da Antonio Jacolina | Nov 25, 2018
Ritratto della leggendaria corrispondente di guerra Marie Colvin (Rosamund Pike) del Sunday Times di Londra. Spirito senza paura e ribelle ad ogni conformismo, la giornalista ha dedicato la sua vita personale e professionale a raccontare la Verità sulle conseguenze delle guerre sulle persone innocenti, dando voce, nei suoi reportage, a coloro che non hanno voce: le vittime civili dei conflitti, di ogni conflitto.
Già presentata con discreto successo alla 13ma Festa del Cinema di Roma, esce ora sui nostri schermi l’opera prima di M. Heineman. Il regista già noto autore di documentari si cimenta con questo suo primo lungometraggio con un biopic poco reverenziale sugli ultimi dieci anni della vita della leggendaria reporter. Il film è basato su un reportage apparso su Vanity Faire ci racconta di una donna coraggiosa ed impegnata al punto tale da rischiare ogni volta la sua vita per le sue storie giornalistiche ma anche e soprattutto di una donna intimamente vulnerabile, traumatizzata ed empaticamente sensibile ai drammi cui assisteva per poterne poi scrivere e darcene notizia.
Heineman, pur non tralasciando di rappresentarci i contesti bellici, filmando anzi scene di guerra con abilità di vero documentarista, si sofferma infatti con intelligenza ed intensità sul lato più personale ed umano della giornalista, sulla sua guerra interiore (da qui il titolo del film), sul conflitto fra la sua vita personale e la sua vita professionale per la quale lei sacrifica relazioni affettive e sogni materni accumulando traumi psicologici e fisici che la dilaniano interiormente. Una guerra privata quella della Colvin, una guerra anche con se stessa, con le sue ambizioni, le sue paure, le sue sfide, la sua solitudine, i suoi disturbi. Nel film si ride, si piange e si soffre con la giornalista assistendo al suo progressivo degradarsi nello spirito e nel corpo a somiglianza delle tante tragedie cui assiste vivendone sempre, come proprie, le angosce, gli incubi, la rabbia ed i dubbi. È qui la vera abilità del regista, nella sua capacità di mantenere, con un forte senso del tempo e del luogo, il giusto ritmo della vicenda e la costante tensione narrativa, facendo evolvere la storia in modo lineare fino agli eventi finali durante la guerra civile in Siria, con il solo supporto di alcuni flasback che servono ad illuminare lo spettatore sul carattere, i comportamenti ed il labirinto di orrori che sono sepolti nella mente della reporter dopo essersi confrontata con il peggio che l’umanità può offrire. A questo lavoro del direttore si aggiunge ovviamente quello molto convincente di R. Pike, degna veramente di essere presa in seria considerazione per la prossima stagione di premi. L’attrice fa letteralmente suo il film, incarnando anima e corpo il personaggio, quasi appropriandosene lavorando di cesello sui registri vocali e sugli atteggiamenti, e ci prende e ci fa vivere poi le emozioni e gli incubi di una donna tormentata da ciò che testimonia e dalla rabbia e dall’impotenza di non poterlo evitare. All’eccezionale Pike fanno da corona ottimi caratteristi o coprotagonisti: Tom Hollander ed il sempre bravo Stanley Tucci, e, non ultimo, Jamie Dornan (ex… cinquanta sfumature di grigio, nero e rosso e prossimo nuovo Robin Hood) nei panni del fotografo di guerra che accompagnava la Colvin.
A Private War non è certamente un film perfetto, alcune storie sottostanti risultano alquanto deboli, alcune sequenze sono troppo insistite, l’amalgama fra pulsione documentaristica e narrazione filmica non sempre è armonico, però, nel complesso, il risultato è un buon film che vale la pena di vedere ed apprezzare. Un buon film commovente e coinvolgente, a tratti affascinante, che non è mai svenevole, sentimentale o convenzionale nel raccontarci il valore della Verità e quello che è stato l’impegno personale e professionale di una grande reporter.
data di pubblicazione: 25/11/2018
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da Paolo Talone | Nov 23, 2018
(Piccolo Eliseo, 15 novembre – 2 dicembre 2018)
Scena grigia di una provincia inglese qualunque, quattro amici si ritrovano insieme nei pressi di un molo. Di fronte a loro solo il mare e i pensieri. Sono vestiti a lutto e bevono birra, Frankie è morto e come loro aveva solo 25 anni. Chi era Frankie? Cos’è la vita di provincia?
Un testo brillante, giovane, ironicamente intelligente, attuale, solo in apparenza banale, ma mai scontato, che ha guadagnato a Norris il premio Bruntwood 2013. Siamo davanti a un esperimento di scrittura che strizza l’occhio a un Samuel Beckett per il vuoto che i personaggi si portano dentro, ma anche al teatro epico di Brecht, con le sue didascalie che ci informano su dove siamo e a che ora si sta svolgendo l’azione. Il tempo e il ritmo della narrazione sono serrati e mantengono l’attenzione accesa dalla prima all’ultima battuta di questi dialoghi, solo ad un primo ascolto banali. Il testo in fondo è costruito su conversazioni quotidiane che possono svolgersi dovunque, in un bar come in una camera da letto. La storia rappresentata non ha tanto il sapore di un racconto, quanto l’intensità di un lampo che illumina una situazione, la morte del giovane Frankie, uno come tanti in questo luogo di provincia, dove è difficile mostrarsi per quello che si è realmente e dove gli altri fanno fatica a capire e a capirsi. Non è neanche permesso ai suoi amici chiedersi o darsi risposte sulla morte del loro amico, nei posti di provincia salvare la faccia è più importante di qualsiasi altra cosa. Si deve saper tacere la verità, meglio viverla per sé, meglio scappare altrove. Con uno straordinario meccanismo dialogico, fatto di battute che accennano ma non dicono mai chiaramente, Norris riesce a rendere reali questi personaggi, mostrandoci quanto basta per poterne capire la loro più intima essenza. So here we are (Eccoci qua, dunque!) è il titolo originale della pièce inglese.
La situazione iniziale l’abbiamo descritta: quattro amici aspettano su una banchina in riva al mare che arrivi l’ex fidanzata del loro appena defunto amico per compiere un ultimo gesto laico di commiato per lui. Ci si chiede come sia potuto succedere che abbia avuto quell’incidente che gli ha causato la morte. La seconda parte del testo è un flash back sulla notte dell’incidente. Qui si scopre cosa è accaduto a Frankie le ultime ore prima di morire. La storia si intreccia piano piano in maniera perfetta come i filamenti di una ragnatela. I punti si collegano tra loro attraverso un gioco drammaturgicamente perfetto. La verità viene finalmente fuori.
Un testo affascinante quello messo in scena da Silvio Peroni e bravi tutti gli attori della compagnia che meritano di rimanere in scena a godersi l’applauso prolungato e sentito del poco (ahimè!) pubblico presente. Uno spettacolo azzeccato che è ottimo preludio al festeggiamento del centenario del teatro Eliseo.
data di pubblicazione: 23/11/2018
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da Giovanni M. Ripoli | Nov 22, 2018
Accompagnata dai suoi due figli, Laura torna da Buenos Aires al suo paese natale in Spagna per il matrimonio della sorella. Tutto sembra andare per il meglio quando, al termine della festa di nozze, la sua giovane figlia scompare, cambiando in modo drammatico il corso degli eventi e i rapporti all’interno della famiglia e della stessa comunità.
Accolto con grande curiosità a Cannes, dove fu film di apertura, la pellicola del talentuoso regista iraniano è piaciuto al grande pubblico e assai meno ai critici. Questi ultimi, probabilmente spiazzati dalla scelta di Farhadi al suo primo film di genere, uno psico thriller (?) girato nella regione della Mancha in un piccolo centro non lontano da Madrid, non hanno mancato di sottolineare diverse carenze della pellicola, forse non all’altezza dei precedenti capolavori del regista. In un eccesso di zelo professionale, certamente memori della perfezione di lavori quali, l’incantevole, Una Separazione e, il non distante, Il Cliente, hanno ingiustamente “massacrato” Tutti lo Sanno, relegandolo a livello di feuilleton, infarcito di clichè (il paesello spagnolo, gli amorucci dei ragazzi sul campanile), indebolito da una recitazione di maniera (Bardem) o esageratamente “calcata” (“una Penelope Cruz in cerca di Oscar”). Schierandomi, invece, decisamente dalla parte di una critica “acritica”, e quindi dalla parte di un pubblico non necessariamente di bocca buona, ma anche confortato dalla visione del film in lingua originale (il perfezionismo di Farhadi, ad esempio, fa correttamente parlare con accenti catalani o argentini i rispettivi protagonisti in base alla loro provenienza), non ho ravvisato particolari difetti. La storia non è nuova, ma la preparazione all’improvviso accadimento (il rapimento della giovane figlia di Laura), attraverso la messa in scena dell’arrivo di Laura “l’argentina”, gli aspetti della realtà provinciale del piccolo centro vinicolo della Mancha, con i suoi segreti e rancori, sono descritti con sufficiente credibilità. Il ritmo tambien è adeguato alla vicenda: toni leggeri e smorzati all’inizio, briosi per la festa di matrimonio, volutamente più lenti a sottolineare la drammaticità degli eventi dopo il rapimento repentino e misterioso della giovinetta. Ovviamente, come sempre nei film di Farhadi, tutto è studiato: ricerca dei dettagli, riprese, montaggio e colonna sonora di assoluto livello e grandi attori e comprimari a completare la prima pellicola, diversa, del talentuoso artista iraniano.
Niente di negativo sugli attori, Bardem è ormai versatile e collaudato e, nelle vesti del sanguigno, generoso Paco, combattuto fra diverse emozioni e stimoli contrapposti, offre un’ennesima confortante prova. Altresì Penelope Cruz (Laura), senza essere Sarah Bernhardt, è misurata e credibile nel ruolo di madre disperata. Quando poi, arriva dall’Argentina, Ricardo Darin (Alejandro, il marito di Laura), ci troviamo di fronte a un gigante, un attore impagabile, pur alle prese con un personaggio ambiguo e imperscrutabile. Non da meno, sono i comprimari fra cui, la bella e brava Barbara Lennie nel ruolo della dubbiosa moglie di Paco e Eduard Fernandez, il saggio cognato. Volutamente ho lasciato allo spettatore di scoprire meandri psicologici e il finale della trama thriller della pellicola per non sottrarre il piacere di un film che comunque non delude e tiene sempre alta la tensione. Sotto certi aspetti, dunque, anche muovendosi in un contesto per lui nuovo, Farhadi, nella sua prima prova in lingua spagnola, non delude e, muovendosi ancora una volta intorno ai temi delle separazioni e delle sparizioni, riesce a mantenere il pubblico concentrato e in apprensione per tutta la durata del film.
data di pubblicazione:22/11/2018
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da Paolo Talone | Nov 21, 2018
(Teatro Olimpico – Roma, 20 novembre/16 dicembre 2018)
Una madre, un padre, un figlio, una figlia, una famiglia perfetta alle prese con il da farsi di tutti i giorni. Un fatto improvviso però accade e scombina gli equilibri di tutti, creando disorientamento e riflessioni. Ma non disperiamo, il finale da commedia riporta in scena la tranquillità che avevamo all’inizio.
La tournée in giro per l’Italia di Non mi hai più detto ti amo arriva a Roma e riceve una partecipazione di pubblico eccezionale e sorprendente, merito certamente di un’ottima pubblicità, ma anche della coppia, già sperimentata con successo due decenni fa nel musical Grease, Cuccarini-Ingrassia. Il teatro è strapieno per la prima, da notizie rubate in sala si viene a sapere che ben 200 persone in più rispetto alla capienza degli oltre 1400 posti di cui il teatro Olimpico dispone, erano in lista di attesa per una poltrona. Guardando a questi numeri si rimane colpiti e si capisce che il tipo di spettacolo, una commedia leggera che affronta un tema sempre eterno come la famiglia, attira un pubblico vasto e variegato.
Lorella Cuccarini è Serena, una madre e una moglie perfetta, non si poteva scegliere un’attrice migliore per questo ruolo oserei dire, ma che in seguito a qualcosa che le accade, non sveleremo cosa per non andare a togliere il gusto dell’unica sorpresa di cui la trama è fornita, si scopre anche e soprattutto donna. Giulio, interpretato con spontanea naturalezza e maturità da un bravo Giampiero Ingrassia, è suo marito, medico e padre forse un po’ distratto. La coppia ha due figli, maschio e femmina naturalmente, da poco usciti dall’adolescenza che si trovano a dover affrontare la novità che accade e sconvolge la loro innocenza e a maturare inevitabilmente attraverso un percorso di accettazione e di presa di coscienza.
Lo spettacolo è supportato da un apparato scenografico curato al minimo dettaglio, che non ambisce a demandare a fattori simbolici altri significati. Tutto concorre a sottolineare un super realismo nel quale ognuno possa rispecchiarsi: in fondo la storia che si racconta potrebbe capitare a tutti…se almeno tutti avessimo una famiglia “normale”. Sicuramente una scenografia importante, completa di doppio palco girevole, che però mal si sposa a nostro avviso con un testo debole, che fatica a decollare sia nella scelta lessicale che in quella della trama, troppo televisivo anche nell’impianto forse e per questo banalmente semplice.
Bravo Fabrizio Corucci nel ruolo del signor Morosi, paziente di Giulio, al quale sono affidati brevi, ma divertenti siparietti e gag che fanno sorridere. Ci avrebbe fatto piacere che la sua parte fosse stata più lunga.
Ci aspettavamo qualcosa di più, ma uno spettacolo ben organizzato è pur sempre uno spettacolo bello da vedere.
data di pubblicazione:21/11/2018
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da Maria Letizia Panerai | Nov 21, 2018
Se la speranza è un vizio è difficile toglierselo, soprattutto se è il carburante che alimenta la resistenza e l’attesa, per poi rinascere.
Il corpo di una bambina si impiglia tra le reti calate nel fiume Volturno: ha indosso l’abito bianco della prima comunione, imbrattato di sangue. È ancora viva quando un uomo la issa sulla propria imbarcazione. Nelle baracche lungo quello stesso fiume vivono donne-schiave che vendono il proprio corpo in cambio di una esistenza polverosa e terribile, dove non c’è posto per vite future. Su quel fiume conduce la propria esistenza anche Maria che, assieme al proprio cane, traghetta prostitute incinte, perlopiù nigeriane, per ordine della orribile Zi’Mari, allo scopo di andare a vendere i figli che stanno per partorire. È inverno, piove e fa freddo, addirittura nevica: Maria compie ogni azione con dedizione e fedeltà nei confronti di quella “padrona ingioiellata” che è proprietaria anche della sua vita e di quella di sua madre che, inerme all’interno di una di quelle baracche lungo il fiume, se la fa scorrere addosso senza dare nulla in cambio a quella figlia così amorevole e devota.
Ancora una volta Castel Volturno è il luogo dove Edoardo De Angelis “blinda” la sua storia, una parabola laica con una connotazione quasi arcaica, ambientata in un sottomondo campano dove sembra impossibile trovare tenerezza, speranza.
L’impressione che di pancia si prova vedendo il film, che ha già vinto il premio del pubblico alla Festa del cinema di Roma ed i premi come miglior regista e migliore attrice protagonista al Tokyo International Film Festival, è quella di una lenta resistenza umana di fronte alle atrocità, senza che ci sia una vero e proprio obiettivo se non quello di aspettare un evento, qualcosa che ti faccia capire che vale la pena ancora di combattere e continuare a sperare. Secondo il regista la nascita di un figlio, non quando tutto è pronto ad accoglierlo ma quando non ci sono affatto le condizioni per farlo, è l’evento che può sollevare vite disperate.
Il film non eguaglia Indivisibili, ma ha una lirica che arriva diritta al cuore, che ci desta come lo schiaffo che riceviamo da neonati per farci capire che siamo venuti al mondo.
La musica, affidata al grande Enzo Avitabile, e la sceneggiatura a quattro mani di De Angelis e Umberto Contarello, fanno de Il vizio della speranza un film profondo, suggestivo come un presepe dei nostri tempi bui, ricco di metafore dalla prima all’ultima scena, intriso di un lirismo che commuove e colpisce.
data di pubblicazione:21/11/2018
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da Antonio Jacolina | Nov 21, 2018
William (Aneurin Barnard) è un giovane scrittore che non riesce a pubblicare nulla, è privo di affetti, è depresso ed ha deciso di porre fine alla sua esistenza senza senso. Dopo una decina di tentativi tutti falliti tragicomicamente, ingaggia Leslie (Tom Wilkinson) un killer professionista in età avanzata perché provveda lui a “suicidarlo” entro una settimana. Anche il killer, a sua volta, ha i suoi problemi con il Boss della sua “organizzazione” perché deve riuscire a raggiungere la quota prevista di omicidi, pena il suo pensionamento anticipato; inoltre, ahinoi, proprio subito dopo aver sottoscritto il contratto, il nostro William scopre finalmente validi motivi per vivere e sognare. Ma … il contratto è contratto …
Tom Edmunds debutta con questa pellicola sia come sceneggiatore sia come regista e ci regala subito, con buon istinto artistico ed in modo convincente, nonostante la serietà dell’argomento trattato, una divertente commedia permeata di un dark humour molto inglese. Il suicidio è un argomento così serio che prescindendo, a priori, dal fare riferimento a valori morali, l’autore l’affronta scientemente portando subito il racconto molto oltre le righe ed anche oltre il piano dell’ironia, ricercando talora effetti molto comici. La narrazione stessa sembra non volersi prendere troppo sul serio. In realtà il film è invece un’occhiata comica sul senso della vita e sulle ragioni per viverla e giunge ad esaltare proprio la forza della vita stessa rispetto a qualsiasi altra situazione umana. Una storia quindi bizzarra e surreale che non annoia, anzi, al contrario, rallegra e sorprende con idee e situazioni brillanti che, a tratti, fanno anche sentire l’influenza o il ricordo di alcune scene e situazioni già viste in In Bruges del 2008.
Alla base di questa gradevole opera prima c’è dunque una perfetta sceneggiatura ben costruita ed autoironica, ma la sua brillantezza deriva anche dal gioco dei ruoli dei vari personaggi, tutti perfettamente disegnati e caratterizzati, da un ritmo sempre sostenuto e poi dalla talentuosa interpretazione dell’ottimo cast di attori britannici. Spiccano, fra tutti, i due protagonisti che sembrano quasi rispecchiarsi l’uno nell’altro: il giovane A. Barnard già apprezzato nel recente Dunkirk, e, soprattutto, il collaudato T. Wilkinson. La sua performance è così eccellente che riesce ad asciugare il suo ruolo fino a dare con la sua recitazione tutto il senso della noiosa routine accumulatasi negli anni, quasi il killer fosse un banale e stanco impiegato prossimo al pensionamento. Una interpretazione ricca di eleganza e finezza, veramente tutta british style e soprattutto understatement.
Cogliere il senso di una Commedia è sempre anche molto soggettivo perché dipende, ovviamente, anche dal senso individuale di humour di ciascuno spettatore, ma, riteniamo di non sbagliare definendo Dead in a week (or your money back) una più che eccellente british dark comedy che non si prende mai troppo seriosamente e che oltre a far sorridere fa anche ridere. Un piccolo e piacevole film che certamente assicura un gradevole divertimento così come una fredda bevanda, o, se preferite, come una bella tazza di tè inglese, che si apprezza al momento in cui la si gusta per poi dimenticarsene molto gradevolmente, piano piano, dopo un po’…
data di pubblicazione:21/11/2018
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da Maria Letizia Panerai | Nov 21, 2018
Scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, con la collaborazione per la sceneggiatura di Giuseppe Bertolucci, Non ci resta che piangere è un film culto. Tentare di raccontarne la storia è alquanto difficile, perché il film è un bizzarro sfogo di creatività dei due interpreti. Pare che Benigni e Troisi chiesero alla produzione molto tempo per scrivere il copione ma alla fine si presentarono solamente con due appunti: “ci perdiamo nel medioevo e andiamo a fermare Cristoforo Colombo”.
Siamo nella campagna toscana ed è l’estate del 1984. Saverio, maestro elementare, e Mario, bidello, sono amici. Un giorno nel tornare in macchina verso casa, per evitare l’attesa di un passaggio a livello, imboccano una strada secondaria, ma un’improvvisa tempesta li costringe ad alloggiare per la notte presso una locanda. L’indomani accade l’impensabile: scoprono da un passante di trovarsi a Frittole, un borgo toscano ed è il 1492, anzi “Mille e quattrocento quasi Mille e cinque”. A questo punto la loro avventura, indietro nel tempo ed in un luogo non sempre ben definito, ha inizio e nel contesto del borgo di Frittole accadono gli episodi più disparati. Saverio e Mario incontrano Vitellozzo, sua madre Parisina e decidono di lavorare nella loro bottega. Mario fa la conoscenza di Pia, fanciulla di una famiglia ricca, con la quale inizia a vedersi affacciandosi dal muro di cinta della casa di lei. Nel frattempo Vitellozzo viene arrestato e Saverio scrive invano una lettera a Girolamo Savonarola per ottenerne la liberazione. I due amici si imbattono in Leonardo da Vinci (siamo in Francia?). In una taverna incontrano l’amazzone Astriaha che ha il compito di fermare l’arrivo in Spagna (?) di qualunque straniero per garantire che le tre caravelle di Colombo possano salpare: in quella occasione Saverio rivela a Mario di voler fermare Colombo per impedire la nascita del fidanzato americano di sua sorelle Gabriella, che l’ha fatta tanto soffrire. I due amici infine, nel tentativo di tornare in Italia, scorgono da lontano del fumo: convinti di essere finalmente tornati nel Novecento, cominciano a correre verso quel fumo e scoprono a malincuore che si tratta di Leonardo che nel frattempo ha scoperto la locomotiva, facendo tesoro dei loro goffi insegnamenti!
Alle scorribande di Saverio e Mario abbiamo deciso di associare una duplice ricetta: la crema catalana e la crème brulèe, una di origini spagnole l’altra francese. Esse sovente vengono confuse in quanto entrambe sono caramellate, con lo zucchero in superficie, tuttavia la differenza c’è ed è sostanziale: la crème brulèe (dal francese: crema bruciata) si differenzia da quella catalana sia il per il metodo di cottura perché non viene cotta sul fuoco ma con un procedimento di bagnomaria, sia per il fatto che viene usata la panna liquida invece del latte e nessun tipo di amido. Iniziamo la nostra descrizione dalla crema catalana.
INGREDIENTI: 1 litro di latte – 200 g di zucchero – 50 g di maizena o fecola di patate o amido di frumento – 6 tuorli d’ uovo -1 stecca di cannella – un baccello di vaniglia – buccia di limone – zucchero di canna
PROCEDIMENTO:
Versare in una tegame capiente il latte (tranne due cucchiai che metterete da parte), la buccia del limone, il baccello di vaniglia inciso per lungo, metà dello zucchero, la stecca di cannella e portare a bollore, facendolo sobbollire per 5 minuti a fuoco dolcissimo; poi togliere dal fuoco. Nel frattempo, diluite la maizena (o l’amido di frumento o la fecola di patate) nel poco latte freddo rimasto. Quindi rimuovere la buccia del limone, il baccello di vaniglia e la cannella dal latte che abbiamo fatto sobbollire. In una ciotola capiente, montare con la frusta i tuorli con lo zucchero, finché il composto non diventa chiaro, omogeneo e cremoso; incorporate quindi prima la soluzione di latte e maizena attraverso un colino per trattenere eventuali grumi, mescolando finché il composto non risulterà ben amalgamato, e a questo punto, aggiungere a filo il latte caldo continuando a mescolare. Rimettete il tegame sul fuoco tenendo la fiamma bassa e mescolate continuamente per circa 2/3 minuti dall’ebollizione, finché non si addensa, evitando che la crema resti troppo tempo sul fuoco, perché potrebbe stracciarsi.. Versare il tutto in ciotoline dal bordo basso, lasciare stiepidire per 30 minuti, poi metterle a freddare in frigorifero. Al momento di servire, spolverizzare la superficie della crema con lo zucchero di canna e caramellare con l’apposito accendino altrimenti, se ne siete sprovviste, mettete le ciotole sotto il grill del forno caldo, per due minuti al fine di ottenere la croccante crosticina.
A questo punto per chi volesse toccare con mano e, soprattutto, assaporarne con il palato, la differenza, ecco la nostra versione della crème brulèe.
INGREDIENTI: 250 ml di Panna Fresca – 80gr di zucchero – 4 tuorli di uovo – 1 bustina di vanillina– zucchero di canna.
PROCEDIMENTO:
In un pentolino scaldate la panna senza portarla a ebollizione. Nel frattempo in una ciotola sbattete i 4 tuorli d’uovo con lo zucchero fino a creare una crema omogenea e spumosa, di colore chiaro. Aggiungere la vanillina alla panna, farla sciogliere bene e a quel punto versare la panna tiepida con la vanillina nella ciotola con le uova, continuando a mescolare. Mettete la crema in delle coquottes di ceramica apposta per la cottura in forno e fate cuocere a bagnomaria a 180° per 35 minuti. Una volta pronte lasciate raffreddare, cospargete con un cucchiaio di zucchero di canna e caramellate o con l’apposito bruciatore oppure infornate con l’impostazione grill per qualche minuto.
E adesso preparate la punta del vostro cucchiaio, per questo delicatissimo dessert, ricordando come “ad Amelie piace rompere la crosta della Crème brulèe con la punta del cucchiaio” da Il favoloso mondo di Amelie.
da Rossano Giuppa | Nov 21, 2018
(Teatro India – Roma, 13/18 novembre 2018)
Il fascino e la bellezza del dialogo tra un corpo e una marionetta. In scena insieme, Mimmo Cuticchio e Virgilio Sieni e i loro mondi che si parlano, camminano, si siedono, cadono, si voltano, si toccano e si sfiorano. È Nudità lo spettacolo in scena al Teatro India di Roma dal 13 al 18 novembre 2018 per il Roma Europa Festival, una produzione Compagnia Virgilio Sieni, Associazione Figli d’arte Cuticchio, con la collaborazione di Fondazione Romaeuropa.
L’intesa e la corrispondenza tra Danza e Opera dei Pupi è unica. I due maestri hanno lavorato sull’anatomia della marionetta e sulle possibilità che il corpo del danzatore ha inglobare e far rivivere tecniche e azioni non umane. In scena marionetta e corpo, un incontro e un ascolto fatto di braccia, mani, gambe, busti, gesti e posture, scambiate e reinterpretate. E’ di fatto un incontro tre: due uomini ed un’anima di legno viva e cosciente. A darle respiro è il suo burattinaio che appare e scompare, ma che gioca solo apparentemente un ruolo secondario rispetto ad entrambi.
Chi segue l’altro? È il danzatore o la marionetta? Riprendendo i gesti l’uno dell’altro, entrambi si fermano, si guardano, si inginocchiano, rotolano a terra, si toccano, si distanziano. C’è un contatto ora forte ora accennato, nel gioco delle differenti dimensioni. All’inizio nudo e poi rivestito dell’armatura completa, il burattino si muove e racconta se stesso mentre Sieni ne placa l’impeto con un abbraccio dopo avergli preso delicatamente la spada e lo scudo, deponendoli a terra. Nell’ultimo quadro al finale ecco l’apparizione di un piccolo angelo di legno che sfiora il corpo a terra del danzatore, muovendo con dolore e fatica le sue braccia come ali spezzate, ferite.
Per la sua azione coreografica Sieni ha scelto una musica creata da Angelo Badalamenti, soffocata e minimalista, di grande impatto, ma la vera magia della creazione perfomativa sta nella sua semplicità e naturalezza, realizzata grazie alla genialità dei due artisti.
data di pubblicazione:21/11/2018
da Antonio Iraci | Nov 20, 2018
(Complesso del Vittoriano- Ala Brasini – Roma, 10 ottobre 2018/24 febbraio 2019)
In mostra al Vittoriano un piccolo assaggio delle opere più significative di un gruppo di artisti che, insieme a Jackson Pollock, formarono a New York una vera e propria scuola, con l’intento di sovvertire gli stilemi imposti dalle correnti pittoriche che, negli anni immediatamente a ridosso della seconda guerra mondiale, si erano concentrate principalmente a Parigi. I pittori di quella scuola, definiti “irascibili” per aver contestato la loro esclusione da parte del Metropolitan Museun of Art ad una collezione d’arte contemporanea, diverranno i protagonisti di un vero e proprio Espressionismo Astratto che porrà le basi di un movimento anticonformista, capace di influenzare la cultura moderna e post moderna fino ai giorni nostri.
Il visitatore che si accinge a ispezionare questa piccola raccolta proveniente dal Whitney Museum di New York rimarrà sicuramente un poco deluso per l’esiguità delle opere esposte che, pur offrendo un significativo esempio di ciò che identifica l’astrattismo, non soddisfano appieno l’emozione di colui che si trova per la prima volta ad incontrare Pollock, il più importante rappresentante di quella corrente artistica. Si potrà almeno accontentare di ammirare il suo celebre Number 27 del 1950, certamente più che indicativo per farci comprendere la nuova tecnica pittorica del dripping, che partendo dalla pittura automatica surrealista riesce a creare, con la colatura del colore, una serie di immagini spontanee che trovano spazio sulla tela affrancandosi dall’uso del cavalletto per trovare invece singolare sistemazione sul pavimento, pronta a ricevere la creatività dell’artista. Altro termine coniato “ad hoc” è action painting che vede il coinvolgimento di tutto il corpo dell’artista con il suo gesto danzante intorno alla tela, una sorta di percorso di ricerca dell’inconscio effettuato attraverso la stesura sgocciolata del colore sulla superficie.
La fortuna, non casuale, spingerà Pollock ad entrare nel circolo culturale che ruotava attorno alla collezionista Peggy Guggenheim che, finanziando l’acquisto del suo studio, contribuirà concretamente a renderlo una delle figure più rappresentative tra le varie correnti avanguardiste di quegli anni.
Il percorso espositivo ci fa incontrare altre figure della Scuola di New York tra le quali l’olandese Willem De Kooning che, pur rimandando ad una matrice realista, mira a rappresentare una visione deformata e violenta della stessa realtà e l’americano Franz Kline i cui lavori in bianco e nero sono il risultato di una certa “spontaneità studiata”, ossimoro per indicare che il suo dipinto spontaneo era in effetti scaturito da diversi disegni preparatori. L’attenzione viene comunque catturata da due importanti dipinti di Mark Rothko che forse un poco si discostano dal tema proposto: pur partendo da una ricerca sull’astrazione e sull’espressionismo, le sue opere si concentrano su grandi tele con pochi e intensi colori dove ogni piccolo dettaglio sembra rivolto ad una visione metafisica del reale, una sua personale proiezione verso la morte.
L’incidente mortale di Pollock nell’agosto del 1956, causato dal suo perenne stato di ebbrezza, segnerà come uno spartiacque da quella che poi verrà definita la cultura pop moderna: la sua fine sarà l’inizio di un nuovo modo di concepire l’arte basato sull’anticonformismo, l’introspezione psicologica e la sperimentazione spontanea. Stessi elementi questi che ritroviamo ad esempio nella musica jazz di quegli anni, una nuova forma musicale basata sull’improvvisazione collettiva degli interpreti che non seguono alcuno percorso ragionato.
La mostra, con il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale è stata organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con The Whitney Museum of American Art, New York e curata da David Breslin, Carrie Springer e Luca Beatrice.
data di pubblicazione:20/11/2018
da Antonio Iraci | Nov 19, 2018
Oxford, inizi degli anni Sessanta. Durante una conferenza pacifista sul disarmo nucleare Florence e Edward si incontrano: ricca e promettente violinista lei, modesto e promettente storico lui. Un amore a prima vista con il prevedibile epilogo nel tanto agognato matrimonio. I due sposi si amano molto solo che la prima notte di nozze, in un romantico albergo davanti l’immensa distesa di Chesil Beach, tra di loro qualcosa non funziona, compromettendo seriamente quella vita di coppia appena iniziata.
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, il film ci parla di due giovani che si amano profondamente ma che sono incapaci di affrontare con leggerezza anche il più innocente contatto dei loro corpi, a causa del condizionamento pesante che il contesto sociale puritano vigente in quegli anni ha sulle le loro vite. Come molti della loro età sono ignari che di lì a poco sarebbero finalmente saltati quei castranti tabù sessuali che avevano reso infelici intere generazioni, grazie all’esplosione di quella che fu definita una vera e propria rivoluzione culturale.
Il regista Dominic Cooke, ben noto in Inghilterra per le sue performances teatrali, con la sua prima regia cinematografica si cimenta portando sul grande schermo Chesil Beach, attenendosi fedelmente al testo nel rappresentare il dramma di Florence (Saoirse Ronan) e di Edward (Billy Howle). In quella prima notte di nozze la giovane Florence cercherà in tutti i modi di lottare con un inspiegabile senso di vergogna e persino di disgusto forzando il proprio corpo ad accettare qualcosa che sente come innaturale, pur di non deludere le aspettative del marito. Edward, al contrario, incapace di contenere l’impazienza per il suo primo approccio sessuale, è fortemente impacciato per paura di non saper gestire correttamente il contatto con il corpo della consorte. Entrambi, sopraffatti da un reciproco imbarazzo nell’affrontare il proprio dovere coniugale, manifestano da subito la loro inadeguatezza nel tentare di allentare quella palpabile tensione emotiva, non riuscendo a trovare le parole appropriate per evitare che la frustrazione di quell’atto mancato si tramuti in fallimento, il fallimento in amarezza, l’amarezza in rabbia per non essere riusciti ad interpretare in tempo ognuno il silenzio dell’altro.
I continui flashback a cui ricorre il regista aiutano lo spettatore ad inquadrare i differenti contesti sociali di provenienza dei due giovani sposi e a distogliere lo sguardo da quel nervosismo che paralizza il loro primo rapporto. Il film, che a tratti può risultare lento per l’assenza di veri e propri colpi di scena, si sofferma tuttavia giustamente sui personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti, per aiutarci a comprendere quanto tutti fossero ancora molto restii ad accogliere quel vento di libertà che presto avrebbe soffiato su di loro.
La sceneggiatura, curata dallo stesso McEwan, si perde purtroppo sull’ultima parte rompendo l’incanto di quel finale sospeso, sia pur immaginabile, che era stato abilmente espresso dall’autore nel romanzo d’origine.
data di pubblicazione:19/11/2018
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