TUTTI IN PIEDI di Fanck Dubosc, 2018

TUTTI IN PIEDI di Fanck Dubosc, 2018

Preceduto dall’eco del grande successo ottenuto nei mesi scorsi nelle sale francesi, arriva ora da noi Tutti in piedi, l’esordio dietro la macchina da presa di F. Dubosc già apprezzato oltr’Alpe come attore e sceneggiatore di grido. Per il suo debutto come regista l’autore sceglie un tema che non può non farci subito pensare a Quasi Amici, riuscendo, come il duo Nakache e Toledano, ad affrontare, con abilità, nei toni classici della Commedia, e con il giusto grado di delicatezza, di tenerezza ed anche di scherzosità, un tema non certamente facile quale l’incontro con l’handicap.

 

Jocelyn (F. Dubosc) imprenditore di successo, bugiardo e seduttore cronico, profitta di un malinteso per cercare di conquistare la nuova vicina di casa facendole credere di essere costretto su una sedia a rotelle. La ragazza gli presenta però sua sorella Florence (Alexandra Lamy) che è realmente disabile motoria a seguito di un incidente. Come nei migliori classici, Jocelyn si ritrova inevitabilmente preso nei lacci dell’Amore e del suo stesso inganno.

Come dicevamo, siamo proprio nei canoni classici, letterari, teatrali e cinematografici della Commedia: due personaggi, apparentemente totalmente diversi fra loro, si incontrano grazie ad un equivoco o ad una disabilità di uno di loro, per arrivare poi a stimarsi o ad amarsi e successivamente riuscire insieme a far fronte alla Realtà. Un soggetto molto delicato che però Dubosc, regista, sceneggiatore, autore anche dei dialoghi oltre che attore, riesce a trattare con eleganza e tenerezza, senza alcuna condiscendenza, mantenendo sempre i toni brillanti, con una messa in scena ricca di sorprese e con un ritmo costante. Il regista riesce infatti a giocare con i sentimenti dello spettatore senza tradirli e passa abilmente dal riso alle lacrime ed al sorriso grazie alla vivacità delle situazioni attentamente elaborate ed ai dialoghi perfettamente cesellati, trovando sempre il giusto tono anche nel susseguirsi delle varie gag , in un equilibrio perfetto fra commedia e dramma, senza mai cadere nella facile trappola del sentimentalismo o degli stereotipi cui il soggetto poteva indurre. Il successo del film è certamente dovuto anche ad un casting riuscitissimo. Gli attori sembrano divertirsi e ci divertono, una menzione speciale va fatta per la Lamy che è come un raggio di sole nel film e gli da vita quando appare sullo schermo. La sua espressività ci restituisce l’immagine di una donna bella che ha vissuto, riso, sofferto e riflettuto e che, nonostante l’incidente subìto, vuole e riesce ancora ad amare con un fascino emotivo tale da attrarre nell’anima e nel cuore chi pensava di vivere solo del proprio narcisismo. Altro punto di forza della Commedia, oltre ai dialoghi, sono in genere, anche i suoi personaggi secondari, ed infatti nel film, a fianco dei protagonisti, il regista si avvale di uno stuolo di secondi ruoli, tutti più che perfetti. Dunque, Tutti in piedi è, ancora una volta una gradevole, simpatica, elegante e romantica commedia. Una “commedia francese” di charme e bon-ton, in un mix equilibrato di momenti di humour e momenti di tenerezza. Un film che conferma che è possibile fare dei buoni film con dei buoni sentimenti. Film apprezzabili da ogni fascia di pubblico, se solo i nostri distributori avessero l’intelligenza di proporli in tutte le sale cinematografiche e non invece in circuiti limitati. Mi rifiuto infatti, tenacemente, di dover pensare che il nostro pubblico sia più ottuso od abbia meno gusto di quello francese, o, peggio ancora, il contrario.

data di pubblicazione:07/10/2018


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GIRL di Lukas Dhont, 2018

GIRL di Lukas Dhont, 2018

Lara è un adolescente androgino impegnato in un percorso che lo porterà a diventare una ragazza a tutti gli effetti. Il mondo che lo circonda, dalla famiglia alla scuola, è molto sincero nei suoi confronti e, senza pregiudizi o ammiccamenti di sorta, tutti lo vedono già al femminile. Con ferma determinazione, Lara decide di sottoporre il suo “scomodo” corpo alla rigida disciplina della danza con massacranti esercizi per realizzare, unitamente ad una appropriata cura ormonale per il cambio di sesso, la sua massima aspirazione di diventare una ballerina.

 

Il ventisettenne cineasta belga Lukas Dhont, qui alla sua opera prima, dopo aver ricevuto ampi riconoscimenti a Cannes insieme al protagonista Victor Polster, è oramai sulla strada verso Hollywood visto che Girl rappresenterà il Belgio ai prossimi Oscar 2019 come miglior film straniero. Merito del regista è quello di aver regalato agli spettatori una storia particolare, molto diversa da quelle così spesso rappresentate sul tema della disforia di genere, nelle quali principalmente si è parlato della sofferenza psicologica di un individuo alla scoperta di una propria identità sessuale e, quasi sempre, in contrasto con un atteggiamento sociale a lui apertamente ostile. Lara infatti, pur ancora fisicamente vincolata al genere maschile, è vista oramai da tutti come una ragazza e come tale si comporta in tutte le situazioni. Qui non ci troviamo di fronte alla tolleranza di una società, sicuramente più evoluta di quella italiana, ma si va oltre in quanto tutti considerano Lara non solo come vuole essere considerata, ma lo fanno senza alcun tabù. L’originalità del film è quella di farci entrare all’interno di quel corpo per condividerne anche i turbamenti adolescenziali, alla ricerca di un duplice posizionamento: sociale e sessuale. Lara, contrariamente a molti giovani della sua età, sa perfettamente dove vuole arrivare ma la sua età non le concede i tempi giusti, prefiggendosi di raggiungere gli obiettivi rapidamente, impaziente di attendere il periodo necessario per preparare il proprio corpo alla trasformazione finale. Un corpo che infatti fa resistenza e che sembra non volersi adattare con tempi così stretti da lei imposti. Fondamentale per il percorso è la figura paterna (Arieh Worthalter) di Lara, che assume nei suoi confronti un atteggiamento sempre attento, premuroso ma mai patetico, complice in questo lungo cammino verso il suo radicale cambiamento.

Mai una caduta di stile in entrambi i protagonisti, uniti in qualcosa di veramente grande ma che loro stessi affrontano con una semplicità a volte disarmante, punteggiata solo da attimi sporadici in cui prevale il puro senso del pudore. Attimi in cui ognuno cerca di guardarsi dentro per capire meglio cosa fare e soprattutto come farlo.

Film delicato e introspettivo, se vogliamo anche pieno di sofferenza, ma il tutto trattato con un rigore cinematografico ed una pulizia delle immagini, soprattutto nei lunghi primi piani, da cui emerge una professionalità da lasciare veramente sbalorditi.

data di pubblicazione:07/10/2018


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BLACKKKLANSMAN di Spike Lee, 2018

BLACKKKLANSMAN di Spike Lee, 2018

Ambientata negli anni a cavallo fra i sessanta e i settanta nella cittadina di Colorado Springs, la vicenda di Ron Stallworth è la storia vera di un giovane aspirante detective di colore che riuscì ad infiltrarsi con successo tra i membri del Ku Klux Klan con il supporto di un ufficiale di polizia ebreo.

 

Con un ardito paradosso si possono riscontrare nella cinematografia afro-americana sul razzismo gli stessi tratti della sinistra in politica, ovvero la tendenza a dividersi pur avendo in mente un fine comune. A sostegno della tesi, va il fatto che un regista come Spike Lee è stato più spesso applaudito dai bianchi statunitensi, ricevendo al contempo pesanti critiche dalla parte nera. “Il fardello dell’uomo bianco” è un vecchio problema e purtroppo non di ieri: le immagini finali del film, tratte da filmati originali girati a Charlotte l’estate del 2017, mostrano il raduno di nazisti e suprematisti bianchi che sfilano indisturbati con il reale commento di Donald Trump che ipocritamente ridimensiona il fenomeno. Ecco allora che, con il richiamo all’attualità, Spike Lee salda il passato dell’intrigante racconto con il presente che deve fare ancora i conti con un razzismo sempre vivo nel suo paese e non solo… Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes (Premio Speciale della Giuria), il film di Lee, non il primo sul tema (ricordo La Setta dei Tre K del 1951, quasi dimenticato, ma anche Mississippi Burning o il più recente Jasper Texas, la città dell’odio, solo per citarne alcuni) è il riuscito spaccato degli anni in cui c’era già stato Martin Luther King, l’omicidio dei Kennedy, le Black Panthers e un capo dell’FBI omofobo e razzista come Edgar Hoover. E Lee sceglie Colorado Springs, distante da Selma, Montgomery, Atlanta, dunque dagli stati più coinvolti nei fatti legati alla segregazione razziale, per ambientare a suo modo un film (la storia incredibile ma vera dell’agente nero che contatta al telefono un capo del Klan e del suo amico, detective bianco che realmente partecipa, sotto copertura alle riunioni del KKK, riuscendo a far arrestare i razzisti della zona) che è thriller, ma anche denuncia, che indigna, ma sa strappare risate, che fa riflettere ma sa farsi ammirare per il montaggio e le musiche, che ha, inoltre, negli interpreti (John David Washington,f iglio di Danzel e Adam Driver) un’altra riuscita freccia al suo arco. Con il suo talento al vetriolo Spike Lee confeziona un’analisi reale e visionaria allo stesso tempo scegliendo, volutamente toni non aspri, per riportare alla luce un tema drammatico e tristemente ancora attuale per quello che può dirsi uno dei suoi film più riusciti.

data di pubblicazione:07/10/2018


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QUALCOSA di Chiara Gamberale, regia di Roberto Piana

QUALCOSA di Chiara Gamberale, regia di Roberto Piana

(Piccolo Eliseo – Roma, 5/7 ottobre 2018)

Fin dalla nascita la principessa Qualcosa di Troppo manifesta di essere esagerata in tutto, dall’urlo emesso al posto del primo vagito, al parlare troppo, al volere tutto e troppo sempre e comunque. Ma un giorno il dolore per una perdita importante le provoca un grosso buco nel cuore. Inizia a vagare per il regno, disperata perché non sentiva più niente … e il Cavalier Niente, sentitosi chiamare, sarà colui che l’aiuterà a capire come prendersi cura del suo spazio vuoto.

 

 

Tutto esaurito ieri sera per lo spettacolo/reading inserito nel calendario del Prologo di Stagione del Piccolo Eliseo e tratto da Qualcosa, il romanzo scritto da Chiara Gamberale e illustrato da Tuono Pettinato, tanto che il teatro ha dovuto aggiungere una replica straordinaria domenica pomeriggio alle 16:00. Grande partecipazione di pubblico richiamato sicuramente dal successo del libro che, appena uscito un anno fa, ha ottenuto da subito il favore dei lettori e della critica.

Il racconto veste i panni di una favola morale tutta moderna, perché contemporanei sono i riferimenti a cui il testo rimanda, ed è rivolta a un pubblico adulto. È facile immedesimarsi con la principessa Qualcosa di Troppo, perché rispecchia e vive in pieno un dramma che può colpire tutti: fare i conti con il dolore che causa un vuoto esistenziale dentro di noi.

Grazie al Cavalier Niente la principessa scopre di avere questo vuoto: lo scopo immediato allora è provare a riempirlo. Ma quale errore il fare fare fare troppo e il ricercare negli altri la soluzione ai nostri problemi, questo ci allontana solo dalla verità che sta nello scoprire invece, con innocente stupore, che la bellezza è dentro ognuno di noi ed è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura. Perché affannarsi allora nella ricerca di qualcosa che è un di più?

Ecco allora che avviene la trasformazione: il troppo scompare e la principessa rimane con il suo vero nome … Qualcosa.

Lo spettacolo nel suo complesso ha ricalcato il libro, ovviamente con i dovuti tagli alla storia e ai personaggi. Necessario è stato dare spazio alla proiezione delle divertenti illustrazioni realizzate da Tuono Pettinato in quanto parte integrante della storia; brillante invece affidare alla stessa Chiara Gamberale il ruolo della principessa e alla voce di Luciana Littizzetto quello di narratrice. Bravo e ben azzeccato Fausto Sciarappa nel ruolo del Cavalier Niente e infine direi eccezionale Marcello Spinetta, che ha ricoperto tutti gli altri numerosi personaggi meritandosi l’applauso e le risate del pubblico.

Vi consigliamo certamente di andare a vedere lo spettacolo e se i biglietti dovessero essere terminati, leggete comunque il libro.

data di pubblicazione:07/10/2018


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OPERA SENZA AUTORE di Florian Henckel von Donnersmarck , 2018

OPERA SENZA AUTORE di Florian Henckel von Donnersmarck , 2018

Sin da bambino Kurt Barnert aveva deciso che nella sua vita si sarebbe occupato solo di arte, ed in particolare della pittura, anche se il suo primo impatto con essa fu visitando una mostra a Dresda di pittori contemporanei. I lavori esposti saranno poi definiti dal nascente nazionalsocialismo come “Arte Degenerata” in quanto considerata frutto di menti malate che distorcevano i principi stessi dell’opera classica a vantaggio di idee riprovevoli e fuorvianti. Il film è il percorso artistico di Kurt Barnert, che lo vede attraversare diverse fasi: dapprima al servizio dell’ideologia comunista dopo la caduta del nazismo, successivamente a contatto con le avanguardie postmoderne, fino ad approdare alla maniera espressiva a lui più consona che consistette nel rappresentare ciò che in quel momento della sua vita considerava di più autentico.

Il film presentato in concorso a Venezia nell’ultima edizione della Biennale del Cinema, vuole esplorare su cosa spinge l’uomo a ricercare la propria identità artistica, e lo fa essenzialmente attraverso la storia d’amore dei suoi protagonisti Kurt (Tom Schilling) e Ellie (Paula Beer) e il percorso di formazione che li legherà indissolubilmente per tutta la vita. Sullo sfondo inizialmente le crudeltà del nazismo, con le sue aberrazioni che non sembrano aver fine anche molti anni dopo, quando tutto sembra oramai sepolto dai nuovi slanci di democrazia. A tutto questo sopravvive l’arte che di per sé racchiude uno dei più grandi enigmi dell’umanità dal momento che sfugge a qualsiasi formula precostituita e nello stesso tempo però riesce sempre a suscitare in chi ne fruisce emozioni uniche ed indescrivibili.

Il film ripercorre una parte della storia tedesca, dalla guerra alla distruzione post nazista, alla ricostruzione, fino ad arrivare alla Repubblica Democratica Tedesca e alle sue fanatiche ideologie di stampo sovietico. In questo contesto si innesta la storia d’amore di due giovani che sembrano non aver paura di quello che si sviluppa intorno a loro, soprattutto delle esecrabili azioni del padre della ragazza privo di qualsiasi scrupolo verso tutti, persino verso la sua stessa figlia pur di difendere l’idea perversa della purezza della razza.

I 188 minuti di proiezione, questa è la durata del film, scorrono in un attimo tanto appassionante è la storia e tanta è la bravura degli attori. Tra questi Sebastian Koch, nella parte del cinico Professor Carl Seeband, già presente tra l’altro nel film Le Vite degli Altri, opera prima del regista Florian Henckel von Donnersmarck del 2006 premiato agli Oscar come miglior film straniero e che ottenne anche tre European Film Awards, sette German Film Awards, il BAFTA e il David di Donatello. La fotografia è curata da Caleb Deschanel, più volte nominato agli Oscar, che ha recentemente diretto alcune puntate della serie TV Twin Peaks.

Nella stesura della sceneggiatura il regista ha trovato ispirazione nell’opera di Gerhard Richter, dal quale ha appreso quanto basta per portare sullo schermo l’idea del potere universale dell’arte, dal momento che ogni opera che si rispetti non ha bisogno del suo autore ma appartiene a tutti senza identificarsi con il soggetto specifico che l’ha creata.

A Venezia durante la proiezione il pubblico ha manifestato entusiasmo mentre la critica ha accolto il film con un leggero ingiustificato distacco. Attendiamo i risultati in sala.

data di pubblicazione:05/10/2018


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IPERCONNESSI di Jean M. Twenge- Einaudi Stile Libero Extra, 2018

IPERCONNESSI di Jean M. Twenge- Einaudi Stile Libero Extra, 2018

Il flash back più eloquente sulla società contemporanea è quello di una coppia muta che non si parla, ognuno dei due suoi componenti intenti a scrutare uno smartphone la cui diffusione esponenziale negli ultimi anni ha creato varie forme di dipendenze. L’autrice, riferendosi al particolare contesto della società nordamericana, dove quest’aspetto è ancora più sviluppato, una vera e propria pandemia, si rivolge soprattutto all’universo degli adolescenti per smontare il teorema che l’uso delle tecnologie sia rivolto in direzione del progresso. In realtà dall’esame sociologico sul campo emerge che questa dipendenza dall’oggetto meccanico non crea maggiore indipendenza negli adolescenti. Se ne ricava la fotografia su un compartimento chiuso e immobilizzato, in scarso contatto con la realtà, lontano da pratiche sportive e da una precoce reale autonomia dalle famiglie. Come se questo uso prolungato nel tempo dilatasse i tempi dell’adolescenza e ritardasse il consapevole ingresso nella società adulta, con annessi e connessi: il titolo di studio, la guida di un’autovettura con la conquista della patente, un fidanzamento, un lavoro stabile, il matrimonio, un domicilio proprio. L’infantilismo degli adolescenti è l’interfaccia dell’infantilismo degli adulti che non aiutano la consapevolezza dei propri figli e non ne assecondano l’affrancamento dalla famiglia. Del resto se uno studio canadese conferma come computer, smartphone e televisioni frenino lo sviluppo cognitivo, non c’è da stupirsi di fronte a una tragica constatazione: due ore quotidiane davanti a uno schermo, qualunque esso sia, danneggiano il cervello dei bambini. Un altro studioso- Kinnock- ha messo in statistica i contatti quotidiani di un americano medio con lo smartphone. Gli impulsi ricevuti nel corso della giornata sono quasi 3.000 e i controlli del mezzo 76, risucchiando, attenzione, tempo, incentivando la compulsività e il multi-tasking, pericolosissimo se si sta guidando la macchina. In altre parole questa è la dipendenza più spaventosa del mainstream contemporaneo. Più dell’azzardo, del sesso, dell’alcool, dell’uso (e abuso) di droghe). E questo libro ci aiuta a rendercene conto.

data di pubblicazione:05/10/2018

UNA PASSIONE di Valentina Diana, regia di Vinicio Marchioni

UNA PASSIONE di Valentina Diana, regia di Vinicio Marchioni

(Piccolo Eliseo – Roma, 2/4 ottobre 2018)

In programma ormai già da settembre alcuni spettacoli che animano i diversi spazi di cui il teatro Eliseo dispone, dai foyer di platea e balconata fino al palcoscenico del Piccolo Eliseo, prologo a una grande stagione che festeggia i 100 anni del teatro. Inaugurato infatti nel 1918 e destinato inizialmente al divertimento della classe agiata romana con il genere dell’operetta, il teatro ben presto ospiterà sulle sue tavole la grande prosa, portata in scena da artisti del calibro di Totò, Anna Magnani, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, la Compagnia dei giovani e da registi come Patroni Griffi, Luchino Visconti o Gabriele Lavia solo per citare alcuni nomi. Nel corso del tempo ha sempre mantenuto l’attenzione rivolta verso il teatro tradizionale, non mancando mai di aggiungere in cartellone i grandi classici, ma dando spazio alla novità, alla sperimentazione e ai giovani, soprattutto questi ultimi sul palco del Piccolo Eliseo. Tradizione non interrotta neanche con Luca Barbareschi, sotto la cui direzione il teatro venne riaperto nel 2015 dopo un anno di chiusura. Una Passione rientra nel cartellone del Prologo di Stagione.

Arriva un attore con il suo bagaglio di parrucche e costumi pronto per andare in scena, ma il palco è vuoto, la replica è sospesa. Lui decide lo stesso di mettere in scena quello che ricorda dello spettacolo e allora viene fuori il racconto di una passione tutto personale, forse caotico, ma in fondo tutto vero per quanto è vera la vita.

 

Un sodalizio già sperimentato in altri lavori teatrali quello tra Marco Vergani e Vinicio Marchioni, che dimostra di essere efficace e funzionante anche nella rappresentazione di questo breve testo di Valentina Diana (presente in sala), che ha la durata e l’intensità di una carezza, ma tutta la forza e il sapore dell’autenticità.

Una verità raccontata da un uomo qualunque, una semplice comparsa che lavora in un grande spettacolo, il quale contrariamente alla ragione dei grandi personaggi, perché i grandi personaggi hanno sempre una ragione importante da far valere, mostra la sua verità innocente e piccola di guitto artista relegato all’interpretazione di ruoli minori, inconsapevolmente buffo, che di ragione ne ha solo una, la sua, giusta o sbagliata che sia, ma vera e palpitante come è l’attore che abbiamo davanti.

Attraverso il racconto completamente reinventato in chiave grottesca (ma mai blasfema) della passione di Cristo, la vita di questo unico attore rimasto in scena si mischia con quella dei personaggi che via via va interpretando, in un gioco perfetto di metateatro, forse già visto, ma comunque ben rappresentato; il suo racconto diventa metafora dell’esistenza di ognuno di noi, che siamo sì gente comune, ma che possediamo anche noi una ragione da far valere come tutti, perché anche la più piccola esistenza serve a far mandare avanti la storia.

Colonna sonora dello spettacolo “Vivere” di Enzo Jannacci, che chiarisce il senso di tutto e ci fa apparire più chiaro che non bisogna essere dei grandi eroi per godere di un dono immenso come la vita, poiché come recita la canzone bisogna “vivere senza malinconia … e ridere sempre così, giocando, ridere delle follie del mondo”.

Uno spettacolo che fa sorridere e a brevi tratti riflettere, ancora per questa sera in scena al Piccolo Eliseo.

data di pubblicazione:04/10/2018


Il nostro voto:

LA SCALA DI SETA di Gioachino Rossini – regia, scene e costumi di Primo Antonio Petris

LA SCALA DI SETA di Gioachino Rossini – regia, scene e costumi di Primo Antonio Petris

(Pan Opera Festival 2018 – Panicale, 28/30 settembre 2018)

Potrà sembrare una bizzarra stravaganza l’affermare che ancora oggi, per alcuni, Rossini equivale ad individuare quel bonario gourmand che ideò una speciale ricetta per il filetto o quel particolare omonimo aperitivo a base di prosecco e pesca. Per i più informati il nome Rossini rimanda invece al celebre compositore pesarese nato nel 1792 che, con le sua musica, seppe rinnovare il teatro musicale italiano di quell’epoca, oramai lontano dalla raffinata sensibilità settecentesca ma non ancora del tutto maturo per essere identificato come romantico. Tra la sua vasta produzione musicale, sulla quale non è il caso di soffermarsi, vanno comunque annoverate quelle composizioni di breve durata che, con un accompagnamento orchestrale ridotto all’essenziale, possono definirsi piccole farse comiche a carattere giocoso. Tra queste La scala di seta, risalente al periodo veneziano del compositore e datata 1812, il cui soggetto era stato tratto dall’opéra-comique L’échelle de soie che a sua volta derivava dal libretto di Sophie ou le mariage caché, in poche parole un remake di un remake, come potremmo intenderlo oggi con linguaggio cinematografico. Proprio quest’opera, in un atto, della durata di appena novanta minuti, è stata rappresentata a chiusura del Pan Opera Festival 2018 presso il Teatro Cesare Caporali di Panicale, deliziosa cittadina umbra nota agli appassionati d’arte per aver dato i natali a Masolino, da molti ritenuto il maestro del celeberrimo Masaccio, uno dei fondatori della pittura rinascimentale. Il festival è stato ideato dall’Associazione TéathronMusikè sotto la Direzione Artistica del basso baritono e regista Virgilio Bianconi, che anche in questa quarta edizione ha voluto presentare una proposta lirica di tutto rispetto.

Da rilevare che il teatro, per le sue ridottissime dimensioni, non viene per nulla preso in considerazione dagli Enti Pubblici, ma sopravvive per i moltissimi sostenitori privati e grazie agli stessi artisti che offrono la loro professionalità accontentandosi di cachet limitatissimi. La peculiarità di questa edizione è la celebrazione del 150° anno dalla morte di Rossini e quindi un’occasione da non perdere per far conoscere la personalità del celebre compositore e per la messa in scena de La scala di seta con la regia di Primo Antonio Petris, che ne ha curato in maniera del tutto originale anche le scene e i costumi. Molto buona la performance dei cantanti accompagnati dalla Pan Opera Festival Orchestra sotto la direzione di Patrick David Murray.

Una ragione in più per visitare la splendida Panicale e conoscere il suo teatro in miniatura di appena 150 posti, incluso la platea e i due ordini di palchi, una chicca per i melomani e per i curiosi in cerca di luoghi particolari da iscrivere nel proprio cahier de voyages.

data di pubblicazione:03/10/2018

ROMA EUROPA FESTIVAL Love Chapter II

ROMA EUROPA FESTIVAL Love Chapter II

(Teatro Argentina – Roma, 25/26 settembre 2018)

Già due anni avevano esultato tutti con lo spettacolo OCD Love, una ventata di amore e sensualità grazie allo splendido lavoro realizzato da Sharon Eyal, coreografa associata alla Batsheva Dance Company. Oggi gli stessi autori tornano con un naturale sequel: Love Chapter II.

La famosa artista, nativa di Gerusalemme, è uno dei tre elementi portanti della L-E-V Company (letteralmente cuore, in ebraico), insieme a Gai Behar animatore della vita notturna di Tel Aviv e il musicista, padre dei techno rave israeliani, Ori Lichtik.

In Love Chapter II, presentato il 25 e 26 settembre al Teatro Argentina,una scarica adrenalina ed emotiva avvolge i performer e coinvolge gli spettatori catturati dalla tech trance e dalla danza senza respiro, contratta ed elastica al tempo stesso, avvolgente e coinvolgente, che non conosce tregua,personale ed uguale, attraverso una interpretazione fisica devastante. Questa è l’arte portata in scena da Sharon Eyal, una danza forte, fatta di pura emotività e sentimento, che permette di esternare l’io più interiore e trasportarlo, attraverso suoni, luci e danze sul palcoscenico,capace di trasmettere un’energia dirompente e di fondere con eleganza musica elettronica, rigore coreografico e atmosferaglamour. Una pièce un po’ criptica sul rapporto amoroso che, tra dolcezza e violenza, pulsa vigore e dolore, regalando però bellezza e luminosità.

data di pubblicazione:01/10/2018

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO di GailHobeyman–Garzanti libri, 2018

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO di GailHobeyman–Garzanti libri, 2018

Ho preso in mano il libro incuriosita dal titolo, ma non sono riuscita ad andare molto avanti e l’ho lasciato sul comodino fino all’estate quando, dopo l’insistenza di una collega che lo aveva trovato imperdibile, l’ho ripreso e hoterminato di leggerlo.

La storia credo che sia ormai di dominio pubblico, visto il battage che ha avuto nei mesi estivi, e la notizia che ne verrà presto fatto un film. Eleanor Oliphant è una donna di poco meno di trent’anni che lavora come contabile in un’agenzia di graphic design; la sua vita ha una ripetitività maniacale, sempre gli stessi vestiti, gli stessi cibi, arriva sempre alla stessa ora in ufficio, la pausa pranzo da sola con un sandwich e il cruciverba del DailyTelegraph, il mercoledì sera riceve la telefonata della madre e tutti i venerdì sera compra due bottiglie di vodka. Gli ultimi nove compleanni, Natali e Capodanni li ha passati da sola in casa con la sua amica più intima,la piantina grassa di nome Polly, il massimo della trasgressione è la cotta adolescenziale che ha per un cantante di una rock band.

Anche il suo aspetto è ordinario, “Eccomi qui: Eleanor Oliphant. Capelli lunghi, lisci, castano chiaro, che mi scendono giù fino alla vita, pelle chiara, il volto un palinsesto di fuoco. Un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi. Orecchie: niente di eccezionale. Altezza più o meno nella media, peso approssimativamente nella media. Aspiro alla medietà…. Sono stata al centro di fin troppa attenzione in vita mia. Ignoratemi, passate oltre, non c’è nulla da vedere qui”.

Qualcosa nella vita di Eleanor inizia a cambiare quando stringe amicizia con Raymond, un collega di lavoro che riesce afare breccia nella sua solitudine e a scardinare alcune delle sue idiosincrasie grazie alla sua estrema gentilezza e al suo di starle vicino, senza giudicarla e cercando di addolcire i modi fin troppo diretti con cui Eleanor sipone verso gli altri. Con lui Eleanor inizierà a scardinare le sue abitudini, inizierà ad aprirsi agli altri e riuscirà ad affrontare la realtà della sua vita che, fino ad allora, aveva negato anche a se stessa.

Per buona parte del romanzo siamo attori e testimoni inermi dei pensieri e comportamenti vagamente borderline di Eleanor senza riuscire a capire le motivazioni che li scaturiscano e senza riuscire a sentirci a lei “vicini”; quando finalmente, nelle ultime pagine, ci viene svelato il drammatico passato di Eleanorpossiamostabilire un rapporto empatico con la protagonista, capiamo cosa abbia passato e il perché della sua vita solitaria e maniacale ma forse è ormai troppo tardi per farcela amare.

Un libro da leggere macerto non il libro dell’anno che alcuni hanno voluto far credere fosse.

data di pubblicazione:01/10/2018