018)

Le donne di Troia, prigioniere di guerra, chiuse in una cella ed in attesa di salpare per la Grecia, strette attorno alla loro regina Ecuba, rivivono i loro drammi: Cassandra, Andromaca, Elena ripercorrono dolore e rabbia ma si fortificano di fronte all’efferata violenza dei Greci ed al futuro che le aspetta.

 

È la rielaborazione drammaturgica della compagnia Miti Pretese, che rivisita la tragedia di Euripide. Lo spettacolo Troiane/Frammenti di tragedia, secondo testo proposto al Vascello dal 27 al 30 aprile dalla compagnia Mitipretese è il racconto delle donne sconfitte della guerra di Troia, ma anche di un universo femminile che non si piega al nemico, che parla di coraggio, di vita oltre la violenza.

Alvia Reale è un’Ecuba oramai oltre il dolore, che alterna lucidità e follia, Manuela Mandracchia è una Cassandra in delirio disperato per i suoi vaticini inascoltati, Mariangeles Torres ha il volto impietrito di Andromaca, vedova di un eroe incapace di proteggere il figlioletto e la stirpe, mentre Sandra Toffolatti incarna la figura di Elena devastata da un destino che le semina intorno solo odio, vera vittima e capro espiatorio dei capricci degli dei.

La drammaturgia tratta dalle opere di Euripide e Seneca porta le quattro donne in uno spazio post moderno, idealmente vicino a Pistoletto, in compagnia dei propri ricordi ridotti ad un cumulo di stracci. Uno spettacolo tutto al femminile che enfatizza la contemporaneità della tragedia classica e di quel grido inascoltato che arriva diretto ad ognuno, l’urlo delle donne e degli sconfitti della guerra, sopravvissuti e destinati ad ancora più vili soprusi.

Una rilettura delle Troiane, concentrata sulle quattro figure femminili e sulle straordinarie protagoniste sempre insieme sulla scena, che porta allo scoperto relazioni sconosciute, intime, familiari e segrete. Il rapporto tra le donne, i dialoghi, i vestiti, le ossa di uno scheletro, il piumino appartenuto al figlioletto diventano immagini e voci strazianti che raccontano l’accettazione di un destino ma non la resa.

Sofferenza e dolore profondo associato alla volontà di sopravvivere. Per non dimenticare.

data di pubblicazione:03/05/2018


Il nostro voto:

COCO CABASA di Klara Johanna Til, Olanda

COCO CABASA di Klara Johanna Til, Olanda

(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)

Kaoutar Darmoni ha vissuto la sua infanzia in Tunisia in una famiglia dove il padre-padrone alzava le mani su di lei e sua madre se non gli obbedivano o se si permettevano di uscire fuori di casa senza il suo permesso. La ragazza appena può fugge in Francia, allo scopo di completare i suoi studi interdisciplinari socio-culturali sulla sessualità e sull’identità di genere. Delusa dall’esperienza di vita francese, oggi Kaoutar Darmoni è da qualche anno docente-ricercatrice presso l’Università di Amsterdam. Le interviste a Kaoutar e ad alcune persone in Tunisia, che l’hanno a suo tempo incoraggiata a lasciare il paese, ci fanno comprendere quanto sia stato per lei difficile emanciparsi e diventare la donna di successo che oggi è.

 

Coco Cabasa è un documentario che chiude Immaginaria, interessante rassegna cinematografica che ha presentato in tre giorni di proiezioni tutta una serie di film fatti da donne e nei quali le stesse hanno potuto affermare i propri diritti e la propria libertà di pensiero. Il racconto della tunisina Kaoutar, oggi donna affermata nella vita privata come in quella lavorativa, ci fa comprendere quanto ancora sia lunga la lotta che le donne devono affrontare per il raggiungimento della parità. Certo vivere in Tunisia non è la stessa cosa che vivere in un paese occidentale, ma dalle varie interviste che coinvolgono oltre la protagonista anche persone che le sono state vicine, si evince che la strada è comunque e sovente ovunque in salita. La donna che oggi ha in mente un progetto di emancipazione dovrà comunque assumersi rischi e oneri non indifferenti, oltre ad una grande dose di tenacia. Questo è dunque il messaggio forte che emerge da questo documentario che sicuramente deve essere considerato come un forte incoraggiamento a non perdersi d’animo. Kaoutar insegna anche come riprendere il controllo del proprio corpo mediante una serie di movimenti liberatori e di tecniche respiratorie coniugando allo stesso tempo la gestualità orientale araba con quella occidentale. Pratiche queste importanti che sicuramente aiutano a realizzare il controllo della mente e predispongono il soggetto a conquistare maggior sicurezza di sé. Coco Cabasa nasce da un progetto di Klara Johanna Til, giovanissima studentessa di cinematografia che dall’Olanda è riuscita a portare il film fuori dai confini nazionali, riscuotendo l’attenzione che merita.

data di pubblicazione:29/04/2018

COCO CABASA di Klara Johanna Til, Olanda

LA BELLE SAISON di Catherine Corsini, Francia

(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)

Delphine lavora nella fattoria di proprietà dei genitori situata nella regione di Limousin in Francia. Disattendendo le loro aspettative che la vorrebbero accasata con l’amico di famiglia e d’infanzia Antoine, e a seguito dell’abbandono da parte della sua compagna, decide di trasferirsi a Parigi per iniziare lì una nuova vita. Un giorno per caso incontra Carole, donna affascinante a capo di un gruppo di attiviste femministe: Delphine ne rimane conquistata e decide di frequentare con lei le assemblee del movimento. Sullo sfondo di queste legittime azioni sociali, la relazione tra le due donne diventa sempre più intima sino a sfociare in un vero e proprio rapporto d’amore. Costretta a tornare in compagna per prendersi cura della fattoria di famiglia, Delphine è più che mai convinta a non tornare sui suoi passi, nonostante l’ostilità nei confronti del suo legame con Carole.

 

 

 

La Belle Saison di Catherine Corsini (L’amante inglese, Les Ambitieux, La Répétition) è un film che ben si inquadra nella filmografia della regista francese, oramai da tempo impegnata nella battaglia contro le violenze sessuali e coniugali perpetuate nei confronti delle donne. Molto attenta alle problematiche relative ai rapporti di coppia, e in particolare a quelli di natura omosessuale, la Corsini con questo film, presentato ieri nell’ambito del Festival Immaginaria, ci riporta alle lotte sociali degli inizi degli anni settanta quando, in piena campagna abortista, le donne iniziarono ad organizzarsi per dimostrare così la loro ferma determinazione a rivendicare i diritti sulla propria persona. Il film però non vuole solo raccontare un momento particolare della storia dell’emancipazione femminile dai condizionamenti sociali che le volevano relegate a ruoli sociali secondari, al centro dello script c’è anche la narrazione di un intenso rapporto affettivo. Le difficoltà di allora, vale a dire come affrontare una storia omosessuale in un ambiente sociale ostile, seppur a tinte più tenui ancora oggi sono frutto di pregiudizi da cui la società fa fatica a distaccarsi. Le due donne vivono intensamente una bella stagione d’amore, ma quando sembrano decidersi a condividere apertamente i loro sentimenti, eccole ricadere nella paura di presentarsi come diverse, fuori dagli schemi imposti da una morale oramai retrograda. In tale contesto gli ampi spazi della campagna francese fanno da contrappunto ad una Parigi in pieno fermento sociale, caratteristico proprio di quegli anni post-sessantotto. La Belle Saison è decisamente una love story : le immagini che riguardano i rapporti intimi tra le due donne sono segnati da semplici pennellate d’effetto, dalle quali lo spettatore percepisce una intensità di sentimenti che solo una esperienza personale vissuta è in grado di dare: la Corsini ci riesce alla perfezione.

data di pubblicazione:29/04/2018

COCO CABASA di Klara Johanna Til, Olanda

EXTRA TERRESTRES di Carla Cavina, Porto Rico/Venezuela

(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)

Teresa è una astrofisica che vive nelle Canarie e lavora con la sua compagna Daniela presso un centro di osservazione stellare. Dopo sette anni di lontananza da casa decide di tornare in famiglia, in Porto Rico, allo scopo di invitare i parenti al suo matrimonio che si celebrerà alla falde del vulcano Teide. L’impresa sin dall’inizio non si prospetterà facile in quanto il padre ha una mentalità molto retrograda che tiene in pugno figli e moglie, da tempo costretti a vivere una vita di sotterfugi pur di seguire in segreto i propri ideali di felicità. Teresa, convinta dovrà lottare duro contro un genitore prepotente e dispotico, lei vegetariana e lui grande allevatore di polli, che non hai mai compreso le sue scelte di vita e men che meno i suoi sentimenti verso Daniela.

A dare il via a questa tredicesima edizione di Immaginaria è stato scelto il film Extra Terrestres, primo lungometraggio della regista portoricana Carla Cavina conosciuta per i suoi corti e documentari già presentati in molti Festival internazionali a tematica lesbo-femminista. Il film, pur utilizzando metaforicamente l’immagine galattica di stelle e pianeti vaganti nell’universo secondo un ordine cosmico prestabilito, non è un film su extra terrestri ma al contrario racconta di esseri umani che si ritrovano ad affrontare il quotidiano con i normali problemi di sempre. Teresa ha un rapporto stabile con Daniela, compagna nella vita privata e nel lavoro, e dopo anni di assenza da casa sente la necessità di affrontare una volta per tutte la famiglia per comunicare la sua decisione di sposarla. Ecco che la giovane si troverà suo malgrado a lottare contro un padre autoritario, che mai accetterà la sua relazione affettiva omosessuale ritenuta anormale e quindi inaccettabile. Messo di fronte a questa realtà, l’uomo casualmente verrà a conoscenza di un mondo parallelo e segreto dove anche gli altri membri della famiglia hanno trovato rifugio per sfuggire al suo dispotismo. Interessante come la regista abbia utilizzato il linguaggio delle stelle per farci comprendere la forza dell’amore che, al di là delle distanze interplanetarie, è ancora una volta il fulcro energetico che muove i singoli esseri umani in un piccolo pianeta, come il nostro, sperduto nel nulla. Ne viene fuori un film sicuramente ben costruito che non trascura il messaggio che sta alla base dell’intera storia anche se a tratti sembra perdersi nella banalità, così come l’interpretazione degli attori che non riescono a dare quel quid tale da rendere la pellicola convincente per il folto pubblico che affollava le tre sale messe a disposizione dalla Casa del Cinema.

data di pubblicazione:28/04/2018

ROMA ORE 11 di Elio Petri, compagnia Mitipretese

ROMA ORE 11 di Elio Petri, compagnia Mitipretese

(Teatro Vascello – Roma, 23/26 aprile 2018)

A distanza di dieci anni dal debutto, il Teatro Vascello in collaborazione con il Teatro Stabile di Brescia ospita i primi tre lavori della compagnia Mitipretese, composta da quattro bravissime attrici, Sandra Toffolati, Mariàngeles Torres, Manuela Mandracchia e Alvia Reale, tratti dal loro repertorio: Roma ore 11, Troiane, Festa di famiglia. Tre spettacoli che identificano le scelte e le tematiche affrontate in chiave di interpreti, scenaggiatrici e registe, dall’inchiesta sul lavoro, agli orrori della guerra, alle violenze all’interno della famiglia, secondo una visione al femminile fatta di complicità e di un vissuto comune.

Signorina giovane, intelligente, volenterosissima, attiva, conoscenza dattilografia, miti pretese, per primo impiego cercasi”. Un fatto di cronaca del 1951, una inserzione per un posto di dattilografa a Roma al quale si presentano duecento ragazze con la scala della palazzina di Via Savoia, luogo della selezione, che crolla per il troppo peso, provocando la morte di una di loro ed il ferimento di altre settantasette costrette al ricovero in ospedale ed a una degenza alla fine pagata di tasca propria. Elio Petri fece un’inchiesta preparatoria alla sceneggiatura del film che De Santis realizzò di li a poco, film molto bistrattato per la realtà scottante che proponeva. La pellicola, infatti, fu esclusa dal Festival del Cinema d Venezia.

Da tutto ciò prende spunto Roma ore 11, Premio ETI Olimpici del Teatro 2008 come spettacolo d’innovazione, l’adattamento teatrale proposto da Mitipretese attraverso una regia a otto mani che racconta le storie di quelle ragazze, dei soprusi subiti, del lavoro che manca, ma più in generale di povertà, di morti bianche, di speranze disilluse, di un passato così tanto presente. Un reportage giornalistico, una cronaca cruda e colorata, un affresco della vita delle ragazze italiane degli anni Cinquanta che scorre secondo un piano sequenza fatto di mille personaggi, di piccole donne e delle loro famiglie, di portieri, nonne, suore e fattucchiere, di piccoli sogni e speranze, di miseria e volontà, di una giovane Italia in ricostruzione ma in fermento.

Lo straordinario alternarsi delle quattro interpreti viaggia con emozione e leggerezza tra lenzuola bianche distese alternato ad un cha cha cha rivisitato e a canzoni popolari, con un linguaggio vivo e sentito, mai banale. Sono i volti dell’Italia del dopoguerra, della disoccupazione, del boom edilizio, dei datori di lavoro e delle segretarie.

È uno spaccato solo apparentemente lontano dall’Italia di oggi e dei suoi falsi miti e con i suoi grandi problemi di occupazione. A distanza di 67 anni dall’inchiesta di Elio Petri e di dieci anni dal debutto dello spettacolo, queste quattro donne hanno il grandissimo merito di riproporre e rendere ancora più vivi gli intenti e sentimenti, una concreta presa di coscienza della condizione sociale e psicologica della donna, ancora più attuale oggi, senza alcuna retorica ma bensì con un forte messaggio di vitalità. E i loro volti ed i loro sorrisi ci illuminano.

data di pubblicazione:28/04/2018


Il nostro voto: