75. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – LA BIENNALE DI VENEZIA, 29.08—–8.09 2018: TUTTI I VINCITORI

75. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA – LA BIENNALE DI VENEZIA, 29.08—–8.09 2018: TUTTI I VINCITORI

Confermando le aspettative, sia del pubblico che della critica internazionale presente a questa interessante edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la giuria presieduta dal regista Guillermo del Toro ha assegnato il Leone d’Oro a ROMA del regista messicano Alfonso Cuaròn. Il film, che narra di un anno turbolento nella vita di una famiglia borghese nella Città del Messico degli anni Settanta, era stato accolto molto favorevolmente e già dalla sua presentazione nella seconda giornata della Mostra era sembrato a tutti chiaro che la pellicola avrebbe avuto ottime chance di vincere. Altri premi meritatissimi sono stati quelli assegnati al film The Favourite di Yorgos Lanthimos, con tre interpreti d’eccezione ed una angolatura di assoluta originalità nel narrare le vicende della regina Anna e le sue cortigiane. Peccato per il cinema italiano, mai come quest’anno ben rappresentato da Martone, Guadagnino, Minervini e dall’esordiente Cremonini.

Ecco l’elenco di tutti i premi assegnati:

Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria a Yorgos Lanthimos per il film The Favourite;

Leone d’Argento – Premio per la miglior regia a Jacques Audiard per il film The Sisters Brothers;

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Willem Dafoe nel film At Eternity’s Gate di Julian Schnabel;

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Olivia Colman nel film The Favourite di Yorgos Lanthinos;

Premio per la migliore sceneggiatura ai fratelli Coen per il film The Ballad of Buster Scruggs;

Pemio Speciale della Giuria al film The Nightingale di Jennifer Kent;

Premio Marcello Mastroianni al miglior giovane attore emergente a Baykali Ganambarr nel film The Nightingale di Jennifer Kent.

Per la Sezione Orizzonti, questa la lista dei premi:

Premio Orizzonti per il miglior film a Phuttiphong Aroonpheng per il film Kraben Rahu;

Premio Orizzonti per la miglior regia a Emir Baigazin per il film Ozen;

Premio Speciale della Giuria Orizzonti a Mahmut Fazil Coskun per il film Anons;

Premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile a Kais Nashif nel film Tel Aviv on Fire;

Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile a Natalia Kudryashova nel film The Man who Surprised Everyone;

Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura a Pema Tseden per il film Jinpa;

Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio a Aditya Ahmad per il film Kado;

Questa 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata anche densa di eventi collaterali come l’interessante rassegna fotografica de Il Cinema in Mostra, Volti e Immagini della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 1932-2018 organizzata presso il famoso Hotel Des Bains al Lido attingendo all’interessantissimo materiale dell’archivio storico della Biennale.

Ottima la selezione delle pellicole presentate, che confermano come Venezia sia a tutti gli effetti sede di uno delle più prestigiose kermesse internazionali di cinema, dove spesso i film premiati trovano conferma anche agli Oscar.

Come sempre un red carpet affollatissimo di personaggi famosi del mondo del cinema e non solo, con grande pubblico che ha affollato i viali del Lido, in una atmosfera elettrizzante e carica di genuino entusiasmo. Arrivederci all’edizione 2019!

data di pubblicazione:09/09/2018

AMERICAN DHARMA di Errol Morris, 2018

AMERICAN DHARMA di Errol Morris, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Errol Morris, uno dei più importanti documentaristi d’oggi (già premio Oscar per The Fog of War, il film su Robert McNamara), intervista il suo ex compagno di scuola, Steve Bannon, a sua volta giornalista, produttore cinematografico e da ultimo, politico. Bannon è stato un, se non il primo, dei collaboratori di Trump, forse quello che maggiormente ha contribuito alla sua elezione a 47mo presidente degli Stati Uniti. Nella bella e aperta intervista, Bannon non si sottrae alle domande e parla a ruota libera e senza reticenze di fatti e persone della politica USA.

 

Ancora non si è capito se Steve Bannon fosse presente tra il pubblico della prima del documentario di Errol Morris, di certo la sua storia e il suo credo politico, avvicinato a idee che qualcuno definisce “populiste” è stato ben delineato in American Dharma. La definizione della parola viene chiarita da Bannon con riferimento a una pellicola di guerra o meglio di propaganda, Cieli di Fuoco, interpretato da Gregory Peck che, nel corso di una missione particolarmente rischiosa, realizza che il suo “dharma”, sostanzialmente una combinazione di senso del dovere, fatalità e destino, consiste  nell’informare i suoi uomini del rischio di morte che la missione comporta. Per l’ex ispiratore di the Donald (che di recente ha fatto a meno dei suoi servizi), ognuno segue il suo dharma, ognuno ha obiettivi e compiti da portare avanti. Trump, modestamente, nel 2016 si è sentito “il messaggero” di un cambiamento epocale (?) e per divenirlo, mancandogli quasi tutto (preparazione politica, cultura, stile) poteva riuscirci solo con l’aiuto di validi e “scafati” collaboratori, su tutti lui, Steve Bannon, uomo in grado di “sentire la pancia “ del popolo americano, stratega ora prudente ora aggressivo, insomma la guida giusta. Ma allora perché Bannon è scomparso dall’entourage del presidente?

Il filo conduttore dell’intervista (sono occorsi 16 ore di registrazione) scelto da Morris sono  i film hollywoodiani che Bannon ben conosce (da John Wayne a Orizzonti di Gloria al Falstaff di Orson Welles), e l’autore li utilizza per mettere in difficoltà l’intervistato in un crescendo sempre teso e stimolante. Non è questa la sede per riportare i passaggi clou dell’intervista, vi basti sapere che Bannon racconta tanto di sé, ma anche d’altro (ad esempio, come e perché nascono i movimenti populisti, inclusi quelli europei cui lui guarda con attenzione…), ma soprattutto che, in ultima analisi, si tratta di un documentario che pur attraverso un’intervista, grazie a un montaggio e immagini dinamiche e una colonna sonora adeguata, non soffre dei limiti consueti del genere, finendo per attestarsi come esperimento pienamente riuscito.

data di pubblicazione:07/09/2018








LES ESTIVANTS di Valeria Bruni Tedeschi, 2018

LES ESTIVANTS di Valeria Bruni Tedeschi, 2018

(75.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

L’istante in cui una coppia si spezza… Anna (Valeria Bruni Tedeschi) è stata lasciata dal compagno (Riccardo Scamarcio) appena pochi attimi prima che lei vada a richiedere un finanziamento per il suo nuovo film e si metta poi in viaggio per riunirsi, come tutte le estati, al resto della sua vasta famiglia nella grande casa in Costa Azzurra.

 

Anche questo quarto film della Bruni Tedeschi, presentato ieri fuori concorso qui alla Mostra, ritorna, quasi riprendendo il filo interrotto nella sua precedente opera Un Castello in Italia del 2013 sul tema familiare e sulla figura del fratello scomparso nel 2006. L’artifizio è il classico film nel film. É difatti nella grande magione altoborghese di famiglia che Anna cerca, pur fra le variegate ed ingombranti presenze dei parenti: la figlia, la sorella con il marito, la madre, la zia, altri amici, segretarie e dame di compagnia, nonostante l’assenza del compagno il cui arrivo è costantemente sollecitato e sperato, prova, dicevamo, a ritrovare se stessa, ad uscire dalla sua confusione emotiva, affettiva e creativa, cercando una ispirazione per riuscire a scrivere la sceneggiatura del suo esile film autobiografico. Nella villa sono tanti, ai familiari si aggiungono ed intrecciano le storie della servitù, un incrocio di storie, di relazioni, fra i “piani alti” ed i “piani bassi”, quasi come in un film di Altman. Nonostante tutto questo cercarsi, parlarsi, incontrarsi, il vero elemento dominante in tutti i piani della villa è però la Solitudine. La solitudine delle occasioni perdute e sprecate e, con essa, la Paura e quindi le speranze residue, le illusioni, i desideri e gli amori tanto agognati quanto frustrati. Con tutto ciò il Tempo, quel tempo che inesorabilmente scorre e porta via i sogni  ed infine la Morte che appare e scompare con il tempo stesso. La Bruni Tedeschi ha ormai un suo proprio stile sia come attrice sia come regista. Può essere tanto allegra, leggera, eterea, delicata, nevrotica, quasi evanescente, quanto anche precisa e tagliente. Questo suo film è ironico, tenero, ingenuo e paradossale, ma anche capace di far sorridere e commuovere senza cadere nella seriosità grazie al dono dell’autoironia con cui la regista descrive se stessa e quello che è stato, e forse ancora è, il suo ambiente familiare altoborghese franco-italiano. Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte è molto gradevole ed elegante nell’alternarsi ed intrecciarsi ironico delle storie fra servitù e padroni, poi rallenta un po’ per tornare a recuperare brillantemente in un finale onirico-felliniano sincero ed appassionante.

La Tedeschi è aiutata e circondata dai suoi veri familiari: la madre, la zia e la figlia ed anche da un affiatato gruppo di attori: l’ottima ed asciutta Valeria Golino nei panni della sorella, l’esperto P. Arditì perfetto nel ruolo del cognato ed inoltre uno stuolo di ottimi, direi magnifici, caratteristi francesi. Un piccolo ma gradevole film, una piacevole e garbata conferma da parte della Tedeschi, Forse la vita privata della privilegiata famiglia della Tedeschi potrà non interessare e probabilmente potrà anche infastidire, ma… se fosse tutto immaginario sarebbe un bel soggetto cinematografico.

data di pubblicazione:07/09/2018








CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone, 2018

CAPRI-REVOLUTION di Mario Martone, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Ci troviamo a Capri, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un gruppo di giovani nordeuropei ha trovato sull’isola il luogo adatto per fondare una comune e ricercare insieme l’arte e la propria stessa identità lontano dal mondo così detto civilizzato. Ma la gente, che sia pur con una certa riluttanza li ha tutto sommato accolti bene, ha tuttavia una propria tradizione da tutelare. Si trova spesso in contrasto con gli ideali utopistici dei ragazzi che tra danze e riti iniziatici vivono sperimentando con la nudità dei loro corpi il contatto con la natura selvaggia che caratterizza l’isola. In questo contesto vive Lucia, ragazza analfabeta che si occupa di badare alle capre: un giorno, quasi per caso, incontra il capo carismatico del gruppo e ne rimane attratta, iniziando a coltivare in sé la consapevolezza di essere una donna libera e matura, tanto da poter iniziare quel processo di emancipazione al di fuori da ogni stereotipo che la propria famiglia di origine vorrebbe imporle.

Con Capri-Revolution, presentato in concorso a Venezia, Mario Martone chiude la trilogia, iniziata con Noi credevamo e continuata con Il Giovane favoloso, sulla storia dell’Italia dal Risorgimento sino alla Prima Guerra Mondiale scrivendo con la moglie Ippolita Di Majo una sceneggiatura perfetta in ogni suo aspetto che, sia pur ambientata nel passato, risulta molto pertinente con i problemi di oggi che riguardano il nostro rapporto con la natura, il progresso ed in ultima analisi la sopravvivenza della stessa umanità. Ecco che Capri con la sua essenza arcaica, quasi mitologica, trova identificazione in Lucia (Marianna Fontana), una ragazza povera di cultura scolastica ma che concentra in sé tutti gli ideali di libertà e di riscatto sociale per i quali ancora oggi le donne devono purtroppo lottare. La giovane incontra i membri della comunità guidata da Seybu (l’attore olandese Reinout Scholten van Aschat) e di nascosto ammira la loro nudità tra le rocce bruciate dal sole e da questa immagine inizia il proprio percorso di liberazione, con un processo simile a quello con cui gli esuli russi a Capri si preparavano in quegli anni alla grande rivoluzione.

Il racconto prende spunto dalla comune realmente fondata dal pittore spiritualista Karl Diefenbach che intendeva praticare la sua arte attraverso un radicale sovvertimento delle leggi tradizionali in cui era di fondamentale importanza il contatto diretto con la natura, soprattutto attraverso la danza e la liberazione del corpo. I principi basilari di questo pensiero troveranno poi sviluppo negli anni ’60 e ’70, diventando un fenomeno collettivo che coinvolse molti giovani di quella generazione verso la ricerca di una spiritualità del tutto nuova, lontano dai condizionamenti sociali e consumistici. Ecco che Lucia rappresenta per il regista il pretesto per parlare di due mondi contrapposti: quello della comunità dei pastori dell’isola e quello della comune i cui membri sono tutti naturisti, omeopati, vegetariani e antimilitaristi, in un contesto storico ben preciso in cui l’Europa entrava nel conflitto mondiale.

Ottima la scelta del cast, tra cui la grande Donatella Finocchiaro nella parte della madre; la fotografia è stata curata da Michele D’Attanasio, già vincitore nel 2017 del David di Donatello per il film Veloce come il vento di Matteo Rovere: la nitidezza delle immagini piene di colore rimanda al simbolismo dei pittori preraffaelliti e alle figure luminose ispirate all’arte neoromantica.

Un film carico di sentimento che sicuramente è destinato a far parlare di sé e ce lo auguriamo tanto, soprattutto nell’ambito del mercato cinematografico internazionale.

data di pubblicazione:07/09/2018








THE NIGHTINGALE di Jennifer Kent, 2018

THE NIGHTINGALE di Jennifer Kent, 2018

(75.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Dove inizia e dove finisce il Western? Per alcuni non sono veri film western né quelli sulla Frontiera né tantomeno quelli ambientati in Messico, quindi se ciò fosse vero non sarebbero dei veri Western né, da una parte, capolavori come Passaggio a Nord Ovest di K. Vidor del 1940, o il recente Revenant di A. Inarritu del 2015, né, dall’altra parte, capolavori come Vera Cruz di R. Aldrich del 1954, o Il Mucchio Selvaggio di S. Peckinpah del 1969, tanto per citarne alcuni. Inutile entrare nella questione, ogni appassionato resterà della sua convinzione. In senso lato, un po’ per provocazione, un po’ per ricondurre tutto a delle categorie filmiche, potremmo dire che The Nightingale dell’australiana Jennifer Kent, che ne è anche sceneggiatrice e produttrice, è il terzo film western visto qui alla Mostra. La storia non si svolge nelle praterie o fra le Montagne Rocciose del Nord America ma nell’outbush e fra le montagne della Tasmania, ma l’epoca, i personaggi, l’evoluzione del plot e la storia sono sempre gli stessi.

Siamo nella prima metà del 1800, lei è una giovane e coraggiosa ex galeotta irlandese che avuto uccisi il marito, anch’egli ex galeotto, e la figlioletta in fasce, per colpa di un gruppo di ufficiali inglesi che, non paghi, l’hanno pure violentata, decide di abbandonare la piccola fattoria, inseguire il gruppo verso il Nord per farsi giustizia da sola, avvalendosi di un aborigeno assoldato come guida per seguire le tracce del gruppo. La Tasmania era all’epoca, con l’Australia, una selvaggia colonia britannica popolata solo da galeotti ed ex galeotti sottoposti ad attento controllo dell’esercito inglese che contemporaneamente contribuiva alla strage dei nativi che tentavano di ribellarsi. In Tasmania il genocidio ha purtroppo avuto luogo, e l’ultimo aborigeno tasmaniano è morto nel 1886! Sottostante alla storia di superficie: inseguimento, vendetta personale, natura selvaggia, il vero tema del film, anche in questo caso come in tanti recenti western americani, è la perdita dell’identità, della libertà, della propria terra e della propria dignità da parte dei nativi Tasmaniani davanti all’avanzata ed al moltiplicarsi dei coloni britannici protetti dalle loro “giubbe rosse”. Man mano che il viaggio procede, la guida indigena da semplice e necessario “cane da pista”, diviene un essere umano, poi un proprio simile cui riconoscere pari capacità di soffrire, dignità, valori e sentimenti verso i propri morti e verso la propria terra.

Una storia dunque di violenza, di violenza verso le donne, di vendetta e di libertà, una storia tanto antica quanto moderna ed attuale al di là della sua ambientazione. La regista e gli interpreti, pur non essendo particolarmente famosi al di fuori del contesto cinematografico australiano, operano con apprezzabile professionalità, ben inseriti nei loro ruoli. Certo il ritmo e la durata del film sono legati alla logica stessa dell’inseguimento e del maturarsi dei cambiamenti emotivi, indubbiamente una maggiore incisività ed un ritmo più incalzante avrebbe giovato, ma ormai, e qui a Venezia si è provato con mano, un film non può più essere ricondotto nell’ambito dei classici 90’. La pellicola resta comunque interessante, apprezzabile e soddisfacente nel suo genere.

data di pubblicazione:06/09/2018








CARMINE STREET GUITARS di Ron Mann Canada, 2018

CARMINE STREET GUITARS di Ron Mann Canada, 2018

All’incrocio tra Carmine Street con Bleecher Street, nel cuore di un Greenwich Village, sempre più turistico, sopravvive una piccola bottega artigiana, a prima vista un negozio di chitarre, che ci racconta piccole storie e amore per la musica.  É il  Carmine Street Guitars  gestito dal 1990 da un dolce artigiano, che realizza casse e manici dei suoi pezzi  unici con legname antico,  che lui chiama “le ossa di New York”, recuperato da edifici dismessi della città: alberghi, bar, persino chiese. Ron Mann, il regista,”entra” per cinque giorni nella vita del negozio di Rick Kelly, ricco di aneddoti, personaggi e tante chitarre.

 

Se già una fabbrica di chitarre tra le più famose nel mondo, pensate alla Gibson o alla  Fender, è quasi un laboratorio artigianale, seppure organizzato a modo di catena di montaggio per adeguarlo a grandi produzioni (la sola Gibson a Nashville realizza seimila chitarre all’anno), immaginate cosa possa essere la piccola impresa di Rick Kelly e della sua giovane e biondissima assistente Cindy Hulej, nei 300 metri quadri di Carmine street! Si tratta di una bottega laboratorio, gestita da sole tre persone: Rick e Cindy, già menzionati e la vecchia e arzilla “mom” di Rick, telefonista e contabile, dove regna sovrano un apparente disordine. In quello spazio, si realizzano pezzi unici  di bellissime chitarre per musicisti, ma anche si riparano o ritoccano o modificano  quelle degli affezionati clienti. E che clienti..! Nei cinque giorni, ripresi senza fronzoli velleitari dalla cinepresa del regista, si alternano alcuni dei migliori chitarristi della scena  rock, jazz e country, contemporanea, oltre ad  appassionati più o meno famosi. Non potendoli ricordare tutti, vediamo presentarsi nel negozio, Bill Frisell e Marc Ribot che ci deliziano, provando i raffinati strumenti o chiacchierando amabilmente di legni o di un Village che va scomparendo, Christine Bougie (Bahamas) che non si limita a provare una chitarra , ma canta  una dolce ballata, come pure Eleanor Friedberger. Ancora, fra gli altri, si affacciano Nels Cline che vuol regalare una chitarra speciale al leader della sua band (Wilco), Jeff Tweedy che ha perso da poco il padre (e prenderà la preziosa Mc Sorley,  appena realizzata da Rick col legno datato 1854 della più antica birreria di New York), Charlie Sexton della band di Dylan e Jaime Hince dei Kills. Interessante è il dialogo con Jim Jarmush (che ha prodotto il docufilm), cui molto deve lo stesso Rick in quanto fu il regista, anni prima, a regalargli i primi  preziosi legni antichi che diedero l’idea del laboratorio.

Inutile dilungarsi: il film è un susseguirsi di chiacchiere intelligenti (sul perché Rick ama le Fender, sulle qualità del palissandro, sulla speculazione edilizia al Village), di test su chitarre, di musica acustica o elettrica ad alto livello, di tante cose che rendono questo piccolo documentario una chicca imperdibile per appassionati e non.

Al regista Ron Mann, canadese autore eclettico che passa con grande disinvoltura dal Jaz (Imagine the Sound), ai fumetti, (Comic Book Confidential), va il merito non da poco di aver saputo rappresentare al meglio, in un’ora e mezzo, questa piccola oasi di sogni e semplici  emozioni al centro della città, culla del più sfrenato consumismo. Non sappiamo quante possibilità avremo di vedere questo piccolo gioiello sugli schermi delle nostre città (la miopia e l’inerzia dei distributori nostrani è  notoria), ma se così non fosse cercate di  non perderlo: ne vale assolutamente la pena!

data di pubblicazione:06/09/2018








22 JULY di Paul Greengrass, 2018

22 JULY di Paul Greengrass, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Il 22 luglio 2011 l’estremista di destra Anders Behring Breivik in un duplice attentato in Norvegia uccide 77 persone innocenti. Il primo atto terroristico con una autobomba in piena Oslo davanti al palazzo del primo ministro, il secondo, circa due ore dopo, sull’isola di Utoya quando, travestito da poliziotto, spara su dei ragazzi inermi che partecipavano ad un campeggio estivo organizzato dal partito Laburista Norvegese. Praticamente il più cruento attacco criminale che il paese dovrà subire senza poter affrontare con la necessaria tempestività le conseguenze di un gesto folle, ideato da una mente folle con la lucidità e la determinazione che caratterizzano un’impresa terroristica di questa portata.

 

Il film di Paul Greengrass, regista inglese che ha portato sul grande schermo fiction di grande calibro nonché storie tratte da avvenimenti reali tra cui Bloody Sunday, con il quale nel 2002 vinse l’Orso d’Oro a Berlino, e Captain Phillips-Attacco in mare aperto con il quale nel 2013 ottiene 6 Nomination agli Oscar con Tom Hanks come protagonista. Il lavoro si basa sul libro della giornalista Asne Seierstad Uno di noi che raccoglie la diretta testimonianza di un superstite alla strage seguendo il suo racconto minuzioso prima e durante il processo contro il killer, quest’ultimo interpretato in maniera egregia dall’attore e musicista norvegese Anders Danielsen Lie. Non è la prima volta che la strage di Utoya viene presentata al cinema dal momento che nell’ultima edizione della Berlinale era stato proposto al pubblico U-July 22 del regista Erik Poppe, 72 terribili minuti di piano sequenza cadenzati dai colpi di fucile con cui il terrorista dava la caccia ai fuggitivi. I due film quindi affrontano lo stesso soggetto ma da due angolazioni completamente differenti. Mentre nel film di Poppe lo spettatore condivide con i protagonisti quei momenti di terrore lasciandosi coinvolgere emotivamente vivendo quasi insieme alle vittime ogni istante della strage, mentre la figura del terrorista si intravede appena in un fotogramma, 22 July di Paul Greengrass, presentato in concorso a Venezia, pone in risalto la personalità di colui che organizza l’attentato e soprattutto esamina le motivazioni politiche che lo hanno spinto a organizzare la carneficina. Greengrass stesso afferma che, partendo dall’idea che le vicende del mondo vanno osservate con coraggio per poterle meglio affrontare, con il suo lavoro intende raccontare di quei fatti che sconvolsero l’intera opinione pubblica norvegese lasciando nei sopravvissuti ferite materiali e psicologiche inguaribili.

Tuttavia, al contrario del film di Poppe, decisamente adrenalinico, 22 July di Paul Greengrass pur essendo bene interpretato, soffre di momenti di pura retorica inducendo il pubblico ad abbandonarsi a minuti di noia nonostante si tratti di un action politico che di per sé dovrebbe essere alquanto movimentato.

data di pubblicazione:06/09/2018







VOX LUX di Brady Corbet, 2018

VOX LUX di Brady Corbet, 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Venezia 2018… documentari belli e strutturati come film d’autore e… film d’autore strutturati come documentari…È il bello della Mostra. Così può infatti apparire, a prima vista, Vox Lux di Brady Corbet. una pellicola inizialmente sgranata, una voce narrante (la splendida voce di W. Dafoe), macchina a mano, e poi la narrazione ripartita, dopo un prologo, in sezioni riferite agli anni presi in esame per le vicende narrate.

Il giovanissimo autore, l’americano B. Corbet, appena trentenne è già quasi un mostro sacro in quanto apprezzato talento sia come attore sia come regista fin dal suo primo esordio dietro alla macchina da presa con L’Infanzia del capo, premiato proprio qui a Venezia nella sezione Orizzonti nel 2015, e si concede autorialmente questo vezzo per affrontare senza inibizioni l’appuntamento con la sua opera seconda in concorso al Festival. L’avvio semidocumentaristico di cui dicevamo è infatti lo spunto per il regista per concentrarsi sugli ultimi venti anni, dal 1999 al 2017, illustrando gli eventi che hanno segnato definitivamente il nostro modo di vivere e pensare e che hanno inciso e modificato per sempre i comportamenti sociali e culturali del Mondo Occidentale in senso lato. Come ha dichiarato in conferenza stampa lo stesso regista: “il suo è un racconto sulla sindrome post-traumatica dell’Occidente, una riflessione sull’ansia collettiva che ci caratterizza ormai tutti… e… sull’intreccio fra cultura pop, spettacolo e violenza…”

Lo spunto narrativo interessante è la vicenda della giovane Celeste (Raffey Cassidy, da adolescente, e poi Natalie Portman, da adulta) sopravvissuta alle ferite riportate durante una strage nella scuola ove studiava e divenuta poi, quasi inconsapevolmente, una pop singer conosciuta ed idolatrata in tutto il mondo, aiutata dalla sorella (Stacy Martin) che, in effetti è la vera autrice dei testi e delle musiche. Metaforicamente, come la nostra Società anche Celeste subisce una trasformazione, e da dolce, ingenua, pulita e sincera ragazza la ritroviamo, passato un decennio, ormai divenuta una donna cinica, dura, indifferente ed egoista, una star violenta, irrispettosa e priva di affetto per la figlia e preoccupata solo per la sua carriera, un essere privo di riconoscenza anche verso la sorella che sempre l’ha sostenuta in tutte le sue vicende umane ed artistiche. Celeste è, secondo il regista, tutta la nostra Società che, persa ormai definitivamente la propria innocenza, in una sorta di sindrome post trauma, vive ormai cinicamente in un alternarsi umorale con la dura realtà che è costretta ad affrontare. Due anni dopo Jackie e lo splendido Il cigno nero del 2008, torna sugli schermi di Venezia una bravissima ed autorevole N. Portman nei panni di Celeste allorché è divenuta ormai una Star tanto brava, quanto disperata e sgradevole. Nel film l’attrice canta e balla su musiche composte da una cantante pop australiana e si conferma splendida interprete sia nella recitazione sia nelle parti coreografiche, con lei anche un buon Jude Law nel ruolo del suo agente. Sembra tutto perfetto, ottimo regista, ottimi interpreti, ottimi coprotagonisti, soggetto interessante… ma … ma il risultato è un film discontinuo. Sembra che qualcosa si sia perso strada facendo. L’opera è bella, ben recitata, ben diretta, ma è come priva di anima e vita, manca una vera passione ed il risultato sembra quasi didascalico…”ecco quel che volevamo rappresentare…”. Anche questo film quindi è un film di un valido autore, ma proprio per questo non basta essere “più che sufficienti”, ci si aspettava decisamente qualcosa di più.

data di pubblicazione:05/09/2018







WERK OHNE AUTOR di Florian Henckel von Donnersmarck , 2018

WERK OHNE AUTOR di Florian Henckel von Donnersmarck , 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Sin da bambino Kurt Barnert aveva deciso che nella sua vita si sarebbe occupato solo di arte, ed in particolare della pittura, anche se il suo primo impatto con essa fu visitando una mostra a Dresda di pittori contemporanei. I lavori esposti saranno poi definiti dal nascente nazionalsocialismo come “Arte Degenerata” in quanto considerata frutto di menti malate che distorcevano i principi stessi dell’opera classica a vantaggio di idee riprovevoli e fuorvianti. Il film è il percorso artistico di Kurt Barnert, che lo vede attraversare diverse fasi: dapprima al servizio dell’ideologia comunista dopo la caduta del nazismo, successivamente a contatto con le avanguardie postmoderne, fino ad approdare alla maniera espressiva a lui più consona che consistette nel rappresentare ciò che in quel momento della sua vita considerava di più autentico.

Il film presentato oggi in concorso a Venezia vuole esplorare su cosa spinge l’uomo a ricercare la propria identità artistica, e lo fa essenzialmente attraverso la storia d’amore dei suoi protagonisti Kurt (Tom Schilling) e Ellie (Paula Beer) e il percorso di formazione che li legherà indissolubilmente per tutta la vita; sullo sfondo inizialmente le crudeltà del nazismo, con le sue aberrazioni che non sembrano aver fine anche molti anni dopo, quando tutto sembra oramai sepolto dai nuovi slanci di democrazia. A tutto questo sopravvive l’arte che di per sé racchiude uno dei più grandi enigmi dell’umanità dal momento che sfugge a qualsiasi formula precostituita e nello stesso tempo però riesce sempre a suscitare in chi ne fruisce emozioni uniche ed indescrivibili.

Il film ripercorre una parte della storia tedesca, dalla guerra alla distruzione post nazista, alla ricostruzione, fino ad arrivare alla Repubblica Democratica Tedesca e alle sue fanatiche ideologie di stampo sovietico. In questo contesto si innesta la storia d’amore di due giovani che sembrano non aver paura di quello che si sviluppa intorno a loro, soprattutto delle esecrabili azioni del padre della ragazza privo di qualsiasi scrupolo verso tutti, persino verso la sua stessa figlia pur di difendere l’idea perversa della purezza della razza.

I 188 minuti di proiezione, questa è la durata del film, scorrono in un attimo tanto appassionante è la storia e tanta è la bravura degli attori. Tra questi Sebastian Koch, nella parte del cinico Professor Carl Seeband, già presente tra l’altro nel film Le Vite degli Altri, opera prima del regista Florian Henckel von Donnersmarck del 2006 premiato agli Oscar come miglior film straniero e che ottenne anche tre European Film Awards, sette German Film Awards, il BAFTA e il David di Donatello. La fotografia è curata da Caleb Deschanel, più volte nominato agli Oscar, che ha recentemente diretto alcune puntate della serie TV Twin Peaks.

Nella stesura della sceneggiatura il regista ha trovato ispirazione nell’opera di Gerhard Richter, dal quale ha appreso quanto basta per portare sullo schermo l’idea del potere universale dell’arte, dal momento che ogni opera che si rispetti non ha bisogno del suo autore ma appartiene a tutti senza identificarsi con il soggetto specifico che l’ha creata.

Il pubblico in sala ha manifestato entusiasmo e, secondo chi scrive, non ci sarebbe da meravigliarsi se Werk ohne Autor vincesse il Leone.

data di pubblicazione:05/09/2018








AT ETERNITY’S GATE (ALLE PORTE DELL’ETERNITÀ) di Julian Schnabel, Venezia 2018

AT ETERNITY’S GATE (ALLE PORTE DELL’ETERNITÀ) di Julian Schnabel, Venezia 2018

(75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

“Dio è natura, e la natura è bellezza” in queste parole pronunciate da Van Gogh (W. Dafoe) è riassunto tutto il significato e la vera chiave di lettura con cui il cinquantenne e talentuoso regista americano J. Schnabel ha inteso rappresentare il rapporto con la natura del pittore olandese negli ultimi tormentati ma anche fruttuosi anni della sua vita. Anni spesi tutti fra le campagne di Arles nel sud della Francia, alla ricerca ossessiva della giusta luce e del giusto sole per i suoi paesaggi, fra gli incontri scontri con Gaugin e fra continui ricoveri e dimissioni dal nosocomio di Saint Remy.

 

Schnabel si è affermato giovanissimo con un film su un altro pittore maledetto, Basquiat nel 1998, ha poi vinto ai festival di Venezia e di Cannes fino all’Oscar come migliore regista nel 2008 con il suo Lo scafandro e la farfalla. Appassionato ed apprezzato pittore oltre che regista, l’autore ci racconta, con cognizione di causa e dichiarata empatia, tutte le difficoltà dell’essere pittore, del dipingere la Natura, la ricerca dell’attimo di follia sottostante l’esplodere della scintilla creativa/artistica. Come da sua dichiarazione resa durante il Festival, il suo intento era proprio di centrare il suo racconto sul “significato e sul tormento dell’essere artista”. Il film può quindi essere tutto qui, non siamo però davanti ad un classico biopic, anzi siamo ben lontani, forse anche per qualità, da quelli che lo hanno preceduto: Brama di vincere del 1956 di V. Minnelli, con un indimenticabile K.Douglas, e dal più recente Vincent e Theo del 1998 di R. Altman, e poi ovviamente, lontanissimi dalle tante produzioni più o meno divulgative od artistiche sul pittore olandese che unitamente al nostro Caravaggio, per drammaticità delle loro vite, per l’eccezionalità della loro Arte e per l’amore degli appassionati, condivide il record di essere al centro di innumerevoli documentari o fiction in tutto il mondo.

È quindi proprio e solo sulla vicenda dell’essere artista di Van Gogh che si sofferma il regista cercando di renderci con passione e partecipazione gli aneliti della sua anima, la sua sensibilità, l’affannosa ricerca creativa, la complessità ed il tormento della sua fragile personalità. Schnabel si fa però prendere proprio da questa sua passione, da questa sua empatia, tenta di trasmetterci quanto prova l’artista, ed ecco allora che la macchina da presa viene volutamente usata quasi come un pennello, quasi a voler restituire allo spettatore la follia visionaria del pittore. Abbondano quindi primi piani prolungati, ci sono inquadrature sfuocate, dissolvenze, camera a mano che accompagna l’artista nel suo camminare, quasi pellegrino, fra le campagne ed i boschi alla ricerca dell’attimo e dell’apparizione del Paesaggio, dell’Infinito e dell’Eternità. Ne risulta così, a tratti, quasi danneggiata anche l’intensa e vibrante interpretazione di W. Dafoe, supportato da un pregevole cameo di una splendida E. Seigner. Purtroppo questo eccesso di mentalismo e le contraddizioni di cui sopra rallentano ed appesantiscono il giusto ritmo del film ed incidono fin troppo sul modo di raccontare, riducendo brio ed incisività. Dunque, uno Schnabel sempre autoriale e buono, ma molto lontano dalle eccellenze cui ci eravamo un po’ abituati.

data di pubblicazione:04/09/2018