da Rossano Giuppa | Ott 16, 2018
(Teatro Argentina – Roma, 9/14 ottobre 2018)
Ha debuttato il 9 ottobre al Teatro Argentina in prima italiana, per una coproduzione tra Romaeuropa Festival 2018 e Teatro di Roma, Quasi niente, la nuova creazione del duo Daria Deflorian e Antonio Tagliarini.
È evocata la storia di Giuliana, protagonista del film Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, interpretato da una straordinaria Monica Vitti.
Giuliana ed il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza.
Una canzonetta pop esaspera la fragilità del reale ed attraversa il vuoto delle relazioni umane.
Cinque esseri umani, uomini e donne senza un nome proprio si rivelano e prendono la parola gli uni davanti agli altri: i trentenni, la quarantenne, la quasi sessantenne, il quarantenne.
Una patina li separa e rende sfocato quello che è il contatto con l’esterno. Così scena e drammaturgia si costruiscono come un territorio spazio aperto, di osmosi tra interiore ed esteriore, tra spazio intimo e spazio sociale.
Scorrono le parole e i gesti di Daria e Antonio, quelle dell’attrice Monica Piseddu, del performer Benno Steinegger, e della cantante Francesca Cuttica, una filastrocca della nostra quotidianità.
Una confessione, un racconto privato, una testimonianza di vita pulsante dopotutto.
“Giuliana è una donna borghese ma è anche una ‘selvatica vestita bene’ ed è proprio in questo senso che, alla fine, non rappresenta nulla: chiamata a rappresentare la borghesia, (poiché l’identità borghese è uno dei grandi temi del cinema dell’epoca) finisce per eccedere le rappresentazioni, comprese quelle ideologiche o sociologiche. È un punto di fuga” raccontano gli autori.
Il duo approfondisce così la propria riflessione sul significato stesso del teatro e sul ruolo dell’attore. Dramma o commedia che voglia essere, la vita è così e in quanto tale va raccontata anche attraverso quella intimità non certo serena ma a tratti ironica, a volte angosciante, a volte vuota, un quasi niente.
Un lavoro non solo sul disagio e sulla fragilità ma anche sulla purezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare.
Parole, urla, riflessioni, gesti liberatori, estasi e follia per dare vita e forma ad un personaggio, moglie e madre, che attraversa il deserto della sua vita ma che certamente alla fine è più viva di tutti.
Un teatro nobile e spirituale, estetico e denso.
data di pubblicazione:16/10/2018
da Daniele Poto | Ott 15, 2018
Fotografia su uno sport ridotto alla pura sopravvivenza per cattiva gestione di sistema. Vitale ancora a Roma, nicchia di un folclore che non si cancella ma semmai si trasforma.
Un film documentario che è quasi un lasciato testamentario su quello che è rimasto del pugilato a Roma, lontano dai fasti mediatici e televisivi di un tempo. Piazza di Siena ospitò nel 1933 un campionato mondiale vincente di Primo Carnera con decine di migliaia di persone assiepate nei luoghi dell’attuale Concorso Ippico. Oggi Davide Buccioni, l’unico organizzatore pugilistico della capitale, promuove nei luoghi più impensati, quando non addirittura all’aperto, quello che rimane dello sport di un tempo. Le interviste illuminanti ai maestri e ai campioni di una volta aprono uno spaccato nostalgico sulla boxe che fu. Quella che ti faceva assaporare il profumo del sudore. Un ambiente borderline, naif e insieme ruspante. Sottoproletariato di periferia spesso appannaggio di una violenza che usciva dalle sedici corde. E questo spiega anche il successo delle grandi famiglie zingare che rimbalzano dallo sport alla cronaca giudiziaria: i Casamonica, gli Spada, i Di Silvio. Alberi genealogici ricchi di campioni italiani e di partecipanti alle Olimpiadi. Mario Romersi, ex campione italiano dei medi, racconta delle epiche scazzottate con Monzon, prima che questi cancellasse Nino Benvenuti dal trono dei medi. 71’ filanti e coinvolgenti, e insieme distaccati per valutare a distanza un passato irripetibile. Il pugilato è decaduto per un’infinità di motivi ma la decadenza è ancora più viva a Roma che era una fucina di pugili e di luoghi attrezzati per questo sport in via di estinzione. Nonostante la presenza in poche sale specializzate la pellicola sta diventando oggetto di culto per chi ama una disciplina che ha regalato pagine drammatiche di letteratura, una filmografia intensa proprio in ragione della sfida cruenta uomo contro uomo. Uno sport in crisi ma che sta riscoprendo una passione tutta femminile che, in fin dei conti, potrebbe servire a rianimarlo.
data di pubblicazione:15/10/2018
da Antonio Jacolina | Ott 13, 2018
Ancora una volta un film campione di incassi in Francia, ancora una volta il cinema francese ci regala l’opportunità di apprezzare quanto i bei ruoli di donna dominino la cinematografia di oltr’Alpe. Abbiamo già ammirato Vittoria in Tutti gli uomini di Vittoria; Aurore in 50 Primavere; Isabelle in L’amore secondo Isabelle; ed oggi abbiamo Nathalie.
Nathalie (Karin Viard), divorziata, è una donna bella e desiderabile, cinquantenne, professoressa in un Liceo parigino e madre di una diciottenne in procinto di far carriera nel mondo della danza classica. Tutto perfetto, almeno così sembrerebbe, il suo mondo inizia però a vacillare all’improvviso, quando d’un tratto si rende conto della sua reale solitudine affettiva e della sua imprevista posizione di debolezza e fragilità. La figlia, sempre più indipendente, può divenire anche una concorrente potenziale, una giovane professoressa insidia il suo prestigio e ruolo proponendo nuovi e migliori metodi didattici, l’ex marito ha una nuova e bella compagna. La svolta esistenziale, i 50 anni, divengono un peso e Nathalie inizia a considerare con occhio diverso il complicato mondo che la circonda e … si difende e … aggredisce tutti!
I fratelli Foenkinos, già affermati scrittori e sceneggiatori, a 6 anni dal loro primo lungometraggio La Delicatezza, ispirandosi ad un loro soggetto originale, tornano a firmare insieme un film dolce ed amaro, a metà strada fra la commedia graffiante e spassosa ed il dramma psicologico. Ci disegnano, con assoluta sensibilità e leggerezza, senza condiscendenze ipocrite, un delicato ritratto di una donna amabile ma destabilizzata dal passaggio dell’età. Costante della produzione filmica dei due fratelli è la descrizione dello stato di incertezza dei momenti di passaggio cruciali della vita, difatti, mentre nella loro opera prima la protagonista affrontava il disagio del lutto e della perdita, questa volta il tema è il disagio dell’ètà che avanza, le ambivalenze e le meschinerie, l’incapacità di condividere le gioie altrui e, non ultimo, anche il tabù della gelosia fra madre e figlia. I registi sono molto bravi, senza voler giudicare navigano abilmente fra dramma e commedia, mantenendo un giusto equilibrio, descrivendo solo le mille sfaccettature di un personaggio complesso, fino al punto che lo spettatore si affeziona alle sue traversie. Nathalie è difatti così totalmente umana ed autentica che nonostante le sue cattiverie, fra lei e lo spettatore non può non scattare una certa complicità. E’ una donna mezzo angelo e mezzo demonio che l’interpretazione della Viard, evitando ogni aspetto caricaturale, rende divertente, umana e simpatica, addolcendone così le tante sfaccettature ed evidenziandone, pur nella comicità delle situazioni, la sofferenza interiore di una persona che è pur conscia dei propri eccessi. Un ruolo che sembra costruito per esaltare proprio le capacità artistiche dell’attrice. Attorno a lei un cast di secondi ruoli impeccabili e ben disegnati. La scrittura del racconto è efficace, i dialoghi sono intelligenti, veri e sottilmente calibrati ed il susseguirsi di situazioni mantiene sempre elevato il ritmo narrativo. L’esito complessivo è discreto.
Alla fine il transfert cinematografico ricercato dai registi riesce perfettamente e lo spettatore si identifica totalmente in Nathalie perché riconosce in lei e nelle sue reazioni qualcosa di nascosto che sente potenzialmente anche proprio. Il complicato mondo di Nathalie è dunque una commedia dallo humour molto corrosivo che però funziona egregiamente e che regala allo spettatore anche un divertente processo di autoanalisi in compagnia della bellezza luminosa della brava Viard.
data di pubblicazione:13/10/2018
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da Antonio Iraci | Ott 13, 2018
(Teatro Palladium – Roma, 1/14 Ottobre 2018)
Goliarda Sapienza (1924-1996) siciliana di nascita e romana d’adozione, viene allevata insieme ai suoi numerosi fratelli a pane e rivoluzione, in un contesto storico politico dove essere sindacalisti, e per giunta socialisti, significava la prigione. Donna poliedrica e, per pura definizione, controcorrente, va a studiare presso l’Accademia di Arte Drammatica iniziando una discreta carriera come attrice di teatro e di cinema. Diventata scrittrice, non viene per niente notata dalla critica ed il suo romanzo L’arte della gioia verrà pubblicato in Italia postumo, quando all’estero era oramai diventato un best seller e riconosciuto come un capolavoro: una vera rivelazione letteraria di una meravigliosa e coraggiosa narratrice.
Sulla scena un enorme letto da dove Goliarda parla di sé, della sua famiglia, dei suoi amori. Fa da contrappunto l’intervento dello psicanalista, imposto e quindi mal tollerato, che cerca di evocare ricordi secondo una pratica che la protagonista respinge con determinazione, incapace di seguire una logica che non le appartiene. La donna non è pazza ma sente il bisogno di rintanarsi nel suo angolino, nella sua camera dove poco a poco si è creata uno scenario esclusivo tutto suo. Anche se sfinita e disillusa da una vita decisamente ostile, continua la sua lotta per affermare se stessa e per immaginarsi un nuovo mondo fatto di belle cose e forse di un nuovo passionale amore: perché lei racchiude di fatto quanto di più carnale e di intellettuale si possa trovare in una donna siciliana ,abituata a attraversare in silenzio bufere sentimentali dopo aver riscoperto l’arte della gioia e del saper essere felici.
Paola Pace, autrice della drammaturgia insieme a Francesca Joppolo, recita in teatro Goliarda proponendo in un contesto denso di pathos emotivo la traccia di alcuni tra i più noti romanzi della scrittrice catanese con particolare riferimento alla figura di Modesta, donna decisamente immorale, secondo la morale comune, che sin dall’infanzia è consapevole di essere destinata ad una vita che va ben oltre i confini della sua condizione di nascita, riuscendo a capovolgere tutte le regole del gioco pur di affermare il proprio vero piacere. Nella realizzazione dello spettacolo, già presentato con successo al Teatro Biondo di Palermo, ci si è avvalsi della preziosa consulenza artistica di Angelo Pellegrino, marito di Goliarda Sapienza, che è anche curatore della sua opera, ora interamente pubblicata da Einaudi. Modesta nell’incipit de L’arte della gioia parla di quel primo ricordo: “Eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno…”.
Lo spettacolo apre la stagione della Fondazione Roma Tre presso il Teatro Palladium con il coinvolgimento diretto della comunità accademica oggi più che mai impegnata sul fronte della formazione culturale e, nello specifico, teatrale dei giovani. Presente in sala l’oramai vecchissimo psicoanalista che a suo tempo ebbe in terapia la scrittrice divenendone poi l’amante cosa che gli procurò l’abbandono definitivo dell’attività di terapeuta.
data di pubblicazione:13/10/2018
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da T. Pica | Ott 12, 2018
Il secondo lungometraggio di Pippo Mezzapesa, presentato nella sezione “Giornate degli Autori” della 75.Mostra d’Arte Internazionale del Cinema di Venezia, regala una fiaba lieve e poetica molto vicina alle vicissitudini italiane degli ultimi anni.
Elia è l’ultimo abitante di Provvidenza, un paesino della campagna pugliese. Dopo il devastante terremoto che ha colpito il piccolo borgo, i superstiti si sono trasferiti nella cittadella nuova a qualche chilometro di distanza dalle macerie, mentre Elia è rimasto a difendere Provvidenza divenendone, suo malgrado, una sorta di attrazione turistica. Ma Elia non è il folle che tutti credono. Nonostante il suo migliore amico Gesualdo (Dino Abbrescia) e l’amica Rita (Teresa Saponagelo) – ex collega della moglie di Elia, Maria, deceduta a causa del terremoto – lo spronino con affetto e dolcezza a trasferirsi nel paesino di freddi prefabbricati (la nuova Provvidenza), Elia non sente ragioni. Il suo cuore e la sua vitalità sembrano rimasti fermi alle tragiche ore del sisma e alla morte dell’amata moglie Maria e gli danno la tenacia e l’ostinazione, talvolta incomprensibile, per insistere nel ruolo di custode non solo dei suoi ricordi ma della memoria collettiva. Un giorno, durante gli scontri ormai quotidiani tra il suo immobilismo, ben piantato a Provvidenza, e il sindaco (nonché cognato di Elia), che sta predisponendo lo sgombero della casa di Elia con la forza pubblica per la definitiva chiusura e abbandono del paesino fantasma, sopraggiunge una presenza straniera che potrebbe capovolgere, forse, le convinzioni o la sorte di Elia. Chi sarà questa misteriosa presenza che all’improvviso, come un dolce vento di scirocco, suggestiona Elia regalandogli l’illusione che la sua amata Maria sia tornata da lui? Riuscirà a convincere il buon Elia ad abbandonare Provvidenza?
Il bene mio magistralmente interpretato da un Sergio Rubini in stato di grazia capace da solo di sostenere con vigore e poesia l’intera storia, porta sul grande schermo l’antico dilemma tra il culto della memoria e il falso mito del guardare e andare avanti demolendo e dimenticando il passato. Le atmosfere del piccolo borgo pugliese non sono storicamente datate, ma avvolte da toni e scorci fiabeschi. Il racconto incanta, a tratti fa sorridere, grazie a quella “canaglia” dell’inconfondibile vis comica pugliese di Dino Abbrescia, e commuove con la maestria e la complicità degli occhi del “fanciullino”, mai prima d’ora così forti e penetranti, dell’istrionico Sergio Rubini. In un paese come l’Italia, segnato, illuso da false promesse e per questo doppiamente devastato dalle tragedie dei terremoti e dei sismi di varia natura, Il bene mio aiuta tutti noi ricordandoci che la forza d’animo del mingherlino Elia, la sua tenacia, sono presenti dentro ogni italiano e dovremmo tirarla fuori con la sua stessa leggerezza e caparbietà per far davvero andare avanti l’Italia e superare le ferite del Bel Paese. Da vedere!
data di pubblicazione:12/10/2018
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da Maria Letizia Panerai | Ott 11, 2018
Il musicista country-rock Jackson Maine detto Jack (B.Cooper), dopo un concerto incontra per caso una cantante di nome Ally (Lady Gaga) che si esibisce in un locale di drag queen, unica donna ammessa a salire su quel palco per le sue straordinarie doti vocali, ma non sufficientemente bella per avere successo in campo musicale. I due si incontrano dapprima solo musicalmente e Jack capisce immediatamente di aver a che fare con un vero e proprio animale da palcoscenico. La loro storia d’amore coronerà tra alti e bassi le loro carriere, una in ascesa l’altra in declino. Il resto è storia già conosciuta ai più.
A star is born, è il primo film da regista per Bradley Cooper, con un’interprete d’eccezione come Lady Gaga nel ruolo che per ben tre volte è stato coperto da illustri attrici. La più recente versione del film è quella del 1976 con la coppia Barbra Streisand – Kris Kristofferson, a cui pare il giovane talentuoso attore si sia ispirato per questa sua versione di ciò che potremmo definire la storia d’amore per antonomasia. Due star al debutto, dunque, una come regista e cantante (con doti in quest’ultimo caso davvero notevoli), l’altra come attrice con un risultato sorprendente che non stupisce, essendo Lady Gaga già un’interprete particolare nel panorama musicale mondiale. Entrambi sulla scena non risultano perfettamente compatibili: lui bellissimo, alto, con uno sguardo profondo e tenero, lei piccola di statura, affascinante ma non bella, con un profilo “greco” che nella carriera reale è diventato il suo punto di forza, elementi che tuttavia insieme sortiscono l’ovvio risultato di far emergere il ruolo da pigmalione di lui nei confronti di una stella che sta per brillare nel firmamento musicale.
Il film, presentato fuori concorso in prima mondiale all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un prodotto perfetto per incantare un pubblico che è alla ricerca di evasione: Cooper non è solo bellissimo ma anche molto bravo, la storia d’amore è di quelle che fanno sognare, i brani musicali scritti dai due interpreti assieme a Lukas Nelson, Jason Isbell e Mark Ronson sono a dir poco accattivanti e creano il vero filo conduttore di tutta la vicenda, senza parlare delle scene e della fotografia, quest’ultima ad opera di Matthew Libatique (Il cigno nero), che completano un pacchetto molto ben architettato.
Tuttavia, senza nulla togliere ai due interpreti, questa “impossibile storia d’amore” come l’ha definita il neo regista, che commuove e ci fa sognare, risulta a tratti stucchevole e noiosa a causa di questa nuova (e a volte inappropriata) tendenza di produrre pellicole che superano le due ore e che mai, come in questo caso, pesano peccando già la trama di originalità.
data di pubblicazione:11/10/2018
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da Maria Letizia Panerai | Ott 11, 2018
Un rapporto a due, quello tra i coniugi Castleman, forte ed indissolubile, che si basa su una complicità che si trasforma negli anni in un compromesso insopportabile a causa di un’illusione: quella di riuscire a tutelare per sempre un segreto che non può essere confessato.
Joe e Joan si conoscono sin dai tempi dell’università: siamo negli anni ’50. Lui è un professore di letteratura, sposato e con una figlia appena nata, lei una brillante studentessa, scrittrice in erba, che cede alle lusinghe ed al fascino di quest’uomo di talento. Dopo quarant’anni, è il 1992, ritroviamo la coppia alla vigilia di un grande evento: Joe, che nel frattempo è divenuto uno scrittore di successo, riceve la notizia di essere stato insignito del premio Nobel alla letteratura; Joan è ancora al suo fianco ma nella veste di moglie devota, madre dei suoi due figli, compagna premurosa ed amorevole. Fra i due, anche dopo tanti anni, sembra esserci un’intesa perfetta ma, l’evento straordinario del Nobel incrina tanta apparente perfezione, facendo emergere non solo l’ombra di innumerevoli tradimenti sul piano personale da parte di quest’uomo capriccioso ed egocentrico, ma anche quella assai più ingombrante di un insospettabile sodalizio professionale.
Jonathan Pryce e Glenn Close sono i due straordinari interpreti di un film che si regge esclusivamente sugli equilibri ed i disequilibri di un rapporto d’amore che, dopo quarant’anni, è sull’orlo del collasso.
Il film dello svedese Biörn Runge, tratto dall’omonimo romanzo di Meg Wolitzer, ha un’idea di fondo ancora molto attuale anche se non del tutto originale (basti pensare a Big eyes di Tim Burton), condotta con delicatezza e senza eccessi pur parlando di ribellione femminile e Glenn Close, nel ruolo della donna di talento che ha sacrificato per anni la propria ambizione per vivere all’ombra del marito, unico tra i due ad avere avuto “l’investitura sociale” a diffondere l’arte dello scrivere, probabilmente riuscirà a conquistarsi la settima nomination agli Oscar.
Il film infatti sembra cucito addosso a questa grande attrice, ma la sua bravura non è decisamente sufficiente a sollevare una pellicola che ha una sceneggiatura un po’ piatta, che ricorre anche a qualche clichè e che si riprende solo con un finale non propriamente scontato ma che, tuttavia, non riesce a fare di The Wife un film da annoverare tra i migliori in circolazione.
data di pubblicazione:11/10/2018
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da Paolo Talone | Ott 11, 2018
(Teatro India – Roma, in prima nazionale 9/28 ottobre 2018)
L’Abisso racconta la drammatica realtà degli sbarchi di cui è testimone da più di 25 anni l’isola di Lampedusa. Le storie dei protagonisti ci vengono riportate da Davide Enia stesso, che è insieme attore principale, cuntatore, testimone e regista di questo spettacolo tratto dal suo romanzo Appunti per un naufragio.
Ci sono delle volte in cui andare a teatro e sedersi in poltrona per assistere a uno spettacolo non è solo divertimento o estraniazione, ma diventa un gesto necessario quando quello che viene proposto e rappresentato ha uno scopo pedagogico. Allora il silenzio che si deve per educazione osservare non è più azione passiva, ma diventa la condizione unica di una compartecipazione drammaturgica all’evento stesso. Certe storie sono da ascoltare con l’intelligenza del cuore oltre che della mente. Il silenzio diventa altresì una trappola dalla quale ci si vorrebbe liberare con un urlo poiché quello che ci viene raccontato ci colpisce e ci fa male, forse perché in fondo ci appartiene.
È quello che è accaduto al teatro India per la prima assoluta di questo nuovo spettacolo di Davide Enia. La scena vuota, appena illuminata, è il contenitore ideale per chi ha tante storie da raccontare. Storie che si susseguono una dietro l’altra e si mischiano a quella individuale del protagonista, del suo rapporto con il padre medico e uomo di poche parole, con lo zio malato che per la seconda volta nella vita si trova a combattere il cancro; tanti racconti che arrivano sulla scena con la stessa violenza e costante cadenza delle onde sbattute contro la banchina di un molo la cui risacca fa alzare di forza il mare. In scena anche Giulio Barocchieri, chitarrista palermitano, che con la sua musica riempie pause che altrimenti sarebbero cariche di troppa tensione, che commenta ora un evento ora un altro, che partecipa emotivamente alla narrazione.
Lo spettacolo ha ricevuto un ottimo successo, lunghi e meritati gli applausi al suo autore e protagonista alla fine della rappresentazione. Si esce dal teatro con la sensazione di essere riemersi da un profondo abisso appunto che ci ha risucchiato per 70 minuti, ma con una consapevolezza in più: la tragedia che si sta svolgendo nel Mediterraneo ci riguarda in prima persona, come cittadini e come uomini.
Per chi non riuscirà ad andare a teatro consigliamo comunque la lettura del romanzo da cui è tratto lo spettacolo.
data di pubblicazione:11/10/2018
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da Daniele Poto | Ott 10, 2018
(Teatro della Cometa – Roma, 9 ottobre/4 novembre 2018)
Metafisica dell’operetta, rivisitazione di un genere sparito con una messinscena ironica ma non distaccata. Il regno dell’artificio che poi è la metafora del teatro.
Cosa è rimasto oggi nell’immaginario collettivo del magico mondo dell’operetta? Quella di Gennaro Cannavacciolo è una pura e divertita riesumazione filologica, ben in linea con gli interessi del mattatore. Dunque una vasta ricostruzione d’epoca delle futilità di un mondo fatto di tresche, tradimenti, di agnizioni, di misteriose apparizioni di ventagli simbolicamente ammiccanti alla femminilità. Così la vedova allegra viene ribaltata con un interrogativo che fa pensare a Franz Lehar ma anche al film di Jonathan Demme con un irresistibile Michelle Pfeiffer. Così l’one man show, assistito da due capaci ballerini (ovviamente maschi, tutto il cast organizzativo è coniugato al maschile, nonostante che la donna resti saldamente al centro della scena) canta al maschile, in falsetto al femminile e esibisce la mitica scala alla Wanda Osiris, audaci e ricchissime mise con una scenografia che dilata gli spazi non estremi del teatro. Uno spettacolo godibile contenuto nell’ora di durata e con un finale mesto. In effetti si chiude con una fucilazione da parte delle SS che fa cadere il sipario sia sulla pièce che su un periodo storico, decretando, simbolicamente, la morte dell’operetta. Ora questo genere in Italia è grandemente decaduto una volta esaurita la spinta di Sandro Massimini. La capitale al centro della scena è Parigi, la città della seduzione e del godimento. Dentro c’è la belle époque, il periodo conclusivo dell’impressionismo, il can-can, la parziale emancipazione della donna. A teatro non si butta niente e questa è una rivisitazione di uno spettacolo che ha debuttato nientemeno che dodici anni fa. Si fa la storia del novecento, del costume e di una sociologia anche grazie alla mini-orchestra che suona dal vivo e contribuisce a ricreare un’atmosfera che è anche quella del music hall, del vaudeville, dello spettacolo comunque dal vivo. L’interprete si prende ogni responsabilità autorale alternando il registro drammatico, a quello comico, non trascurando la vena sentimentale. In platea il pubblico delle prime, includendo il riconosciuto maestro Gino Landi.
data di pubblicazione:10/10/2018
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da Rossano Giuppa | Ott 8, 2018
(Teatro Argentina – Roma, 2/3 ottobre 2018)
L’Orestea ed il teatro dilatato di Anagoor nella nuova sfida proposta dalla compagnia diretta da Simone Derai e Marco Menegoni. Quattro ore di spettacolo ed un teatro colmo soprattutto di giovanissimi in cui la variabile tempo scorre senza sussulti, grazie a una costruzione che lentamente cattura l’occhio e assorbe la mente ed a una estetica fatta di classico e ancestrale, ma anche di performing e multimediale, in un’atmosfera rarefatta che viaggia al di sopra di qualsiasi riferimento temporale.
La storia è quella nota della mitologia e parte da Atreo, padre di Agamennone, che somministra al fratello Tieste i propri figli da lui trucidati e affida al sopravvissuto Egisto il ruolo del vendicatore. Elena che scappa con Paride, Agamennone che sacrifica la figlia Ifigenia, il trono di Argo edificato sui cadaveri, Clitennestra che vendica la figlia ed uccide marito e Cassandra, Oreste che è tenuto dall’imposizione di un oracolo a uccidere la madre e a vendicare il padre.
Il dolore della fine e la filosofia che porta rimedio al dolore: ecco la lezione dei Greci.
Il testo eschileo è inizialmente assunto nella sua integralità, ma con linguaggi e strumenti propri della compagnia attraverso riferimenti letterari e salti culturali: registrazioni e canti, lunghi monologhi e una colta babele di linguaggi per meditare su alcuni temi capitali della civiltà occidentale, ma anche un’indagine sulle possibilità di comunicazione del teatro stesso. La storia degli Atridi diventa una interrogazione sul male e sulla violenza, sulla tragedia e sul mondo, sul destino e sulla morte e sulla filosofia che aiuta a comprendere e a sopravvivere.
Le orazioni di Menegoni diventano un racconto denso e immediato sul senso della morte, sui rituali con cui questa è stata inscritta all’interno della nostra esistenza o invece nascosta o offuscata.
L’Orestea, composta da tre parti (Agamennone, Schiavi, Conversio), parte dalla saga della famiglia di Agamennone e man mano si sublima fino a perdere i connotati elementari della storia per diventare movimento, immagine, concetto.
Agamennone, la cui durata copre metà dello spettacolo, è reso pressoché nella sua interezza, a partire dalla caduta di Troia, il ritorno in patria del sovrano e della schiava Cassandra, l’assassinio del re per mano di Clitennestra e di Egisto. Tutto è vivo e reale: Clitennestra che diffonde un requiem per le vittime della guerra, Cassandra che recita in armeno il proprio dolore, Agamennone forte e virile che celebra il proprio ritorno ed attorno un susseguirsi di corse, processioni, pause ieratiche. Un registratore annuncia le vendette, le maledizioni e le morti, il sangue che scorrerà.
Schiavi e Conversio, secondo e terzo capitolo delle trilogia sono meno terreni e fisici: nessun tribunale si riunisce a decidere il destino di Oreste, solo una folta schiera di presenze tra anime e sopravvissuti che alla fine trovano nell’arte e nella filosofia il senso ed il superamento del dolore.
Orestea è la storia del nostro mondo in rivolta, è la storia che del male che ci affligge cui fa da contraltare la fragilità del bene, ma è anche una meditazione sul valore e sulla speranza del cambiamento e sulla fede nella giustizia, quanto di più importante e necessario oggi. Un’esperienza da vivere nel silenzio e nella riflessione, dilatata nel tempo lungo e breve della rappresentazione.
Da applausi.
data di pubblicazione:08/10/2018
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