da Antonella Massaro | Ott 24, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
L’uomo bianco e l’uomo nero, il povero e il ricco, un viaggio insieme alla (ri)scoperta di se stessi, con l’immancabile osmosi di personalità tra due personaggi apparentemente agli antipodi. Green Book, però, è molto di più che un “tradizionale” road movie: è un film che fa bene all’anima e al cinema, con un impareggiabile Viggo Mortensen a fare da protagonista.
Tony Vallelonga, detto Tony Lip (Viggo Mortensen), è un italoamericano che vive nel Bronx dei primi anni Sessanta. Lavora nei locali notturni come “uomo della sicurezza” e, giorno per giorno, cerca il modo di portare a casa quanto necessario ad assicurare a sua moglie Dolores (Linda Cardellini) e ai suoi figli una vita dignitosa: non importa se si tratta di ingurgitare hot dog, di guidare il camion della spazzatura o di “giocare” a dadi o a carte.
Una nuova opportunità di lavoro, però, lo mette di fronte a una scelta per niente scontata: fare da autista al Don Shirley (Mahershala Ali), uno dei pianisti più virtuosi della sua generazione, un uomo colto ed erudito, ma soprattutto un uomo di colore. Lo aspetta una tournée negli Stati del Sud, quelli dove gli avamposti del razzismo sono più difficili da violare: otto settimane lontano da casa, con un “capo nero” da cui prendere ordini, ma con una buona paga pronta a ricompensarlo se l’artista porterà a termine il suo viaggio senza problemi. Dopo qualche esitazione, i due partono a bordo di un’automobile color carta da zucchero, muniti dell’indispensabile “libro verde”: il green book è una sorta di guida turistica, molto diffusa all’epoca, in cui gli afroamericani potevano trovare l’elenco dei ristoranti e degli alberghi a loro “riservati”.
La diffidenza iniziale tra i Tony e Shirley si trasforma progressivamente in empatia. Tony protegge Doc, mentre Doc insegna a Tony a scrivere delle lettere d’amore che non si riducano alla rassegna di quel che mangia a colazione o a pranzo.
Osservando Doc dallo specchietto retrovisore, Tony si accorge fin da subito che la mente del suo compagno di viaggio è affollata da molti pensieri: è quello che succede alle persone intelligenti, e chissà se poi è davvero così divertente essere intelligenti. Il genio e il talento, del resto, sono nulla senza il coraggio: il coraggio di dire no, di scendere dal palco quando le luci dei riflettori diventano dei fari che abbagliano le coscienze, di non rinnegare le proprie origini, ma anche di non lasciarsi ingabbiare dagli stereotipi che in quelle origini affondano le loro solide radici. Il coraggio di non perdere la dignità, di insistere, di resistere, di rinascere.
Ispirato alla storia vera di Tony Lip, padre di uno degli sceneggiatori del film (Nick Vallelunga), Green Book non lascia certo indifferenti. La ricetta del road movieè quella tradizionale: l’uomo bianco e l’uomo nero, il povero e il ricco, un viaggio insieme alla (ri)scoperta di se stessi, con l’immancabile osmosi di personalità tra due personaggi apparentemente agli antipodi. Gli ingredienti, però, sono di prima qualità e riescono a fare la differenza anche in una pellicola che, sulla carta, si candidava a divenire uno degli ennesimi esercizi di un genere cinematografico ormai (fin troppo?) collaudato. La sceneggiatura è coinvolgente e mai banale, i personaggi mostrano sfumature caratteriali indubbiamente interessanti, ma è Viggo Mortensen a rendere Green Book un autentico gioiello: grandioso nella sua interpretazione dell’“uomo straordinariamente comune”, mai sopra le righe eppure capace di “bucare lo schermo”. Senza contare le battute recitate in italiano: meriterebbe un Oscar solo per quelle.
Con Green Book, insomma, si ride, si piange e si riflette, come nelle buone “commedie d’autore” che si rispettino.
data di pubblicazione: 24/10/2018

da Antonio Iraci | Ott 24, 2018
Matteo è un uomo di successo, circondato dal lusso e dagli eccessi, che ama la vita in tutte le sue manifestazioni più estreme. Ettore è più modesto, insegna in una scuola media di provincia dove vive un’esistenza tranquilla, quasi nell’ombra, ben cosciente dei propri fallimenti personali. Matteo e Ettore sono fratelli. Quando una grave malattia colpisce uno di loro, entrambi dovranno necessariamente confrontarsi, scoprendo il profondo sentimento d’affetto che li unisce.
Con questo film, presentato quest’anno a Cannes nella Sezione “Un Certain Regard”, Valeria Golino è alla sua seconda esperienza in veste di regista dopo Miele. In entrambi i film viene affrontato il tema della morte, ma nella sua opera prima come soluzione finale alla sofferenza, come dolce fine, in questo secondo film il tema della morte viene invece affrontato più come qualcosa che incombe ma che si vuole allontanare nel migliore dei modi possibile. Lo scontro fisico e psicologico tra i due fratelli, che non hanno mai saputo dialogare tra loro né tantomeno scoprire ed apprezzare le proprie diversità, rende la situazione quasi paradossale in quanto saranno costretti ad affrontare l’infermità esorcizzandola attraverso una sorta di dissonante “euforia”, un misto di gioia ed ansia per ciò che potrà accadere. Matteo in particolare, che vive di avventure occasionali con uomini e di cocaina, si vedrà costretto a giocare un ruolo più maturo a lui sino ad allora del tutto estraneo, dovendo gestire al meglio qualcosa con cui non si era mai misurato.
La Golino affronta con Euforia il problema dei rapporti interpersonali di fronte alla malattia in maniera quasi ironica, come un pretesto per fare prendere coscienza ai vari personaggi di ciò che si è, a dispetto di ciò che si vuol far credere di essere. Ognuno sembra avere un impedimento a rivelare la propria vera natura a causa di una forza superiore, una sorta di ingiustificato pudore per mascherare le proprie debolezze. Il vero punto di forza del film è che la tensione viene coscientemente alleggerita da situazioni al limite del grottesco, funzionali ad impedire alla narrazione di cadere altrimenti in qualche inevitabile cliché, ciò anche grazie all’utilizzo di un linguaggio fresco e graffiante come a voler minimizzare il dramma incombente.
Molto convincente la prova di Scamarcio, ma altrettanto bravo Mastandrea nella parte di Ettore, uomo oramai alla deriva al quale resta poco tempo per riscattarsi nei confronti della vita; entrambi i personaggi vengono tratteggiati con particolare cura, capaci di esprimersi con profondo realismo. Meno convincenti Isabella Ferrari nella parte della ex moglie di Ettore e Jasmine Trinca nel ruolo della sua nuova compagna. Ottima la fotografia, curata dall’ungherese Gergely Poharnok.
data di pubblicazione:24/10/2018
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da Antonio Iraci | Ott 24, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Il 16 gennaio 1969 Jan Palach, studente alla Facoltà di filosofia dell’Università di Praga, si recò in piazza San Venceslao, si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco. Il suo fu un atto estremo di disperazione contro l’occupazione militare della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche e servì a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su ciò che stava realmente accadendo nel suo Paese.
Tra le mille prerogative del cinema c’è non solo quella di raccontare storie inventate, ma anche di portare a conoscenza del pubblico qualcosa che fa parte della storia universale come il fatto narrato in questo film, forse dimenticato, che invece merita di essere ricordato per il significato che ha trasmesso e che potrebbe trasmettere alle nuove generazioni che non hanno vissuto in pieno la dicotomia tra un paese occupato ed un paese occupante. Tuttavia Jan Palach, del regista ceco Robert Sedláček, appare eccessivamente didascalico nel voler raccontare gli ultimi mesi della vita di questo giovane studente, che divide il suo tempo tra i propri affetti e lo studio universitario. In un paese dove la presenza sovietica aveva annullato la libertà di espressione, la popolazione si era rassegnata al sopruso, la sua protesta, insieme a quella di tanti altri studenti impegnati politicamente all’interno dell’Università, fu un vero e proprio grido contro l’invasore.
Il film con la sua ambientazione riesce comunque a trasmettere quel clima grigio di tristezza che appesantiva gli animi e che contribuiva nel silenzio a spegnere ogni speranza di indipendenza, ponendo di fatto fine a quell’effimera stagione riformista che era stata indicata come la “Primavera di Praga”. Il protagonista Viktor Zavadil, con il suo sguardo smarrito, contribuisce a rendere l’atmosfera claustrofobica dove non c’è spazio neanche per una logica spiegazione del perché di quel gesto. Certamente un documento importante per i giovani che sconoscono la non libertà e che oramai hanno abbandonato quegli ideali a vantaggio di altri, forse meno nobili. Il film, a volte eccessivamente lento nel farci entrare negli ingranaggi della storia, desta qualche sporadico sbadiglio assieme ad un misto di interesse ed apprensione. Se ne suggerisce la visione a quei ragazzi ignari, che magari hanno incontrato il nome di Jan Palach per indicare una strada o una piazza della propria città: occasione buona per soddisfare magari una propria curiosità.
data di pubblicazione:24/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 24, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)
Una sala stracolma di sorrisi e di etnie, di abbracci e applausi per l’italianissimo Go Home – A casa loro, lo zombie movie di periferia, fortemente voluto da Alice nella città nella sezione ‘Panorama Italia’.Si parla e si parlerà a lungo di Go Home – A casa loro, opera prima di Luna Gualano, scritto da Emiliano Rubbi.
Siamo davanti a un centro d’accoglienza, una violenta manifestazione di militanti di estrema destra ne vuole impedire l’apertura. Arrivano dei manifestanti di sinistra, divampa una lotta. La tensione sale, le facce si trasformano in preda alla rabbia, alla follia razzista, alla volontà di sopraffazione. C’è una tv di quartiere e c’è tutto il razzismo del nulla cui purtroppo siamo oggi abituati. Enrico, interpretato da Antonio Bannò,un ragazzo di estrema destra è intento a manifestare con il suo gruppo. Ma, all’improvviso, si diffonde un virus. E sul piazzale davanti al centro di accoglienza tutti cominciano a trasformarsi in zombie, a rincorrere le persone per morderle.
Enrico trova riparo nel centro di accoglienza tra i rifugiati politici che improvvisamente diventano i suoi salvatori. Mentre fuori i morti camminano sulla terra, il giovane cerca in tutti i modi di farsi accettare dai migranti mentre il pericolo dilaga.
Go Home – A Casa Loro porta avanti una lucida accusa contro l’involuzione della società; l’esasperazione del quotidiano diventa un horror sulla discriminazione e sull’odio razziale che sta dilagando in Italia, soprattutto fra i più giovani. Il sentimento d’odio che dilaga soprattutto in quelle periferie dove il conflitto sociale rischia di esplodere più facilmente.
E’ la saga della società ignorante, spaventata e aggressiva nei confronti del diverso.
Il film è una bellissima babele culturale fatta di occhi e lingue diverse: i dialoghi sono in italiano, inglese, francese, arabo, dialetto africano, quello che è poi oggi la comunicazione in un centro di accoglienza. Una intelligente allegoria su quale deriva culturale e politica sta perseguendo il nostro paese.
Ma è soprattutto la storia della realizzazione di questo piccolo grande film che incanta e che è testimoniata da tutti coloro che appaiono nei titoli, una lista infinita di nomi, una vera favola a lieto fine perché frutto della determinazione di un gruppo di persone che ha creduto e fattivamente contribuito alla realizzazione di un progetto e di un’idea. E questo è un grande insegnamento per tutti.
data di pubblicazione:24/10/2018

da Antonella Massaro | Ott 23, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Il confine tra giusto e sbagliato, tra virtù e peccato, tra educazione e diseducazione è sempre particolarmente labile in una società chiamata a fare i conti con stereotipati pregiudizi e con la paura di ciò che, in un modo o nell’altro, appare “diverso”. The Miseducation of Cameron Post è un affresco delicato e profondo dell’adolescenza vissuta su quel confine: senza morbosa tragicità, ma con realistica “normalità”.
In una Festa del Cinema particolarmente attenta alle tematiche “di genere”, The Miseducation of Cameron Post si colloca dalla prospettiva, ironica ma disillusa, dell’età adolescenziale.
Cameron (una impeccabile Chloë Grace Moretz) è una liceale che cerca di sembrare come tutte le altre ragazzine della sua età, con tanto di brufoloso accompagnatore al ballo della scuola. Intrattiene però una relazione con la coetanea Coley (Quinn Shephard), che fa parte del suo stesso gruppo di studio della Bibbia: è un rapporto coinvolgente e idilliaco, ma quando le due ragazze vengono scoperte, Cameron è costretta a “ricoverarsi” in nella comunità religiosa God’s Promise.
All’interno del centro i ragazzi deviati, affetti dalla sindrome ASS (attrazione per persone dello stesso sesso) o con la passione per le droghe leggere, sono chiamati a un processo di rieducazione che dovrebbe portarli a prendere consapevolezza dei loro peccati e a guarire, con l’aiuto di Dio e dei responsabili della comunità, dalle proprie perversioni.
Il percorso con il quale Cameron è chiamata a confrontarsi si rivela a tratti paradossale. Da una parte, la causa di tutti i mali sembra essere proprio quella famiglia tradizionale, basata su sane relazioni eterosessuali, di cui tutti cantano il mito e che dovrebbe rappresentare la via della salvezza dal peccato. Dall’altra parte, gli educatori, pur ostentando serenità e sicurezza, sono forse più instabili emotivamente degli ospiti che pretenderebbero di rieducare. L’incontro con Jane Fonda (Sasha Lane) e Adam (Forrest Goodluck) servirà a Cameron per portare a termine il suo processo di “diseducazione” e di consapevolezza.
Il film di Desiree Akhavan, vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultima edizione del Sundance Festival, è tratto dall’omonimo romanzo di Emily M. Danforth, che ha acceso i riflettori sull’equivoca realtà dei centri di rieducazione americani per ragazzi che di problematico hanno solo i pregiudizi con cui sono chiamati a fare i conti.
I toni del racconto, mai morbosi o eccessivamente cupi, rendono plasticamente la “normalità” di quello che si pretende di additare come anormale, restituendo l’impressione che la realtà distorta e “diseducativa” sia proprio quella attorno a cui è costruito God’s Promise: sono concessi il karaoke con canti religiosi e le rock band che intonano canti al Signore, mentre viene censurata l’innocente e travolgente esibizione di Cameron, che canta a squarciagola sulle note di What’s up.
I personaggi sono caratterizzati con lodevole precisione e il cast funziona in maniera pressoché perfetta. La sequenza finale, poi, vale il film intero.
data di pubblicazione: 23/10/2018

da Antonio Jacolina | Ott 23, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Starr (Amandla Stenberg) è una 16nne afro-americana, vive due vite. La prima nel suo quartiere periferico ed emarginato dove la maggior parte delle persone sono nere e povere e dove dominano le gang e le droghe. La seconda è invece nel suo ambiente scolastico in uno dei migliori istituti privati della città ove l’hanno iscritta i genitori per darle migliori opportunità e dove il contesto è bianco e ricco. Non è facile per la ragazza vivere in equilibrio in questi due mondi così lontani e diversi fra loro. Un giorno, dopo una festa da vicini di casa, un suo amico d’infanzia viene ucciso senza aver fatto nulla da un poliziotto bianco. Starr è l’unica testimone, gli equilibri saltano ed inizia per lei un viaggio di scoperta di se stessa, delle sue convinzioni, appartenenze e verità …
Tillman è un affermato sceneggiatore e discreto regista americano che ha esordito nel 2000 con Men of honor e ci regala oggi un’opera forte, evocativa e bella, tratta da un romanzo di successo di pari titolo di A. Thomas. Un film che può sembrare essere solo una storia di crescita e formazione giovanile, un teen-movie sui problemi amorosi adolescenziali, in realtà il regista sa andare ben oltre lo spirito narrativo di cornice e realizza un lavoro che parla non solo ad un audience giovanile ma anche ad un pubblico adulto di tutte le età. Difatti, sia pure dalla prospettiva di una giovane, ci fa riflettere tutti su: dignità dell’individuo, forza della verità, solidarietà familiare, giustizia sociale ed identità individuale e collettiva.
Starr è una ragazza che è alla ricerca del suo “essere chi” e scopre ciò in cui credere e ciò che effettivamente è, solo dopo una presa di coscienza di se stessa davanti alla brutalità della polizia, del razzismo e della violenza di ogni tipo. Tutto il film è in perfetto equilibrio fra mondo scolastico e storia individuale da una parte, e mondo emarginato e dramma sociale dall’altra, senza sacrificare mai spazio e qualità di nessuna delle due parti. La narrazione è supportata da una buona sceneggiatura dietro la quale si vede tutta la forza del libro da cui è tratta, i dialoghi sono ben definiti e realistici, il ritmo è costante senza pause o cedimenti. La regia sa poi abilmente alternare momenti di allegria o leggeri con svolte drammatiche, sentimenti di dolcezza e rabbia individuale con sentimenti di commozione e rabbia collettiva. La composizione del cast, come tipico delle produzioni americane, è perfetta fin nei ruoli più marginali. Emerge su tutti, e, praticamente, illumina il film con la sua bellezza e con il suo splendido sorriso, la giovanissima e talentuosa Stenberg. La sua interpretazione ha una forza creativa che cresce in capacità e profondità in ogni scena, cesellando con intensità il suo personaggio. Nel ruolo del padre giganteggia Russel Hornsby.
Il film di Tillman è senza dubbio un film da vedere e da godere, uno dei suoi migliori. Un film che è anche fortemente rappresentativo della realtà odierna della comunità nera degli Stati Uniti, stretta fra una nuova auto rappresentazione di se stessa sul piano della famiglia, della comunità, delle nuove generazioni e, di contro, la permanenza di vecchi pregiudizi e mai scomparsi razzismi. Un film che è uno sguardo giovane, fresco e consapevole su tale realtà e che merita tutta la simpatia, l’empatia e gli apprezzamenti dello spettatore. Decisamente un bel film.
data di pubblicazione:23/10/2018

da Giovanni M. Ripoli | Ott 23, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Nic Sheff è bello, bravo e intelligente ed è circondato dall’affetto della sua famiglia benestante e liberal, ma dopo aver provato, come tanti suoi coetanei, la metanfetamina, diventa totalmente dipendente da tutte le droghe possibili e immaginabili. La storia è il vero calvario cui si sottopone il giovane, ma anche la sua famiglia per tentare il problematico recupero. Come si dice in questi casi: tratto da una storia vera.
Beautiful boy è la dolcissima canzone di John Lennon dedicata al figlio Sean ed è anche un brano che si ascolta in sottofondo nel film di Felix Van Groeningen dal titolo omonimo. Anche nella pellicola si parla di un bellissimo ragazzo con dei problemi…
Già ammirato nei paesi di lingua inglese, il film di Van Groeningen, quarantaquattrenne regista e sceneggiatore belga (il suo Alabama Monroe del 2012 fu candidato agli Oscar) oltre a una buona storia, tratta dalle biografie degli stessi reali protagonisti, David Sheff e Nic Sheff, ha l’indiscusso merito di proporre una recitazione “da Oscar” per gli attori, il padre ( Steve Carrell) e il figlio (Timothèe Chamalet, già ammirato nel film di Guadagnino). La regia, pur solida, non mostra tracce di particolare originalità, attenendosi a uno stile sobrio e rigorosamente classico. Scelta forse meditata e voluta per una storia forse non originale, ma, purtroppo ancora attualissima in differenti realtà. Il regista sceglie di raccontarci quello che accade in una famiglia della middle class americana, aperta e felice prima della scoperta della “tossicità” del loro bellissimo e apparentemente bravissimo Nic. Nel film viviamo con il padre, la madre (AmyRyan) e la seconda moglie di David (l’intensa Maura Tierney), le innumerevoli “guarigioni e ricadute” del giovane. Più volte ci illudiamo che dopo cliniche riabilitative, ripensamenti, ansie, paure, pentimenti, rischi di overdose, il ragazzo sia finalmente uscito dal tunnel della dipendenza, ma, per quasi due ore, si tratta solo di illusioni per la famiglia e per il pubblico. l’Happy end, però, giunge nel finale e sembra legato principalmente all’affetto ritrovato nel focolare domestico e alla nuova consapevolezza del giovane. Beautiful Boy, è nel complesso un buon film che attraverso flash back, una narrazione solida e soprattutto una assai convincente prova di attori, offre uno spaccato realistico di un percorso doloroso, comune a tante famiglie. Certo la pellicola non entra nel merito di approfondimenti psicologici sulle motivazioni che portano alle dipendenze, ma si apre e bene ad esplorare il forte rapporto affettivo padre-figlio, cardine del film stesso, grazie – come detto – alle notevoli performances dei due attori, dove Steve Carrell è un padre decisamente credibile: lacerato ma mai melenso, sempre nelle righe nel dolore come nei suoi entusiasmi, e Chamalet, cui è facile prevedere una candidatura agli Oscar, è al pari perfetto, sia nei momenti più drammatici, sia in quelli gioiosi e persino poeticamente dolci (come nei giochi con i piccoli fratellini nati dal secondo matrimonio del padre). Dunque, film pur alle prese con un tema non facile, risulta avvincente e mai noioso, accettabilissimo proprio perché privo di quella retorica che spesso è sottesa in pellicole similari.
data di pubblicazione:23/10/2018

da Antonio Iraci | Ott 22, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Jared, figlio del pastore protestante di una piccola cittadina dell’Arkansas, è costretto dal padre a seguire una terapia riabilitativa di conversione dopo aver confessato di essere gay. Mandato in un centro specializzato, dovrà seguire un rigido programma allo scopo di modificare forzatamente il proprio orientamento sessuale. Una maggiore presa di coscienza di sé determinerà in lui un radicale cambiamento ma non nella direzione che gli si voleva imporre.
Questa tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma affronta in maniera decisa problematiche ancora attuali nella società americana e che, per estensione, riguardano anche la realtà in cui ci troviamo: la discriminazione razziale e la difficoltà a manifestare apertamente la propria identità sessuale. Su quest’ultimo punto il film Boy Erased, che porta la firma del regista e attore australiano Joel Edgertorn, sembra essere perfettamente calzante per gettare uno sguardo nell’animo di un adolescente al quale viene impedito di essere se stesso, prima dalla famiglia e poi dalla società in cui vive. Il protagonista, interpretato da Lukas Hedges, è circondato da un ambiente impregnato di una religiosità austera tutta rivolta a suscitare in lui infondati sensi di colpa solo per il fatto di essere attratto da individui dello stesso sesso. Al padre, da buon pastore protestante, non rimane che applicare le proprie insane convinzioni e imporre al figlio quel radicale “trattamento” necessario per essere accettato dagli altri. Il ruolo dei genitori è interpretato da un ingombrante Russel Crowe e da una sempre affascinante Nicole Kidman, meno ingessata del solito, che riescono a manifestare quel sentimento di impotenza, mista a rabbia, che sentono nei confronti del loro figlio Jared. Una violenza psicologica, a tratti anche fisica, che si percepisce e della quale non ci si riesce a liberare.
Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore Garrad Conley, il film ripercorre con un senso di grande sensibilità il travaglio del giovane protagonista e le difficoltà che dovrà affrontare per accettarsi e farsi accettare. Nello strepitoso cast troviamo anche lo stesso regista, nella parte del terapeuta, mentre un piccolo ruolo viene ricoperto da Xavier Dolan, sul quale non è necessario soffermarsi data la sua conclamata notorietà. Un film coraggioso del quale se ne consiglia vivamente la visione.
data di pubblicazione:22/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 22, 2018
(Teatro Vitttoria – Roma, 11/20 ottobre 2018)
Un uomo siede da solo davanti a un’enorme prigione in un paesaggio desertico. Chi è? E perché si trova in questo luogo? È una sua libera scelta oppure sta scontando una qualche forma di punizione?
Si apre con questi interrogativi The prisoner, ultimo lavoro di Peter Brook diretto insieme a Marie-Hèlène Estienne e presentato in prima italiana per il Roma Europa Festival al Teatro Vittoria, dall’11 al 20 ottobre.
La storia è quella del giovane e irrequieto Mavuso che uccide suo padre dopo averlo sorpreso a letto insieme a sua sorella. Mavuso in realtà ama la propria sorella Nadia e uccide il loro padre per gelosia. Lo zio Ezekiele diventa giudice di questa situazione, che è frutto di grande amore ma che ha portato a un assassinio, e condanna Mavuso a una punizione esemplare: dovrà rimanere sulla collina di fronte alla prigione, da solo a guardare le mura per un tempo indefinito, aspettando una presunta redenzione, mentre a farlo prigioniero, più che le sbarre, sono i suoi fantasmi.
Brook ed Estienne mettono in scena una parabola sul tempo della pena, uno spettacolo stupefacente che affronta i temi della punizione, della giustizia e del crimine con quel consueto tocco vibrante e poetico che caratterizza la sua scrittura scenica.
Il cast è formato da un eccezionale gruppo di attori di varie nazionalità, Hiran Abeysekera, Hayley Carmichael, Hervé Goffings, Omar Silva e Kalieaswari Srinivasan.
Gli autori antepongono la meditazione al dramma, partendo da una scenografia sospesa e immobile che racconta soprattutto il percorso tutto intimo e personale di Marvuso verso la salvezza, dal piano della redenzione a quello della consapevolezza.
Uno spettacolo rarefatto, assolutamente asciutto e essenziale. Tutto viene appunto semplicemente messo in scena, con un sapiente uso delle luci, senza interpretazioni, rivelando nodi, interrogativi, umanità cui è lo spettatore a dover dare un senso. E sono spesso i corpi, gli sguardi, i volti, la fisicità a essere assolutamente espressivi. L’umanissimo teatro antropologico del grande regista.
data di pubblicazione:22/10/2018
da Rossano Giuppa | Ott 22, 2018
(Teatro Olimpico – Roma, 17/19 ottobre 2018)
Un mondo in caduta libera, pieno di conflitti, ma carico di energia e forza anarchica e propulsiva, una commedia violenta dal sapore agrodolce. Dieci meravigliosi danzatori in scena accompagnati da un gruppo di straordinari musicisti live, per il Grand Finale di Hofesh Shechter al Roma Europa Festival dal 17 al 19 ottobre al Teatro Olimpico, “una danza intorno all’abisso per indagare i grandi temi del presente” come la precarietà della quotidianità, i disastri politici ed ecologici, la violenza e il terrore, “senza rinunciare a quel black humor che è ormai firma del coreografo”. Una danza ai confini del mondo, al suono dell’apocalisse, ma con quella componente british, che tradisce un ottimismo leggero e fiducioso. È il marchio di fabbrica Hofesh Shechter, coreografo israeliano trapiantato a Londra, riconosciuto a livello internazionale come uno degli artisti più emozionanti della danza contemporanea, tornato ospite al RomaEuropa Festival per la terza volta. Regista e coreografo, ma anche musicista, Hofesh Shechter fa parte di quel gruppo di straordinari artisti nati, cresciuti in Israele e poi emigrati nel mondo (Ohad Naharin, Sharon Eyal, Gai Behah,).
Un lavoro che amalgama danza, teatro e musica, guardando al passato e aprendo a nuove strade.
Una nebbia avvolge la scena e la platea, efficacissime luci e sonorità di contrasto tra classico e contemporaneo enfatizzano le gestualità dei performer, a tratti enfatiche, a tratti devastanti. Un piano sequenza che scorre in uno spazio in perenne evoluzione fatto di pieni e di vuoti, di storia e di rivolta. È il talento di Shechter quello di analizzare ed esorcizzare, allo stesso tempo, i demoni del nostro presente.
Spettacolo comico, cupo e meraviglioso, carico di eccessi, di forza, bellezza, dinamismo che ti devasta ma che ti auguri non finisca.
data di pubblicazione:22/10/2018
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