da Daniele Poto | Ott 29, 2018
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 25 ottobre/11 novembre 2018)
Letteratura a teatro. Più nera che gialla. Piccoli crimini coniugali all’interno di una famiglia squassata. Muoiono un gatto e un pappagallo. Troppo facile rinvenire l’assassino.
Due attori esperti per tradurre un romanzo breve (o un racconto lungo) in palcoscenico in una scena simbolicamente semplice. Un tavolo, due poltrone dedicate, una scala che porta a un’immaginaria camera da letto. Questa la minuta logistica dove si traduce il massacro quotidiano della vita domestica di due over che, per solitudine e per mancanza di alternative, non hanno trovato niente di meglio che mettersi insieme, sposarsi e continuare a coltivare la propria insopportabilità del vivere. Lei odia il gatto, lui ricambia con un profondo disamore per il pappagallo. Nell’instancabile gara alla consumazione delle energie psichiche e nervose dei protagonisti sono i due animali domestici a farne le spese. Ma la sorpresa è dietro l’angolo. Perché anche quell’odio è insostituibile e non può essere surrogato da crudeltà accessorie. Simenon quando vuole sa essere spietato. La sua pagina è evocata, distante come una didascalia ma letterariamente icastica e di grande efficacia. Il piccolo mondo degli orrori quotidiani è quello che lui stesso ha sperimentato tradendo innumerevoli volte la consorte con una vita replicante alternativa. Elia Schilton e Alvia Reale con grande esperienza fanno rivivere il dramma domestico dissimulando ironia (i due si parlano alla fine solo con dei bigliettini insultanti). Descritto un orrore realistico e claustrofobico che allude a una banlieu parigina spoglia e disadorna. Era lo spettacolo d’apertura di stagione. L’amore è lontano e in questo secondo matrimonio dei due è impossibile ritrovarne le perdute tracce. Dunque disprezzo, rabbia, desiderio di libertà e frustrazione nella piccola e meschina vita di tutti i giorni. Lei cuce, lui legge il giornale, scorre il silenzio della loro divisione, specchio di incomunicabilità. La produzione è della compagnia di Umberto Orsini che ha creduto in questo piccolo ma significativo teatro drammatico da camera.
data di pubblicazione:29/10/2018
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Ott 28, 2018
I Cartelli Messicani del narcotraffico si occupano anche del lucroso transito clandestino di esseri umani e di infiltrare terroristi nel territorio degli Stati Uniti. Dopo aver subito da parte di quest’ultimi un sanguinoso attacco suicida, il Governo Americano decide di reagire usando gli stessi metodi brutali dei nemici che combatte, organizzando il rapimento della figlia di un capo clan, facendone ricadere la colpa su gang rivali e scatenare così una guerra fratricida fra le bande del Cartello. Della missione segreta è incaricato l’agente Graves (Josh Brolin) e con lui anche il misterioso Alejandro (Benicio del Toro). La situazione però degenera, occorrerà chiudere l’operazione costi quel che costi.
Dopo il grande successo di critica e di pubblico, ottenuto nel 2015 da Sicario era più che evidente che avremmo presto visto un suo seguito. Soldado riprende infatti tutti gli elementi del precedente film, a partire dalla valida sceneggiatura dell’ottimo Taylor Sheridan, i luoghi poi sono sempre gli stessi: i territori selvaggi della frontiera fra Messico e Stati Uniti, anzi, il senso del paesaggio è proprio uno degli elementi di continuità, unitamente alla lotta contro i Cartelli ed ai due protagonisti, due personaggi sempre più disillusi e privi di scrupoli in un universo ancora più brutale e cupo. La nuova pellicola non è però la semplice replica di quella che abbiamo già visto, tutt’altro. L’italiano Sollima che, dopo il successo di Gomorra, subentra nella regia al pluripremiato canadese Villeneuve (Blade Runner 2049), vince senza alcun dubbio la scommessa di questa sua prima produzione internazionale. Il nostro regista afferma la sua diversità stilistica e la sua personale visione creativa ricreando tutto un altro mondo in cui la violenza è l’elemento dominante unitamente alla corruzione che pervade un universo amorale, selvaggio e brutale ove gli individui lottano solo per la sopraffazione o la sopravvivenza. Mentre il tocco di Villeneuve era un po’ visionario ed estetizzante, quello di Sollima è invece molto più realistico, direi classico, essenziale e decisamente orientato verso l’azione con scene spettacolari di formidabile efficacia e di assoluto virtuosismo cinematografico. In questo nuovo duro contesto, in questo “abisso” non c’è più posto per protagoniste femminili, e l’autore concede così molto più spazio ai due carismatici protagonisti e alla costruzione di una realtà ormai solo e soltanto tutta maschile. Brolin e B. del Toro, entrambi sempre talentuosi e tesi ad approfondire il lato umano dei loro personaggi, sono perfetti in due parti tagliate sempre più su misura per loro. Il primo è imponente con la sua recitazione classica, il secondo, con una interpretazione di prim’ordine, accentua l’aspetto tenebroso e fascinoso del personaggio che diviene tanto più ambiguo quanto più sembra assumere una rilevanza tutta sua nell’evoluzione della storia stessa.
Un sequel dunque di notevole robustezza, intensità e personalità, supportato da una messa in scena efficace, da tecniche di ripresa affascinanti, da una regia asciutta e rigorosa, da un montaggio con un ritmo incalzante ed adrenalinico senza mai tempi morti che affascina letteralmente lo spettatore unitamente ad una musica ossessiva, cupa ed opprimente che sottolinea però perfettamente lo svolgersi dell’azione, la tensione e gli scoppi di violenza.
Soldado è un ottimo film di genere, un eccellente thriller d’azione, certo è anche cinema commerciale ma è di buona fattura e molto convincente. Il film è poi pervaso da una singolare vena di malinconia, di tristezza e assurdità fuori del tempo, quasi fosse preso dal “senso della fine” provato dai suoi eroi/antieroi, che richiama esplicitamente le atmosfere proprie di un western crepuscolare. Per gli appassionati del genere le due ore di spettacolo voleranno via troppo velocemente, ma … si preannuncia già nel finale stesso, l’arrivo di un terzo e forse conclusivo episodio.
data di pubblicazione:28/10/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Ott 27, 2018
Drew Goddard apprezzato sceneggiatore e regista statunitense (Quella casa nel bosco, 2011), ha inaugurato con la sua opera seconda la 13ma edizione della Festa del Cinema di Roma. Il film è ambientato nella fine degli anni 60. Sette personaggi si incontrano in un hotel fra la California ed il Nevada. L’albergo, oggi decaduto e quasi deserto, è stato nel passato un dorato rifugio di ricchi e famosi d’ogni tipo ed origine. Ognuno dei sette sconosciuti non è ciò che pretende di essere e nasconde un segreto, dal curioso al terribile fino al pericoloso. Durante la notte avranno tutti la possibilità di rivedere le proprie vite e …
Un inizio fulminante. Fin dalla prima sequenza il regista si impadronisce dello spettatore e lo incatena subito alla sua poltrona. Tutta la prima parte del film è infatti assolutamente affascinante ed ipnotizza letteralmente, nell’intento esplicito di omaggiare sia il cinema noir, sia la letteratura poliziesca dell’epoca, sia il Tarantino di The Hateful Eight, riproponendone atmosfere, situazioni, riprese, dialoghi e strutture narrative. Come già nel suo primo film Goddard intendeva decostruire il Genere Horror, così in questa sua nuova opera decostruisce di fatto e con notevole perizia filmica, tutto il Cinema Noir Classico ricorrendo ad una messa in scena complessa, articolata su più piani visivi e narrativi, una sorta di film multiplo, in cui ripropone tutti gli stilemi del Genere ed anche i suoi stessi sottogeneri fino all’hard boiled. Ne risulta un suggestivo mix fra noir, mistery-movie, dramma criminale, thriller, film di rapina e gangster con non ultimo e, quasi ovviamente nel sottofinale, un classico rimando al modello dei modelli: il Western. In una parola, Goddard destruttura tutto quanto lo spettatore già conosce e si attende e, gli restituisce in cambio un modello tutto nuovo, tutto diverso, ma parimenti intrigante: un film Neo-Noir.
Il prodotto è tecnicamente ben costruito con una serie di flash-backward e back stories che grazie all’abilità del regista sembrano inserirsi quasi per magia nelle vicende rappresentate. Al centro della narrazione e di ogni singola storia è sempre il tema costante dell’autore, vale a dire il ritratto della condizione umana e la sua eterna dualità, quale che essa sia, fra verità e menzogna, tra avidità e falsa saggezza. Il risultato finale è un film sorprendente, interessante che non lascia mai indifferenti, ma, pur tuttavia, a voler essere molto esigenti, un film che resta in parte non perfetto, incompleto.
Difatti la somma di intrighi e situazioni, per quanto ben costruiti, conduce al Nulla e, proprio quando il regista vorrebbe o dovrebbe dire qualche cosa di più, viene a mancare quel guizzo talentuoso che, viste le premesse, ci si aspetterebbe e l’autore sembra quasi adagiarsi nel mero compiacimento del raccontare le singole storie, nell’eccesso di fatti e spiegazioni, perdendosi così nell’autocontemplazione stessa. Nonostante un finale lungo e magnifico, la seconda parte del film è difatti molto più convenzionale e perde un bel po’ del ritmo iniziale. L’impegno del regista e sceneggiatore è ben supportato da un gruppo di attori tutti perfetti, ben calibrati ed a loro agio nei ruoli, su tutti spicca l’interpretazione del sempre grande J. Bridges. Fa poi da sottofondo costante una colonna sonora di musiche anni sessanta precisa, come altrettanto precisa è la ricostruzione della location e la scelta dei toni dei colori d’epoca della splendida fotografia e delle messe in scena. Pur se parzialmente imperfetto Bad Times at the El Royale resta pur sempre una conferma di un regista da continuare a seguire con attenzione per abilità e personalità e, soprattutto, un eccellente esempio di buon cinema popolare finemente confezionato e godibile dall’inizio alla fine.
data di pubblicazione:27/10/2018
Scopri con un click il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Ott 27, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Il film del documentarista Tim Wardle, che prima di approdare alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival, parla dell’incredibile storia di tre fratelli americani nati il 12 luglio del 1961 da madre single e che, tramite un’agenzia di adozione ebraica, furono dati separatamente in adozione in tre diverse famiglie, di diversi livelli economico-sociali.
Ciascuna delle famiglie dei neonati, ignare che il loro figlio adottivo avesse dei fratelli, accettò dall’agenzia che il loro bambino, per almeno 10 anni, venisse monitorato di tanto in tanto da degli assistenti con il pretesto di voler tutelare la crescita del minore nel migliore dei modi possibile.
La storia non sarebbe venuta a galle se, al compimento del diciottesimo anno di età, due dei tre fratelli non si fossero incontrati casualmente al college: la loro foto, finita su molti giornali, arrivò agli occhi del terzo fratello che si palesò. I tre divennero ben presto delle celebrità, oggetto di interesse da parte della stampa, della televisione e persino Madonna li volle in un suo film. Sul perché i tre fratelli fossero stati separati alla nascita, l’agenzia di adozione rispose che era l’unico modo per garantire loro la possibilità di essere adottati all’interno di una famiglia, cosa difficile se al contrario fossero rimasti uniti. Ma nel 1995, il giornalista investigativo Lawrence Wright pubblicò un articolo in cui rivelò che i tre gemelli, assieme ad altre coppie di gemelli monozigoti separati alla nascita, furono oggetto di un lungo studio da parte dello psichiatra Peter B. Neubauer.
Il documentario di Tim Wardle oltre che essere fatto molto bene, è anche molto interessante perché racconta minuziosamente tutta l’intrigata e dolorosa vicenda. Vittime infatti, oltre ai tre fratelli, furono le famiglie adottive, “ingannate” in un periodo in cui la legislazione sulla tutela dei minori aveva sicuramente dei buchi tali da permettere la separazione di tante coppie di gemelli, senza che la cosa fosse ascrivibile ad un reato, seppur ad oggi rimane comunque un atto eticamente riprovevole che ha segnato in modo profondo le loro vite.
Il film dovrebbe essere distribuito a fine dicembre nelle sale italiane.
data di pubblicazione:27/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 27, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)
Il fiore gemello è una rarità ed è un regalo della natura che non può essere separato. Fiore Gemello è la storia di due adolescenti presi a schiaffi dalla vita, che troveranno proprio l’uno nell’altro insieme la forza per riconquistare l’innocenza perduta. Anna, sedici anni è inseguita e minacciata e non riesce a parlare più. Basim è un immigrato clandestino ivoriano alla ricerca di pace e dignità. Insieme intraprendono un percorso che è di fuga e di crescita, di consapevolezza e di dolore ma anche di rinascita. E’ un viaggio anche dentro la natura acerba e misteriosa che protegge e accoglie.
Un immigrato africano clandestino e la figlia di un trafficante di migranti inseguita in maniera ossessiva dall’uomo per cui suo padre lavorava che si è invaghito di lei e la vuole ad ogni costo,si incontrano per caso. Anzi è lui che la protegge da alcuni bulletti. Entrambi sono in fuga dal male. Tutto intorno è più grande di loro. Ma bisogna sopravvivere, bisogna lavorare, bisogna trovare un luogo sicuro per dormire, bisogna proteggersi e bisogna crescere. Ad ogni costo anche attraverso la sofferenza. Non parlano la stessa lingua, vengono da mondi troppo diversi, ma l’affetto e l’amore che progressivamente li lega diventa la loro forza ed il loro futuro. Tutto ciò che accade intorno li aiuta a ritrovarsi e a credere l’uno nell’altro. Un sentiero doloroso che lascia intravedere la luce.
Laura Luchetti ha diretto il suo secondo lungometraggio, Fiore Gemello con un amore infinito trasformando una verità cosi attuale in poesia. Il film in concorso ad Alice nella città, si è aggiudicato già numerosi riconoscimenti, quali una menzione speciale al Toronto Film Festival 2018 e al Festival di Cannes. sarà presto in concorso anche ai BFI London e Busan International Film. La metafora di Anna e Basim (veramente unici i giovanissimi attori Anastasiya Bogach e Kalill Kone), accomunati da uno stesso destino è un percorso di dolore e di rinascita: scopriranno di appartenere allo stesso bulbo e di essere inscindibili, nonostante il passato tormentato ed il futuro incerto accompagnati da una Sardegna bellissima, ancora incontaminata ed impervia che rende la storia ancora più sospesa e magica, evocativa e mistica.
data di pubblicazione:27/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 27, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)
In una cittadina del Texas Richie Wincott, un ragazzo appena maggiorenne, esce dall’istituto nel quale è stato praticamente dalla nascita. Senza famiglia né riferimenti, deve cercare di far avviare la propria esistenza e guadagnarsi un ruolo nella società, ma non è facile, e il crimine è una tentazione facile, specie se intorno inevitabilmente arrivano le cattive compagnie. Si mette subito nei guai e viene sospettato di essere il fautore di una rapina. Niente sconti, anzi paradossalmente tutto è ancora più difficile visto che il destino lo fa innamorare di una brava ragazza mettendolo crudelmente di fronte a chi senza saperlo ha ferito mortalmente.
Friday’s Child, presentato alla tredicesima edizione di Alice nella città nella sezione Panorama, è la storia di un ragazzo confuso e sperduto che prova ad entrare in un mondo che non gli concede alcun appiglio. Richie è un ragazzo problematico, dallo sguardo quasi assente, dalle poche parole, sussurrate quasi sotto voce (straordinaria l’interpretazione di Tye Sheridan). Ancora incapace di poter trovare una propria stabilità inizia a commettere furti e piccoli crimini per poter sbarcare il lunario. Alla sregolatezza della sua vita si mischia poi il tentativo di trovare un lavoro, finché non si intromette nella sua storia l’elemento devastante, Swim che trascinerà in avventure sempre più estreme che porteranno la polizia sulle loro tracce.
L’ultimo personaggio che accidentalmente si incastra nella vita del protagonista è quello di Joan (molto brava l’attrice Imogen Poots), una giovane ragazza benestante che tenta di introdurre Richie nella sua vita. Ma le loro realtà sono troppo lontane per convivere. E quando forse uno spiraglio sembra aprirsi, il crimine commesso lo punisce in maniera ancora più drammatica, senza lasciargli scampo. L’espiazione forse riuscirà a trasmettergli una speranza per dare un senso al suo futuro.
A.J. Edwards disegna un mondo sfocato tra le strade del Texas, fatto di movimenti fluidi e liberi, grandangoli, vuoti e sovrapposizioni di luci e suoni, tra il reale e l’angoscia con lo sfondo di una natura immobile e ostile. Il regista porta sullo schermo il peso di una vita ai margini, la ricostruzione di una verità degradante, ma questo lo fa sempre mantenendo salda la sua percezione artistica delle immagini, facendo così trasparire le influenze subite dal suo maestro Terrence Malick. Angosciosamente innovativo Friday’s Child, vede inoltre coinvolto anche Gus Van Sant in veste di produttore esecutivo.
Un film che rimane attaccato alla pelle. Nonostante tutto si rimane legati ai personaggi fino alla fine, alla ricerca forse di un senso a tutto quello che sta accadendo, fino all’ultimo sospiro finale, fino a quel colloquio devastante e gelido che nello stesso tempo restituisce una dignità ed una ragione di esistere ad entrambi.
data di pubblicazione:27/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 27, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)
Un padre separato, premuroso e concentrato sulla figlia Sofia, anni 10 reincontra una sua vecchia fiamma che non vede da tempo. È il colpo di fulmine tra Gabriele (Fabio De Luigi) e Mara (Micaela Ramazzotti). Lui è proprietario di un negozio di strumenti musicali ed ex musicista che ha abbandonato il sogno di sfondare nel rock per prendersi cura della figlia Sofia (Caterina Sbaraglia), una bambina di 9 anni che in camera insieme ai peluches ha i poster di Deborah Harry. Lei fotografa affermata che viaggia in giro per il mondo, indipendente, single e senza nessun desiderio di maternità.
L’amore sembrerebbe trionfare ma c’è un grosso ostacolo da superare: lei non vuol sentire neanche parlare di bambini. Gabriele decide quindi di nasconderle la presenza di Sofia. L’impresa però non sarà per niente facile e Gabriele finisce per impelagarsi in un pasticcio di bugie e sotterfugi per nascondere la presenza dell’una all’altra.
Dopo Classe Z Guido Chiesa torna dietro alla macchina da presa per dirigere De Luigi e la Ramazzotti in Ti presento Sofia fortemente ispirato alla sceneggiatura del riuscito film argentino Sin Hijos, uscito in Italia col titolo Se permetti non parlarmi di bambini.
Chiesa, che firma la sceneggiatura con Nicoletta Micheli e Giovanni Bognetti, manifesta l’intento di provare andare al di là dei cliché con l’inversione dei ruoli tra l’uomo che rinuncia alla carriera per mettere la figlia al centro della propria vita e viceversa una donna che di figli non ne ha voglia non solo per dedicarsi appieno al lavoro, ma anche perché i bambini non li può sopportare.
Tra tante tematiche forti e dense un tocco di leggerezza ad Alice nella città.
Il film è a tratti divertente, da domenica pomeriggio, la coppia di protagonisti funziona e Sofia, interpretata dalla bravissima Caterina Sbaraglia, per la prima volta sullo schermo, intenerisce anche per una naturale vis comica che le appartiene , ma risulta poco credibile quello che ruota attorno ai protagonisti. Un tocco più ironico e grottesco probabilmente avrebbe reso il film più interessante.
data di pubblicazione:27/10/2018

da Antonio Jacolina | Ott 26, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Un gruppetto di studenti benestanti, stanchi ed annoiati della loro vita piatta e banale, cercano di uscire dalla pesantezza della routine e fare qualche cosa di eccitante. Pianificano un furto che più folle non si può: rubare un raro libro antico custodito nella biblioteca della loro Università nel Kentucky. Però … nulla va come previsto.
Layton è un giovane cineasta britannico, conosciuto come valente documentarista ed autore di docufiction. Questa sua ultima opera, di cui ha anche scritto la sceneggiatura, è stata già presentata e premiata al Sundance Festival, ed è interamente ispirata ad una storia vera. L’autore ci racconta i fatti connessi con il furto con una capacità evocativa così fuori dal comune che riesce a tenerci legati alla nostra poltrona di spettatori dall’inizio alla fine, facendoci totalmente immedesimare con i personaggi e con il loro progetto. La vicenda è tutta narrata al passato e la narrazione unisce e fonde abilmente in un ottimo amalgama realtà e finzione, vale a dire: ricerca dei fatti e rappresentazione dei fatti stessi. Nel film infatti, pur prevalendo la fiction, i veri protagonisti del colpo sono intervistati e raccontano davanti alla cinepresa lo svolgimento degli eventi reali di ieri, e, contemporaneamente, con costanti cambi temporali, la scena si sposta sulla rappresentazione diretta dell’azione e di quegli stessi eventi con gli attori al loro posto. L’effetto filmico che ne risulta non è solo credibile ed equilibrato ma è anche rimarchevole e godibile grazie ad un montaggio accelerato perfetto, senza alcuna cesura o tempi morti, e ad un ritmo narrativo sempre sostenuto ed incalzante, accompagnato da una musica rock di fondo che scandisce il succedersi dei fatti.
Oltre alla narrazione del furto ed alla satira graffiante di una certa America, quel che veramente sembra interessare all’autore è capire “il perché” degli avvenimenti raccontati. Perché mai dei ragazzi privi di veri problemi abbiano prima potuto pensare e poi addirittura potuto decidere di mettere in moto un tale progetto criminoso, perché mai abbiano voluto provocare il Destino. Forse, perché convinti di dovere avere una vita interessante, e, in assenza, di potersene creare una.
Comunque sia, il film mantiene tutta la struttura degli Heist Movies classici e dei migliori film del genere che lo hanno preceduto, anzi l’autore si diverte a citarli esplicitamente e ad ammiccare a Tarantino, facendo riferimento, non ultimo, anche a Rashomon, il vero ed unico modello di un racconto di testimonianze contraddittorie a seconda di chi narra la “verità” della storia. Apprezzabile infine la capacità di Layton nel dirigere i suoi giovani attori che infatti, sotto la sua guida, sono tutti molto credibili nel rendere evidenti i passaggi emotivi e psicologici dei vari personaggi che passano dalla noia iniziale, all’euforia della fase di pianificazione del furto, al panico durante la fase esecutiva, al senso di colpa e disillusione finale. Da seguire in particolare i talentuosi astri nascenti Evan Peters e Barry Keoghan.
American Animals, pur non sembrandoci all’altezza delle aspettative generate dall’entusiastica accoglienza ottenuta in America, va comunque segnalato perché è pur sempre un piccolo gioiello che rinnova il genere, un buon melange fra film comico e heist movie, una pellicola da vedere e da godersi, convinti che il buon cinema lo si trova sempre più spesso fra i piccoli film.
data di pubblicazione:26/10/2018

da Antonella Massaro | Ott 26, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Le violenze, gli abusi e i silenzi della polizia americana, che nasconde dietro la divisa i più odiosi pregiudizi razziali, si incrociano con le storie di tre uomini chiamati a scegliere da che parte stare: perché, nella vita, prima o poi, sempre un momento in cui si può scegliere se restare mostri o divenire uomini.
Danny (John David Washington) è poliziotto nero costretto a fare i conti, malgrado la divisa che indossa, con i pregiudizi legati al colore della sua pelle. Manny (Anthony Ramos) è un giovane padre di famiglia che si divide tra la strada e la ricerca di un lavoro “per bene”. Zyrick (Kelvin Harrison Jr.) è un ragazzo con il talento per il baseball, che, insieme al suo papà, accarezza il sogno del successo da professionista.
Le storie dei tre protagonisti si incrociano e si sfiorano nel momento in cui una notte, in uno dei quartieri “difficili” di Brooklyn (Bed-Stuy), sei poliziotti fermano Darius Larson (Samel Edwards), il nero che tutti conoscono come il gestore del negozio di alimentari all’angolo della strada: sempre pronto a donare un dollaro ai ragazzini, ma anche a rifornire di sigarette di contrabbando chiunque ne faccia richiesta. L’atmosfera diviene nervosa, l’agente Sala lascia partire un colpo di pistola e Darius resta ucciso. Manny assiste alla scena e filma tutto con il suo telefono cellulare: ci vuole ben poco a comprendere che la versione fornita dalla polizia non coincide con quella mostrata dalle immagini. A questo punto i tre protagonisti sono chiamati a scegliere da che parte stare: dalla parte del silenzio codardo ma rassicurante o da quella della verità coraggiosa ma pericolosa; dalla parte dei mostri o dalla parte degli uomini.
Monsters and Men, primo lungometraggio di Reinaldo Marcus Green e già vincitore del premio speciale della Giuria per la migliore opera prima all’ultima edizione del Sundance Film Festival, si confronta con il volto oscuro dell’America, quello in cui il grilletto della polizia è troppo sensibile alla vista di uomini della pelle nera, quello cantato dalla chitarra di Springsteen con American Skin (41 Shots), quello che ancora rappresenta un nodo irrisolto degli Stati Uniti multirazziali ma non sempre multiculturali. Lo stesso volto che, del resto, anche l’Italia si è trovata a mostrare con il caso di Stefano Cucchi, portato sul grande schermo dal film Sulla mia pelle. Non importa che la vittima sia un nero o un “tossico”: la sostanza, in fondo, resta la stessa.
Il razzismo è un ottuso pregiudizio difficile da superare. La 13ma edizione della Festa del Cinema lo ricorda con tutti i registi, con film come The Hate U Give, cui fa da sfondo la stessa tematica di Monsters and Men, o Green Book, con i toni della commedia dal retrogusto amaro. Così come è difficile scoperchiare il vaso di Pandora degli abusi commessi da chi avrebbe il dovere istituzionale di tutelare i diritti dei cittadini. Il film di Reinaldo Marcus Green, tuttavia, pur restituendo uno spaccato di indubbio interesse, non riesce a toccare le corde giuste per convincere fino in fondo. Le storie dei tre protagonisti restano troppo distanti le une dalle altre e la narrazione perde spesso di ritmo, lasciando senza sviluppo alcuni spunti che restano appena accennati.
data di pubblicazione: 26/10/2018

da Antonio Jacolina | Ott 25, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
William (Aneurin Barnard) è un giovane scrittore che non riesce a pubblicare nulla, è privo di affetti, è depresso ed ha deciso di porre fine alla sua esistenza senza senso. Dopo una decina di tentativi tutti falliti tragicomicamente, ingaggia Leslie (Tom Wilkinson) un killer professionista in età avanzata perché provveda lui a “suicidarlo” entro una settimana. Anche il killer, a sua volta, ha i suoi problemi con il Boss della sua Organizzazione perché deve riuscire a raggiungere la quota prevista di omicidi, pena il suo pensionamento anticipato, inoltre, ahinoi, proprio subito dopo aver sottoscritto il contratto, il nostro William scopre finalmente validi motivi per vivere e sognare. Ma … il contratto è contratto …
Tom Edmunds debutta con questa pellicola sia come sceneggiatore sia come regista e ci regala subito, con buon istinto artistico ed in modo convincente, nonostante la serietà dell’argomento trattato, una divertente commedia permeata di un dark humour molto inglese. Il suicidio è un argomento così serio che prescindendo, a priori, dal fare riferimento a valori morali, l’autore l’affronta scientemente portando subito il racconto molto oltre le righe ed anche oltre il piano dell’ironia, ricercando talora effetti molto comici. La narrazione stessa sembra non volersi prendere troppo sul serio. In realtà il film è invece un’occhiata comica sul senso della vita e sulle ragioni per viverla e giunge ad esaltare proprio la forza della vita stessa rispetto a qualsiasi altra situazione umana. Una storia quindi bizzarra e surreale che non annoia, anzi, al contrario, rallegra e sorprende con idee e situazioni brillanti che, a tratti, fanno anche sentire l’influenza o il ricordo di alcune scene e situazioni già viste in In Bruges del 2008.
Alla base di questa gradevole opera prima c’è dunque una perfetta sceneggiatura ben costruita ed autoironica, ma la sua brillantezza deriva anche dal gioco dei ruoli dei vari personaggi, tutti perfettamente disegnati e caratterizzati, da un ritmo sempre sostenuto e poi dalla talentuosa interpretazione dell’ottimo cast di attori britannici. Spiccano, fra tutti, i due protagonisti che sembrano quasi rispecchiarsi l’uno nell’altro: il giovane A. Barnard già apprezzato nel recente Dunkirk, e, soprattutto, il collaudato T. Wilkinson. La sua performance è così eccellente che riesce ad asciugare il suo ruolo fino a dare con la sua recitazione tutto il senso della noiosa routine accumulatasi negli anni, quasi il killer fosse un banale e stanco impiegato prossimo al pensionamento. Una interpretazione ricca di eleganza e finezza, veramente tutta British Style e soprattutto understatement.
Cogliere il senso di una Commedia è sempre anche molto soggettivo perché dipende, ovviamente, anche dal senso individuale di humour di ciascuno spettatore, ma, riteniamo di non sbagliare definendo Dead in a week una più che eccellente British Dark Comedy che non si prende mai troppo seriosamente e che oltre a far sorridere fa anche ridere. Un piccolo e piacevole film che certamente assicura un gradevole divertimento così come una fredda bevanda, o, se preferite, come una bella tazza di tè inglese, che si apprezza al momento in cui la si gusta per poi dimenticarsene molto gradevolmente, piano piano, dopo un po’…
data di pubblicazione:25/10/2018

Gli ultimi commenti…