AMATI ENIGMI  di Clotilde Marghieri, con Licia Maglietta

AMATI ENIGMI di Clotilde Marghieri, con Licia Maglietta

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 6/30 dicembre 2018)

Un’appassionata ricognizione dentro un’anima ferita. Una prova d’attrice illuminata per un recupero letterario di scarsa utilità e di dubbio appeal.

 

Il teatro se non è utile è didattico. Ma è contraddizione, sviluppo scenico, movimentazione, dialettica dei contrari. Se tutto questo non viene messo in gioco il fondale è fermo e persino un po’ stucchevole. Questo il dubbio mossoci dal recupero di una poco conosciuta scrittrice napoletana (Clotilde Marghieri), espressasi in tarda età, vincitrice con questo testo del Premio Viareggio nell’ormai lontano 1974. Licia Maglietta recupera una base vintage e un linguaggio lirico ma non proprio d’attualità per virarlo su una prova d’attrice assoluta in cui non è minimamente in dubbio la sua abilità e una recitazione volutamente sopra le righe, decisamente di stampo filodrammatico. Eppure è uno degli spettacoli di punta della succursale dell’Eliseo, reggendo praticamente da solo il cartellone di dicembre. Uno spettacolo difficile e breve (sessanta minuti) che si regge sulla tensione, sulla dovuta attenzione dello spettatore. Chi era presenta in sala era venuto per l’attrice e non per la scrittrice. La saldatura tra le due mediazioni è difficile e problematica. Non ci si riesce ad appassionare se nella notte di capodanno la scrittrice si rivolge al suo giovane e seducente interlocutore Jacques (riferimento scespiriano) muovendo enigmi sulla vita, sugli anni trascorsi. C’è sentore di decadenza e di bilanci. Nel ricordo immagini di incontri con artistici e letterati, il profumo del Vesuvio, l’attaccamento alla terra, le delusioni di amicizie non ripagate. La monologante è quasi sempre immobile e recita enfaticamente, sorretta a tratti solo dal suono suadente di un’arpa…

data di pubblicazione:10/12/2018


Il nostro voto:

LA PRIMA PIETRA di Rolando Ravello, 2018

LA PRIMA PIETRA di Rolando Ravello, 2018

A ridosso delle vacanze di Natale, in una scuola elementare italiana (non meglio identificata a livello territoriale) sono tutti in fermento per la messa in senza della recita di fine anno. Il Preside (Corrado Guzzanti) vive questo momento con grande tensione, come se fosse alla direzione di un musical interpretato da bambini prodigio. Poi le voci stonate dei bambini durante le prove generali lo riportano alla cruda realtà dove non si intravedono prospettive di successo per lo spettacolo o bambini da talent show.

 

A poche ore dalla recita, però, l’improvviso e immotivato lancio di una pietra da parte di Samir contro una finestra dell’istituto scolastico innesca un vero e proprio effetto domino tra alcuni personaggi della scuola. Infatti, la pietra, oltre a mandare in frantumi il vetro di una finestra, colpisce, ferendolo, il bidello (Valerio Aprea) il quale, a seguito del colpo alla testa cade sulle scale insieme alla moglie, la bidella Loretta (Iaia Forte) che, a sua volta, si sloga un braccio. Il Preside, già agitato per gli intoppi dei preparativi della recita, d’urgenza convoca i familiari del piccolo Samir e i coniugi bidelli per mettere fine allo spiacevole incidente. La riunione, a un’ora dall’inizio della recita scolastica, tra il Preside, la coppia dei malconci bidelli cattolici, la madre (Kasia Smutniak) e la nonna paterna (Serra Yilmaz) di Samir, entrambe mussulmane, e la maestra Roversi (Lucia Masino) buddista, disattende le speranze di celeri transazioni nutrite dal preside e non pare destinata a definirsi bonariamente, né tantomeno prima del debutto degli studenti sul palcoscenico. Infatti, paradossalmente proprio il preside, sebbene si proclami un moderno direttore scolastico regista di una recita dalla “sceneggiatura” dedicata a tutte le religioni professate dagli alunni della scuola, viene continuamente messo “alla gogna” dalle polemiche e rigide madre e nonna del piccolo Samir. A sua volta, proprio il preside si ritrova goffamente autore di frasi che infiammo gli animi dei contendenti la pretesa risarcitoria (monetaria o anche mere scuse?). Giochi di parole, malintesi, scaramucce articolate in perfetti rimpalli scoppiettanti e in una costante escalation di risvolti quasi assurdi, danno un ritmo vivace al film. Alla fine chi dovrà rispondere dell’azione dell’incauto lancio del sasso?

La prima pietra è una commedia capace di raccontare con ironia delicata la realtà moderna e il multiculturalismo della nostra società, narrandone anche alunni paradossi, talvolta estremizzati, che traggono spunto da luoghi comuni, ma, prima di tutto, dalla Prima Pietra lanciata senza un reale e oggettivo motivo da Samir (la prima pietra intesa non solo nel senso più noto “chi non ha peccato scagli la prima pietra” del Vangelo di Giovanni, ma anche come primo gesto avventato, sconsiderato e del tutto spontaneo e immotivato di Samir, ovvero il primo atto di ribellione immotivata di una lunga serie che ognuno di noi a un certo punto della propria vita inizia a compiere). Grazie a un cast di attori bravissimi (Corrado Guzzanti e Valerio Aprea sono in stato di grazia), che sembrano vestire da sempre i panni del proprio personaggio, il film è un crescendo di ilarità fino alle lacrime e racconta un momento topico per i cristiani, come le ore che precedono la Vigilia del Natale, per coloro che credono e per chi li circonda e non crede oppure crede in altro, in una chiave originale e inedita.

data di pubblicazione:10/12/2018


Scopri con un click il nostro voto:

PIXAR – 30 anni di animazione

PIXAR – 30 anni di animazione

(Palazzo delle Esposizioni – Roma, 9 ottobre 2018/20 gennaio 2019)

La mostra Pixar 30 anni di animazione, ospitata dal Palazzo delle Esposizioni a Roma, propone un viaggio nel “dietro le quinte” di alcuni dei cartoni animati che hanno segnato l’immaginario delle ultime generazioni di bambini e di adulti: Monster&Co, Toy Story, Alla ricerca di Nemo, Ratatouille, Up!, Cars, Gli Incredibili, Inside Out, solo per restare ai titoli più evocativi.

La mostra mette in primo piano quelli che solitamente, specie nei film di animazione, sfuggono all’attenzione del pubblico: coloro che pensano la storia e coloro che a quella storia danno forma e colore, attraverso uno studio scientificamente minuzioso del movimento, delle espressioni, delle caratterizzazioni grafiche di ogni singolo personaggio e del mondo creato per ospitarli. L’occasione è indubbiamente preziosa: i bozzetti e i disegni digitali, nonché le statue di alcuni degli eroi più celebrati del grande schermo animato, offrono un viaggio che gli adulti saranno in grado di apprezzare più dei bambini.

Ci si sarebbe aspettati, forse, una maggiore ricchezza di materiali e qualche sforzo in più sul piano interattivo: è vero che tutto nasce dal tratto di una matita, ma è altrettanto vero che quegli effetti di animazione che hanno fatto la fortuna della Pixar avrebbero forse meritato una maggiore valorizzazione.

Non è un caso che le due “sale interattive” allestite nella mostra rappresentino le “attrazioni” che riscuotono il più evidente apprezzamento da parte del pubblico. Nella prima sala si resta letteralmente rapiti e ipnotizzati dallo zootropio, un dispositivo ottico che, attraverso una combinazione di piccole statue e di luci stroboscopiche, crea l’illusione del movimento sotto gli occhi meravigliati dei più piccoli (e non solo). La seconda sala è quella dell’Artscape, un’installazione digitale creata appositamente per la mostra e che consente allo spettatore di perdersi tra il magico fluttuare di mondi ricchi di colore e di fantasia.

Il prezzo relativamente elevato del biglietto (12,50 euro) è compensato dalla mostra dedicata a Pietro Tosi (fino al 20 gennaio 2019), ospitata dal secondo piano del Palazzo. Obbligata anche la tappa per l’esposizione gratuita Roma Fumettara (fino al 6 gennaio 2019), attraverso la quale la Scuola romana di fumetti offre visioni originali e suggestive di una città eterna che, evidentemente, ha ancora molto da raccontare.

data di pubblicazione: 9/12/2018

SORELLE MATERASSI – libero adattamento di Ugo Chiti dal romanzo di Aldo Palazzeschi, regia di Geppy Gleijeses

SORELLE MATERASSI – libero adattamento di Ugo Chiti dal romanzo di Aldo Palazzeschi, regia di Geppy Gleijeses

(Teatro Quirino – Roma, 4/9 dicembre 2018)

Dramma a carattere familiare, Sorelle Materassi racconta l’impresa pirrica di Teresa e Carolina, che per mantenere e crescere l’amato nipote Remo, figlio viziato e prepotente della defunta sorella maggiore, s’indebitano fino a perdere tutto, nonostante i richiami e le avvisaglie continue della loro sorella minore, Giselda.

 

Si ripete al Quirino per una sola settimana uno spettacolo che ha avuto un grande successo la scorsa stagione, Sorelle Materassi, che si inserisce come un cammeo in un cartellone ricco e interessante di appuntamenti da non perdere. Noi di Accreditati.it lo avevamo già visto e recensito nell’articolo del nostro amico Rossano Giuppa (https://www.accreditati.it/le-sorelle-materassi-di-aldo-palazzeschi-adattamento-di-ugo-chiti-e-regia-di-geppy-gleijeses/),  ma siamo voluti tornare lo stesso per omaggiare un invito al quale non si poteva dire di no.

Lo spettacolo si avvale della preziosa interpretazione di due grandissime attrici, Lucia Poli nel ruolo di Teresa e Milena Vukotic in quello di Carolina, sorelle, sarte per i grandi signori di Firenze, signorine perché non hanno voluto legarsi a nessuno se non a se stesse per difesa forse dal mondo, testimoni di un’Italia e di un’educazione che non esiste più, ma che le due interpreti sanno ripetere molto bene. Perfettamente accordate tra loro nella recitazione, se dovessimo incontrarle in un bar o su un autobus invece che a teatro, crederemmo davvero che siano unite da un vincolo di parentela molto stretto, tanto è impressionante la loro sintonia. Anche nella diversità dei caratteri sembrano recitare come se fossero un solo personaggio.

La regia supporta sapientemente la loro bravura e insieme dedica spazio, nel suo essenziale intervento, a un testo eccezionale, ricco di un vocabolario funzionale e ricercato. Vi trovano posto anche i silenzi, vere e proprie pause narrative consoni al racconto. Azzeccata la soluzione scenografica di mantenere vuota la stanza da lavoro dove tutto si svolge, spogliata di inutili orpelli e ridotta all’essenziale, come la vita delle protagoniste, ma ancora più geniale la presenza dell’albero di ciliegie in fondo alla scena. L’elemento rimane incorniciato dalla grande porta ad arco che dà sull’esterno dell’abitazione e solo sul finale, per un meccanismo di sollevazione della parete, si vede in tutta la sua interezza. Un groviglio di rami scuri in controluce, spoglio di foglie e di frutti, che diventa metafora delle sorelle Materassi: come gli uccelli di passaggio hanno beccato via tutto senza lasciare nulla, così Remo ha portato via ogni cosa, approfittando della generosità delle donne. Ma non solo lui se ne é approfittato, perché, come dice la serva Niobe (una bravissima Sandra Garuglieri), se non sono i passeri a mangiare le ciliegie sono i merli, e se non sono i merli sono gli stormi. Va così che si comprende che di drammi insoluti le sorelle Materassi, compresa la minore, la tormentata e rabbiosa Giselda (Marilù Prati), sono molti e dolorosi.

Uno spettacolo da vedere!

data di pubblicazione:05/12/2018


Il nostro voto:

UN FUTURO INFINITO di Adriana Asti- Mondadori, II edizione 2018

UN FUTURO INFINITO di Adriana Asti- Mondadori, II edizione 2018

Un grande futuro dietro le spalle, un futuro non prevedibile vista l’età (ha superato gli ottanta anni). Adriana Asti, un pezzo di storia del teatro (e non solo) si racconta con piglio minimalista del “Confesso che ho vissuto” e condisce con un sottotitolo di basso profilo (“Piccola autobiografia”) un librino che contiene molte storie del mondo dello spettacolo. Una donna oggi fedelissima a Giorgio Ferrara, pargolo di famiglia comunista, non rinnegando i precedenti rapporti con Fabio Mauri e Bernardo Bertolucci, da poco commemorato. Si snoda un racconto civettuolo, ricco di gossip che trasuda la quotidianità delle quinte teatrali, dei camerini, del mito ma anche della semplice giornate di una lavoratrice come tante altre. Privilegiata però. Per aver conosciuto e lavorato con Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Roberto Wilson, per aver messo in scena il prediletto Beckett, per aver vissuto anche l’avventurosa storia del cinema porno-erotico di Tinto Brass, partecipando a uno dei meno edificanti disastri della storia del cinema in Caligola, quando anche Helen Mirren si mostrò senza veli. Episodi belli e brutti, mai edulcorati, spesso non edificanti che però costituiscono la salda struttura della personalità di un’attrice capace di esprimersi su un palcoscenico in francese o in tedesco con la stessa disinvoltura con cui affabulava nella lingua natia, l’italiano. La Asti è vita, è tante vite, tanti racconti. E in ognuno vorresti soffermarti e approfondire. Vite di donne illustri conosciute e frequentate (Susan Sontag, Natalia Ginzburg, Elsa Morante), premi Nobel (Alberto Moravia) descritti nella loro prosaica quotidianità. La Asti ci fa capire l’importanza di una parola scritta, letta e vissuta in una vita senza confini. Eppure la sua non è stata una vocazione precoce. Si è avvicinata al teatro quasi per caso, incamminandosi in una sana gavetta con una sola battuta da pronunciare nei primi spettacoli a cui ha preso parte. Ci ispira nostalgia un libro perché delinea orizzonti che oggi sono impraticabili.

data di pbblicazione:05/12/2018

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

PENSAVO FOSSE AMORE…INVECE ERA UN CALESSE di Massimo Troisi, 1991

Tommaso, perenne indeciso, e Cecilia, molto possessiva, sono due giovani fidanzati napoletani prossimi al matrimonio. Nonostante la cerimonia sia alle porte, proprio durante la scelta delle bomboniere Cecilia fa una scenata di gelosia su possibili avventure di Tommaso e subito dopo lo lascia. Passa del tempo e Cecilia si fidanza con Enea, uomo maturo, un po’ fanfarone, che le promette grandi cose. Tommaso viene a saperlo dagli amici, e fa di tutto per riconquistarla: dopo rocamboleschi tentativi, i due alla fine tornano insieme e riprendono ad organizzare il loro matrimonio. Tuttavia il giorno delle nozze è Tommaso a non presentarsi all’altare, inviandole una lettera per darle appuntamento in un bar, dove giunge anch’essa in abito nuziale. Uno dice “Viviamo insieme” quando vuol dire che le cose non vanno… Infatti poi quando peggiorano dice: “Perché non ci sposiamo?”… Che proprio cominciate che non ce la fate più: “Che facciamo un figlio?”. E quando alla fine vi odiate ma siete vecchi, dite “Che ci lasciamo proprio adesso che siamo vecchi?!”. È quello il percorso.

Pensavo fosse amore…invece era un calesse è una commedia sentimentale interpretata da una brava Francesca Neri e da un geniale Massimo Troisi che, 27 anni fa, fece un ritratto di coppia esilarante ma immensamente vero incentrando il focus del film sull’amore: in esso si disquisisce sul sentimento che lega due persone, facendo un’analisi dettagliata sull’ incomunicabilità della coppia e sulla difficoltà di costruire un rapporto stabile e duraturo tra un uomo e una donna, perché secondo il compianto Troisi “un uomo e donna non sono assolutamente fatti per il matrimonio”. Il risultato è un vero e proprio saggio intimista sui sentimenti in cui l’attore e regista napoletano si interroga sul perché l’amore si trasformi nel tempo in qualcosa d’altro. Nonostante il pubblico decretò il successo della pellicola e nonostante la colonna sonora affidata al suo grande amico Pino Daniele è ancora oggi un cult, il film non fu accolto bene dalla critica.

Vogliamo abbinare a questa pellicola una ricetta che sembra una cosa… ed invece è un’altra: i ventaglietti di pasta sfoglia o prussiane (in una nostra versione con cannella e frutta candita), che sono dei prodotti di pasticceria noti per essere napoletani ma in realtà… hanno origini francesi, conosciuti anche come palme o cuori.

INGREDIENTI: un rotolo di pasta sfoglia rettangolare – un cucchiaino di cannella in polvere – un cucchiaino di zucchero semolato – 2 cucchiai di zucchero di canna ed altro da parte – qualche scorzetta di arancia candita.

PROCEDIMENTO:   In una ciotolina mettere un cucchiaino di zucchero semolato e un di zucchero di canna, la cannella, le scorzette di arancia candita tagliate in piccoli pezzi, amalgamare bene il tutto e mettere da parte. Stendere la pasta sfoglia sul tavolo da lavoro (potete farla voi o comperarne una già confezionata al supermercato), spolverizzate con il rimanente zucchero di canna la superficie schiacciandolo leggermente con le mani o con un mattarello per farlo aderire alla pasta. Girare il rettangolo di sfoglia al contrario e spargervi sopra il composto di zucchero, cannella e canditi ottenuto in precedenza e schiacciare ugualmente con le mani per farlo aderire bene. Iniziare ad arrotolare entrambi i lati lunghi della pasta sfoglia verso il centro del rettangolo fino a che i due rotoli si incontreranno. Piegare di nuovo le due metà ottenute per sovrapporle. Tagliare ora il rotolo a fette di un cm. circa e passate ogni fettina su altro zucchero di canna che avrete messo in un piatto, facendolo aderire bene su entrambe i lati dei ventaglietti che poi disporrete mano a mano su una placca rivestita di carta da forno. A questo punto non resta che mettere la teglia nel forno già caldo a 190° per circa 15 minuti fino a che non avranno preso un bel colore ambrato. Sfornare e lasciare raffreddare prima di servirli.

AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA di Garinei/Giovannini/Fiastri, ripresa teatrale di Gianluca Guidi

AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA di Garinei/Giovannini/Fiastri, ripresa teatrale di Gianluca Guidi

(Teatro Brancaccio – Roma, 22 novembre 2018/6 gennaio 2019)

Il parroco di un paesino di montagna riceve una telefonata inaspettata da Dio in persona, un secondo diluvio universale sarà mandato sulla terra e lui dovrà costruire un’arca per mettere in salvo tutta la gente del paese.

 

Sono passati 44 anni da quando venne messo in scena la prima volta a Roma Aggiungi un posto a tavola della ormai allora consolidata coppia Garinei e Giovannini e il suo successo, per nostra fortuna, non sembra volersi arrestare: siamo di fronte a un vero e proprio miracolo teatrale.

Sarà perché inizia favolisticamente con “C’era una volta, anzi c’è …” o perché la storia è ambientata in un paesino qualunque, che potrebbe a buon grado chiamarsi Utopia, il paese dove, parafrasando Oscar Wilde, l’umanità continua ad approdare per vedere intorno a sé un paese migliore, ma gli ingredienti per un grande spettacolo ci sono tutti e credo anche raffinati per questa edizione 2018, che si avvale dell’aiuto di una sviluppata tecnica che incanta ancora un pubblico numeroso e eterogeneo come quello del Brancaccio queste sere.

È uno spettacolo che continua a coinvolgere e a piacere, nonostante la società a cui allude, un’Italia anni ’70 sconvolta forse dai poteri ma tutto sommato ancora felice e speranzosa, ormai sia superata. Necessari si fanno allora gli adattamenti al testo e si arricchiscono i personaggi di nuove sfumature e battute, ma senza sconvolgerne la bellezza e la forza originali.

Della storica e costosissima messa in scena si è scelto di riprendere tutto, perché Aggiungi un posto a tavola sono i costumi pastello di Giulio Coltellacci (riadattati da Francesca Grossi), ma soprattutto le sue fantastiche scene in legno montate ingegnosamente su un doppio girevole, arricchite da nuovi effetti speciali, come per esempio il contributo video di Claudio Cianfoni che ci restituisce una impressionante scena del diluvio. E ancora le musiche di Armando Trovajoli, le cui melodie rimangono in testa per giorni, anche queste riarrangiate per l’occasione secondo un gusto contemporaneo da Maurizio Abeni, già allievo di Trovajoli, e eseguite dal vivo, come nei migliori teatri del West End, da un’eccezionale orchestra di sedici professori. Non possiamo poi non menzionare il corpo di ballerini/cantanti che ripete le coreografie originali di un altro grande maestro e talento italiano, Gino Landi, presente alla recita.

Ma sono anche i temi trattati nella storia a rendere questo spettacolo eterno. C’è l’amore prima di tutto, quello innocente e infantile di Clementina per don Silvestro, ma anche quello animalesco e bucolico di Toto per Consolazione. Ci sono l’amicizia e la solidarietà di una società che si muove tutta per uno scopo comune, espresse soprattutto nella canzone della formica. Ma c’è anche l’accoglienza del diverso e dello straniero: Consolazione, inizialmente respinta per la sua poco onorevole professione, viene finalmente accolta da tutti e messa tra coloro che verranno salvati. E ancora il sacrificio del singolo per la comunità, don Silvestro che rinuncia a salire sull’arca per non abbandonare il suo gregge confuso dalle parole del cardinale che lo accusava di pazzia. Tutti temi che risuonano ancora oggi familiari alla nostra esperienza.

A tener viva la tradizione un cast di attori e cantanti eccezionali guidati da un commosso Gianluca Guidi, che ci restituisce un don Silvestro degno del padre, fedele all’originale ma tuttavia spontaneo e naturale, Emy Bergamo, nel ruolo di Consolazione, Marco Simeoli in quello del Sindaco Crispino, il divertentissimo Piero Di Blasio nel personaggio di Toto, l’Ortensia di Francesca Nunzi e la new entry del gruppo, la giovane Camilla Nigro, nel ruolo di Clementina, a cui facciamo i nostri auguri per la sua carriera, chiaro segnale che le nostre scuole sanno lavorare bene nel coltivare buoni talenti. Ovviamente un applauso caloroso è andato anche a la voce di lassù, Enzo Garinei.

Uno spettacolo da non perdere per chi ama il teatro e che ci auguriamo di rivedere per molte stagioni ancora.

data di pubblicazione:03/12/2018


Il nostro voto:

STEFANO TAMBURINI, TUTTO TAMBURO a cura di Michele Mordente – Muscles Edizioni Underground – 2018

STEFANO TAMBURINI, TUTTO TAMBURO a cura di Michele Mordente – Muscles Edizioni Underground – 2018

Volume gigante monografico a ricordare uno dei più grandi disegnatori degli anni ’80, fortunatamente indimenticato come Andrea Pazienza o Lorenzo Mattotti, trent’anni prima del grande successo di Zerocalcare. Riceviamo questo volume a cui abbiamo contribuito perché Stefano (perito tragicamente, rinvenuto cadavere parecchi giorni dopo il decesso per una micidiale overdose) si formò nel crogiolo rivista Underground Combinazioni, uscita per diversi numeri anche per il fondamentale contributo economico di Francesco De Gregori. Era il periodo in cui vendevamo per strada il nostro aperiodico appoggiandoci a Stampa Alternativa improvvisando festival di cultura popolare underground autogestiti e en plein air nei parchi romani, facendo i conti con qualche improvvido pusher. Tipo di poche parole ma di sicuri tratti di penna, amante di Frank Zappa, poi frequentatore di testate ben più importanti come Cannibale o Frigidaire l’icastico e graffiante Tamburini. Michele Mordente, un estimatore della generazione successiva, da decenni si batte per la conservazione della memoria del grande disegnatore e questo testo è un doveroso tributo al suo eccentrico genio, ai suoi zombie metropolitani, anticipatrici dell’era dell’isolamento della frammentazione e della penuria. Tamburini non ha fatto in tempo a godere della fama retroattiva perché se ne é andato, poco più che trentenne, nel 1986, in totale anonimato. Una sparizione discreta in linea con la personalità di un personaggio che viveva dentro i propri fumetti, respirando integralmente l’aria del tempo. Che era, inevitabilmente, quella di un generico riflusso, dopo il ’68-’69 e dopo il 1977. Oggi è il tempo della mancata distinzione della destra con la sinistra, del libro come merce, del fumetto valorizzato come opera d’arte. Immaginiamo che Stefano avrebbe risposto con uno sberleffo a tutto ciò. Da perfetto ammiratore di Marcel Duchamp e dei suoi oltraggi all’arte contemporanea. Forse si è risparmiato un imperfetto vivere anche se non sappiamo quanto di volontario c’è stato nel suo andarsene e lasciarci orfani.

data di pubblicazione:02/12/2018

LA RANE di Aristofane, regia di Giorgio Barberio Corsetti

LA RANE di Aristofane, regia di Giorgio Barberio Corsetti

(Teatro Eliseo – Roma, 27 novembre/9 dicembre 2018)

Aristofane in salsa music hall. Profondamente contaminato e straniante. Un esperimento riuscito a metà con I frombolieri Ficarra e Picone lanciati in un ambito più impegnato.

 

Two men show? Questo ma non solo. Difficile oggi per i costi di produzione del teatro contemporaneo mandare in scena venti attori, sia pure supportati da una scenografia esaurientemente plebea. Puoi condurre l’operazione se hai la fortuna di gestire due attori famosi come comici che tentano il salto di qualità di un pubblico embedded.  Particolarmente nella prima all’Eliseo si respira aria di casa con il classico contorno di Vip buoni per tutte le occasioni e soprattutto quando c’è l’occasione di un invito da Barbareschi. La miscela della comicità greca, riattualizzata ai giorni nostri (con chiare icone di contemporaneità, come i bagagli del servo), condita da un coro molto moderno, ha un effetto straniante. La discesa all’inferno del duo (Ficarra e Picone in cerca di benessere e di buona accoglienza si scambiano ripetutamente i ruoli) culmina in una sorta di processo collettivo paragonabile a un talk show televisivo, una sfida tragica tra Eschilo ed Euripide. Non è un giallo rivelare chi vinca ma più del verdetto finale contano i contenuti. Che dimostrano come anche tante centinaia di anni fa fosse difficile condurre in porto un progetto di reale democrazia. Allo spettatore il compito di riattualizzare i messaggi in scena, per la verità mai troppo scoperti. Non si può evidentemente parlare di rispetto del testo in un’operazione che vuole sfrondare gli anacronismi e che si picca di numerosi contributi musicali. Sulla carta il copione poteva risultare indigesto ma nell’operazione di manipolazione Barberio Corsetti non ha rinunciato a picchi di eccentricità. Ficarra nel rispetto dei personaggi prevale su Picone che però ha un paio di brevi lampi interpretativi. Il duo è sorretto da un cast all’altezza soprattutto per ballo e canto. Il Dioniso che scende nel regno dei morti è un personaggio incredibilmente vivo e le ansietà di oggi vengono modulate dai lirismi che abbondano in un esperimento decisamente coraggioso. Siamo curiosi di immaginare cosa sarà d’ora in poi il futuro teatrale di Ficarra &Picone che sottolineavano ironicamente l’apprezzamento di un pubblico che ha scelto di disertare la visione di Roma-Real Madrid.

data di pubblicazione:28/11/2018


Il nostro voto:

PELLEGRINAGGIO DELLA PITTURA RUSSA. Da Dionisij a Malevič

PELLEGRINAGGIO DELLA PITTURA RUSSA. Da Dionisij a Malevič

(Musei Vaticani – Braccio di Carlo Magno – Roma, 20 novembre 2018/16 febbraio 2019)

É stata da poco inaugurata, presso la Galleria del Colonnato della Basilica di San Pietro nel cosiddetto Braccio di Carlo Magno, una interessante mostra d’arte russa, una sorta di potlatch, cioè uno scambio di doni tra i Musei Vaticani e la Galleria Tret’jakov di Mosca. Una vera e propria forma di ringraziamento nei confronti della Pinacoteca Vaticana che generosamente, quasi due anni fa, si era separata, per alcuni mesi, dei quadri più importanti della sua collezione in occasione dell’esposizione Roma Aeterna tenutasi con enorme successo proprio a Mosca.

I dipinti esposti accompagnano un percorso apparentemente casuale, disposti senza un ordine cronologico che, partendo dalle icone, continua poi con opere dell’Ottocento fino ad arrivare al Novecento attraverso una pittura che pur distinta nei singoli elementi segue una linea armonica. All’inizio della galleria il visitatore si trova di fronte una serie di icone e tra queste la famosa Crocifissione di Dionisij eseguita nel Cinquecento, opera che racchiude in sé più che simbolicamente l’idea da parte dell’artista di voler rappresentare il divino e dare così forma a ciò che per natura è ineffabile e inconoscibile. Queste pitture, che nella tradizione costituiscono il punto di riferimento dell’identità nazionale, vengono definite “quadri capitali” perché costituiscono dei veri e propri capisaldi della cultura russa. I dipinti dell’Ottocento rappresentano il nucleo più importante dell’intera collezione, fondata da Pavel Tret’jakov, e riguardano essenzialmente opere di pittori che nel 1870 costituirono una corrente i cui componenti venivano definiti “ambulanti” perché contrari agli schemi ufficiali imposti dell’Accademia Imperiale di Belle Arti. Tale movimento, simile a quello dei macchiaioli in Italia, degli impressionisti in Francia e dei preraffaelliti in Inghilterra, nella buona sostanza era espressione di un determinato realismo critico ribelle a qualsiasi forma di ordine costituito. Entrando nel Novecento il visitatore viene catturato dal “quadrato nero”, opera del celebre Malevič, pioniere dell’astrattismo geometrico e fondatore del suprematismo. Tale avanguardia, i cui dipinti furono presentati per la prima volta nel 1915 alla Mostra Futurista di San Pietroburgo, fu chiamata così perché l’artista riteneva essenziale la supremazia della sensibilità pura dell’arte a discapito delle apparenze esteriori ed effimere della natura.

Le opere di questa esposizione, nel fondere insieme l’arte antica con quella moderna, si inseriscono perfettamente nel percorso architettonico del Bernini e contribuiscono a creare delle tappe di un cammino spirituale, un vero pellegrinaggio in armonia con il genius loci in cui ci si trova, fulcro della cultura e dell’arte proprio dei Musei Vaticani.

data di pubblicazione:26/11/2018