AMLETO + DIE FORTINBRASMASCHINE di W. Shakespeare/Heiner Müller, adattamento e regia di Roberto Latini

AMLETO + DIE FORTINBRASMASCHINE di W. Shakespeare/Heiner Müller, adattamento e regia di Roberto Latini

(Teatro Vascello – Roma, 14 e 15 Aprile 2018)

La piéce prende spunto e conserva la struttura dell’opera Die Hamletmaschine di Heiner Müller, andata in scena alla fine degli anni ’70, la quale a sua volta è una riscrittura del più celebre Amleto di William Shakespeare. Il testo viene quindi preso, smontato e rimontato da Latini attraverso un racconto diviso in cinque capitoli: Album di famiglia; L’Europa delle donne; Scherzo; Pest(e) a Buda battaglia per la Groenlandia; Attesa desolata/Nella spaventosa armatura/Millenni. Del dramma originario rimane pertanto solo una traccia, ma sufficiente per ricreare il pathos di una tragedia rimasta immortale nella storia della drammaturgia universale.

 

 

Secondo appuntamento al Teatro Vascello per il trittico di spettacoli proposto dalla compagnia Fortebraccio Teatro. In scena l’autore, il regista e l’interprete del lavoro, Roberto Latini, che di nuovo si confronta con un grande e difficile personaggio della letteratura teatrale: Amleto. Dell’originale rimangono solo pochi frammenti: il dramma è stato già recitato, è stato superato. “Dov’è questo spettacolo?” urla Fortebraccio, unico testimone a rimanere in piedi nel dramma shakespeariano e unico personaggio che invade la scena. Da questo urlo prende forma l’interpretazione di Latini e per questo Hamletmaschine diventa Fortinbrasmaschine, ovvero Amleto visto e pensato attraverso Fortebraccio, colui che succederà alla guida della Danimarca una volta morto il re usurpatore, la moglie infedele e il principe Amleto. Se Müller aveva spogliato il dramma originale di tutti gli orpelli della scena elisabettiana, restituendoci solo l’ossatura della tragedia, Latini addirittura scuoia il testo, lo lacera a brandelli, ne fa coriandoli e li lancia tra la gente. Quello che rimane del mito di Amleto non sono solo tormento e sentimento, ma anche gioco inteso come meccanismo e divertimento, come giostra appunto, quella che si vede costantemente sulla scena e che diventa il recinto dove si gioca il dramma e, al tempo stesso, barriera ideale da superare. Luci e macchinari di scena, ideati dal genio di Max Mugnai, e le musiche/suoni di Gianluca Misiti dialogano con l’attore sul palcoscenico e diventano mezzo di racconto, guadagnando sulla scena la stessa dignità della parola detta, che viene veicolata attraverso l’artificio tecnico e il filtro dei microfoni. Le musiche non commentano ma dicono, restituendoci nel ritmo l’angoscia dell’umano, che Latini raccoglie e amplifica con le sue dissonanze vocali. Sala piena e pubblico giovane, in attesa di vedere la terza parte di questo trittico nel Cantico dei Cantici, sempre in scena al teatro Vascello nei prossimi giorni.

data di pubblicazione:15/04/2018


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THE HAPPY PRINCE di Rupert Everett, 2018

THE HAPPY PRINCE di Rupert Everett, 2018

Alla fine del 19esimo secolo Oscar Wilde rappresentava un’icona nell’alta società londinese, affascinata oltre che dai suoi lavori anche dalla sua personalità carica di umorismo e di trasgressione al tempo stesso. A causa della dichiarata omosessualità venne condannato e messo in prigione: due anni dopo ne uscì profondamente provato nel fisico e senza più soldi perché, nel frattempo, le sue opere teatrali erano state messe al bando e non più rappresentate. Trasferitosi in esilio a Parigi, dopo falliti tentativi di riconciliarsi con la moglie Constance, Wilde decise di chiudere la relazione con il giovane Lord Douglas responsabile di averlo trascinato in quel totale disastro. Pur tra i fumi dell’assenzio, Oscar Wilde riuscì comunque con i suoi racconti per bambini a conquistarsi l’affetto di un folto pubblico che fedelmente lo seguirà sino alla fine dei suoi giorni.

 

 

Dopo aver interpretato il ruolo di protagonista in tantissimi film di successo (per citarne alcuni: Ballando con uno sconosciuto, Il matrimonio del mio miglior amico, Shakespeare in Love, L’importanza di chiamarsi Ernesto, Stage Beauty, Hysteria) Rubert Everett è alla sua prima regia con The Happy Prince, presentato quest’anno alla Berlinale nella Sezione Teddy Award. Interpretando il ruolo di Oscar Wilde, il regista Everett sembra dare il meglio di sé e confermare una eccellente bravura supportata da una evidente maturità personale che incide in maniera determinante nell’imprimere una giusta dose di empatia nel personaggio da lui rappresentato. L’immagine che ne viene fuori si adatta perfettamente alla figura dell’insigne scrittore, che negli ultimi anni della sua vita si era completamente lasciato andare a degli eccessi che la puritana società vittoriana di allora difficilmente avrebbe potuto tollerare. Il film ci parla di Oscar Wilde oramai in esilio a Parigi, lontano dall’amata moglie Constance e dai suoi due figli, in uno stato di perenne indigenza e oramai prossimo a morire, pur tuttavia sempre pronto a ironizzare sulla propria persona e a guardare il lato buono delle cose. Ecco così che Rupert Everett riesce nel delicato compito di non rivelare il lato buio della personalità di Wilde, ma al contrario di mostrare la sua capacità di venir fuori dalle situazioni più cupe con ineguagliabile sarcasmo. Riferendosi al De Profundis, testamento di Wilde dalla prigione, Everett ci narra di un uomo che fu punito per essere quello che lui stesso desiderava essere, senza ricorrere ad ipocrisie o ad atteggiamenti che contraddicessero la sua genuina personalità. The Happy Prince è una favola per bambini, oramai di rilevanza universale, che colpisce il cuore di tutti a prescindere dall’età anagrafica ed il film che ne porta il titolo ha centrato in pieno lo spirito del suo autore, considerato a ragione tra i grandi della letteratura di tutti i tempi. Nell’ottimo cast spicca Emily Watson nella parte di Constance e Colin Firth nel ruolo dell’amico Reggie Turner. Il film è nelle sale italiane e se ne consiglia la visione.

data di pubblicazione:13/04/2018


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I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello, adattamento e regia di Roberto Latini

I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello, adattamento e regia di Roberto Latini

(Teatro Vascello – Roma, 11 e 12 Aprile 2018)

La compagnia della contessa Ilse approda alla Villa della Scalogna, un luogo isolato dove il mago Cotrone, con altri reietti e disadattati, ha scelto di vivere lontano dalla civiltà per coltivare la passione per il teatro. Il conte, pur di assecondare la volontà dell’amata, si è ridotto senza contea e senza contanti, ma pur nella miseria è contento che la moglie si ostini a portare in scena La Favola del Figlio cambiato. Ilse, legata al poeta autore della piéce (nella realtà è lo stesso Pirandello), cerca con tenacia di portare avanti un messaggio di non facile comprensione per il suo pubblico, ed allora il mago le suggerisce di rappresentare lo spettacolo di fronte ai giganti, entità che vivono sulle montagne, dotati di poteri soprannaturali.

 

Con questi fatti e antefatti approdiamo a una delle opere più complesse di Luigi Pirandello, rimasta incompiuta a causa della sua morte avvenuta nel 1936, in cui il celebre drammaturgo siciliano fa nuovamente uso della formula del meta-teatro già in precedenza utilizzata in altri suoi lavori. La sua convinzione era che la vita di per sé è teatro, quindi anche ne I Giganti della Montagna si rappresenta un teatro nel teatro dove non esiste più la quarta parete che separa il pubblico dal palcoscenico in quanto ognuno diventa attore e interprete di sé. Nell’adattamento dell’opera pirandelliana Roberto Latini è regista e attore al tempo stesso. Capace di dare la sua voce a tutti i personaggi di scena, diventa una sorta di istrionico ventriloquo che con i suoi movimenti conquista il dono dell’ubiquità in una sospensione di tempo, fuori dalla realtà, nell’illusione di un sogno perpetuo senza soluzione di continuità. Molto coerente questa rilettura del testo dove riscontriamo elementi che superano il reale per invadere spazi ultraterreni che solo con la fantasia possiamo essere in grado di comprendere. I suoni (Gianluca Misiti) accompagnano la scena con un campo di grano sovrastato dal freddo chiarore della luna e dove si aggirano corvi con il loro gracchiare funesto, presagio di una morte che alla fine invade la scena: un fiume di magma primordiale che avvolge tutto quasi a cancellare ogni traccia di vita. Latini vola in alto, il suo corpo perde peso e consistenza e non ha più una propria identità, quasi un fantasma o forse un angelo asessuato reso impotente dai giganti che come dei dell’Olimpo giudicano e condannano, senza mai mostrarsi anche se ne avvertiamo la presenza. A questo punto il regista, al pari di Pirandello, si chiede e ci chiede: ma noi chi siamo? Di fronte a questa domanda non ci rimane altro che affrontare la paura di una verità crudele e l’unica via percorribile è quella di abbandonarsi al libero gioco dell’immaginazione e tentare così di recitare a essere se stessi.

Lo spettacolo è una produzione Fortebraccio Teatro, le scene sono state curate da Silvano Santinelli e Luca Baldini, mentre le luci da Max Mugnai.

Con questo lavoro Roberto Latini ha vinto il Premio della Critica 2015 (ANCT) mentre Gianluca Misiti il Premio Ubu come miglior progetto sonoro/musiche originali.

data di pubblicazione:12/04/2018


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NELLA TANA DEI LUPI di Christian Gudegast, 2018

NELLA TANA DEI LUPI di Christian Gudegast, 2018

Una banda di rapinatori, duri, determinati ed ex appartenenti alle forze speciali, progetta e mette in atto un audace colpo in una banca superblindata. Sulle loro tracce una squadra d’élite della polizia di Los Angeles composta da uomini ancora più duri e violenti che operano con modi assolutamente non convenzionali. Non ci sono buoni o cattivi, ma solo due gruppi che si affrontano senza esclusione di colpi.

 

 

Nella tana dei lupi è il primo lungometraggio di Christian Gudegast, collaudato ed affermato sceneggiatore di film d’azione che, passando dietro la macchina da presa, mostra di possedere anche un’apprezzabile maestria e capacità di governare racconto ed azione. Siamo in un film di genere, fra il poliziesco ed il noir, un film maschio, testosteronico ed adrenalinico, uno scontro fra opposti gruppi, rivalità ed anche stima fra capibranco. Un film duro, diretto ed efficace con anche tratti di eleganza nella struttura e nella messa in scena. Gudegast non lascia nulla al caso, si è chiaramente ispirato e misurato con i canoni estetici del ricchissimo genere e con alcuni classici polizieschi: Heat-La Sfida, The Town, e, non ultimo I Soliti Sospetti, non trascurando nemmeno di flirtare abbondantemente con il Western. Siamo nelle atmosfere descritte da J. Ellroy, nella Los Angeles ove le frontiere fra la legge ed il crimine sono molto tenui, sbirri e delinquenti sono buoni e cattivi, simpatici ed antipatici in pari misura. Il film fa man bassa degli archetipi e degli elementi classici dei vari generi: il poliziotto ambiguo, i gruppi contrapposti …  L’autore miscela poi sapientemente le varie componenti, le mischia con gli schemi altrettanto classici e popolari del sottogenere della preparazione del colpo grosso ed infine, serve un cocktail molto gradevole, con la ciliegina di un sottofinale a sorpresa che prepara e prelude al sequel già in lavorazione ed ambientato, questa volta, a Londra. Per quanto opportunistico possa apparire il percorso, la realizzazione ed il risultato finale sono però molto efficaci e ne risulta un insieme ricco di emozioni e molto coinvolgente. Nella tana dei lupi è certamente un film con qualche cosa di più rispetto alla media, certo nulla di rivoluzionario, ma apprezzabilissimo per gli appassionati grazie ad una sceneggiatura solida e ben strutturata ed ad una messa in scena stilisticamente molto accurata. Il montaggio è tagliente, il ritmo incalzante, Los Angeles superbamente filmata e l’intero cast, fin nei ruoli più marginali è perfetto e professionale. Finalmente una buona opportunità recitativa per Gerard Butler nei panni del capo della squadra anticrimine, un attore, fino ad oggi sprecato in film d’azione improponibili o in commedie sentimentali zuccherose, che ha saputo qui cogliere forse l’occasione della sua vita disegnando ed interpretando magistralmente la figura del poliziotto dai metodi poco ortodossi. Gli fanno da contr’altare: il capobanda (Pablo Schreiber) e, soprattutto, l’autista della banda (O’Shea Jackson Jr.). Nella tana dei lupi è dunque un film astuto, un thriller-poliziesco moralmente ambiguo fino al finale, un prodotto di discreta qualità che mantiene tutte le promesse attese dagli amanti del genere e li farà felici per quasi due ore di spettacolo. Una buona occasione di svago. Non mancano di certo le inevitabili cadute di tono con dialoghi e situazioni a tratti meccaniche e stereotipate e con la proposizione di cliché con cui però il regista sembra voler scientemente giocare dando così prova di notevole autoironia ed intelligenza.

data di pubblicazione:11/04/2018


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IL GIOVANE KARL MARX di Raul Peck, 2018

IL GIOVANE KARL MARX di Raul Peck, 2018

In una Europa in fermento, Karl Marx (August Diehl) ventiseienne si rifugia a Parigi con la  moglie Jenny( Vichky Krieps) e conosce il quasi coetaneo Friedich Engels( Stefan Konarske) che, benchè figlio di industriali, solidarizza con i lavoratori che versano in durissime condizioni  anche nella fabbrica del padre. Tra i due nascerà una grande amicizia e un duraturo rapporto di collaborazione.

 

Non sono certo mancati film sui personaggi storici più noti, cito a caso Cristo, Napoleone, Cesare, Garibaldi, Che Guevara, recentemente Margareth Tatcher o Winston Churchill; ma nella lista mancava uno dei massimi pensatori di ogni tempo: Karl Marx. A colmare la lacuna, ci ha  pensato Raul Peck, talentuoso regista “militante” di Haiti, già autore dell’apprezzato I am not Your Negro (candidato agli Oscar), tratto dai racconti di Baldwin, in grado di riaccendere il discorso sul razzismo ancora vivo nei nostri giorni. Tornando al film in questione, va detto che si tratta di un ritratto giovanile del gigante di Treviri che si concentra sui sette anni compresi tra la tesi di dottorato e la creazione del Manifesto del Partito comunista (in divenire), caratterizzati da ambizione e idealismo, in continuo movimento fra le capitali europee, senza una lira in tasca, per  denunciare le malefatte del capitalismo, elaborare le sue teorie sociali, diventare leader dei movimenti di opposizione. Coinvolti nel suo percorso troviamo la complice e tenera moglie, l’amico e sodale Engels e molti dei rivoluzionari e anarchici del tempo, da Proudhon a Bakunin, intellettuali che partecipano come possono all’opposizione, delineati di sfuggita nei diversi frangenti di lotta. Inevitabilmente, si parla parecchio, i dialoghi fra Karl e Friedich sono giocati rigorosamente sulle nascenti ideologie, ma, fortunatamente, non mancano siparietti privati e movimentati e persino divertenti a interrompere una narrazione che altrimenti rischiava di diventare pesante per un pubblico non ideologicizzato .

Il film diretto da Raoul Peck ha, infatti, una sua struttura piuttosto convenzionale, ma, ripeto, ha il pregio e la sua peculiarità nel seguire la vita di Marx negli anni della giovinezza e della sua genesi come pensatore, ricostruendo quindi le motivazioni e gli eventi che hanno influenzato le sue riflessioni e le sue idee,  offrendo uno sguardo alla dimensione privata dei protagonisti, realtà quasi sempre trascurata nelle  pagine dei testi scolastici. Il Giovane Karl Marx vanta comunque  un ottimo livello tecnico che va dalla puntuale ricostruzione storica a una fotografia ricca di sfumature che, “in alcuni passaggi, sembra voler creare quasi un legame visivo con alcune delle opere pittoriche più famose dello stesso secolo”. Lo spettatore “simpatizzante” troverà poi, estremamente suggestive e coinvolgenti i titoli di coda che si concludono con una carrellata di immagini che ricordano alcuni dei  momenti  sociali e di  lotta dei cittadini contro il capitalismo, il tutto,  impreziosito da Like a Rolling Stone di  Bob Dylan.  Se, quindi, non brilla certo per originalità, l’operazione non è priva di un suo fascino e certo farebbe bene, semplicemente come pro memoria, ai politici del Pd che hanno cancellato dal loro vocabolario parole come povertà, operai, sfruttamento, capitale etc. Anche in tal senso mi sento di caldeggiarne la visione.

data di pubblicazione:11/04/2018

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I SEGRETI DI WIND RIVER di Taylor Sheridan, 2018

I SEGRETI DI WIND RIVER di Taylor Sheridan, 2018

Nelle innevate montagne del Wyoming un cacciatore  solitario ritrova il corpo straziato di una giovane “nativa”, figlia di un amico. Ancorché sconvolto dal suo passato, accetta di partecipare alla ricerca dell’assassino insieme ad una inesperta agente dell’FBI alla sua prima missione. Scopriranno insieme  la terribile realtà.

Arriva con un discreto ritardo nelle nostre sale il robusto thriller che segna il passaggio alla regia  di Taylor Sheridan, già sceneggiatore di quella che viene considerata una trilogia sul mito della frontiera americana, con Sicario e Hell or High Water. Il valore della pellicola è testimoniato dal premio e dagli applausi ricevuti  a Cannes nell’edizione 2017 (Migliore regia nella sezione Un Certain Regard).

Chi ha letto i romanzi di Cormac Mccarthy ne riconoscerà immediatamente le atmosfere e i personaggi che muovono una storia da western  “moderno”. Ci sono  quindi le riserve indiane, il razzismo, il ruolo della donna subordinata, la violenza degli uomini nel silenzio della natura. Però, i cavalli sono stati sostituiti dalle moto slitte, i sopravvissuti pellerossa si chiamano  nativi, le giacche azzurre vestono i giubbotti anti-proiettili dell’FBI. E ancora, nel silenzio e nella solitudine, si agitano i destini della piccola comunità di nativi dove la legge è distante, e la morte e lo sconforto aleggiano sui personaggi già prima che nuovi drammatici eventi accadano. Gli occhi tristi di Cory Lambert, improvvisato detective (Jeremy Renner lo interpreta con misura e intensità)   ci raccontano il suo doloroso passato (una figlia giovane e bella, scomparsa), e la sua ricerca del colpevole del nuovo efferato delitto è quasi  una sua terapia del dolore per esorcizzare i drammatici risvolti familiari. Altresì, ben costruito è il personaggio della sensibile agente dell’FBI Jane Banner,  affidato alla deliziosa e convincente Elisabeth Olsen, spaesata ed empatica in un mondo selvaggio a lei sconosciuto.

In un’alternanza di silenzi, ricordi, dialoghi, accelerazioni improvvise, suggestivi  inserti musicali (la colonna sonora è di Nick Cave e Warren Ellis), la pellicola si snoda avvincente e coerente nei suoi 111 minuti, offrendo allo spettatore molti dei momenti che caratterizzano una visione di sicuro coinvolgimento e interesse: la bellezza degli scenari (il film è girato nella settima  riserva indiana per estensione, appunto Wind River, ubicata nella zona centro-occidentale del Wyoming ed abitata da Shoshoni e Northern Arapaho), la tensione costante, una  inattesa e violenta sparatoria, degna di Tarantino, il rigore dei dialoghi, quasi sempre, congrui a personaggi lacerati dalla ineluttabilità dei destini.

Calzanti anche i personaggi di contorno, tutti ben caratterizzati (Jon Bernthal su tutti). Considerato l’alto livello dei precedenti film sceneggiati da Sheridan, in onestà, non so se questo sia il migliore dei tre, ma certamente posso dire che si tratta di un ottimo esordio alla regia.

Consigliato!

data di pubblicazione: 10/04/2018


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DELITTO E CASTIGO di Fëdor Dostoevskij, regia di Konstantin Bogomolov

DELITTO E CASTIGO di Fëdor Dostoevskij, regia di Konstantin Bogomolov

(Teatro Argentina – Roma, 3/15 aprile 2018)

Dal 3 al 15 aprile sul palcoscenico del Teatro Argentina in scena Delitto e Castigo,l’opera di Fedor Dostoevskijcon la regiadel moscovita Konstantin Bogomolov, uno tra i più giovani ed autorevoli talenti della scena russa. L’opera letteraria già frutto nel tempo di innumerevoli adattamenti teatrali, è qui ricondotta ad una dimensione contemporanea.

Il punto di partenza è il romanzo di Dostoevskij, ambientato a Pietroburgo in una calda estate, che narra la vicenda di un duplice omicidio commesso per la brama di denaro del protagonista e di come per l’espiazione di questa pena sia necessario percorrere la lunga via della sofferenza. Di stampo apertamente cattolico, il romanzo si pone così in rapporto moralistico con il lettore, rafforzando il credo religioso ed esistenzialista dello scrittore.

Ma il dubbio se sia giusto o meno uccidere non è più un argomento così attuale, non fa più notizia; ciò dipende dal modo in cui la nostra società si è evoluta e si sta evolvendo. Nella sua versione Bogomolov parte diretto senza la preoccupazione di un eventuale giudizio, inserendo la vicenda raccontata da Dostoevskij in un salotto stile anni Sessanta, dove sono presenti un grosso divano giallo, due poltrone di lato, tre schermi televisivi alle spalle, un grande comò in fondo a destra. I personaggi vengono totalmente stravolti e lo spettatore è costretto ad abbandonare da subito l’immaginario oscuro della San Pietroburgo del romanzo. Il protagonista non è più un giovane intellettuale incapace di adeguarsi alle regole imposte dalla società russa ottocentesca, bensì un robusto immigrato africano, indolente e privo di qualsiasi ideologia, che si macchia dell’assassinio di una donna bianca e di sua figlia.

Raskol’nikov infatti commette il cruento atto senza pensarci più di tanto e nemmeno dopo, nell’interessante relazione che costruirà con Sonya Marmeladova, avrà modo di riflettere e pentirsi, anzi andrà a costituirsi solo perché lo convincerà lei, prostituta per necessità ma con un forte attaccamento religioso.

Naturalmente sono nere anche la sorella e la mamma di Raskol’nikov mentre Sonja è, anche qui, una prostituta che cerca di persuadere il protagonista a convertirsi al cristianesimo, mentre il poliziotto è presentato come un soggetto scaltro ed erotomane capace di chiudere un occhio coi delinquenti basta che assecondino i suoi piaceri.

L’inizio è folgorante: atmosfere rape softporno a metà strada tra Pulp Fiction e le sit-com americane, tra manichini, travestimenti, simulazioni, rumori fuori scena. Parte poi invece la narrazione affidata ai personaggi del romanzo ed alle caratteristiche degli attori, con tanti momenti a forte impatto emotivo in cui la trama si dipana e la vicenda si consuma.

È un racconto torbido, a volte distaccato, freddo, doloroso, a momenti angosciante, ma anche delicato e intimo. Resta centrale il senso del testo di Dostoevskij e cioè se sia giusto o meno uccidere quando la vittima è una persona squallida e abietta come un’usuraia, e di conseguenza, se in tal caso, siano necessari il castigo e la pena.

Il cast, tutto italiano, è composto da bravissimi attori: Leonardo Lidi nei panni di Raskol’nikov, Paolo Musio in quelli del pubblico ministero Porfirij Petrovič, e poi Anna Amadori, Margherita Laterza, Marco Cacciola, Diana Höbel, Renata Palminiello e Enzo Vetrano.

Il testo dell’autore russo è stato riadattato e ricomposto dallo stesso regista che si accosta a Dostoesvkij con leggerezza e ironia, creando forse scalpore in qualcuno, ma enfatizzando il confronto con il nostro tempo e con quello che il quotidiano oggi ci offre.

data di pubblicazione: 10/4/2018


Il nostro voto:

VILLAGGIO JAMAICA! di Emilia Miscio e Simone Giulietti

VILLAGGIO JAMAICA! di Emilia Miscio e Simone Giulietti

(Teatro San Genesio- Roma, 4/15 aprile)

Commedia brillante. Ricca di colori, musiche, sovratoni, ammiccamenti alla pochade. 

Regna ancora la lira nella vacanza degli sposini con abbondanza di segreti nello sconcertante Villaggio Jamaica. E la musica dell’epoca è riassunta da “Lisa con gli occhi blu”, suonata a mezzo di una chitarrina che sarà un oggetto chiave determinante nel giallo in due tempi che Emilia Miscio ha scritto con la collaborazione di Simone Giulietti, assemblando una ricca compagnia di attori caratteristi a cui si richiede un esercizio, anche fisico, decisamente sopra le righe per ritmi alla Feydeau nel tentativo di dare ritmo alle gag. In Giamaica, percepita con una distanza particolarmente esotica, c’è musica (reggae), colore, fumo e un sentore di giallo perché tra i protagonisti nessuno è realmente è come vuole apparire. Non la sposina, non lo sposo capellone, non l’esplosiva zia confinata sulla sedia rotelle a cui conferisce nerbo e pretesti un’interpretazione maschile. Si ride a scrosci, tra turpiloqui e doppi senso, tra infoiamenti ed equivoci, splapstick e un richiamo agli anni ’70, a un’ingenuità perduta. Si intuisce il grande lavoro alle spalle per una recita leggera che richiede gioco di porte aperte e sbattute (alla Frayn) e un’adeguata sinergia attoriale. Nel villaggio turistico c’è la condensazione delle richieste del turista italiano in un paese straniero: dunque champagne, trasgressione, voglia di novità. Le caratterizzazioni prevedono un prete cieco, un seduttore latino, un capo villaggio schizofrenico e una governante dai molti calori. Il finale è alla Agatha Christie rivista con un timbro comico: tutti in scena per une rivelazione finale che è prodromo della passerella finale. Naturalmente a ritmo di reggae nel segno di Bob Marley e Peter Tosh. Citabile il grande impegno degli attori: Ambra Lucchetti, Leonardo D’Angelo, Claudio Carnevali, Claudio Bianchini, Ivano Cavaliere, Giovanna Tino, Fiamme Blasucci, Lorenzo Girolami, Daniele Di Martino nel segno compagnia teatrale Sogni di scena.

data di pubblicazione:08/04/2018


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CHARLEY THOMPSON di Andrew Haigh, 2018

CHARLEY THOMPSON di Andrew Haigh, 2018

Charlie Thomson ha solo quindici anni, ma ne dimostra molti di più. Sulle sue spalle c’è il peso di un’adolescenza finita troppo in fretta e nei suoi occhi il desiderio di raggiungere una buona dose di stabilità. Sarà l’affetto per un cavallo a fargli ritrovare la voglia di rialzarsi. Da solo, alla ricerca della propria identità e di un passato che gli appartiene.

Durezza e dolcezza insieme. Drammaticità positiva, a tratti inevitabile, in grado di condurre il protagonista verso una crescita costruttiva. Solitudine e, al contempo, ricerca smodata di legami concreti. Paura e coraggio. Charley Thompson (Lean on Pete titolo originale con cui è stato presentato in concorso alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia), gioca molto sugli ossimori e le contraddizioni dell’animo. A firmarlo il regista britannico Andrew Haigh (sue pellicole sono Weekend e 45 anni), che ha riadattato per il grande schermo il romanzo di Willy Vlautin, La ballata di Charley Thompson.

Protagonista della storia è proprio quest’ultimo, un quindicenne carico di responsabilità che si troverà presto ad affrontare un viaggio metaforico, oltre che reale. Interpretato da un intenso Charlie Plummer (premio Mastroianni per il talento emergente alla Mostra di Venezia 2017), il ragazzo non ha figure di riferimento al suo fianco. Non ha mai conosciuto sua madre, mentre il padre dedica la vita più alle donne che al ruolo di genitore. Quando perderà anche lui, Charlie investirà tutte le sue forze in un nuovo lavoro, ottenuto per caso dopo un breve colloquio con un allevatore di cavalli da corsa (Steve Buscemi). A spingerlo l’affetto per uno dei componenti più deboli del suo team, Lean on Pete, non più capace di gareggiare come una volta. Quasi fosse una sorta di alter ego, il cavallo diventa da subito il suo unico confidente. È a lui che rivela i pensieri più cupi e i ricordi più belli. Ed è a lui che voterà tutte le sue attenzioni, proprio come avrebbe voluto che qualcuno avesse fatto con lui. Forse suo padre o la zia Margy, sempre presente nella sua memoria.

Charley Thompson è un classico racconto di formazione. Eppure, nonostante il recupero consapevole di certi spunti narrativi, è più complesso. Ogni uomo che il giovane protagonista incontrerà sul suo cammino non riuscirà a forgiarlo a proprio piacimento, impartendogli insegnamenti e massime di vita. Non ci saranno consigli o dritte che Charlie deciderà di seguire: in lui le basi di una buona educazione già ci sono. Lo dimostra ogni suo gesto, ogni sua parola. Consapevole che solo il ritorno a quel passato fiorente – quando era ancora un bambino ed era circondato da una vera famiglia – sarà capace di restituirgli l’agognata stabilità, sceglie allora di affidarsi a sé con tutte le proprie forze. Crescerà e maturerà, ma poi si trasformerà di nuovo nel piccolino di una volta, bisognoso di cure e rassicurazioni. Un film da vedere, dunque, che ha commosso tutta la platea della Sala Grande del Lido. È bastato guardare negli occhi ciascuno dei presenti e ascoltare la lunga serie di applausi al termine della proiezione per capire che sì, anche stavolta, il cinema fosse riuscito a compiere la sua missione catartica.

data di pubblicazione:07/04/2018


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CIRCUS DON CHISCIOTTE regia di Ruggero Cappuccio

CIRCUS DON CHISCIOTTE regia di Ruggero Cappuccio

(Teatro Eliseo – Roma, 3/22 aprile 2018)

Torna a Roma Ruggero Cappuccio e il suo virtuoso circolo di attori e collaboratori con Circus Don Chisciotte, uno spettacolo che narra le vicende di Michele Cervante (interpretato dallo stesso Ruggero Cappuccio), professore universitario in pensione ed in fuga dalle convenzioni, presunto discendente dell’autore del Don Chisciotte della Mancia, preda di un mistico vagabondaggio che è anche una sua forma di rivolta nei confronti dell’esasperazione tecnologica che disumanizzando il mondo.

Gravita nei pressi di una stazione ferroviaria abbandonata, a stretto ridosso della Napoli di oggi, con il suo fardello di libri e di saggezza da salvare ad ogni costo. In una delle sue peregrinazioni notturne incrocia un sempliciotto, anch’esso di fatto dissociato dal contesto cittadino, che diventerà suo scudiero e a cui darà il Santo Panza (Giovanni Esposito). Tra i due nasce un rapporto di amicizia fatto di curiosità e di disagio reciproco, di lucidità e fantasia, di saggezza e leggerezza, che li unisce nella lotta a quel progresso che sta soffocando la spiritualità dell’uomo.

In realtà la stazione non è completamente abbandonata, è di certo ingiallita dalle luci al sodio (bellissima la scenografia di Nicola Rubertelli ed il disegno luci di Nadia Baldi) come le pagine dei suoi vecchi libri, ma pian piano si popola di stravaganti presenze, traghettate da un vagone fantasma che viene e va. I nuovi arrivati hanno anch’essi un vissuto sospeso tra disagio sociale e costrutti aulici: due ex ristoratori (Ciro Damiano e Gea Martire), un prestigiatore della provincia veneta (Giulio Cancelli) e una principessa siciliana (Marina Sorrenti). Con essi il professor Cervante e Santo Panza condivideranno un progetto di pacifica rivoluzione contro il deterioramento sociale, politico, strutturale, che si baserà su quanto riportato da Philip Roth, Luis Sepulveda, Daniel Pennac, Amos Oz ed in tutti quei vecchi libri che faranno da ponte di passaggio verso la riaffermazione dell’essenza spirituale dell’umanità.

Una metafora molto forte sul ruolo della cultura quale unico paradigma di riferimento, un testo colto e divertente basato su un efficace uso della lingua e dei differenti dialetti, una macchina teatrale che provoca applausi e risate, spensierate ed amare, grazie ad una prova attoriale forte e nitida, per uno spaccato quanto mai attuale, su cui riflettere profondamente.

data di pubblicazione:06/04/2018


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