da Antonio Jacolina | Ott 22, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Agosto 2000, il sottomarino nucleare russo Kursk affonda, a seguito di alcune esplosioni, nel mare di Barents. Solo 23 membri dell’equipaggio riescono a rifugiarsi nell’unico scompartimento stagno rimasto intatto. Mentre a bordo i marinai lottano per sopravvivere, a terra le loro famiglie lottano contro la cortina di silenzio che le autorità cercano di porre attorno all’incidente. Una corsa contro il tempo per salvarli fra le inefficienze dei soccorsi e le esitazioni politiche se accettare o meno gli aiuti internazionali.
Thomas Vinterberg, sceneggiatore e celebrato regista danese, ci propone un film che è agli antipodi della Carta Cinematografica Dogma 95 di cui egli stesso è stato uno dei cofondatori ma da cui si è ormai molto allontanato da anni, passando così da Festen fino al remake di Via dalla pazza folla. Siamo difatti ben lontani dai vincoli di verità e sinteticità imposti dal Movimento, siamo piuttosto nel filone tutto commerciale del drama-movie centrato su un evento catastrofico, nella ennesima riproposizione di una “storia vera” senza però avere la profondità analitica di un documentario. La pellicola traendo spunto dall’evento agisce infatti in assoluta libertà creativa ed inventiva nel generale contesto degli eventi reali di cui, fra l’altro, moltissimi sono gli enigmi ancora insoluti.
Il film si apre con una citazione de Il cacciatore e richiama ovviamente le varie atmosfere di U-Boot96 e di tanti film sui sommergibili, nel corso della narrazione l’attenzione si sposta però velocemente sul lato umano della tragedia, sui suoi effetti nelle azioni e nella psiche dei marinai intrappolati e nella vita dei loro familiari. L’occhio del regista si focalizza sul dolore, sulla perdita, sui valori della famiglia, della fratellanza, del mutuo sostegno, sulla vita e sulla morte. Il sottomarino e l’incidente sono come uno specchio che riflettono il dolore umano del vivere sotto l’assillo del Tempo che passa e l’effetto di forza consolatoria che riesce ad avere la solidarietà.
Il risultato di tale impegno è un lavoro intenso, ben costruito, egregiamente realizzato, con un ritmo coinvolgente. La messa in scena è sobria, priva degli artifizi rutilanti delle produzioni hollywoodiane ed il cast è un cast tutto europeo. Fra i tanti spiccano il talentuoso attore danese Matthias Schoenaerts nei panni di un ufficiale di bordo, la francese Léa Saydoux in quelli della sua combattiva moglie e Colin Firth un alto ufficiale della Marina Britannica.
Ciò non di meno, Kursk è un lavoro riuscito solo in parte. Il film, nonostante tutto l’impegno, perde infatti mordente proprio quando esce dal dramma claustrofobico chiuso nelle pareti dello scafo inabissato e va a seguire il dramma parallelo delle famiglie a terra. L’alchimia non funziona, i due piani narrativi sembrano quasi due diversi film, due diverse mano.
Pur con questo difetto il lavoro di Vinterberg resta comunque accettabile perchè sostenuto dal suo innegabile mestiere di regista. Un film accettabile ma convenzionale che pur pieno di buoni propositi e buoni sentimenti non suscita nessuna empatia o reazione da parte dello spettatore. Proprio da Vinterberg ci saremmo aspettato molto di più.
data di pubblicazione:22/10/2018

da Antonietta DelMastro | Ott 21, 2018
È la prima volta che leggo Guillaume Musso e devo dire che il libro mi è veramente piaciuto, un bel noir, un cold case ricco di suspense con un intreccio che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima pagina!
La storia si svolge su due binari temporali diversi, la location è quella di Cap d’Antibes nel prestigioso ed elitario liceo Saint-Exupéry, la nostra voce narrante è quella di Thomas Degalais, ex studente del liceo ora romanziere di successo trasferitosi negli USA, innamorato di Vinca Rockwell la ragazza più affascinante del liceo “… mi sono spesso interrogato sulla natura dell’ascendente che Vinca esercitava su di me, sulla vertigine fascinosa e dolorosa che mi apriva dentro, e ho sempre pensato all’effetto di una droga.”. Insieme a lui, personaggi fondamentali per il romanzo, saranno Maxime e Fanny.
I tre ex studenti e ottimi amici dei tempi del liceo si sono completamente persi di vista appena finita la scuola, ognuno di loro ha percorso strade diverse e ora si ritrovano in occasione della festa per i 50 anni del Saint-Exupéry; ma a riportarli in Costa Azzurra non è stata la nostalgia per gli anni passati insieme ma i misteri che avvolgono la scomparsa, 25 anni prima, di Vinca Rockwell e del suo professore di filosofia, Alexis Clement, del quale tutti la ritenevano l’amante. I segreti che avvolgono queste sparizioni, che legano indissolubilmente i tre ex compagni di scuola, stanno per crollare come le pareti della loro vecchia palestra ed è questo il motivo che li ha riportati, dopo così tanto tempo, al Saint-Ex, questo e le minacce anonime che sono arrivate loro.
Benché tutta la storia si svolga in pochi chilometri quadrati insieme a Vinca, Thomas, Maxime e Fanny troviamo molti altri personaggi di cui Musso tratteggia magistralmente psicologia e sentimenti, le descrizioni “fisiche” di ognuno di loro sono tali da riuscire a “vederli” mentre si muovono all’interno della storia, le descrizioni degli incantevoli luoghi in cui si dipana la storia sono veramente mozzafiato “il percorso angusto ma lastricato, a picco sulle falesie. L’aria era pura e tonificante. Il mistral aveva spazzato via le nuvole e il cielo era disseminato di stelle. Dai bastioni della città vecchia alla baia di Nizza, passando per le montagne retrostanti, si godeva di una vista mozzafiato.”
Assolutamente da leggere.
data di pubblicazione:21/10/2018
da Maria Letizia Panerai | Ott 21, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Una romantica storia d’amore che diviene struggente perché conosce la tristezza della separazione e che, invece di spegnersi, si autoalimenta. E così l’amore diviene strumento per difendersi dalle ingiustizie e dal dolore, quell’amore che rende forti se viene instillato sin da bambini, come cura per affrontare le brutture del mondo.
Se la strada potesse parlare di James Baldwin è il romanzo da cui Barry Jenkins ha tratto ispirazione per il suo ultimo film, che riesce a mescolare, fedele al racconto, romanticismo e tristezza, melanconia e dolcezza, rabbia e dolore. “Beale Street è una strada di New Orleans, dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato a Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana, sia esso a Jackson, in Mississippi, o a New York. Beale Street è la nostra eredità. Questo romanzo parla dell’impossibilità e della possibilità, della necessità assoluta, per dare espressione a questo lascito…”
Siamo nel quartiere di Harlem a Manhattan negli anni ’70. Tish ha appena diciannove anni ed ama profondamente Alonzo, detto Fonny, che ne ha ventidue: i due sono cresciuti insieme e sono dunque inseparabili sin dalla tenera età e, seppur giovanissimi, il loro è un amore profondo. I genitori di lei ne sono perfettamente consapevoli, forse perché anche loro si amano ancora molto, mentre quelli di Fonny, in continuo litigio tra loro, non vedono di buon occhio la ragazza. Queste diverse vedute non impediscono alla coppia di progettare un futuro insieme e l’improvvisa gravidanza di Tish consolida quel legame già così stretto. Ma i loro romantici progetti di una felice vita in comune s’interrompono allorquando Fonny viene accusato di un reato che non ha commesso.
Il tema principale di questo film è l’amore, coniugato attraverso l’indissolubile legame di coppia, attraverso l’altrettanto indissolubile legame con la propria famiglia, attraverso le radicate amicizie del quartiere in cui si nasce e si diventa grandi, tramite un codice sacro non scritto che le famiglie afroamericane hanno, perché l’amore rende forti e pronti ad affrontare i colpi duri della vita, come i pregiudizi razziali ancora tanto radicati nella società americana e non solo.
E solo così, quando il più naturale dei progetti che un uomo e una donna possano avere nella propria vita naufraga in seguito ad un’ingiustizia, il sentimento che li unisce, se forte, può resistere anche alla più dura delle prove. Barry Jenkins, premio Oscar per il bellissimo Moonlight, è riuscito a trasferire sullo schermo la poesia dell’amore ma anche la sua forza che nasce dal contagio che si trasmette in famiglia, in una pellicola emotivamente avvolgente da non perdere.
data di pubblicazione:21/10/2018

da Antonio Iraci | Ott 21, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
La polizia sta seguendo le tracce di Piero, sospettato principale per una rapina effettuata in una discoteca romana. Sua cugina Giulia, amante dei programmi polizieschi, convoca i suoi fidati amici per iniziare insieme un attento esame dei pochi indizi di cui dispone. Sarà proprio lei, detective per caso, a risolvere l’enigma e portare all’arresto del vero colpevole.
In questa tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma è veramente lodevole che gli organizzatori, o meglio i selezionatori delle pellicole, abbiamo trovato lo spazio per questo film dove, accanto ai nomi di alcuni attori professionisti, recitano per la prima volta giovani disabili. Il regista Giorgio Romano, qui al suo esordio, precisa che nel suo lavoro non si tratta affatto di disabilità e insieme a Daniela Alleruzzo, che ne ha curato il soggetto, ha deciso di portare sul grande schermo una commedia simpatica e divertente che, con la giusta dose di ironia, riesce a dare spazio alla diversità. Un esperimento sicuramente ben riuscito che rende concreti i sogni e le ambizioni di questi attori in erba, che hanno così avuto la possibilità di esibire la propria abilità recitativa.
I ragazzi, che hanno già calcato le scene a teatro, fanno parte dell’Associazione L’Arte nel cuore, un’Accademia dove vengono formati giovani diversamente abili per essere immessi nel circuito teatrale e cinematografico internazionale. In un programma così impegnativo, dove vengono ogni giorno presentati grandi film di importanti registi, fa bene respirare un’aria più leggera e frizzante che abbatta ogni barriera, che si frappone tra ciò che è considerato normale dal diverso, e offra spazio anche alla voce di chi ha talento, a prescindere dalla propria disabilità.
Il progetto, promosso dalla Fondazione Allianz UMANA MENTE, pone lo spettatore a considerare i giovani attori come i veri protagonisti della scena perché l’essere diverso non significa essere automaticamente sbagliato o fuori posto ma sovente, per essere diverso, ci vuole molto coraggio.
data di pubblicazione:21/10/2018

da Giovanni M. Ripoli | Ott 21, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Alla sua maniera, il regista americano racconta come vanno le cose nel suo Paese spostando la sua attenzione e invertendo le date dal terribile 11 settembre (le torri gemelle), l’l1/9 del suo precedente Fahreneith, premiato con la Palma d’Oro a Cannes, al 9/11 (giorno dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Usa). Nel suo lungo documentario mostra i tanti volti di un’America divisa e lacerata, con riferimenti al passato e ai tanti personaggi che la compongono, senza fare sconti ad alcuno.
Anche a Steve Bannon, non esattamente un radicale, piace Michael Moore, e non potrebbe essere diversamente, il regista nativo di Flint, Michigan, realtà che tante volte ritorna nelle sue pellicole come emblema della barbarie del capitalismo senza regole (in Roger&Me dell’89 era la General Motors a chiudere la fabbrica e gettare sul lastrico migliaia di persone con le loro famiglie, oggi è il governatore dello stato a consentire l’avvelenamento da piombo nell’acqua per gli abitanti, in maggioranza popolazione afro-americana, a causa di un nuovo acquedotto che pesca in un fiume tossico). In proposito, una scena illuminante è quella dell’ex presidente Obama, su cui fondavano molte speranze i cittadini di Flint che finge di bere l’acqua locale, sostanzialmente confermando la versione che si tratti di acqua non pericolosa per l’organismo, contro tutti i pareri medici e le tante malattie riscontrate in loco. Quindi, al di là di ogni possibile accusa di partigianeria politica, Moore ne approfitta per colpire violentemente lo stesso partito democratico, reo di aver abdicato ai temi sociali e popolari (boicottando Sanders, ritenuto candidato poco moderato) e, in pratica, ponendosi sullo stesso piano del partito di Trump. Trump che viene eletto fra lo stupore e la sorpresa generale di quasi tutti i media, ma non di Moore che girando per tutti gli stati americani aveva colto meglio le vere sensazioni della gente. Naturalmente, non è tenero verso il suo Presidente, dipinto per quello che è, un assai disinvolto imprenditore, un uomo volgare e decisamente impreparato e primo ad essere sorpreso dalla sua clamorosa elezione. Lo stile per narrare il tutto è quello provocatorio ma anche spesso decisamente ironico del regista. A volte si può non essere d’accordo con il suo grido rivoluzionario e trasgressivo, ma non si può non riconoscere una capacità indiscussa di catturare l’attenzione della gente con riprese e flash back di grande impatto. Quanto si vede, peraltro ribadito nella conferenza stampa, sta nelle due domande fondamentali che permeano l’intero godibile film : “come diavolo siamo finiti qui?” e “dove diavolo andremo a finire di questo passo?” Chissà se riuscirà a raccontarcelo prossimamente! Da vedere per riflettere ma sorridendo!
data di pubblicazione:21/10/2018

da Maria Letizia Panerai | Ott 20, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Robert Redford sceglie di interpretare, per il suo addio alle scene, il ruolo di un attempato rapinatore di banche. Il suo Forrest Tucker ci fa ripensare a tutti quei personaggi che abbiamo tanto amato e continueremo ad amare, ribelli e fuorilegge alla Butch Cassidy, imbroglioni ma pieni di fascino come ne La stangata e ricchi di infinita classe come ne Il grande Gatsby.
Forrest Tucker, dopo aver messo a segno infiniti colpi in banca e ben 18 evasioni da ogni tipo di penitenziario, compresa quella clamorosa dal carcere di massima sicurezza di San Quintino, continua insieme ai “vecchi compagni” di avventura a commettere rapine, spostandosi di contea in contea. Il suo è un vero e proprio talento naturale, manifestatosi sin dai tempi del riformatorio, che Forrest continua anche in età più che matura ad esercitare con gioiosa sfacciataggine e una generosa dose di buone maniere. Un vero e proprio ladro gentiluomo che continua ad organizzare colpi leggendari, nonostante abbia alle calcagna il detective John Hunt, interpretato da un bravo Casey Affleck, rapito a tal punto dall’abilità di quest’uomo da essere felice di non poterlo catturare; Danny Glover e Tom Waits vestono i panni degli altri due componenti la“over the hill gang” e una brava Sissy Spacek quelli di una vedova che si innamora di Forrest nonostante l’insolita professione che questi si sia scelto.
Old Man & the Gun è un film godibile, ben ritmato, destinato sicuramente a riscuotere il successo che merita, grazie anche alla carismatica presenza di Redford. Tratto dalla storia vera di questo straordinario rapinatore di banche che, dopo aver portato a termine l’ultimo geniale colpo della sua lunga carriera, fu rispedito in prigione alla veneranda età di 80 anni, Old Man & the Gun vuole essere l’ultima immagine autoironica che questo grandissimo e poliedrico artista, coetaneo del personaggio che interpreta, ha voluto lasciare al suo pubblico.
E se ci piace pensare che l’andatura un po’ incerta e le giacche con le spalle un po’ scese siano un modo per il Grande Robert di “gigioneggiare” con lo spettatore instillandogli un inevitabile sentimento di tenerezza, attraverso i suoi occhi non possiamo che intravedere la lunga carrellata dei personaggi della sua prolifica carriera che ci accompagneranno ancora per moltissimo tempo, e ancora.
data di pubblicazione:20/10/2018

da Antonio Iraci | Ott 20, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Durante uno dei suoi frequenti viaggi di lavoro, un fotografo olandese fissa con la sua macchina fotografica l’immagine di una bambina con il suo aquilone, sola in una strada buia di Taipei. Tornato a casa quella foto, più di ogni altra, evocherà in lui un’infanzia oramai lontana e stimolerà, nel presente, una maggiore presa di coscienza di sé e della solitudine che lo circonda.
Dopo aver visto questo ultimo film del regista olandese David Verbeek ci si chiede spontaneamente se la fotografia fissi solo l’immagine che rappresenta o se si debba andare oltre per esplorare tutto un universo che essa stessa racchiude, davanti e dietro l’obiettivo. Forse quello scatto non è altro che quel minuscolo buco nero, quella particella microscopica che racchiude però in sé la massa di tutto l’universo: un nanosecondo che concentra il passato e il futuro e in buona sostanza tutta l’eternità. La foto della bambina con il suo aquilone fa sì che la sua giovane vita possa intrecciarsi con quella del fotografo e non solo nell’istante preciso in cui viene realizzata; la piccola, divenuta adulta, trova nell’abbandono del suo migliore amico la forza di reagire e di costruirsi una propria esistenza, mentre il giovane sembra vagare ancora tra un posto e l’altro del globo terrestre per trovare una propria identità. In un momento di totale alienazione, troverà finalmente il modo per interrogarsi e cercare una spiegazione del perché la vita lo rende triste, solo e incapace di realizzare i sogni e le aspirazioni proprie della sua infanzia.
Il regista David Verbeek, che nel film interpreta praticamente se stesso, ci mostra un mondo delicato ma nello stesso tempo freddo, dove non vi è spazio per il sentimento e per la comunicazione interpersonale. Ecco quindi che per lui la fotografia non è altro che l’espressione di una ricerca sociale stratificata, parole che per chi gli sta accanto risultano intrise del nulla ma che per lui sono l’essenza propria del suo esistere. Il montaggio della pellicola permette che le sequenze temporali si sovrappongano proprio per sottolineare il fatto che ognuno è sospeso nel tempo in una dimensione indefinita.
Il film, decisamente ben riuscito, si lascia seguire con interesse, stimolando nello spettatore vari interrogativi sulla propria realizzazione personale e rappresentando un vero e proprio pretesto per mettersi in discussione, e per cercare ancora una volta il posto adatto dove approdare.
data di pubblicazione:20/10/2018

da Maria Letizia Panerai | Ott 19, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Se la speranza è un vizio è assai difficile vivere senza di essa, soprattutto se è il carburante che alimenta la resistenza, l’attesa, per poi rinascere.
Il corpo di una bambina si impiglia tra le reti calate nel fiume Volturno: ha indosso l’abito bianco della prima comunione, imbrattato di sangue. È ancora viva quando un uomo la issa sulla propria imbarcazione. Nelle baracche lungo quello stesso fiume vivono donne-schiave che vendono il proprio corpo in cambio di una esistenza polverosa e terribile, dove non c’è posto per vite future. Su quel fiume conduce la propria esistenza anche Maria che, assieme al proprio cane, traghetta prostitute incinte, perlopiù nigeriane, per ordine della orribile Zi’Mari, allo scopo di andare a vendere i figli che stanno per partorire. È inverno, piove e fa freddo, addirittura nevica: Maria compie ogni azione con dedizione e fedeltà nei confronti della “madame ingioiellata”, padrona anche della sua di vita e di quella di sua madre che proprio all’interno di una di quelle baracche lungo il fiume preferisce farsela scorrere addosso senza reagire, senza dare nulla in cambio a quella figlia così amorevole e devota.
Ancora una volta Castel Volturno è il luogo dove Edoardo De Angelis “blinda” la sua storia, una parabola laica con una connotazione quasi arcaica, ambientata in un sottomondo campano dove sembra impossibile trovare tenerezza, speranza.
L’impressione che di pancia si prova vedendo il film è quella di una lenta resistenza umana di fronte alle atrocità, senza che ci sia una vero e proprio obiettivo se non quello di aspettare un evento, qualcosa che ti faccia capire che vale la pena ancora di combattere e continuare a sperare. Secondo il regista la nascita di un figlio, non quando tutto è pronto ad accoglierlo ma quando non ci sono affatto le condizioni per farlo, è l’evento che può sollevare vite disperate.
Il film non è equiparabile a Indivisibili, ma ha una lirica che arriva diritta al cuore, che ci desta come lo schiaffo che riceviamo da neonati per farci capire che siamo venuti al mondo.
La musica, affidata al grande Enzo Avitabile, e la sceneggiatura a quattro mani di De Angelis e Umberto Contarello, fanno de Il vizio della speranza un film profondo, intriso di un certo lirismo, suggestivo, ricco di metafore dalla prima all’ultima scena, che commuove e colpisce.
data di pubblicazione:19/10/2018

da Antonio Jacolina | Ott 19, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Una magica avventura vissuta dal giovane Lewis (Owen Vaccaro) che rimasto orfano va a vivere dal misterioso ed eccentrico zio Jonathan (Jack Black) in una casa particolare ma apparentemente tranquilla. Ben presto il ragazzino si rende conto di strani fenomeni e presenze tutto attorno a lui e scopre anche che lo zio e la sua vicina Mme Zimmerman (Cate Blanchet) sono in realtà dei maghi e che dentro le mura della casa è nascosto un orologio capace di provocare … la fine del mondo!
Eli Roth, sceneggiatore ed attore americano, è conosciuto come regista per la sua realizzazione di film splatter e gore che altro non sono che sottogeneri del cinema horror per adulti. Quanto di più macabro, sanguinolento e violento si possa immaginare. Chi avrebbe mai potuto pensare che dopo gli eccessi dei suoi film l’autore avrebbe saputo annacquare i suoi furori dirigendo un film come questo, destinato invece ad un pubblico di famiglie e di giovanissimi, traendo ispirazione da un romanzo per ragazzi di costante gran successo negli Stati Uniti: Il Mistero della Casa nel Tempo di J. Bellair, pubblicato nel remoto 1973. Il regista è di certo lontanissimo dall’avere il gusto o il tocco di Spielberg nel saper passare da un genere all’altro, eppure questo non gli impedisce di mettersi alla prova in un cinema del tutto opposto a quello da lui abitualmente frequentato e cimentarsi con quest’ultima sua pellicola nel mondo del Fantasy e Mistery per il grande pubblico. L’autore attinge palesemente sia al mondo della “magia bianca” di Harry Potter, sia all’universo della “magia nera” di Tim Burton senza però eguagliare la ricchezza del primo né riproporre la follia poetica del secondo. Siamo anche dalle parti di Jumanji e di Cronache di Narnia in una storia parimenti ricca di trovate ingegnose e di personaggi accattivanti ed anche in quelle dei Gremlins ma, in ogni caso arriviamo anni ed anni dopo di loro, è stato tutto già visto e ne siamo distanti anche per qualità!
Comunque sia, nulla di nuovo, la lotta fra il Bene ed il Male è una costante e funziona sempre, come funzionano sempre anche il percorso di crescita adolescenziale e la famiglia. Il risultato dell’operazione risulta quindi accettabile, soprattutto grazie anche al notevole contributo di attori talentuosi ed in particolar modo di C. Blanchet. Sia la due volte premio Oscar che J. Black sono infatti molto convincenti ed a loro agio nei panni dei loro personaggi e ci divertono sembrando divertirsi anch’essi. Certo a tratti non si può non pensare con nostalgia a Robin Williams ed a quanto sarebbe stato a pennello nel ruolo dello zio. La prima parte del film risulta però troppo lunga e lenta, il regista non riesce infatti a catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore ed il film sembra così girare un po’ a vuoto. L’ingresso in scena dei due attori riesce però a restituire un po’ di ritmo e un po’ di magnetismo all’azione e la pellicola finalmente decolla sostenuta dalla direzione artistica che gioca fra sequenze ipercolorate e sequenze scure, senza ovviamente tralasciare lo spirito e le atmosfere gotiche del romanzo originale. Pur non totalmente riuscito The house with a clock in its walls è comunque una discreta commedia fantasy per famiglie, colorata e kitch, che regala quasi due ore di distrazione gentilmente inquietante, qualche brivido e nulla più. Un film quindi che, di sicuro, non rivoluziona né porta nulla di nuovo al Fantasy, ma che comunque resta pur sempre un discreto prodotto per ragazzi, ricco di creatività ed un bell’omaggio alla magia, che trova una sua esatta collocazione nella fascia media, media-alta del Genere. Quanto poi alla traiettoria creativa di Eli Roth va forse detto che il regista resta tuttora una speranza di genialità artistica che non si è però ancora concretizzata nella sua interezza perché l’autore sembra non riuscire a liberarsi da una sua visione del cinema quasi come pietrificata e da una scrittura troppo rigida che lo confinano ancora in un segmento di qualità molto, molto, molto lontano da possibili modelli quali i Tim Burton, gli Zemekis o gli Spielberg.
data di pubblicazione:19/10/2018

da Antonio Jacolina | Ott 18, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Drew Goddard apprezzato sceneggiatore e regista statunitense (Quella casa nel bosco, 2011), inaugura con la sua opera seconda la 13ma edizione della Festa del Cinema di Roma. Il film è ambientato nella fine degli anni 60. Sette personaggi si incontrano in un hotel fra la California ed il Nevada. L’albergo, oggi decaduto e quasi deserto, è stato nel passato un dorato rifugio di ricchi e famosi d’ogni tipo ed origine. Ognuno dei sette sconosciuti non è ciò che pretende di essere e nasconde un segreto, dal curioso al terribile fino al pericoloso. Durante la notte avranno tutti la possibilità di rivedere le proprie vite e …
Un inizio fulminante. Fin dalla prima sequenza il regista si impadronisce dello spettatore e lo incatena subito alla sua poltrona. Tutta la prima parte del film è infatti assolutamente affascinante ed ipnotizza letteralmente, nell’intento esplicito di omaggiare sia il cinema noir, sia la letteratura poliziesca dell’epoca, sia il Tarantino di The Hateful Eight, riproponendone atmosfere, situazioni, riprese, dialoghi e strutture narrative. Come già nel suo primo film Goddard intendeva decostruire il Genere Horror, così in questa sua nuova opera decostruisce di fatto e con notevole perizia filmica, tutto il Cinema Noir Classico ricorrendo ad una messa in scena complessa, articolata su più piani visivi e narrativi, una sorta di film multiplo, in cui ripropone tutti gli stilemi del Genere ed anche i suoi stessi sottogeneri fino all’hard boiled. Ne risulta un suggestivo mix fra noir, mistery-movie, dramma criminale, thriller, film di rapina e gangster con non ultimo e, quasi ovviamente nel sottofinale, un classico rimando al modello dei modelli: il Western. In una parola, Goddard destruttura tutto quanto lo spettatore già conosce e si attende e, gli restituisce in cambio un modello tutto nuovo, tutto diverso, ma parimenti intrigante: un film Neo-Noir.
Il prodotto è tecnicamente ben costruito con una serie di flash-backward e back stories che grazie all’abilità del regista sembrano inserirsi quasi per magia nelle vicende rappresentate. Al centro della narrazione e di ogni singola storia è sempre il tema costante dell’autore, vale a dire il ritratto della condizione umana e la sua eterna dualità, quale che essa sia, fra verità e menzogna, tra avidità e falsa saggezza. Il risultato finale è un film sorprendente, interessante che non lascia mai indifferenti, ma, pur tuttavia, a voler essere molto esigenti, un film che resta in parte non perfetto, incompleto.
Difatti la somma di intrighi e situazioni, per quanto ben costruiti, conduce al Nulla e, proprio quando il regista vorrebbe o dovrebbe dire qualche cosa di più, viene a mancare quel guizzo talentuoso che, viste le premesse, ci si aspetterebbe e l’autore sembra quasi adagiarsi nel mero compiacimento del raccontare le singole storie, nell’eccesso di fatti e spiegazioni, perdendosi così nell’autocontemplazione stessa. Nonostante un finale lungo e magnifico, la seconda parte del film è difatti molto più convenzionale e perde un bel po’ del ritmo iniziale. L’impegno del regista e sceneggiatore è ben supportato da un gruppo di attori tutti perfetti, ben calibrati ed a loro agio nei ruoli, su tutti spicca l’interpretazione del sempre grande J. Bridges. Fa poi da sottofondo costante una colonna sonora di musiche anni sessanta precisa, come altrettanto precisa è la ricostruzione della location e la scelta dei toni dei colori d’epoca della splendida fotografia e delle messe in scena. Pur se parzialmente imperfetto Bad Times at the El Royale resta pur sempre una conferma di un regista da continuare a seguire con attenzione per abilità e personalità e, soprattutto, un eccellente esempio di buon cinema popolare finemente confezionato e godibile dall’inizio alla fine.
data di pubblicazione:18/10/2018

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