da Daniele Poto | Ago 30, 2019
Parenti serpenti? La famiglia è un bel pezzo della società civile italiana ma spesso è un microcosmo che riserva sorprese. Famiglie protette dal familismo e da segreti inconfessabili. Da questo viluppo si dipana la storia complicata che Mara Fux disciplina con maestria. Tra parentele insospettabili, coperture moraliste e una vita che comunque si produce come in una recita di fronte a continui disvelamenti e a cambi di prospettiva. Un punto di forza nei dialoghi che fanno avanzare la trama attraverso le contraddizioni e i conflitti dei protagonisti. La curiosità sembra l’impulso predominante che spinge la protagonista a non accontentarti della realtà superficiale ma la indice a frugare nell’albergo genealogico alla ricerca di una ricostruzione non fittizia del reale e dell’esistente. A fronte della pigra acquiescenza di chi la circonda si riafferma un perentorio desiderio di parresia, di girare le carte coperte e a addivenire alle rivelazioni possibili. La tesi non è sviluppata come un teorema perché s’intreccia e s’interseca con una vita dedita al lavoro, alle pubbliche relazioni, al marketing nel mondo dello spettacolo ed anche su questo versante vengono scritte parole non banali che mostrano la vera faccia dello show business. La capacità di padroneggiare la materia sempre più incandescente del plot è uno dei sicuri punti di forza del libro. Che non ha toni drammatici ma pacati e come in un andamento a spirale conduce il lettore a cibarsi della stessa ansia di verità della narratrice. Perché si sa di verità non si è mai sazi. La famiglia che nasconde segreti dietro un’apparente normalità potrebbe essere una qualunque delle famiglie italiane che tacciono e si nascondono di fronte all’evidenza di parentele scomode se non addirittura negate. Istituzione in crisi la famiglia, per alcuni baluardo da rilanciare. Certo, un valore che lo stato già sociale oggi poco difende. Di qui l’impressionante crisi di natalità di quello che una volta era il Belpaese.
data di pubblicazione:30/08/2019
da Maria Letizia Panerai | Ago 30, 2019
(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Ed anche quest’anno il Festival di Venezia si contrappone a Cannes nell’accogliere ben tre film che usciranno in streaming sulla piattaforma Netflix prima ancora che in sala. La prima pellicola è Marriage Story di Noah Baumbach, presentato ieri in Concorso al Lido ed interpretato da Adam Driver e Scarlett Johansson, accolti da una folla di fan in delirio.
Il film parla della lunga strada che una coppia di New York deve “attraversare” per arrivare alla separazione nel modo più amichevole possibile, ma non senza sofferenza, nel rispetto dell’amore che reciprocamente nutrono per il piccolo Henry, il loro unico figlio, perché questi possa continuare a crescere senza troppi traumi. Nicole, attrice di Los Angeles divenuta famosa grazie ad una commedia televisiva di successo, incontra Charlie, un talentuoso regista teatrale di New York di cui dichiara di essersi innamorata in soli due minuti; in nome di questo amore si trasferisce da Los Angeles, dove vive la sua famiglia, a New York, iniziando a lavorare come attrice teatrale senza tuttavia avere uno spiccato talento nel settore. Una coppia affiatata solo in apparenza, perché le rinunce a volte inutili di lei, e la cecità di Charlie, ambizioso e strenuo sostenitore delle proprie idee, li portano ad un progressivo allontanamento emotivo che, inizialmente, entrambi non sanno dove li trascinerà. Perlomeno sino a quando non entreranno in scena i legali divorzisti che, in poco tempo e senza mezzi termini, li porteranno ad accettare di modificare in maniera traumatica il loro quotidiano, stravolgendo così anche le loro vite professionali. Nicole, più risoluta nel voler divorziare, si trasferirà con Henry a Los Angeles dove riprenderà a lavorare in TV, mentre Charlie dovrà fare la spola da New York per vedere il figlioletto, tentando di conciliare questi incontri via via più complessi con gli impegni teatrali.
Adam Driver e Scarlett Johansson sono bravissimi e ne danno prova sempre, sia nelle scene di inevitabile tensione sia in quelle dove la tenerezza scivola tra le maglie della stanchezza, dopo che la quotidianità con il suo rassicurante bagaglio è andata distrutta: i due interpreti sanno mettere a nudo fragilità, egoismi, incomprensioni con molta maestria, e sono decisamente il fulcro del film. Non si possono altrettanto esaltare i ruoli assegnati a Laura Dern e Ray Liotta nella parte dei legali divorzisti rispettivamente di Nicole e Charlie, a tratti macchiettistici che appesantiscono invece di alleggerire il film al pari di alcune scene cantate, che sortiscono l’effetto di allungarlo inutilmente.
Inoltre, per la trama e per alcune dinamiche, è quasi inevitabile ritornare con la mente a quel Kramer contro Kramer in cui Maryl Streep e Dustin Hoffman, giovanissimi e bravissimi, si contendevano l’affidamento del loro bambino: questa cosa fa perdere un po’ di fascino alla storia di Baumbach che, seppur ben articolata sul concetto che l’amore non finisce ma si trasforma e seppur mantenga a tratti i passaggi dolorosi di un divorzio vissuto realmente dal regista che conferiscono un realismo di vita vissuta in cui, anche quando tutto va in frantumi, non si perde la naturalezza di certi gesti che ti faranno sempre asserire di essere stati una famiglia, non convince sino in fondo, lasciando l’amara sensazione di qualcosa di già visto.
data di pubblicazione:30/08/2019

da Antonella Massaro | Ago 29, 2019
Un padre e un figlio accomunati dalla passione e dalla dedizione per la scoperta dello Spazio. Una minaccia, proveniente dal passato, che rischia di distruggere il futuro del Pianeta Terra. Un dramma intimista e psicologico proiettato nell’infinità dell’Universo.
Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta impeccabile: esperto, coraggioso, con il battito cardiaco che resta regolare anche quando precipita da una stazione spaziale per approdare sano e salvo sulla Terra. Quella stessa Terra che, neanche a dirlo, rischia di scomparire per una minaccia proveniente dallo Spazio più profondo. Si tratta di qualcosa che ha a che vedere con il padre di Roy (Tommy Lee Jones), autentica leggenda per le successive generazioni di astronauti e scomparso misteriosamente dopo un progetto destinato a spingersi fino ai confini del Sistema solare, oltre le colonne d’Ercole dello Spazio conosciuto e conoscibile. Suo figlio è il solo davvero in grado di chiudere quel cerchio, intraprendendo una missione che dovrebbe condurlo a salvare la Terra, ma durante la quale dovrà prima di tutto salvare se stesso.
Dopo Gravity e First man, Venezia ritenta la via della fantascienza “spaziale”. Il tormento individuale di un uomo, consumato nelle dimensioni incommensurabili dell’Universo, si proietta sullo sfondo di un futuro (forse immaginato come non così remoto) nel quale andare sulla Luna somiglia molto a un viaggio con un volo low cost, per poi ritrovare sul nostro satellite, deprivato della poesia che lo ha reso celebre, tutte le storture del mondo contemporaneo: dalle insegne accattivanti dei mega stores alla criminalità violenta e spregiudicata.
Ad astra, tuttavia, sembra fermarsi a metà dell’opera. Malgrado alcune scelte senza dubbio apprezzabili sul piano estetico e nonostante la recitazione intensa e introspettiva di Brad Pitt (che è anche il produttore del film), il racconto di James Gray non riesce a sviluppare fino in fondo il dramma esistenziale dell’ennesima vittima del complesso di Edipo, che dietro la maschera imperturbabile di lucido dominatore delle proprie emozioni nasconde “solamente” la paura di restare solo. La storia, impreziosita da personaggi minori affidati ad interpreti di eccezione (Donald Sutherland, Liv Tyler, Ruth Negga) si regge spesso su passaggi banali o decontestualizzati e il confronto con alcuni capisaldi del genere, a partire dal “citato” 2001: Odissea nello spazio, rischia di risultare impietoso.
Il vero merito di Ad astra è stato certamente quello di riportare al Lido Brad Pitt che, confermando il suo talento di interprete e di produttore, colora la Mostra con quel tocco di divismo hollywoodiano forse poco “autoriale” ma certamente in grado di sintetizzare l’irrazionale magia del Cinema che, almeno qualche volta, riesce nel proverbiale intento di mettere d’accordo pubblico e critica.
data di pubblicazione: 29/08/2019

da Antonella Massaro | Ago 29, 2019
(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Un giovane candidato alle elezioni comunali inneggia al cambiamento e impegna tutte le sue energie in una campagna elettorale appassionata e “visionaria”. Niente di strano, se non fosse che le elezioni si tengono in Arabia Saudita e che il “candidato perfetto” è una giovane donna impegnata come medico di prima linea in un ospedale della città.
Arabia Saudita, una città senza nome. La vita scorre scandita dal ritmo delle preghiere, dei digiuni, dei peccati, delle regole di una società ancora rigidamente patriarcale.
Maryam (Mila Alzahrani) è una giovane dottoressa: visita i suoi pazienti con il volto coperto e se qualche malato si agita troppo all’idea che sia una donna a prendersi cura della sua salute, poco male, saranno degli infermieri uomini ad eseguire la diagnosi e a prescrivere la terapia.
La strada che conduce all’ospedale è ormai ricoperta dal fango, forse anche a simboleggiare una comunità che preferisce restare nel suo stagnante torpore anziché “ripulirsi” dalle incrostazioni del pregiudizio e della cecità culturale. Proprio mentre fallisce il suo primo tentativo di “candidatura” sul piano professionale, Maryam si trova casualmente catapultata in una campagna elettorale per il Consiglio comunale della sua città. A questo punto decide di intraprendere un percorso tanto azzardato quanto sognatrice: se vincerà, potrà finalmente asfaltare quella strada che le impedisce di coltivare il suo lavoro e i suoi ideali.
La campagna elettorale di Maryam si traduce in un viaggio tanto privato (nella sua famiglia) quanto sociale (nella sua comunità). L’assenza di un padre, ancora alla ostinata ricerca della “candidatura perfetta” che coroni la sua carriera da musicista, è compensata, almeno in parte, dalle due sorelle che, come novelle piccole donne, cercano di meritarsi tutte insieme il proprio posto nel mondo.
Il film di Haifaa al-Mansour (La bicicletta verde, Mary Shelley) si colloca lungo una delle linee tematiche “dichiarate” di Venezia 76: la questione femminile e, più in generale, i temi che ruotano attorno al baricentro della “donna”. Il rischio di scivolare nel luogo comune consolatorio e utopico è sempre dietro l’angolo, anche se The perfect candidate ne resta in buona parte immune. I toni della narrazione non sono mai drammaticamente sacrali, lasciando anzi spazio all’ironia e alla quotidianità di tante giovani donne che, senza il velo che ne nasconde il volto, sono semplicemente delle ragazze affamate di vita. Lo scatto d’orgoglio e di dignità che muove, fin dall’inizio, i passi della protagonista è un inno al coraggio e alla speranza. La parte finale, forse, non risulta all’altezza delle aspettative create dal film: lo spazio (legittimo) lasciato alla speranza rasenta a tratti l’utopia buonista, più adatta al racconto televisivo che a quello cinematografico.
The perfect candidate resta comunque una preziosa occasione di riflessione su temi che, non solo in Arabia Saudita, sarebbe meglio non dare mai per scontati: le parole e le lacrime della regista in conferenza stampa ne sono una (ennesima) conferma.
data di pubblicazione: 29/08/2019

da Maria Letizia Panerai | Ago 28, 2019
(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Autore del recente Un affare di famiglia, ma anche di Father and Son, Little sister e Ritratto di famiglia con tempesta, Kore-Eda Hirokazu con La vérité apre, in Concorso, la 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista giapponese, che nel 2003 aveva scritto questa storia nella forma di una pièce teatrale che prevedeva come unica ambientazione il camerino di un’attrice, ha deciso di far debuttare la sua idea sul grande schermo girando la pellicola a Parigi con interpreti francesi d’eccezione, non rinunciando tuttavia nella prima e nell’ultima scena a due splendide inquadrature di alberi autunnali che, con il cadere lieve delle foglie, ci traghettano in quel suo mondo poetico che ben conosciamo, in cui ciò che si prova emotivamente è più importante di ciò che viene provato dalla realtà dei fatti.
Fabienne (Catherine Deneuve) è una star del cinema francese che ha di recente pubblicato un’autobiografia in cui sua figlia Lumir (Juliette Binoche), che vive a New York sposata ad un mediocre attore americano (Ethan Hawke) e madre a sua volta, non si riconosce. Il confronto tra madre e figlia, quest’ultima accorsa a Parigi per la presentazione del libro, sarà necessario ad entrambe per far emergere “la verità” sui loro rapporti, sul loro differente modo di sentire, sui loro rancori ancora molto vivi e sulle loro ripicche che hanno portato entrambe a vivere in modo diametralmente opposto le loro esistenze. Fabienne è una donna libera, autonoma, che non rinuncia ad essere attrice anche nella vita, perché per lei recitare è la cosa più importante della sua esistenza; mente Lumir sembra volerle ogni giorno dimostrare che al contrario è la famiglia la cosa più importante, dando costantemente di sé un’immagine di donna realizzata come moglie e come madre, pur essendo una apprezzata sceneggiatrice. In questa altalena continua tra realtà e finzione ma, soprattutto, di quanto di vero si è disposti a mettere in gioco nella interpretazione di un personaggio, si alimenta la nuova storia di Kore-Eda che già ci aveva dimostrato, nel suo gioiello del 2018 Un affare di famiglia, come si può essere una famiglia senza esserlo realmente, in una finzione più incisiva della realtà.
L’interrogativo se sia davvero più importante la verità di una bugia e quanto di vero possa esserci nel ruolo di attore allorquando si accinge ad immedesimarsi, con il corpo e con la mente, nella vita degli altri, il regista giapponese non lo scioglie lasciando allo spettatore la scelta, usando la metafora del cinema come rappresentazione della verità attraverso la finzione.
La prova delle due interpreti femminili arriva diretta al cuore, culminando quasi sul finale in un confronto che ci fa commuovere, ma anche sorprendere come quando, di fronte ad un’eccellente prova attoriale ci si vergogna un po’, a luci accese, ad asciugarsi le lacrime per averci creduto. Ottime anche le performances di Ethan Hawke e degli altri interpreti maschili, volutamente in ombra, che fanno da cornice a tanto sentire.
La pellicola non raggiunge l’intensità dei precedenti lavori di Kore-Eda Hirokazu, ma non si può che togliersi tanto di cappello di fronte alla bravura del duo Deneuve-Binoche che fanno di questo film, non perfetto, un film emozionante, in cui ognuna ha messo molto di sé come hanno dichiarato durante una affollata conferenza stampa. Distribuito da BIM, uscirà nelle sale il 3 ottobre, sperando che il doppiaggio non rovini proprio questa sinergia che è il vero punto di forza della pellicola.
data di pubblicazione:28/08/2019

da Daniele Poto | Ago 26, 2019
In un’estate foriera di dolorosi lutti l’ultimo libro di Camilleri è commercialmente e editorialmente una preda ghiotta. In veste grafica un po’ dimessa però è l’ultimo regalo dello scrittore siciliano, non si sa quanto propenso alla pubblicazione di questi pensieri sparsi, un diario di viaggio, appunti in libertà sulla vita e sull’esistenza. Non c’è un ordine preciso di catalogazione perché si prescinde dal criterio cronologico. C’è una numerazione che si spinge fino al 142 per indicarci la trama intellettuale, talvolta intimista, talvolta storica, di uno dei più grandi narratori scoperti nel secolo breve, affermatosi in tarda età, immortalmente reso celebre dal personaggio di Montalbano. C’è tanta Sicilia e tanta vecchiezza in questi ritrattini che ci mostrano l’autore nelle pratiche casalinghe di scrittura. Quando mette il vestito buono in omaggio al lettore e si dedica per qualche ora della mattina all’esercizio preferito e amato della scrittura. Si avverte anche stanchezza perché in una riflessione l’autore la confessa manifestatamente, sazio di tessere trame, forsennatamente richiestegli dagli editori. L’arco temporale è vasto. Ci sono situazioni ripensate del fascismo e del dopoguerra in un “Confesso che ho vissuto” umano, persino troppo umano. Pensatore laico, manifestatamente di sinistra, critico sull’imbastardimento della politica e dei costumi, a tratti dissacrante. Un vecchio palesemente giovane perché fresco di mente e di reazioni. Immerso nel suo tempo ma anche censore del mainstream corrente. Chi vuole conoscere a fondo predilezioni e fobie di Camilleri potrò piacevolmente immersi in questa lettura a tratti aneddotica ma sembra sostenuta da uno stile colloquiale e salottiero che mette infinitamente a proprio agio il lettore. Un’opera minore ma anche un messaggio di congedo dal mondo, quasi anticipato qui e lì da toni pessimisti e distaccati. Quasi un presagio del distacco a venire. Un piccolo testamento saggistico che aggiunge cumuli di grandezza a uno scrittore vicino al popolo. Nel segno migliore di quest’ultimo sostantivo.
data di pubblicazione:26/08/2019
da Daniele Poto | Ago 26, 2019
Armando Zappolini è l’onnipresente portavoce di Mettiamoci in gioco, una campagna in rete per la limitazione dell’azzardo che raccoglie sul territorio nazionale l’adesione di 39 sigle per un totale di nove milioni di iscritti. Trattasi di un bel pezzo di società civile che martella costantemente la politica per ottenere una legge di riordino per un gioco pericoloso che sottrae agli italiani risorse per 110 miliardi (dato del 2018) nel solo comparto legale. Il libro-testimonianza frutto dei suoi sforzi è una fotografia ragionata e credibile dell’esistente di un sistema proditorio che toglie denari all’economia, tempo a lavoro, hobby, iniziative sociali, nel nome del miraggio della grande vincita. La recente insensata vincita al Superenalotto di 209 milioni mostra la fatuità di un sistema che prema il singolo e deprime i perdenti (la collettività) nel segno di una svolta esistenziale che, da solo, il denaro non può dare. Il libro contiene storie e casi umani toccanti di vite e famiglie perse per questa seduzione, il brivido, l’adrenalina dietro una slot machine o persino acquistando caterve di “gratta e vinci”. L’azzardo alimenta una bolla economica, una spirale che va spezzata senza cadere nell’eccesso del proibizionismo. Lo spettro di un’educazione a vasto raggio (nelle scuole, nelle famiglie) è il miglior antidoto a questa piaga. Sottintende un lavoro a lungo termine che non è evidentemente nei piani della macchina istituzionale troppo impegnata a drenare risorse per colmare una piccola falla del debito pubblico. Conoscere i meccanismi dell’azzardo, anche attraverso questo manuale, è un contributo alla comprensione e alla cittadinanza resistente attiva. Non è accettabile che l’induzione all’azzardo crei migliaia di malati patologici, incrinando il tessuto sociale. Camuffare il gioco per azzardo è la grande manipolazione semantica di un sistema che conta su simpatie occulte e lobby manifeste, attive per contrastare in Parlamento ogni piano di riordino.
data di pubblicazione:26/08/2019
da Daniele Poto | Lug 30, 2019
Il linguista Simone negli ultimi anni si è dedicato ad alcuni pamphlet particolarmente incisivi nella rilettura di usi e modi della cultura italiana ed europea. La sua ultima pubblicazione contiene un punto di vista insolito e tutt’altro che buonista rispetto al tema della grande migrazione, chiave di volta per il successo politico della Lega all’insegna del generale grande rifiuto degli italiani rispetto al diverso che viene dall’Africa. La valutazione non può prescindere dall’analisi del pregresso. Forse è nella generale distrazione della politica che 600.000 clandestini si sono insediati nei confini patri. E il permissivismo oggi non rischia di ricadere come un boomerang sui colpevoli mallevadori di questo diffuso permissivismo? Simone ci fa riflettere sul tema: gli ospiti sono per caso nemici che vogliono rubarci il welfare faticosamente conquistato? C’è da scavare nell’antropologia e in parte anche nella psichiatria per percepire il sentimento dei connazionali e del marketing politico che ne sfrutta la loro diffidenza per arrivare a un’analisi rigorosa di pro e contro, tra bisogno di manodopera, generoso spirito di accoglienza e geopolitica. Trattasi di materia delicata, a tratti aggrovigliata, spesso risolto con spirito pregiudiziale. O di qua o di là. Vedi le reazioni rispetto al comandante Rackete. In realtà è doverosa la problematicità rispetto a materia complessa. C’è il complesso del post-colonialismo, dell’Europa colpevole che deve restituire quello che ha tolto (diremo soprattutto la Francia) e, sull’opposto versante, quella che Simone definisce la Grande Sostituzione ovvero il sospetto che una nuova religione possa insediarsi nel vecchio continente soppiantando un sistema di valori collaudato e funzionale, incrinato da massici apporti di materia prima umana. L’autore è al disopra delle parti e non necessariamente politicamente corretto rifiutandosi di obbedire al mainstream contemporaneo. Agita il sottile gusto della provocazione che, a differenza del pensiero dei politici, si permette di volare più in alto, rivisitando anche la storia delle migrazioni che parte della Grecia e continua fino ai nostri giorni in una linea spezzata, dialettica e spesso conflittuale.
data di pubblicazione:30/07/2019
da Antonella Massaro | Lug 26, 2019
Alberto Barbera, nella cornice ormai consueta del Cinema Moderno di Roma, svela (ma non troppo) le proiezioni che scandiranno la 76. edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia, che si terrà al Lido dal 28 agosto al 7 settembre.
Stando alle parole del Direttore, mai come quest’anno la Mostra sarà Donna. Non solo per il significativo numero di registe presenti nelle diverse Sezioni, ma soprattutto perché il tema della condizione femminile e, in particolare, quello della violenza contro le donne, individua una delle “tendenze” ricorrenti dei film di questa edizione.
Un altro significativo Leitmotiv, a più riprese sottolineato da Alberto Barbera, è costituito da film che riflettono sul passato alla evidente finalità di meglio comprendere il presente. Così, per esempio, Citizen Rosi (di Didi Gnocchi e Carolina Rosi, nella Sezione Fuori Concorso) non è solo un ricordo di Francesco Rosi, ma un modo di ripercorrere la storia di Italia attraverso i lavori di uno dei cineasti più attenti alla descrizione della nostra contemporaneità.
Non mancheranno, infine, i generi (guerra, thriller, animazione), a conferma che anche le nuove generazioni non rinunciano del tutto alle “stampelle” offerte da schemi narrativi consolidati, sebbene rivisitati e adattati alle nuove esigenze del linguaggio cinematografico.
Quanto agli italiani, si segnalano Francesca Archibugi (Vivere), Gabriele Salvatores (Tutto il mio folle amore) e Andrea Segre (Il pianeta in mare) nella sezione Fuori Concorso; Pietro Marcello (Martin Eden), Franco Maresco (La mafia non è più quella di una volta), Mario Martone (Il sindaco del Rione sanità) e Ciro Guerra (Waiting for Barbarians, con Johnny Deep) rappresentano invece il nostro Paese in Concorso.
È targata Italia (e porta il nome di Luca Barbareschi) anche la produzione dell’atteso J’accuse di Roman Polanski, una documentata ricostruzione dell’Affaire Dreyfus che, ovviamente, mantiene sempre ben focalizzata la prospettiva sul presente.
C’è anche tanto made in USA nella Selezione ufficiale: Marriage story di Noah Baumbach (con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta, Julie Hagerty), Ad astra di James Gray (con Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Liv Tyler, Donald Sutherland), l’attesissimo Joker di Todd Phillips, prequel della saga di Batman con Joaquin Phoenix e Robert De Niro e il ritorno di Steven Soderbergh con The Laundromat (con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas, Jeffrey Wright, Matthias Schoenaerts, James Cromwell, Sharon Stone).
Torna in Concorso Roy Andersson (About Endlessness), già vincitore del Leone d’oro nel 2014 con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza.
Promettono bene, inoltre, Ema di Pablo Larraín e The perfect candidate di Haifaa Al-Mansour.
Tra le proiezioni speciali fuori concorso si segnalano Irréversible-Inversion intégrale, che Gaspar Noé ha montato nella sequenza cronologica invertita (e dunque “regolare”) rispetto a quella della versione originale, e Eyes Wide Shut, accompagnato dal breve documentario Never just a dream, che racconta “il sogno” di Stanley Kubrick.
Il film di apertura della Mostra sarà La verité di Kore-Eda Hirokazu (in Concorso), con Catherine Deneuve e Juliette Binoche, mentre Venezia 76. sarà chiusa da The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi (Sezione Fuori Concorso). Le serate di apertura e di chiusura saranno condotte da Alessandra Mastronardi.
Le giurie sono così presiedute: Lucrecia Marcel (Venezia 76), Susanna Nicchiarelli (Orizzonti), Emir Kusturica (Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis), Laurie Anderson (Venice Virtual Reality), Costanza Quatriglio (Venezia Classici).
Ecco qui di seguito tutti i film in Concorso e…arrivederci al Lido con Accreditati!
- La vérité di Hirokazu Kore-Eda
- The Perfect Candidate di Haifaa Al-Mansour
- About Endlessness di Roy Andersson
- Marriage Story di Noah Baumbach
- Wasp Network di Olivier Assayas
- Guest of Honor di Atom Egoyan
- Ad Astra di James Gray
- A Herdade di Tiago Guedes
- Gloria Mundi di Robert Guédiguian
- Waiting for the Barbarians di Ciro Guerra
- Ema di Pablo Larraín
- Saturday Fiction di Lou Ye
- Martin Eden di Pietro Marcello
- La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco
- The Painted Bird (Nabarvené ptáče) di Václav Marhoul
- Il sindaco del rione Sanità di Mario Martone
- Babyteeth di Shannon Murphy
- Joker di Todd Phillips
- J’accuse di Roman Polanski
- The Laundromat di Steven Soderbergh
- 7 Cherry Lane di Yonfan
data di pubblicazione:26/07/2019
da Antonio Iraci | Lug 24, 2019
Nell’autunno del 1952 Furio Momentè, giovane ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, viene mandato in missione riservata a Venezia per seguire la fase istruttoria di un processo molto singolare. L’imputato è Carlo, un ragazzo appena quattordicenne reo confesso di aver ucciso Emilio, figlio deforme di una ricca possidente e che, secondo le voci della gente del luogo, avrebbe sbranato a morsi la sorellina in un raptus diabolico. Subito dopo il suo arrivo, il giovane funzionario ministeriale sarà coinvolto in una serie di eventi che metteranno seriamente a rischio la sua incolumità personale.
Dopo qualche anno di assenza, Pupi Avati ritorna sul grande schermo con un film di genere o meglio del “suo genere” preferito, un lavoro ben curato che riesce a dialogare molto con La casa dalle finestre che ridono (1976) oggi considerato un cult dagli amanti del romanzo gotico, in cui è facile riscontrare elementi propri del soprannaturale e del terrore e che, ne Il Signor Diavolo, assumono una dimensione più specifica: c’entrano la sacralità ed argomenti che hanno a che fare con l’eterna lotta tra il bene e il male. Sembra quindi necessario dare al diavolo il rispetto che gli si deve, ecco perché esso è degno di considerazione non solo per quello che fa, ma in parte perché ci appartiene, con sfaccettature ovviamente diverse. Il film senza dubbio inchioda alla poltrona, e lo spettatore trattiene il respiro assecondando quell’atmosfera di sospensione che il regista vuole trasmettere, quella sacralità del male che lo accompagna sin dall’età adolescenziale, quando agli inizi degli anni cinquanta da chierichetto aveva a che fare con i preti, epoca in cui la figura del sacerdote era associata alla morte, dunque al male in funzione della salvezza eterna dell’anima. Sono tutti elementi che il regista sembra masticare bene, mostrando con orgoglio quel lato oscuro di sé o quantomeno poco visibile.
In buona parte ambientata a Comacchio, nel Ferrarese, la storia si intreccia in quella parte dell’Emilia Romagna ancora oggi rimasta rurale, sia per mentalità che per modus vivendi, e che quindi ben si adatta al periodo in cui si svolgono i fatti. Un cast d’eccezione ruota intorno a figure di tutto rispetto oramai habitué della cinematografia di Pupi Avati e che hanno trovato in lui il maestro perfetto della propria formazione professionale.
La direzione della fotografia è affidata a Cesare Bastelli che, insieme agli effetti speciali di Sergio Stivaletti, riesce a rendere l’atmosfera veramente cupa e pregna di quel mistero in cui passato e presente sembrano rincorrersi, per aprirci ad un finale del tutto imprevedibile, stravolgimento voluto dallo stesso Avati che ha infatti modificato la conclusione del suo romanzo dal quale è stato tratto il film.
Paura a parte, Il Signor Diavolo che è stato presentato in anteprima alla stampa in questi giorni ed uscirà nelle sale il 22 AGOSTO, segna il ritorno di un grande regista che comunque, sfidando lo scetticismo di molti, è da annoverarsi tra coloro che hanno fatto la storia del cinema italiano.
data di pubblicazione:24/07/2019
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