da Daniele Poto | Lug 19, 2019
L’etologia del sopruso potrebbe apparire un approccio esile per un piccolo libro di culto. Ma Valerio Magrelli, critico, poeta, saggista, è bravo a sfruttare l’input per una rivisitazione della maleducazione collettiva di cui siamo vittime nella nostra vita di tutti i giorni. Maleducazione come costume della casa o biglietto da visita per un Paese in decadenza e in vacatio dalle buone maniere. A casa, come al volante o a in vacanza. Un testo estivo che ci ricorda la deriva in cui ci siamo cacciati per il mancato rispetto del prossimo. Magrelli individua nitidamente la figura dell’alterprivo, un soggetto auto-referenziale che invade le spiagge, concede ogni libertà (anche di bagno) al proprio cane, evita di mettere la freccia mentre guida. Insomma, ignora il prossimo in tutte le sue possibili declinazioni. Nel volumetto la messa a fuoco a volte è imprecisa. E non c’è omogeneità di resa retorica tra capitolo e capitolo con qualche indulgenza letteraria estremamente perdonabile. In fondo questo è l’elogio di un distaccato radical chic che vuole evitare di farsi invadere dal volgo. Dunque non c’è discriminante di politica di sinistra, semmai c’è un riferimento alla diade èlite-popolo, così in voga oggi nel dibattito contemporaneo. Magrelli propone il caso personale con l’ipotesi di razzismo sui rossi, cioè su chi ha il pigmento nella pelle di questo colore, rivolgendo la propria ironia al discrimine dell’odore e dei pregiudizi storico. Per Lombroso gli uomini in rosso erano più adusi a commettere crimini a sfondo sessuale. Bizzarre teorie dell’epoca. Magrelli rivolge un’accorata supplica alla burocrazia e ai suoi inafferrabili e poco comprensibili meccanismi. In effetti se a Roma occorrono quattro mesi solo per prendere l’appuntamento per il rilascio di una carta d’identità vuol dire che stiamo vivendo una fase sociale di estremo riflusso. Con un’Italia paziente che si tiene alla larga dall’ipotesi di una rivoluzione. Magrelli compreso dato che l’autore si augurerebbe semplicemente una vita dalla qualità migliore anche in ragione delle tasse che paghiamo.
data di pubblicazione:19/07/2019
da Daniele Poto | Lug 17, 2019
C’è il mondo distopico di Fahrenheit 451 in questo piccolo livre de chevet, manuale di ricognizione per l’editoria che verrà da parte di un attore-scrittore che nella propria gavetta ne ha assaggiato i meccanismi. Dunque Giorgio Volpe, scrittore affermato di un’editoria tradizionale (quella delle classifiche, del Premio Strega e del Salone del libro) si trova proiettato in un’altra dimensione quando la sua casa editrice viene venduta a una multinazionale il cui unico imperativo categorico è abdicare alle leggi di mercato. Dunque in un crescendo parossistico di censure, di proibizioni lessicali, di moniti esistenziali, il suo reticolo tradizionale di legami, la sua comfort zone di colpo crollerà per lasciare il posto alla produzione di merce, secondo le regole, anche espositive di un supermercato. Il racconto lungo dunque è la progressiva esposizione a un incubo senza ristoro, del crollo esponenziale del concetto di letteratura. Spariranno valori, ideologie nel grado zero della produzione e del consumo. Una visione terrificante che però appartiene, profeticamente, anche a un pezzo di presente dell’industria del libro con i suoi oligopoli, la sua società chiusa, il deprezzamento del merito a favore dei valori correnti della pubblicità. Il libro fa sprofondare il protagonista nel grottesco muovendo i tasti del controllo totale da parte del nuovo editore. Che taglia i ponti delle sue conoscenze, minaccia i familiari, per esaltare il proprio potere e costringere Volpe alla sofferta pubblicazione di un capolavoro ormai deformato. E l’unico critico che oserà muovere una contestazione a questo prodotto di laboratorio farà una brutta fine. Trattasi della descrizione di una società dal pensiero unico la cui unica possibilità per l’autore è l’accettazione di un indottrinamento coatto. Siamo tanto sicuri che il quadro disegnato da Manzini non sia direttamente il futuro prossimo? Senza neanche aspettare il 2050 vaticinato dai futurologi. L’editoria appare come un mondo repellente da cui occorre star lontani. Come pensano il 56% degli italiani che non leggono un solo libro nel corso di un anno solare.
data di pubblicazione:17/07/2019
da Rossano Giuppa | Lug 17, 2019
(Teatro India – Roma, 10 luglio 2019)
Il 10 luglio il Teatro India di Roma ha ospitato la compagnia Balletto Civile con lo spettacolo Concerto Fisico nell’ambito di Fuori programma, Festival Internazionale di Danza Contemporanea, alla sua quarta edizione, sotto la direzione artistica di Valentina Marini. Concerto Fisico è il nuovo progetto creato e performato da Michela Lucenti che è anche la fondatrice della Compagnia, costruito attorno al precario equilibrio che esiste tra sanità e pazzia tra esperienza e conoscenza in un convulso mix di musica, canto, danza, recitazione e filosofie orientali.
Una composizione che esplora il concetto tibetano di BAR-DO dove BAR significa TRA e DO significa ISOLA, il punto di riferimento quindi che si trova tra due cose come un’isola in mezzo ad un lago, il momento di passaggio tra passato e futuro, un intervallo dinamico e sofferto che risveglia gli accenti emotivi di un ricordo che è ancora il presente. E’ il racconto di come ci si trasforma e si evolva, prima che tutto scompaia come non fosse mai esistito.
L’approccio creativo sviluppato nella performance si basa sui canoni classici di Balletto Civile, ovvero una ricerca basata sul movimento che emerge dalla profonda relazione scenica tra spazio, mezzi e artisti attraverso l’utilizzo di un linguaggio totale dove il teatro, la danza e il canto originale interagiscono naturalmente. Ecco allora che l’ingresso della regista e coreografa nonché unica interprete, Michela Lucenti, tra coperte termiche e il disegno sonoro live a cura di Tiziano Scali e Maurizio Camilli, porta con sé tutto il bagaglio di esperienze, studi, teatro, danza, inevitabilmente interrelato al contesto storico, sociale, politico e culturale di riferimento.
Una danza irrequieta e chiusa, a volte distaccata unita a una voce che è un monito fuori dal coro, decisamente interessanti ma forse un po’ troppo astratte per essere interiorizzate pienamente.
data di pubblicazione:17/07/2019
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da Antonio Iraci | Lug 15, 2019
La mattina del 16 giugno 1961 Rudolf Nureyev era in procinto di lasciare Parigi dopo che si era esibito con successo all’Opéra insieme alla Compagnia di Balletto del Teatro Kirov di Leningrado; la destinazione successiva della tournèe sarebbe stata Londra, prolungando così lo strepitoso trionfo soprattutto personale al di fuori dell’Unione Sovietica. Già in aeroporto, oramai pronto insieme agli altri ballerini per prendere il volo, alcuni funzionari del KGB, che non lo avevano mai perso di vista durante la permanenza parigina, gli comunicano che per un improvviso cambio di programma dovrà rientrare subito a Mosca per una esibizione straordinaria al Cremlino. Nureyev intuisce subito che tornato in patria non sarebbe più stato autorizzato a lavorare all’estero e decide di consegnarsi alla polizia di frontiera richiedendo formalmente asilo politico alla Francia.
Oramai archiviate le celebrazioni per i venticinque anni dalla scomparsa di Rudolf Nureyev, avvenuta proprio a Parigi nel gennaio del 1993, viene presentato nelle sale italiane il film che Ralph Fiennes ha diretto, e in parte interpretato, sulla figura straordinaria del ballerino più acclamato di tutti i tempi. Non tutti sanno che il suo lavoro come coreografo influenzò in maniera decisiva il concetto di danza in quanto riuscì a fondere insieme il balletto classico con quello moderno e diventando altresì il precursore di uno stile ancora oggi preso a modello dai ballerini di tutto il mondo. Nureyev, notoriamente molto impulsivo e poco incline al rispetto dell’ordine gerarchico, riuscì infatti a sovvertire le rigide regole impostegli nel balletto e ad accentuare l’importanza del ruolo maschile che sino a quel momento era stato mantenuto sotto tono rispetto a quello femminile. Proprio sulla lettura del suo singolare carattere si base il film di Fiennes senza soffermarsi troppo nel voler raccontare tout court gli esordi professionali dell’artista, quanto piuttosto il suo carattere e quanto questo influenzò la sua carriera e la sua vita. Nureyev sin da bambino aveva percepito la vocazione verso la danza nonostante le difficoltà ambientali e familiari in cui era inserito, prima a ridosso del secondo conflitto mondiale, e successivamente in piena guerra fredda quando l’Unione Sovietica soffriva di un totale isolamento politico.
Partendo da questi fatti il regista, che nel film si ritaglia per sé il ruolo del famoso coreografo del Teatro Kirov Alexander Pushkin, maestro oltre che di Nureyev anche di Baryshnikov, affida coraggiosamente il ruolo di protagonista a Oleg Ivenko, ucraino di 22 anni, famoso come ballerino della Tatar State Oper, ma alla sua prima volta davanti alla macchina da presa come attore. Dai ripetuti primi piani di Oleg si scorge una forte somiglianza con il grande Rudolf e, nonostante l’assoluta mancanza di esperienza cinematografica, il neo attore riesce ad esprimere il carattere deciso, spigoloso ed a tratti arrogante del grande ballerino; ma è con il suo talento professionale che Oleg riesce a sintetizzare la fisicità di Nureyev, la cui tecnica lo rendeva talmente leggero da rimanere sospeso e fuori da ogni reale dimensione.
Girato tra Parigi e San Pietroburgo, Nureyev-The white crow è un prodotto autoriale di tutto rispetto che riesce a mettere a nudo l’anima del grande ballerino-coreografo, ribelle e dissidente, capace di determinare il suo percorso personale e professionale contro ogni schema precostituito. Ralph Fiennes focalizza l’attenzione sul personaggio nella sua intimità più che realizzare un semplice biopic, confezionando così un sentito omaggio verso un ballerino che ha lasciato il suo segno indelebile nel mondo della danza e non solo.
data di pubblicazione:15/07/2019
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da Antonio Jacolina | Lug 14, 2019
Due amici, ognuno, a modo suo, immaturo ed ai margini della società parigina: Clement(Vincent Macaigne) fragile, candido, sentimentale e depresso, si arrangia facendo la comparsa; Abel(Louis Garrel) bel tenebroso, seduttore, sicuro di sé ed egoista fa il benzinaio ma ha velleità di scrittore. Clement si è invaghito di Monà(Golshifteh Farahani)che lavora in uno snack alla Gare du Nord e che ha accettato di scambiare qualche chiacchiera con lui dopo il lavoro prima di dover assolutamente correre a prendere il treno(lo spettatore sa perché). Il povero Clement non trova di meglio che chiedere aiuto proprio ad Abel. Riuscirà l’amicizia fra i due a resistere alla presenza fascinosa, all’attrazione, alla rivalità e al tradimento?
Una volta tanto dobbiamo ringraziare la vituperata Distribuzione che, visto il discreto apprezzamento avuto da L’uomo Fedele (da noi recensito ad Aprile, in occasione della sua anteprima nell’ambito della IX edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese), ha ritenuto di importare anche quest’altro film di Garrel. Così, complice l’Estate cinematografica, quasi come in una retrospettiva, abbiamo modo di vedere come “seconda” l’opera prima del nostro talentuosissimo direttore/attore. Il film d’esordio infatti risale al lontano 2014 ed era stato presentato alla Settimana della Critica a Cannes 2015!
Garrel che è anche coautore, si inserisce con questo suo lavoro nel filone dei drammi sentimentali tipico della tradizione artistica francese, e, giocando sulla contrapposizione di personalità e sul ribaltamento dei ruoli e delle situazioni, affronta il tema classico del triangolo amoroso, elemento questo quasi indissociabile all’arte del raccontare storie d’amore. Soprattutto nel Cinema Francese in particolare. Garrel riprende tutti gli archetipi del Genere, li amalgama con elementi eterogenei e ci regala un triangolo amoroso bizzarro, ma, ciò nondimeno con tutte le tensioni crudeli che formano e deformano le geometrie del triangolo stesso con il procedere della storia, fra le incongruenze a volte tragiche dei due amici e la serietà/drammaticità del comportamento della giovane desiderata. Come in tutte le “opere prime” non mancano ingenuità o la riproposizione di situazioni già viste mille volte altrove, ma Garrel sa, a tratti, giocare bene sulla rottura dei toni, alternando leggerezza delle situazioni alla serietà dei sentimenti, tensioni e pause contemplative.
Il vero centro del triangolo è però l’Amicizia, il più bello e complesso dei sentimenti, la crisi di un’amicizia, la rottura di una relazione di amicizia, raccontata così come si può raccontare di una rottura di una relazione amorosa: il momento in cui l’altro/a, amico o innamorata che sia, diviene “tossico” ed il distacco allora si rende necessario per poter sopravvivere.
Il film riposa tutto sull’alchimia perfetta fra Macaigne e Garrel, ma è illuminato dalla finezza recitativa e dalla bellezza della Farahani, all’epoca compagna di vita e d’arte del regista, dopo la V. B. Tedeschi e prima di L. Casta. Dei bei ruoli per un trio di attori ottimi, sullo sfondo una Parigi minore e notturna, accompagnati da una partitura musicale molto coinvolgente.
I Due Amici , a mio parere, è un film quasi bello e quasi sbagliato al tempo stesso, un film che la critica apprezzerà, non piacerà a tutti gli spettatori e rischierà di annoiarne molti. Il film difatti, è rimasto come sospeso oscillando fra commedia e mélo pesante ed a tratti teatrale. Sembra quasi aver rinunciato alle sue ambizioni. Troppi temi appesantiscono la storia e la narrazione ed annacquano lo spirito originario della commedia francese classica e della Nouvelle Vague di cui è evidentissimo l’influsso su Garrel che, del resto, gioca a rendere palese omaggio ed a citare i vari Truffaut, Godard e Sautet, in un cocktail sì seducente ma , a tratti, assai pesante.
Comunque sia in Garrel c’è del notevole talento, ed il successivo e più smaliziato L’Uomo Fedele ce ne ha già dato conferma.
data di pubblicazione:14/07/2019
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da Maria Letizia Panerai | Lug 6, 2019
Due sorelle legate da un amore profondo, fisico, due metà che si completano solo quando sono insieme perché la distanza reale è troppo dolorosa. Un “amore irrequieto, drogato, completo” è al centro del nuovo film di Pablo Trapero, presentato fuori concorso nel 2018 a Venezia e appena uscito nelle sale italiane: il film parla di “sorellanza”, in un complesso rapporto tra due donne che si amano nonostante le apparenze le vorrebbero l’una contro l’altra, con uno sguardo molto attento e profondo verso l’intimo femminile, all’interno di una famiglia. Una storia al presente, che tuttavia affonda le sue radici nelle storture del passato argentino al tempo della dittatura, in un ideale sequel de Il clan con il quale il regista vinse il Leone d’argento alla regia nel 2015.
Eugenia (Bèrénice Bejo) e Mia (Martina Gusman) si ritrovano al capezzale del padre colpito da ictus per sostenere la madre Esmeralda (Graciela Borges) presso la loro tenuta denominata la quietud, immersa nelle campagne vicino Buenos Aires. Il rapporto tra le due sorelle è mutuato dal modo con cui la madre si comporta con loro: sempre molto amorevole con Eugenia, verso la quale ha ricordi di grande tenerezza e che le ha appena annunciato di aspettare un figlio che Esmeralda vede come una benedizione, e sempre molto dura con Mia che forse, solo per difendersi, riversa tutto il suo affetto nei confronti del padre morente. Eppure, nonostante Esmeralda non faccia nulla per celare questa evidente diversità di sentimenti nei confronti delle figlie, esse al contrario si amano, si cercano ed ogni volta ritrovano un afflato quasi fisico che le unisce: questo legame speciale farà loro superare avversità di ogni genere.
Trapero, con La quietud riprende il tema della violenza de Il clan, ma lo tratta in maniera differente: il dolore è presente ma non palese, s’impadronisce di queste donne ma non si sa da dove provenga, causato sicuramente in parte dal legame malato che la madre, che non le sa amare, ha con una di loro, condannandola inevitabilmente all’infelicità.
Le due bravissime attrici (una è la moglie del regista) si somigliano talmente tanto da sembrare proprio due sorelle, e riescono con molta naturalezza ad esprimere questo profondo sentimento che le lega. Sulle esistenze di Eugenia e Mia incombono in maniera dolorosa e strisciante vecchi fantasmi che insufflano in loro una non ben identificata sofferenza: tuttavia queste due sorelle sanno amare e, quando tutto sembra perduto, raggiungono a loro modo insieme quella “quiete” evocata dal titolo.
Film originale, sensibile, profondo, tutto al femminile.
data di pubblicazione:06/07/2019
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da Antonio Jacolina | Lug 2, 2019
Marion (Camille Chamoux) e Ben (Jonathan Cohen) entrambi trentenni, prossimi ai quaranta, borghesi, in carriera e… parigini, si incontrano tramite Tinder. Non hanno nulla in comune, ma scatta una forte attrazione fisica. Dopo una scoppiettante nottata decidono di partire in vacanza insieme. Lei aveva progettato Beirut, lui Biarritz, e… vanno in Bulgaria! Una vacanza che metterà a dura prova il loro idillio nascente, fra ostelli e spiagge affollate …
Siamo ormai agli inizi di Luglio ed andare al cinema e vedere un buon film sta diventando un’impresa sempre più difficile. Il quadro dei film in sala, fatte salve due/tre eccezioni, è veramente sconcertante, e, nonostante le belle promesse, anche quest’anno le prospettive di programmazione per i prossimi mesi estivi sono veramente deprimenti. Quindi, complici la “dipendenza cinematografica” e la gran calura, unite alla speranza di combinare un po’ di fresco in sala ed un film che consentisse di distendersi senza troppo riflettere, ci hanno fatto scegliere un film che ha avuto un discreto apprezzamento di pubblico in Francia e che qui da noi ancora resiste in sala, ad oltre una settimana dalla sua prima uscita. Ma… a fine stagione anche i francesi ti rifilano un croissant confezionato frettolosamente e per palati e gusti molto, molto, molto facili.
La prima vacanza non si scorda mai è l’opera prima di P. Cassir un giovane cineasta che viene dal mondo della grafica e che ne ha anche scritto la sceneggiatura insieme alla Chamoux, sua protagonista femminile ed anche sua compagna nella vita. Il regista intendeva proporci la storia di una coppia negli istanti in cui si sta formando. Quei primi istanti in cui nasce e si forgia l’intimità, quella sequenza di attimi in cui due innamorati si scoprono l’un l’altro. La storia di un amore, la magia e la follia dell’innamoramento, unitamente alla difficoltà intima di adattarsi ed accettare l’altro o di cambiare se stessi, soprattutto quando si hanno caratteri o comportamenti già definiti.
L’autore non è riuscito però a trovare il giusto tono ed equilibrio fra commedia romantica, commedia di costume e satira delle ossessioni del turismo contemporaneo. Certo, si ride e si sorride, le situazioni e le battute sono buffe e la coppia di protagonisti ha un buon senso della commedia e fanno entrambi scintille specie nella prima parte del film, ma, purtroppo, la regia è troppo convenzionale e la sceneggiatura e la messa in scena sono troppo fragili e tenui. Il film così scivola ben presto in una serie di gags e soprattutto di clichés caricaturali, trash e grossolani. Il giochino allora si rompe, perde la sua forza e la sua credibilità e la comicità delle situazioni si disperde tutta, e l’efficacia dei primi momenti non è che un lieve ricordo. Resta solo la sensazione di un’occasione che avrebbe potuto dare anche risultati migliori.
Comunque sia il film di Cassir è un film che se cinema addicted o accaldati, permette di distrarsi senza troppo riflettere, anzi, senza affatto riflettere, ed anche di ridere e sorridere. Nulla di più! Assolutamente nulla di più!!
data di pubblicazione:02/07/2019
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da Antonio Iraci | Lug 2, 2019
Il giovanissimo ma già affermato attore Rupert Turner, durante un’intervista per una importante testata rivela i retroscena della vita di John F. Donovan, anche lui giovane attore e famosa star della televisione, morto dieci anni prima in circostanze poco chiare. Rupert, ancora bambino, aveva iniziato una fitta corrispondenza epistolare con John che considerava un mito, un super eroe, un esempio da seguire e che ancora oggi, dopo tanto tempo, continua ad avere un ruolo determinante nelle sue scelte individuali e professionali.
Xavier Dolan, l’enfant prodige canadese oramai considerato tra i grandi registi della cinematografia internazionale, ne La mia vita con John F. Donovan ci racconta in parte la sua storia vissuta perché sin da bambino nutriva il forte desiderio di dedicare al cinema tutto se stesso. Basti ricordare che appena diciannovenne esordì come regista a Cannes con il suo primo lungometraggio J’ai tué ma mère, più volte premiato, mentre qualche anno dopo, sempre a Cannes, vinse il Premio della Giuria con il film Mommy, da molti considerato il suo capolavoro. Penultimo lavoro di Dolan (seguito da Matthias & Maxime in competizione quest’anno per la Palma d’oro) La mia vita con John F. Donovan fu presentato nel 2018 in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival dove fu completamente annientato dalla critica internazionale che lo ritenne il suo peggior film, con un plot troppo articolato e confuso, oltre ad una serie di flashback che, nonostante l’eccellenza del cast, avevano reso il film lungo e noioso. Nonostante l’insuccesso, probabilmente a causa di una scarsa originalità narrativa, si lascia comunque seguire grazie alla descrizione di personaggi che non riescono ad essere se stessi e a relazionarsi con la società che li circonda, perché imbrigliati in schemi che impediscono loro di esprimere i propri sentimenti fuori da ogni reticenza. Ritroviamo, come in ogni sua pellicola, il tema ricorrente del rapporto con la madre, che in questo caso sembra invadere prepotentemente la scena: una madre a suo modo protettiva ma che sa anche essere spietata e che si pone quasi in competizione con il figlio che, seppur ancora bambino, sa già ciò che vuole e soprattutto dove vuole arrivare. Quanto a Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Kathy Bates, Ben Schnetzer, Thandie Newton, Amara Karan, che compongono il cast del film, ognuno di loro è perfettamente calato nel suo ruolo, anche se non sembra essere sufficiente a riscattare un montaggio che inficia in maniera determinante il risultato finale.
Un’operazione dunque non perfettamente riuscita ma che comunque merita la dovuta attenzione perché evidenzia il tocco di un grande regista che sa sempre portare sul grande schermo sé stesso, mettendosi in discussione in ogni suo lavoro. Un film che pur raggiungendo appena la sufficienza, riesce a farci pensare come mondi diversi possano coesistere sottolineando l’importanza di essere sempre liberi dai condizionamenti e da false ipocrisie.
data di pubblicazione:02/07/2019
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da Daniele Poto | Lug 2, 2019
Cinque pezzi facili per il teatro. Monologhi lunghi a misura di attori amici, sensibili e prestativi come Valerio Aprea e Valerio Mastandrea. La definizione di monologo, atti brevi unici per il palcoscenico, non deve trarre in inganno. Perché qui c’è una prosa strutturata, con dialoghi, sbozzo di protagonisti che discendono da quello principale, descrizioni di ambienti. Dunque una genealogia di fiction che non si pone limiti nel riprodurre nevrosi e storture del mondo contemporaneo. Il teatro ha vita e dà vita solo se recitato. Ma in questi testi pulsanti di umanità e di empatia la capacità comunicativa dell’attore è decisamente in primo piano. Sono i testi di cui è facile innamorarsi e che ogni lettore potrà provare a riprodurre coerentemente con il suono della propria voce, pista teorica per un audiolibro autogestito. Atti comici ma drammatici che sono piaciuti a Serena Dandini. Particolarmente divertente quello che evoca la esulcerante deriva gastronomica del popolo italiano, la devozione per qualunque tipo di cibo e l’esecrazione per il veganesimo o il vegetarianesimo, autentici tradimenti di una predisposizione quasi primordiale e ferina. Sono testi che montano. Che partono con un adagio che diventa un prorompente assolo jazz nella rottura degli schemi logici verso una devianza di comportamenti che appartiene al nostro mondo di infingimenti, di divisione tra pubblico e privato, impilato in un falso buonismo. Torre ha il piglio del profilo basso ma chiarissime intenzioni distruttive nei confronti del tipo di società che viviamo, dove le colpe sono sempre degli altri (comodo scaricabarile). Attua la destrutturazione con le armi del teatro, scendendo sul campo tecnico della contraddizione che è la vera forma di vita di questa arte. Immaginiamo un possibile futuro su Rai5 per questi monologhi, tra l’altro una piacevole e non intellettualistica proposta di lettura per l’estate. Libri come cibo di cui abbiamo bisogno come medicina e antidoto per l’esistenza.
data di pubblicazione:02/07/2019
da Daniele Poto | Giu 27, 2019
Per alcuni scrittori che avviano una popolarità di ritorno c’è sempre il dubbio che il successo di un singolo libro sia il catalizzatore per la pubblicazione di altre dimenticate opere di minor valore. Herman Koch replica sul mercato italiano con questo testo che ha le dimensioni del racconto lungo più che di un romanzo. La trama è esile, il plot micro ma la storia della letteratura è comunque piena di inneschi modesti che sfociano in risultati superbi. Diremo che non è questo il caso. Una modesta vicenda di incomprensione coniugale vede l’intervento del capo-famiglia che si relaziona con la moglie del figlio in una serie di incontri sempre più fitti. L’inespresso è alla base di uno sviluppo pacato che non rasenta mai il dramma. Il libro è anche un auto-fiction perché s’immagina pianificazione dello scrittore che discetta sulla vita dispensando consigli demagogici e inapplicabile che fanno misurare al lettore la distanza tra teoria e pratica. Una vita facile solo sulla carta perché ricca di contraddizioni, svolte, malumori, litigi. S’intuisce che l’interesse del protagonista non è virato sulla semplice risoluzione di un nodo familiare. Improvvisamente tutte le tensioni di dissolvono nel colpo di scena. La famiglia si sfascia prima che avvenga l’irreparabile e ognuno va per conto suo con scelte di vita che riguardano l’estero. Un libro dunque coraggiosamente originale anche se incompleto. Nel novero degli scrittori di scuola nederlandese (attenzione, non olandese) Koch si conferma un capofila, capace di variare toni ed argomenti delle proprie opere. Anche, come in questo caso, sceglie un profilo basso, un linguaggio piano e familiare per raccontarci un meandro intricato di una storia familiare. Sullo sfondo il successo di uno scrittore, il consumismo espresso con facili icone (una Range Rover sport nera, casette di proprietà sparse per l’Europa): evidenze che non lo metteranno al riparto dal disastro. I manuali non risolvono la vita.
data di pubblicazione:27/06/2019
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