LE VERITÁ di Kore-Eda Hirokazu, 2019

LE VERITÁ di Kore-Eda Hirokazu, 2019

Arriva nelle sale, con il titolo Le verità, il film di Kore-Eda Hirokazu che ha aperto il Concorso della 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista di Un affare di famiglia, ma anche di Father and Son, Little sister e Ritratto di famiglia con tempesta scrive nel 2003 questa storia nella forma di una pièce teatrale che prevedeva come unica ambientazione il camerino di un’attrice, ma decide poi di farla debuttare sul grande schermo girando a Parigi con interpreti francesi d’eccezione, non rinunciando tuttavia nella prima e nell’ultima scena a due splendide inquadrature di alberi autunnali che, con il cadere lieve delle foglie, ci traghettano in quel suo mondo poetico che ben conosciamo, in cui ciò che si prova emotivamente è più importante di ciò che viene provato dalla realtà dei fatti.

 

  

Fabienne (Catherine Deneuve) è una star del cinema francese che ha di recente pubblicato un’autobiografia in cui sua figlia Lumir (Juliette Binoche), che vive a New York sposata ad un mediocre attore americano (Ethan Hawke) e madre a sua volta, non si riconosce. Il confronto tra madre e figlia, quest’ultima accorsa a Parigi per la presentazione del libro, sarà necessario ad entrambe per far emergere “la verità” sui loro rapporti, sul loro differente modo di sentire, sui loro rancori ancora molto vivi e sulle loro ripicche che hanno portato entrambe a vivere in modo diametralmente opposto le loro esistenze. Fabienne è una donna libera, autonoma, che non rinuncia ad essere attrice anche nella vita, perché per lei recitare è la cosa più importante della sua esistenza; mente Lumir sembra volerle ogni giorno dimostrare che al contrario è la famiglia la cosa più importante, dando costantemente di sé un’immagine di donna realizzata come moglie e come madre, pur essendo una apprezzata sceneggiatrice. In questa altalena continua tra realtà e finzione ma, soprattutto, di quanto di vero si è disposti a mettere in gioco nella interpretazione di un personaggio, si alimenta la nuova storia di Kore-Eda che già ci aveva dimostrato, nel suo gioiello del 2018 Un affare di famiglia, come si può essere una famiglia senza esserlo realmente, in una finzione più incisiva della realtà.

L’interrogativo se sia davvero più importante la verità di una bugia e quanto di vero possa esserci nel ruolo di attore allorquando si accinge ad immedesimarsi, con il corpo e con la mente, nella vita degli altri, il regista giapponese non lo scioglie lasciando allo spettatore la scelta, usando la metafora del cinema come rappresentazione della verità attraverso la finzione.

La prova delle due interpreti femminili arriva diretta al cuore, culminando quasi sul finale in un confronto che ci fa commuovere, ma anche sorprendere come quando, di fronte ad un’eccellente prova attoriale ci si vergogna un po’, a luci accese, ad asciugarsi le lacrime per averci creduto. Ottime anche le performances di Ethan Hawke e degli altri interpreti maschili, volutamente in ombra, che fanno da cornice a tanto sentire.

La pellicola non raggiunge l’intensità dei precedenti lavori di Kore-Eda Hirokazu, ma non si può che togliersi tanto di cappello di fronte alla bravura del duo Deneuve-Binoche che fanno di questo film, non perfetto, un film emozionante, in cui ognuna ha messo molto di sé come hanno avuto modo di dichiarare alla stampa. Si spera che il doppiaggio non rovini proprio questa sinergia, che è il vero punto di forza della pellicola.

data di pubblicazione:10/10/2019


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ROMA EUROPA FSTIVAL Raoul – di e con James Thierrée

ROMA EUROPA FSTIVAL Raoul – di e con James Thierrée

(Teatro Argentina – Roma, 2/6 ottobre 2019)

Un uomo solo rinchiuso in una torre che prende coscienza dello spazio e della materia che lo circonda per iniziare un percorso che lo porta progressivamente a liberarsi di tutte le sue sovrastrutture. Ecco l’essenza di Raoul, spettacolo feticcio dell’artista belga James Thierrée presentato, nell’ambito di Roma Europa Festival al teatro Argentina di Roma dal 2 al 6 ottobre.

James Thierrée, mago della scena teatrale e innovatore delle forme circensi, dialoga con il suo amico immaginario e visionario che vive isolato in una torre-corazza, in un mondo incantato, abitato da teiere parlanti, vestiti animati, meduse-ombrello ed elefanti fantasma.

 

Thierrée è un predestinato (i genitori gli artisti circensi Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, il nonno Charlie Chaplin) in grado di intrecciare sapientemente gli elementi della sua formazione artistica quali teatro, circo, danza e arti visive per creare un unicum teatrale, innovativo e senza tempo, poco tecnologico e di grandissimo effetto.

Gesti provenienti del quotidiano, lo scherzo, le parole inventate, l’assurdo entrano in relazione con il cammino di Raoul nel quale la solitudine,  l’instabilità e l’insicurezza del vivere incontrano quali compagni di viaggio degli animali fantastici che entrano in gioco per dialogare, infastidire o illudere il protagonista che a volte seccato, altre volto avvinghiato a loro, decide di trasformare la propria vita.

Uno spettacolo intenso, faticoso, vissuto, come tutta la scena, progressivamente ed inesorabilmente scardinata e scomposta per arrivare all’essenza: palizzate di ferro che diventano delle vele e il corpo che alla fine può librarsi nell’acqua e nell’aria. Un’ora e mezza di intensissimo one man show per cogliere appieno coglie tutto il brio dell’attore, regista e mago e il suo rapporto personale con la danza, l’acrobazia, la trasformazione, l’ironia ed il silenzio.

Uno spettacolo enigmatico, visionario, capace di avvincere il pubblico, punteggiato di simboli, ma al tempo stesso semplice da decodificare emotivamente; una performance che unisce straordinaria qualità tecnica e un impatto visivo altamente suggestivo alla tenerezza e all’empatia che il protagonista suscita nello spettatore.

data di pubblicazione:08/10/2019

PICCOLI CRIMINI CONIUGALI di Éric-Emmanuel Schmitt, regia di Michele Placido

PICCOLI CRIMINI CONIUGALI di Éric-Emmanuel Schmitt, regia di Michele Placido

(Teatro Quirino – Roma, 1/13 ottobre 2019)

Commedia dalle tinte scure. Nella penombra di un appartamento una coppia di coniugi gioca a strapparsi dal viso una maschera che il tempo ha incollato al volto. La soluzione al difficile caso è accettare di confessare la verità.

 

 

Veste rinnovata per il teatro Quirino Vittorio Gassman di Roma che accoglie il pubblico alla prima di stagione con poltrone restaurate di nuovo velluto, sempre di un rosso acceso, merito dell’iniziativa prenditi cura del teatro Quirino, attraverso cui ogni spettatore può offrire il suo contributo e vedere il proprio nome impresso su una targa apposta sulle poltrone. Per un teatro poco sostenuto dagli enti Istituzionali questa risulta essere un’iniziativa importante.

A debuttare sul palco una commedia a due voci scritta da uno degli autori più prolifici e attivi del nostro tempo, il francese Éric-Emmanuel Schmitt. Piccoli crimini coniugali – di cui esiste una versione cinematografica recensita da noi in un articolo di Antonio Iraci – mette in scena la fatica di una coppia, ormai avanti con l’età e con i problemi, che vacilla a ritrovare un equilibrio stabile ai suoi tormenti.

Anna Bonaiuto restituisce in scena una moglie sì devota, ma non sottomessa, fragile ma non rassegnata, e mai soprattutto tragica. Michele Placido è Marco, uno scrittore di romanzi polizieschi che ha una teoria per tutto, specialmente per non cambiare le cose.

Il racconto si snoda lungo un tortuoso e serrato dialogo tra i due protagonisti, che vivono insieme ormai da 20 anni. Marco torna a casa dopo un ricovero di quindici giorni in ospedale dovuto a una ferita alla testa che si è procurato in un misterioso incidente casalingo. Lisa lo accompagna. L’incidente ha causato in Marco una curiosa amnesia: ricorda perfettamente le cose del passato, ma per niente quelle accadute di recente, tantomeno come abbia potuto picchiare la testa. Il fatto rimane un pretesto per far aprire tra i due un confronto sulla loro vita coniugale, fatta di difetti e colpe che non risparmiano di rinfacciarsi. Il dubbio si insinua nei loro ragionamenti e serve da strumento per smascherare le loro bugie.

Il testo drammaturgico è ricco e complesso, a tratti eccessivamente filosofico che si fa fatica a seguire, ma compatto nel suo svolgersi – unità di tempo e luogo sono rispettate – e condito di imprevisti e colpi di scena che danno movimento alla vicenda. Marito e moglie si scambiano di volta in volta il ruolo di vittima e di carnefice, in un gioco quasi pirandelliano di punti di vista, che fanno cambiare continuamente opinione sulla storia. Chi sarà il primo dei due a voler uccidere l’altro?

data di pubblicazione:04/10/2019


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JOKER di Todd Phillips, 2019

JOKER di Todd Phillips, 2019

Stupefacente prova d’attore per Joaquin Phoenix nel Joker di Todd Phillips, film Leone d’0ro a Venezia. In una Gotham City in cui imperversa un crescente malessere metropolitano, fatto di immondizia, rabbia e violenza, di diseguaglianze sociali estremizzate, cerca di sopravvivere il debole Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) vittima di un grave disturbo che lo fa scoppiare in risate isteriche quando è sottoposto a stress emotivi rilevanti e che lo porta ad essere umiliato, deriso, malmenato ed emarginato.

 

Fleck vive con una madre anch’essa malata che ha rovinato irrimediabilmente la sua vita. Fa parte della schiera degli ultimi. Il suo sogno è quello di diventare un cabarettista, e magari essere un giorno ospite del suo show televisivo preferito, quello condotto dal comico Murray Franklin (uno straordinario Robert De Niro), ma nel frattempo si arrabatta come può travestendosi di clown. Sempre più ai margini, in un susseguirsi di vicissitudini grottesche, quasi vittima sacrificale di un disegno preordinato, non può che far esplodere la sua impotenza in una rivolta improvvisa e feroce verso tutti. Una trasformazione violenta e folle in un nuovo Joker la cui patologia viene eretta a simbolo di una rivolta popolare egualmente brutale e cieca, di cui diviene l’emblema suo malgrado.

In un panorama a fosche tinte tra le atmosfere de I Guerrieri della Notte e Taxi Driver, ma vicino anche all’indefinito futuro di Blade Runner ed agli scenari apocalittici di Romero, Joaquin Phoenix plasma un nuovo Joker a sua immagine e somiglianza, esorcizzando il suo passato ed il suo grandissimo talento. C’è lo sguardo folle di Nicholson ma anche la nera eleganza di Heath Ledger scomposti ed elaborati secondo una nuova fisicità, frutto di un lavoro ossessivo e profondo.

Joaquin Phoenix polarizza letteralmente tutto il film dalla prima all’ultima sequenza, grandissimo nel costruire un personaggio che dal fumetto rimanda ad echi letterari ea a personaggi di spessore mostrando una profondità non comune.

Arthur Fleck è la risata ossessiva e disperata del disagio di oggi, anche se trasposto in un’atmosfera torbida da comics apparentemente lontana, fatta di sporcizia e di rabbia, di soprusi, di segreterie telefoniche e vecchi lettori VHS, in un’atmosfera nella quale servizi sociali e medicine non sono in grado di sostenere la fragilità del giovane Arthur e dei suoi sogni, aprendo di fatto la voragine della cieca follia. E Arthur non può che affondare nel dolore e nella violenza trascinando con sé tutta quella piccola umanità selvaggia. Non c’è speranza su questa terra, forse un po’ di luce e di candore gli sono destinati in un’altra vita, nella quale dar sfogo alla sua andatura sconnessa e sognante.

Un film decisamente bello e misurato, con un importante lavoro di regia e con tanti superlativi attori (De Niro in primis), ma condizionatissimo dal suo mostruoso protagonista, cui spetteranno certamente tantissimi riconoscimenti che non può non meritare.

data di pubblicazione:02/10/2019


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TUTTAPPOSTO di Gianni Costantino, 2019

TUTTAPPOSTO di Gianni Costantino, 2019

Roberto è uno studente presso la Facoltà di Lettere nell’immaginaria città siciliana di Borbona Sicula. I suoi esami sono pilotati visto che nell’ateneo, di cui il padre è magnifico Rettore, tutti i professori sono più o meno imparentati con la sua famiglia. Il giovane, vittima compiacente di un sistema che si basa sulla raccomandazione e dove la meritocrazia è un concetto molto astratto, un bel giorno decide di rompere questo dilagante malcostume e, insieme ad altri universitari, decide di creare una “app” dove saranno gli studenti stessi a dare un voto ai docenti in base alla loro serietà professionale…

 

 

Che il sistema universitario italiano sia invaso in parte da un baronato, dove gli stessi professori agiscono impunemente, è cosa nota ai più e pertanto la commedia di Gianni Costantino non dice nulla di nuovo; tuttavia merito indiscusso del film è quello di divertirci con leggerezza, lasciando spazio alla riflessione su questo modus operandi tipico italiano e al quale ci siamo alquanto assuefatti. Se la storia raccontata è tutta Made in Sicily, per estensione il problema della mala istruzione universitaria riguarda però un po’ tutto il nostro “bel paese”, sino alle estreme propaggini del nord. Ecco quindi che la storia di Roberto si può senz’altro esportare in un sistema nazionale dove per essere promossi una spintarella risulta quanto mai opportuna, se non a volte necessaria, per superare il fatidico esame. Il giovane protagonista è interpretato da Roberto Lipari, comico palermitano a cui si deve in gran parte la stesura della sceneggiatura, molto noto al pubblico televisivo per aver trionfato qualche anno fa nel talent show di La7 Eccezionale Veramente, oltre che come cabarettista nel cast fisso di Colorado su Italia Uno. Lipari, che nella conferenza stampa di presentazione del film ha ammesso quanto la storia sia stata ispirata da fatti di corruzione realmente accaduti presso alcuni atenei italiani e da esperienze personali vissute quando era studente universitario, è un umorista che riesce a portare fuori la sua indiscussa sicilianità con un intrattenimento intelligente e divertente senza mai scivolare nella volgarità. Inutile negare che il film si base su un plot molto naif, con la sola pretesa di voler divertire raccontando in maniera sottile una realtà amara che, a volte, supera di gran lunga la fantasia. Il regista, qui al suo secondo lungometraggio dopo la commedia Ravanello Pallido, ha chiamato a impersonare la figura del “magnifico” Rettore Luca Zingaretti, oramai siculo di adozione, che riesce a dare ad un personaggio decisamente rigido quel necessario tocco di grottesco.

Film semplice, con un budget di produzione molto basso, che non aspira assolutamente ad essere inserito tra le pagine importanti del nostro cinema, ma che proprio per questo ben predispone lo spettatore riuscendo a procurargli 90 minuti di puro divertimento.

data di pubblicazione:02/10/2019


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ROMA EUROPA FESTIVAL The Valley (an apocalypse) – Hans Op de Beeck, Eric Sleichim, Bl!ndman Ensemble

ROMA EUROPA FESTIVAL The Valley (an apocalypse) – Hans Op de Beeck, Eric Sleichim, Bl!ndman Ensemble

(Teatro 1 Mattatoio – Roma, 26/27 settembre 2019)

È un’opera di teatro musicale il nuovo lavoro di Hans Op de Beeck, in collaborazione con Eric Sleichim e la sua Bl!ndman Ensemble, per la drammaturgia di Tobias Kokkelmans. The Valley (an apocalypse) è stato presentato il 26 e 27 settembre con grande successo al Teatro 1 del Mattatoio.

Un uomo (l’attore Dirh Roofthooft) è seduto ai piedi di una piccola arena e racconta la sua incredibile storia. È circondato da musicisti che accompagnano il tragico racconto mentre tra di loro si aggira una donna con le ali nere (il soprano Lore Binon). E’ forse il suo angelo custode o la figlia consegnata all’acqua o la sua anima.

 

The Valley (an apocalypse) è un’opera coraggiosa in un viaggio nella memoria e nell’intimità forse anche nel solo immaginato, in uno spazio simbolico fatto di sassofoni, di una fisarmonica che suona in autonomia e di un rettangolo d’acqua.

L’artista visivo Hans Op de Beeck che vive e lavora a Bruxelles ci porta in un mondo fatto di ombre che sembra abitare al di sotto della superficie terrestre per narrarci delle storie, fatte di odori e sensazioni, di ricordi. Una narrazione tragica che parla anche di bellezza, di canto ancestrale, di vibrazioni, di incontri, di desideri, capace di far entrare lo spettatore in un sogno tanto esteriore quanto interiore, grazie alla cura della parola ed alla magia del disposto scenico.

Il protagonista è seduto a occhi chiusi, drammaticamente solo e incapace di dare direzione a una vita che lo coinvolge e lo sovrasta senza che lui possa realmente decidere da che parte e soprattutto verso dove andare.

Prima guidato da un eremita in una valle dove non c’è la luce del giorno e il livello dell’acqua cresce annunciando la catastrofe a venire, poi coinvolto nella relazione erotica con Jara, l’uomo appare sempre in bilico tra ciò che trova quasi per puro caso e ciò che inevitabilmente perderà, dalla valle all’amore della sua vita. La nascita di una bambina, dunque la famiglia, diventa alla fine l’ennesimo disperato tentativo dell’essere umano di emergere dall’abisso della propria esistenza e spezzare il ciclico e spietato reiterare di vita e morte.

Un’apocalisse poetica esistenziale nel ciclo dell’acqua che toglie e regala.

data di pubblicazione:1/10/2019

IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ di Mario Martone, 2019

IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ di Mario Martone, 2019

Una personale e profonda evoluzione del testo di Eduardo de Filippo, Il sindaco del rione Sanità trasposta in chiave cinematografica da Mario Martone e presentato a Venezia dopo la forte e innovativa esperienza teatrale di due stagioni fa. Un ulteriore confronto, una necessità di espandere il meraviglioso testo di Eduardo oltre lo spazio scenico per incontrare i suoni, gli odori, i volti della Napoli dei vicoli e della povertà, della violenza, dell’ignoranza e del riscatto.

Stesso titolo, stessa identica trama con “qualche piccolo taglio” e nuova scommessa vinta. Ancora una volta Martone si affida ad un gruppo di straordinari ed intensi interpreti di quella terra che fanno capo al NEST – Napoli Est Teatro di San Giovanni a Teduccio, ubicato in uno dei quartieri più popolari e difficili di Napoli, dove un gruppo di giovani, attori, registi, scenografi e drammaturghi hanno ristrutturato una palestra e creato uno spazio per le arti.

Scritta nel 1960, Il sindaco del Rione Sanità è una commedia in tre atti anche interpretata da Eduardo De Filippo nella quale il protagonista, Antonio Barracano (Francesco Di Leva), è “il sindaco” della Sanità. Qui amministra da signorotto illuminato le problematiche del rione, secondo principi da “uomo d’onore” decisamente border line rispetto alla legge, ma certamente efficaci. Si avvale dell’aiuto di un medico che cura clandestinamente i feriti da sparatorie e regolamenti di conti che avvengono nel quartiere. Chi non ha santi e protettori si rivolge a da Don Antonio da sempre. Quando però gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello (Salvatore Presutto), il figlio del fornaio, deciso ad ammazzare il padre Arturo (Massimiliano Gallo), Don Antonio, cogliendo nel giovane la stessa determinazione che lo spinse all’omicidio in gioventù, si propone come mediatore finendo poi col pagare tragicamente di persona il suo intervento.

Niente spettacolarizzazioni e violenza gratuita. Nella sua visione ancora strettamente aderente al testo originale Martone rende il protagonista Antonio Barracano da anziano settantenne a ragazzo di nemmeno quarant’anni, giovane come i boss di quartiere, decisionista e autoritario, esibizionista e consumista, segnato dagli errori e dalla rabbia di una giovinezza mai vissuta che lo hanno portato a mettere da parte gli impulsi ed ad usare di più la riflessione.

Antonio Barracano è certamente un padre-padrone, ma è anche un predicatore, unico punto di riferimento per una comunità di disperati cui trasferire principi di giustizia e convivenza non sempre ortodossi ma nella sostanza egualitari. Una storia con una forte connotazione sociale che Martone traspone ai nostri giorni arricchendolo di quella complessità che oggi caratterizza le attuali generazioni, abbastanza distanti da quelle raccontate da Eduardo.

Il film sarà in sala per tre giorni come film evento dal 30 settembre al 2 ottobre. Un film che mantiene la densità e la forza del testo di Eduardo andando però a cogliere le contraddizioni di oggi, tra rapper con felpa e cappuccio in testa ad agguati violenti nel quartiere per costruirsi inutili identità, ad una casa fatta di cristalli, sovraccarica di benessere, trasferita nella campagna alle pendici del Vesuvio, circondata da aggressivi e fedeli rottwailer, plexiglas e acciaio, nella quale vanno e vengono individui palestrati, dove si curano ferite e liti, popolata da una famiglia allargata, nella quale i pranzi si alternano a processioni di questuanti del quartiere. Questo il principato del giovane e forte Don Antonio, apparentemente immortale, che amministra e salva a modo suo quella piccola umanità, amministrando con la forza e regalando speranza. Ma la casualità o forse un destino segnato scoprirà il suo tallone d’Achille portandolo ad immolarsi poi paradossalmente per una buona azione compiuta.

Una evoluzione sul grande schermo che spiazza e cattura, dove tutto ha un senso e che ha il proprio punto di forza nelle sonorità e gestualità proposte, nelle immagini che dilatano il racconto, espressione fedele del degrado metropolitano di oggi, nella musica del dolore e della speranza.


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data di pubblicazione: 2/10/2019

IL TEMPO DELL’IPOCRISIA di Petros Markaris – La Nave diTeseo, 2019

IL TEMPO DELL’IPOCRISIA di Petros Markaris – La Nave diTeseo, 2019

Ci siamo disposti con il massimo di disponibilità e di atteso piacere nel leggere l’ennesima investigazione del commissario Kostas Charitos, rimanendo alla fine delusi perché in oltre 350 pagine di abile letteratura, sul fondale di una Grecia apparentemente risanata, la sorpresa e le emozioni sono decisamente mancate. Come se l’obbligo contrattuale di fornire su commissione l’ennesima puntata della saga avesse prosciugato la fantasia di un autore ormai più che ottantenne, una sorta di Camilleri ellenico. Sono più singolari i minuetti familiari (a volte però distraenti), le discussioni gastronomiche in famiglia del plot poliziesco, davvero esile e banale, trascinato ineluttabilmente verso un finale piatto e senza scosse. Non c’è tensione nelle ricerche di Charitos, molta routine e le difficoltà a guidare nel caotico traffico di Atene. Un deja vu estenuato che determina attimi di noia e una curiosità inappagata per una storia che si trascina stancamente verso un epilogo non prevedibile ma tutt’altro che emozionante. L’assassino (gli assassini) compaiono come figure comparse durante la narrazione ma non appassionano e il tema della crisi e della povertà della vita in Grecia non è un alibi suadente per giustificare le loro azioni. Il libro scorre ma non incide, racconta ma non graffia. Come se l’autore navigasse a vista verso un finale abbastanza qualunque. Le vittime sono altrettanti ipocriti ma i carnefici non sono soggetti migliori né altamente credibili. Dietro l’Esercito degli Idioti Nazionali c’è la metafora di un mondo ingiusto, della Banca Centrale Europea e di un’unione continentale ben lontana dall’essere realizzata. Tutto molto prosaico e didascalico verso un lavoro ideologicamente a tesi, non sostenuto da una trama altrettanto ambiziosa e, diciamo pure, all’altezza del compito. Terminato il libro viene voglia di confrontare il risultato con le puntate precedenti. E il confronto è evidentemente piuttosto impari per il più letto autore della Grecia contemporanea.

data di pubblicazione:28/09/2019

ROMA EUROPA FSTIVAL Orestes in Mosul, regia di Milo Rau

ROMA EUROPA FSTIVAL Orestes in Mosul, regia di Milo Rau

(Teatro Argentina – Roma, 23/25 settembre 2019)

Il regista svizzero Milo Rau torna al Romaeuropa Festival con Orestes in Mosul, in scena dal 23 al 25 settembre al Teatro Argentina, in prima nazionale dopo avere debuttato proprio nella città di Mosul. Malvagità, bramosia di potere, sete di vendetta e sangue che chiama sangue. L’Orestea, la trilogia classica di Eschilo e lo sfondo della guerra di Troia viene rivissuta in Iraq, per raccontare la violenza dell’Isis ed il massacro di un popolo e di una terra.

 

 

Un lavoro concepito a Mosul, con la compagnia NTGent e con artisti locali e gente comune, militanti, poeti e cittadini del luogo dove si consuma la tragedia e dove nella culla dell’antichità rivive l’orrore del passato prossimo e del presente.

Orestea ambientata nel contesto della situazione siriano-irachena e del trattamento riservato ai reduci jihadisti: il ciclo della violenza ed il destino sanguinario degli Atridi rivivono in Iraq e in una terra martoriata e senza pace. Gli omicidi concatenati della saga diventano il simbolo di una storia umana attualizzata attraverso le presenze dei protagonisti e soprattutto, attraverso gli scorci devastati di Mosul e le interviste, secondo una dolorosa sovrapposizione di attori in scena e di immagini che scorrono alle spalle.

Ma quella che è una persecuzione per volere degli dei e che in Eschilo si risolve grazie al perdono di Atena, che porta la pace e la riconciliazione, ponendo le basi della democrazia come può essere oggi sconfitta? Soltanto gli uomini sono responsabili della loro azione, ma come ricostruire oggi dopo la guerra? quale giustizia mettere in atto verso i jihadisti? Che perdono concedere agli assassini?

Tra reportage e rappresentazione il teatro inchiesta di Milo Rau torna a parlare di violenza, compassione e perdono non solo per rappresentare le storie ma soprattutto per scuotere le coscienze ed essere parte attiva del cambiamento, secondo i dettami del Manifesto per un teatro contemporaneo stilato dallo stesso Milo Rau nel 2018, al suo arrivo alla guida del Teatro NTGent in Belgio.

Lo schema della tragedia viene mantenuto nella sua essenza e detta lo svolgimento dell’azione scenica tra ospedali da campo, palazzi fatiscenti, dormitori. Un reportage a puzzle tra classicità ed inviati di guerra, che vede la presenza del coro greco ma anche di macerie da bombardamenti, di una Ifigenia costretta a recitare velata, di Atena vedova di un giustiziato da Al-Quaida, di baci vietati tra Oreste e Pilade, per un viaggio emotivo a sobbalzi nel tempo che descrive l’orrore della violenza, ma anche la forza della vita e che rivendica, come celebrato da Eschilo, il ruolo della democrazia e della polis per il ripristino del valore della giustizia sopra quello della vendetta. L’Orestea come lectio per passare dalla tragedia della violenza alle regole di un ordine sociale e politico condiviso, dalla vendetta al perdono.

Un lavoro decisamente complesso che scuote, per una presentazione cosciente, una ricerca teatrale sulla violenza politica e sociale ma che richiama a una coscienza attiva di rivolta, all’arte come momento educativo ed aggregativo, al sentimento universale in contrapposizione al razzismo etnico. Solo cosi la catena atroce di violenza e vendetta può essere spezzata e dimenticata.

data di pubblicazione:27/09/2019

AD ASTRA di James Gray, 2019

AD ASTRA di James Gray, 2019

Un padre e un figlio accomunati dalla passione e dalla dedizione per la scoperta dello Spazio. Una minaccia, proveniente dal passato, che rischia di distruggere il futuro del Pianeta Terra. Un dramma intimista e psicologico proiettato nell’infinità dell’Universo.

Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta impeccabile: esperto, coraggioso, con il battito cardiaco che resta regolare anche quando precipita da una stazione spaziale per approdare sano e salvo sulla Terra. Quella stessa Terra che, neanche a dirlo, rischia di scomparire per una minaccia proveniente dallo Spazio più profondo. Si tratta di qualcosa che ha a che vedere con il padre di Roy (Tommy Lee Jones), autentica leggenda per le successive generazioni di astronauti e scomparso misteriosamente dopo un progetto destinato a spingersi fino ai confini del Sistema solare, oltre le colonne d’Ercole dello Spazio conosciuto e conoscibile. Suo figlio è il solo davvero in grado di chiudere quel cerchio, intraprendendo una missione che dovrebbe condurlo a salvare la Terra, ma durante la quale dovrà prima di tutto salvare se stesso.

Ad astra, presentato all’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, si colloca sulla scia di quella fantascienza “spaziale” che già con Gravity e First man è stato protagonista al Lido negli scorsi anni. Il tormento individuale di un uomo, consumato nelle dimensioni incommensurabili dell’Universo, si proietta sullo sfondo di un futuro (forse immaginato come non così remoto) nel quale andare sulla Luna somiglia molto a un viaggio con un volo low cost, per poi ritrovare sul nostro satellite, deprivato della poesia che lo ha reso celebre, tutte le storture del mondo contemporaneo: dalle insegne accattivanti dei mega stores alla criminalità violenta e spregiudicata.

Ad astra, tuttavia, sembra fermarsi a metà dell’opera. Malgrado alcune scelte senza dubbio apprezzabili sul piano estetico e nonostante la recitazione intensa e introspettiva di Brad Pitt (che è anche il produttore del film), il racconto di James Gray non riesce a sviluppare fino in fondo il dramma esistenziale dell’ennesima vittima del complesso di Edipo, che dietro la maschera imperturbabile di lucido dominatore delle proprie emozioni nasconde “solamente” la paura di restare solo. La storia, impreziosita da personaggi minori affidati ad interpreti di eccezione (Donald Sutherland, Liv Tyler, Ruth Negga) si regge spesso su passaggi banali o decontestualizzati e il confronto con alcuni capisaldi del genere, a partire dal “citato” 2001: Odissea nello spazio, rischia di risultare impietoso.

Insomma: un esperimento interessante, ma non perfettamente riuscito.

data di pubblicazione: 27/9/2019


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