THE KING di David Michod, 2019

THE KING di David Michod, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Inghilterra xv Secolo. In una libera revisione degli Shakespeariani Enrico IV ed Enrico V, ritroviamo il giovane futuro re (Timothée Chalamet) costretto a succedere, suo malgrado, al trono d’Inghilterra. Nonostante il suo desiderio di pacificare il Regno, sarà poi costretto dalle ragioni di Stato, dagli intrighi di corte e dalle logiche di potere a proseguire le guerre volute dal padre…

 

Fuori concorso è stato presentato l’ultimo lavoro di D. Michod, giovane regista e sceneggiatore australiano il cui primo lungometraggio Animal Kingdom era stato accolto con successo alla Festa del Cinema di Roma nel 2010. Il film di oggi è prodotto da Netflix e, come sappiamo, Venezia pur fra vivaci polemiche e proteste continua ad ammettere in concorso o ad ospitare dei prodotti destinati alla sola fruizione televisiva, a differenza di quanto, a nostro parere più correttamente, fanno invece Cannes ed altri Festival che li hanno banditi.

Il regista di nuovo in collaborazione con Joel Edgerton che nel film interpreta anche il ruolo di Falstaff, ha coscritto la sceneggiatura cercando coraggiosamente di restituirci, senza timori di confronti con i precedenti Enrico V di L. Olivier o di K. Branagh, la figura di un giovane sovrano ribelle e di cercare nel contempo di renderlo quasi un eroe dei nostri tempi, attualizzandone emozioni, reazioni e valori. L’occasione consente all’autore di cimentarsi con Shakespeare “si parva licet comparare” per sottolineare senza retorica l’attualità delle vicende di un giovane uomo costretto a cimentarsi con il Potere, la Guerra, gli Intrighi, l’Arroganza, la Paura e con essi tutto il microcosmo di dubbi e di sentimenti, tanto eterni quanto anche attuali e pressanti oggi giorno.

Dunque: un po’ di Shakespeare, un po’ di Storia, un po’ di invenzione ed un po’ di attualizzazione ed ecco che ben miscelati fra loro si ottiene come risultato un film apprezzabile, coinvolgente ed a tratti anche avvincente, ovviamente commercialmente valido perché pensato intelligentemente con un occhio ben puntato anche sul botteghino.

La regia di Michod procede senza guizzi particolari con uno stile molto classico ed il ritmo narrativo, pur se fluido, procede con un taglio forse un po’ televisivo senza particolari variazioni se non nel finale quando le vicende stesse impongono un’accelerazione di tempi e drammaticità.

Al centro della vicenda e si può pure dire che regge il confronto con gli illustri precedenti, è l’ormai lanciatissimo ed anche bravo Chalamet, idolo qui a Venezia di folle di giovani fans in delirio, e, con lui ed attorno a lui un bel gruppo di ottimi attori tutti perfetti nei loro vari secondi ruoli, nel finale appare nei panni della promessa sposa Caterina di Valois anche la giovanissima figlia di J Deep, la bella Lily Rose Deep interprete di sicura ascesa e compagna nella vita reale di Chalamet.

Per chi lo potrà vedere al cinema, The King è pur sempre uno spettacolo godibile, un’apprezzabile allegoria del Potere e di ciò che si cela dietro ad esso, girato con dovizia di mezzi ed interpretato e diretto con professionalità con l’unico scopo di divertire e fare spettacolo e non certamente arte.

data di pubblicazione:04/09/2019








MARTIN EDEN di Pietro Marcello, 2019

MARTIN EDEN di Pietro Marcello, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Martin Eden, bel giovane dedito per sopravvivenza ai lavori più disparati, tornando da un periodo di navigazione, salva nel porto di Napoli il rampollo di una buona famiglia. Per i ringraziamenti di rito viene invitato a cena e scopre un mondo nuovo subendo il fascino della dolce e altolocata Elena che lo avvicina alla lettura e all’arte. Da quel momento in poi, da autodidatta, s’infervora di letteratura e decide di diventare scrittore di professione e di conquistare il suo amore. Il bel romanzo di Jack London, dalla California a Napoli.

Dopo Martone, con la riuscita rivisitazione de Il Sindaco di Rione Sanità, un’altra operazione di trasposizione seppure rischiosa, ma azzeccata, è quella del Martin Eden operata da Pietro Marcello, di cui ricordiamo La Bocca del Lupo del 2009 e Bella e Perduta del 2015, con il romanzo di Jack London. Lo scrittore di Auckland agli inizi del ‘900 era il romanziere più letto al mondo; Lenin e Trotzskj lo adoravano e altri milioni di lettori lo avevano reso ricco e famoso. Di umili origini, figlio illegittimo, aveva viaggiato giovanissimo in lungo e in largo, era stato cercatore d’oro in Alaska, pescatore di perle nella baia di San Francisco; poi, attraverso studi e letture disordinate, ma intense, era divenuto il primo romanziere d’America. Era stato individualista (seguace di Nietzsche), poi socialista convinto (indimenticabile il suo saggio sociale Il Popolo degli Abissi), aveva vissuto molto intensamente, si era sposato due volte, bevuto anche troppo ed era morto (probabilmente suicida), appena quarantenne sul suo yacht, dopo aver accumulato e dissipato intere fortune.

Trasferendo la vicenda dello scrittore e il suo personaggio Martin Eden – figure speculari – nella realtà napoletana degli inizi del XX secolo, Marcello compie un’operazione complicata, ma pienamente riuscita. Il suo Eden (un magnifico, a volte esagerato, Luca Marinelli) in chiave proletaria con vocazione “elitaria”, precipitato nell’antropologia italiana pre-war, non disturba, ma affascina. Mescolando con sapienza e grazie a un montaggio (Aline Hervè e Fabrizio Federico) di prim’ordine, la trama e materiali d’archivio, il regista napoletano realizza un film di ampia portata. Una pellicola che coniuga l’emozionante storia (universale) del povero che s’innamora della bella aristocratica Elena (Jessica Cressy al suo felice debutto) con la lotta di classe (quella personale di Martin contro i pre-giudizi della famiglia e quella delle agitazioni socialiste e anarchiche del contesto storico). Martin, innamorato pazzo di Elena affronta e supera, con profondo travaglio personale, gli ostacoli derivanti dalla propria origine: andrà contro tutti, editori, famiglia di origine, famiglia di Elena… Unico a dargli vero supporto e amicizia sarà il vecchio e disadattato compagno, Russ Brissenden (uno strepitoso Carlo Cecchi) che al tempo stesso ne accentuerà i   travagli interiori, portandolo al contrasto definivo con il mondo elitario di cui avrebbe voluto far parte e al rifiuto della stessa Elena. Si diceva che Martin Eden è romanzo universale e va dato atto al regista Marcello e al suo co-sceneggiatore Maurizio Braucci, pur nella sua ibridizzazione in salsa partenopea, di aver mantenuto e attualizzato il rigore e l’energia primordiali. Nella magnifica follia di Martin Eden (romanzo e film, all’unisono), c’è tanto (pubblico e critica sembra lo abbiano percepito), ma oltre storia, ideologia, interpretazioni, quello che veramente ci lascia alla fine della visione è il senso di ampio respiro che lo ha connotato, proprio dei classici senza tempo.

data di pubblicazione:03/09/2019








THE LAUNDROMAT di Steven Soderbergh, 2019

THE LAUNDROMAT di Steven Soderbergh, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Ellen Martin, pensionata, felicemente coniugata, vede morire il marito e altri turisti in un’assurda tragedia durante una crociera sul lago George. Il tragico evento porta l’ignara vedova a imbattersi nell’assurdo mondo di una certa finanza nella vana speranza di vedersi riconoscere il legittimo risarcimento per la morte del marito, da parte della compagnia di navigazione. Non sarà così, e, per assurdi e illegali passaggi fra compagnie di assicurazioni “fantasma”, Ellen avrà difficoltà ad ottenere giustizia. La sua ricerca sulla frode assicurativa le aprirà gli occhi sul mondo della finanza globale, quella dei “Panama Papers”, per intenderci.

 

Ancora una volta Steven Soderbergh, (già Palma d’Oro al Festival di Cannes per lo splendido Sesso, Bugie e Videotape e di un Oscar per la regia di Traffic) ci regala un altro piccolo gioiello, un’altra storia vera, tra le più drammatiche dei nostri tempi. La pellicola, partendo da un evento legato alla sfera personale delle vittime di un mancato risarcimento, ricostruisce, racconta e spiega la vicenda dei così detti “Panama Papers”, scandalo devastante nel mondo della finanza. A dieci anni da The Informant! il talentuoso regista di Atlanta, ci regala, alla sua maniera, una storia vera basata sul libro-inchiesta Secrecy World: Inside Panama Papers…, del reporter investigativo Jake Bernstein premiato con il Pulitzer, un evento che fece tremare il mondo della finanza internazionale e che vide coinvolte oltre 200.000 società offshore e tantissimi ignari risparmiatori. Soderbergh delega, sin dall’apertura del film, alle figure di due dei grandi truffatori, Jurgen Mossack (un sornione Gary Oldman) e Ramòn Fonseca (Banderas al meglio), il compito di spiegare agli spettatori il chi e il come del formidabile raggiro. Alla fine, oltre i responsabili in concreto ai danni della povera Ellen, effettivamente smascherati, il vero colpevole di tutto finisce con l’essere naturalmente l’ossessione per il denaro e il potere e Soderbergh non nasconde che delle conseguenze drammatiche che ne conseguono i governi di molti grandi paesi, gli USA in primis, ma anche Russia e Cina non sono estranei.

Con la direzione della fotografia dello stesso regista, la sceneggiatura di Scott Z.Burns e la solita ineccepibile interpretazione di Meryl Streep, The Laundromat è un ibrido fra un commedia nera e un film politico e intelligente che, grazie a un montaggio serrato, a un buon ritmo e al colpo di scena finale, ha buone possibilità di premi a Venezia, vista l’ottima accoglienza del pubblico in sala. A parte questa evenienza, ha comunque l’innegabile merito di riportare alla luce uno scandalo senza precedenti, che la scarsa memoria dei nostri tempi rischiava di rimuovere.

data di pubblicazione:02/09/2019








WASP NETWORK di Olivier Assayas, 2019

WASP NETWORK di Olivier Assayas, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Ecco di nuovo in concorso, ancora una volta, Olivier Assayas, pluripremiato sceneggiatore e regista francese, molto amato ed apprezzato dalla Critica e dalle Giurie dei Festival, un po’ meno e non sempre dal pubblico degli spettatori, con l’eccezione, ovviamente, dei suoi connazionali. L’autore torna a Venezia appena un anno dopo il non perfetto Il Gioco delle Coppie (Doubles Vies) con un nuovo film da lui diretto ed anche sceneggiato basandosi su fatti reali avvenuti negli anni ’90, sul finire della “Guerra Fredda” e le connesse tensioni sotterranee fra la Cuba di Castro ed il governo Americano narrando la storia delle azioni messe in essere dagli esuli anticastristi in Florida e in particolare di una rete di spie cubane infiltrate fra questi ultimi per contrastarli.

 

Come sempre, il regista sposta il suo impegno artistico, cambiando con abilità e coraggio genere cinematografico, ad ogni sua nuova opera. Difatti, dai drammi personali e dalle ambiguità al centro dei suoi più recenti film, vedi anche Sils Maria e Personal Shopper, questa volta il nostro cineasta passa ad affrontare, con pari talento, tutti i temi classici e propri dei film politici e di spionaggio, mantenendo però sempre ben centrato il suo sguardo indagatore sui drammi del singolo e sulle contraddizioni dell’essere umano, preso di volta in volta, nelle ambiguità e nei cambiamenti, ora personali, ora culturali, ora politici. Cambiamenti che sempre, ci dice Assayas, mettono in crisi o addirittura travolgono i singoli e con essi le loro passioni ed i loro affetti. E’ proprio di questi cambiamenti che l’autore vuole essere testimone raccontandoci il modificarsi della Società, dei singoli e del loro mondo di valori e, con essi, le illusioni e le delusioni che li accompagnano, focalizzandosi in particolare poi sul “Perché” delle azioni o degli errori umani.

Assayas filma il tutto attraverso una struttura narrativa tipica del suo stile rappresentativo: una struttura quasi concentrica che alterna le vicende private e le vicende pubbliche dei vari personaggi senza mai cedere alla tentazione della retorica nell’uno o nell’altro campo, anzi, al contrario, il taglio registico ricercato è volutamente quasi minimalista con coerentemente un ritmo filmico dal fluire costante ma quasi distaccato e senza tensione che può anche lasciare interdetti i più fra gli spettatori. Ci si sarebbe aspettato infatti un po’ di suspense, di partecipazione emotiva e di azione in più, la tentazione è forte, ma sarebbe stato un altro film, un film di una qualsiasi produzione americana. Oppure ci sarebbe voluto Oliver Stone. Assayas è invece tutto in questo rigore analitico con cui affronta la narrazione del reale, con il rischio “calcolato” di lasciare la sensazione di essere anche un po’ troppo riduttivo per il tema affrontato.

Fra i vari attori tutti ben calibrati nei loro vari ruoli, coadiuvano brillantemente il regista, nelle vesti dei quasi protagonisti, una sempre splendida, brava ed intensa Penélope Cruz e l’altrettanto bravo Edgar Ramirez.

In conclusione Wasp Network pur se imperfetto, è un film interessante che conferma tutta la complessità e la varietà del talento di Assayas, sulla cui valutazione poi, come al solito, si divideranno critici, giurie e pubblico.

data di pubblicazione:02/09/2019








JOKER di Todd Phillips, 2019

JOKER di Todd Phillips, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Stupefacente prova d’attore per Joaquin Phoenix nel Joker di Todd Phillips, in concorso a Venezia. In una Gotham City in cui imperversa un crescente malessere metropolitano, fatto di immondizia, rabbia e violenza, di diseguaglianze sociali estremizzate, cerca di sopravvivere il debole Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) vittima di un grave disturbo che lo fa scoppiare in risate isteriche quando è sottoposto a stress emotivi rilevanti e che lo porta ad essere umiliato, deriso, malmenato ed emarginato.

 

Fleck vive con una madre anch’essa malata che ha rovinato irrimediabilmente la sua vita. Fa parte della schiera degli ultimi. Il suo sogno è quello di diventare un cabarettista, e magari essere un giorno ospite del suo show televisivo preferito, quello condotto dal comico Murray Franklin (uno straordinario Robert De Niro), ma nel frattempo si arrabatta come può travestendosi di clown. Sempre più ai margini, in un susseguirsi di vicissitudini grottesche, quasi vittima sacrificale di un disegno preordinato, non può che far esplodere la sua impotenza in una rivolta improvvisa e feroce verso tutti. Una trasformazione violenta e folle in un nuovo Joker la cui patologia viene eretta a simbolo di una rivolta popolare egualmente brutale e cieca, di cui diviene l’emblema suo malgrado.

In un panorama a fosche tinte tra le atmosfere de I Guerrieri della Notte e Taxi Driver, ma vicino anche all’indefinito futuro di Blade Runner ed agli scenari apocalittici di Romero, Joaquin Phoenix plasma un nuovo Joker a sua immagine e somiglianza, esorcizzando il suo passato ed il suo grandissimo talento. C’è lo sguardo folle di Nicholson ma anche la nera eleganza di Heath Ledger scomposti ed elaborati secondo una nuova fisicità, frutto di un lavoro ossessivo e profondo.

Joaquin Phoenix polarizza letteralmente tutto il film dalla prima all’ultima sequenza, grandissimo nel costruire un personaggio che dal fumetto rimanda ad echi letterari e a personaggi di spessore mostrando una profondità non comune.

Arthur Fleck è la risata ossessiva e disperata del disagio di oggi, anche se trasposto in un’atmosfera torbida da comics apparentemente lontana, fatta di sporcizia e di rabbia, di soprusi, di segreterie telefoniche e vecchi lettori VHS, in un’atmosfera nella quale servizi sociali e medicine non sono in grado di sostenere la fragilità del giovane Arthur e dei suoi sogni, aprendo di fatto la voragine della cieca follia. E Arthur non può che affondare nel dolore e nella violenza trascinando con sé tutta quella piccola umanità selvaggia. Non c’è speranza su questa terra, forse un po’ di luce e di candore gli sono destinati in un’altra vita, nella quale dar sfogo alla sua andatura sconnessa e sognante.

Un film decisamente bello e misurato, con un importante lavoro di regia e con tanti superlativi attori (De Niro in primis), ma condizionatissimo dal suo mostruoso protagonista, cui spetteranno certamente tantissimi riconoscimenti che non può non meritare.

data di pubblicazione:01/09/2019








EMA di Pablo Larraín, 2019

EMA di Pablo Larraín, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Pablo Larraín ha presentato in concorso al Festival Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la sua settima pellicola, Ema, storia di una giovane donna testarda e carismatica, forte e determinata, anche quando tutto sembra precipitare.

Ema è una giovane ballerina di talento (Mariana Di Girolamo) che lavora in una compagnia guidata dal marito, il coreografo Gaston (Gael Garcia Bernal). Il matrimonio dei due è però a pezzi a seguito della scelta pesante di allontanare il bambino di sei anni che avevano adottato, Palo. Il problema è che il piccolo ha tentato di incendiare casa, deturpato il volto della sorella di Ema ed ha congelato un gatto. Ema tenta di superare il senso di colpa per non aver saputo gestire e crescere il bambino, accusando il marito di essere il responsabile di quanto avvenuto.

La storia si sviluppa tra le strade di Valparaíso, città portuale del Cile, un piccolo grande affresco pop delle nuove generazioni: abiti maculati e fasciati, paesaggi urbani scrostati, neon e fiamme, in compagnia della musica, il reggaeton apparente inutile ma alla fine adrenalinico: è ritmico, euforico, trasmette eccitazione ed erotismo.

I protagonisti si avvicinano e si allontanano, scaricandosi addosso le proprie frustrazioni. Ema entra in un vortice frenetico di esperienze estreme di sesso e distruzione piromane, per compiere la propria espiazione, coinvolgendo in questo vortice tutti coloro che le sono intorno.

In realtà dietro c’è un piano lucido che riesce a portare a termine. Cosa ci sia davvero dietro il suo sguardo vitale e folle eppure sempre fermo e deciso, lo si scopre negli ultimi dieci minuti di film.

È motivata da un implacabile individualismo, perché sa chiaramente cosa vuole ed è capace di sedurre coloro che la circondano per realizzare il suo disegno: essere madre ed avere una famiglia.

Un semaforo in fiamme, ed una donna con un lanciafiamme in spalla. È questa la traccia iniziale su cui il regista monta e smonta il racconto che va avanti su diversi piani temporali, nascondendo e rivelando in un ordine quasi casuale che permette a ciascuno di ricreare il proprio puzzle fatto di proprie ipotesi e deduzioni.

Ema è una stella che emana calore, un calore che quando è troppo forte brucia chi le sta vicino, ma che alla fine regala energia e vita proprio così come quel reggaeton che riesce ad accenderla, visto che è proprio il ballo a dettare il tempo, in un susseguirsi ora frenetico ora silenzioso di parole ed emozioni.

Nella finissima visione di Larraín c’è la distruzione del concetto di famiglia nella sua accezione tradizionale ma anche la sua ricostituzione in chiave non proprio convenzionale ma certamente efficace per tutti i protagonisti, il tutto supportato dall’espressione artistica per esorcizzare e guarire dal dolore, perché se un dolore ti ferisce, allora bruciare la ferita aiuta a guarire e a sopravvivere.

data di pubblicazione:01/09/2019








MADRE di Rodrigo Sorogoyen, 2019

MADRE di Rodrigo Sorogoyen, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Elena, rincasando con sua madre, riceve una telefonata del figlio Ivàn, di appena 6 anni, in cui il bambino, in evidente stato di agitazione, la informa che suo padre ed ex marito di Elena, con il quale è in vacanza nel sud della Francia, lo ha lasciato da solo su una spiaggia che non sa con esattezza in quale località si trovi, per tornare nel camper parcheggiato in un bosco limitrofo a prendere i suoi giocattoli. La telefonata si interrompe mentre un uomo si sta avvicinando al bambino….

 

La sequenza iniziale del film Madre di Rodrigo Sorogoyen, ricca di una buona dose suspense adrenalinica, ricalca il pluripremiato cortometraggio omonimo con il quale nel 2017 il regista spagnolo ottenne il premio Goya, oltre ad una infinità di altri riconoscimenti, e la nomination all’Oscar per la sua categoria. La storia, presentata a Venezia nella sezione Orizzonti, riparte da quella stessa spiaggia deserta, dieci anni dopo l’ultimo avvistamento di Ivàn, dove Elena (Marta Nieto, la stessa attrice del corto) si è trasferita dalla Spagna e dirige un ristorante. Sembra tutto molto assopito: è passato del tempo ed Elena conduce una vita monotona ma normale, ha un compagno molto accudente ed amorevole, ed è stimata sul lavoro. La donna oggi ha 39 anni. Un giorno, mentre passeggia su quella spiaggia come fa sempre dopo pranzo da dieci anni, incontra un ragazzo francese che non può fare a meno di seguire sino a casa: il ragazzo, che ha sedici anni e studia lo spagnolo, le ricorda il figlio. Da quel momento i due cominceranno a frequentarsi nello sconcerto di tutti, soprattutto dei genitori del sedicenne.

Il film, splendidamente interpretato da Marta Nieto, famosa attrice di serie Tv spagnole ed al suo primo lungometraggio, mantiene una costante suspense nonostante le oltre due ore di durata, con un finale inaspettato ma non palesato dalla telecamera che lascia uno spiraglio aperto allo spettatore e gli concede di tirare un sospiro di sollievo. Il film di Sorogoyen, al pari di Ema di Pablo Larraín presentato quest’anno in concorso al Festival, ci descrive seppur in modo molto diverso l’elaborazione della perdita di un figlio, il lutto peggiore che possa colpire una madre, e ci fa tornare a sorridere sul finale con le protagoniste dopo aver sofferto con loro. Le figure maschili sono in ombra come lo sguardo di Elena, che solo l’adolescente Jean riesce a riaccendere. Madre è una storia intima, che coinvolge, ben calibrata, senza ombre, in cui percepiamo lo sforzo immenso di questa donna che ogni giorno tenta di spostare il macigno che le appesantisce il cuore, sforzo che la consuma da dieci lunghi anni e la lascia senza forze. Finché però l’amore riaffiora: non importa se quel giovane sia realmente il figlio perduto, perché quell’amore rende viva Elena, le fa provare il calore di un abbraccio, di una carezza, di dare protezione a quel figlio che non ha visto crescere.

Il regista ci conduce per mano, e con raffinata maestria, dagli inferi alla luce, seguendo il percorso doloroso di Elena che finalmente non ha più paura di amare e perdonare, dopo infiniti falliti tentativi di buttarsi il passato alle spalle.

Quanto alla intensa Marta Nieto, è sicuramente nata una stella.

data di pubblicazione:01/09/2019








J’ACCUSE di Roman Polanski, 2019

J’ACCUSE di Roman Polanski, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

L’affaire Dreyfus, una delle pagine più celebri della storia (non solo) francese, diviene la perfetta trasposizione cinematografica di una vicenda senza tempo, in cui le cadenze del film storico si fondono a quelle del legal thriller e in cui ogni ingrediente del racconto contribuisce in maniera determinante alla composizione di un mosaico potente ed elegante.

Parigi, 1894. Nella Francia ancora logorata dalla guerra con la Prussia, la “Sezione di statistica” (ovvero i servizi segreti francesi) si muove alla spasmodica ricerca di spie al soldo dell’Impero Tedesco. Tra i sospettati c’è anche Alfred Dreyfus (Louis Garrel), ufficiale di artiglieria che corrisponde esattamente al profilo del traditore ricercato e che, soprattutto, è un ebreo. A seguito di un processo sommario, Dreyfus viene condannato alla degradazione e alla deportazione nella famigerata Isola del Diavolo. Tra coloro che infliggono la condanna esemplare c’è anche il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardine), che di lì a poco si trova inaspettatamente a capo proprio della Sezione di statistica per sostituire l’ormai malato predecessore. Attraverso il nuovo incarico Picquard prenderà consapevolezza di quanto sbrigative siano state le indagini condotte a carico di Dreyfus e a quel punto si troverà di fronte a un conflitto interiore che vede opposti la fedeltà all’Esercito e il senso di Giustizia.

L’affaire Dreyfus rappresenta certamente una delle pagine più note della storia mondiale, che nella versione cinematografica di Roman Polanski è raccontata dall’ottica del colonnello Picquard, offrendo una prospettiva indubbiamente peculiare e, per certi aspetti, originale. Il celeberrimo articolo di Émile Zola, pubblicato nel 1897 da Le Figaro e divenuto con il tempo l’emblema evocativo della libertà di stampa, funziona sul piano narrativo come momento di svolta: il processo a Zola si traduce, di fatto, nella revisione del (non) processo celebrato nei confronti di Dreyfus, innescando una tanto progressiva quanto faticosa presa di coscienza in un caso in cui il “codice d’onore” militare e i pregiudizi razziali hanno finito per prevaricare le più elementari garanzie cui il processo penale post-illuminista è ispirato.

Illegal thrillerdi Polanski centra perfettamente l’obiettivo: la meticolosa ossessione per ogni dettaglio, unita a una scrittura che scandisce millimetricamente l’andamento della storia e impreziosita dalle musiche di Alexandre Desplat, offre un affresco potente di un caso destinato a divenire un simbolo. Si rivela convincente anche la scelta di girare il film in lingua francese, malgrado il progetto iniziale prevedesse una più internazionale versione inglese.

Inutile chiedersi quanto di Roman Polanski ci sia in Alfred Dreyfus, così come inutile sarebbe “contestualizzare” (ancora una volta) la scelta di inserire J’accuse nella selezione ufficiale di una Mostra che, almeno “a parole”, ha fatto della questione femminile una delle bandiere di questa edizione. Ciò che importa è che lo sforzo produttivo, visibile fin dalla prima scena del film e che molto deve all’impegno alla lungimiranza made in Italy di Luca Barbareschi e di Rai Cinema, abbia condotto a un prodotto dalla cifra artistica brillante e prepotente. Un racconto storico che scuote le coscienze, mai didascalico eppure capace di impartire più di una lezione allo spettatore disposto ad ascoltarla.

data di pubblicazione: 31/08/2019








IL SINDACO DEL RIONE SANITÁ di Eduardo De Filippo regia di Mario Martone, 2019

IL SINDACO DEL RIONE SANITÁ di Eduardo De Filippo regia di Mario Martone, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Una personale e profonda evoluzione del testo di Eduardo de Filippo, Il sindaco del rione Sanità trasposta in chiave cinematografica da Mario Martone e presentato a Venezia dopo la forte e innovativa esperienza teatrale di due stagioni fa. Un ulteriore confronto, una necessità di espandere il meraviglioso testo di Eduardo oltre lo spazio scenico per incontrare i suoni, gli odori, i volti della Napoli dei vicoli e della povertà, della violenza, dell’ignoranza e del riscatto.

 

Stesso titolo, stessa identica trama con “qualche piccolo taglio” e nuova scommessa vinta. Ancora una volta Martone si affida ad un gruppo di straordinari ed intensi interpreti di quella terra che fanno capo al NEST – Napoli Est Teatro di San Giovanni a Teduccio, ubicato in uno dei quartieri più popolari e difficili di Napoli, dove un gruppo di giovani, attori, registi, scenografi e drammaturghi hanno ristrutturato una palestra e creato uno spazio per le arti.

Scritta nel 1960, Il sindaco del Rione Sanità è una commedia in tre atti anche interpretata da Eduardo De Filippo nella quale il protagonista, Antonio Barracano (Francesco Di Leva), è “il sindaco” della Sanità. Qui amministra da signorotto illuminato le problematiche del rione, secondo principi da “uomo d’onore” decisamente bordenline rispetto alla legge, ma certamente efficaci. Si avvale dell’aiuto di un medico che cura clandestinamente i feriti da sparatorie e regolamenti di conti che avvengono nel quartiere. Chi non ha santi e protettori si rivolge a da Don Antonio da sempre. Quando però gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello (Salvatore Presutto), il figlio del fornaio, deciso ad ammazzare il padre Arturo (Massimiliano Gallo), Don Antonio, cogliendo nel giovane la stessa determinazione che lo spinse all’omicidio in gioventù, si propone come mediatore finendo poi col pagare tragicamente di persona il suo intervento.

Niente spettacolarizzazioni e violenza gratuita. Nella sua visione ancora strettamente aderente al testo originale Martone rende il protagonista Antonio Barracano da anziano settantenne a ragazzo di nemmeno quarant’anni, giovane come i boss di quartiere, decisionista e autoritario, esibizionista e consumista, segnato dagli errori e dalla rabbia di una giovinezza mai vissuta che lo hanno portato a mettere da parte gli impulsi ed ad usare di più la riflessione.

Antonio Barracano è certamente un padre-padrone, ma è anche un predicatore, unico punto di riferimento per una comunità di disperati cui trasferire principi di giustizia e convivenza non sempre ortodossi ma nella sostanza egualitari. Una storia con una forte connotazione sociale che Martone traspone ai nostri giorni arricchendolo di quella complessità che oggi caratterizza le attuali generazioni, abbastanza distanti da quelle raccontate da Eduardo.

Il film uscirà in sala per tre giorni come film evento dal 30 settembre al 2 ottobre. Un film che mantiene la densità e la forza del testo di Eduardo andando però a cogliere le contraddizioni di oggi, tra rapper con felpa e cappuccio in testa ad agguati violenti nel quartiere per costruirsi inutili identità, ad una casa fatta di cristalli, sovraccarica di benessere, trasferita nella campagna alle pendici del Vesuvio, circondata da aggressivi e fedeli rottwailer, plexiglas e acciaio, nella quale vanno e vengono individui palestrati, dove si curano ferite e liti, popolata da una famiglia allargata, nella quale i pranzi si alternano a processioni di questuanti del quartiere. Questo il principato del giovane e forte Don Antonio, apparentemente immortale, che amministra e salva a modo suo quella piccola umanità, amministrando con la forza e regalando speranza. Ma la casualità o forse un destino segnato scoprirà il suo tallone d’Achille portandolo ad immolarsi poi paradossalmente per una buona azione compiuta.

Una evoluzione sul grande schermo che spiazza e cattura, dove tutto ha un senso e che ha il proprio punto di forza nelle sonorità e gestualità proposte, nelle immagini che dilatano il racconto, espressione fedele del degrado metropolitano di oggi, nella musica del dolore e della speranza.

data di pubblicazione:31/08/2019








5 È IL NUMERO PERFETTO di Igort, 2019

5 È IL NUMERO PERFETTO di Igort, 2019

(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)

Peppino Lo Cicero è un guappo della vecchia camorra, ormai prossimo alla pensione. Ha una donna, Rita, che lo ama, ma soprattutto vive e lavora in funzione del suo amato figlio, il quale, nel corso di una resa di conti, viene freddato. Per Lo Cicero sarà una “mazzata” tremenda e innescherà una serie di reazioni assai violente che lo porteranno a prendere decisioni definitive e cogliere nuove opportunità.

 

Che cosa ci si poteva aspettare da un fumettaro, pardon, un creatore di graphic novel, come Igort, al secolo il talentuoso Igor Tuveri al suo approdo cinematografico? Esattamente quello che abbiamo potuto ammirare nella sezione Giornate degli Autori 2019 della 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

In soldoni, la messa su grande schermo del suo romanzo 5 è il numero perfetto, che, nel lontano 2004, aveva registrato un grande successo nel mondo delle “nuvole parlanti”: una storia dura, un noir in salsa napoletana, fatta di immagini forti e laceranti. Girata tra la sua Sardegna e una Napoli che fa pensare a Sin City, la pellicola, girata con lo stesso perfezionismo caro a Igort e grazie alla notevole fotografia di Nicolaj Bruel, tutta ombre e colori sparati, narra una storia di camorra drammatica nei contenuti, ma con toni che vanno dall’ironico al fantasioso. Frequenti i passaggi dai campi medi ai piani ravvicinati, in un interessante mix di teatro, cinema e naturalmente “fumetto d’autore”. Igort ha raccontato (sono parole dell’autore nel corso della conferenza stampa): “una vita di malaffare intrisa di quella violenza che è il centro di quella esistenza, però attraverso uno sguardo non voyeuristico ma semmai più vicino alla coreografia con corpi che sembrano quasi danzare…” Naturalmente, nel rispetto di una storia “hard boiled” non possono mancare sparatorie, tradimenti, uccisioni e duelli, quasi da western alla Leone (e non dico altro per non togliere la necessaria suspance), a sottolineare il tessuto malavitoso della vicenda. Al servizio di un film che lo stesso regista ha definito “un ibrido”, attori in stato di grazia, il solito, perfetto, Toni Servillo (Peppino), Carlo Buccirosso (Totò o’ macellaio) e, come si dice in questi casi, una intensa e misurata Valeria Golino (Rita). Esordio nel complesso interessante.

data di pubblicazione:31/08/2019