LE MEILLEUR RESTE A VENIR di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2019

LE MEILLEUR RESTE A VENIR di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Arthur e César sono amici sin dai temi dell’infanzia quando frequentavano un collegio molto rigido lontano da Parigi. Diversi caratterialmente e con un vissuto oramai alle spalle, i due si rincontrano dopo anni ed iniziano a frequentarsi assiduamente dividendo persino la casa. Motivo di questo inatteso avvicinamento: un malinteso per cui ognuno dei due è convinto che l’altro abbia un cancro incurabile e con pochi mesi ancora da vivere…

 

De La Patellière e Delaporte costituiscono una coppia di registi ben affermata e da vent’anni firmano insieme commedie di grande successo, basti pensare a Cena tra amici del 2012 basata su una famosa pièce teatrale, ripreso nel 2015 dalla nostra Francesca Archibugi che ne ha curato un adattamento ne Il nome del figlio. Presentato in questa edizione della Festa del Cinema, Le meilleur reste à venir ben si inserisce in un filone di film francesi che ha caratterizzato la kermesse romana con interessanti lavori che hanno ancora una volta confermato la validità del cinema d’oltralpe. I due protagonisti Arthur e César (interpretati rispettivamente da Fabrice Luchini e Patrick Bruel) pur completamente diversi nella vita rappresentano il classico esempio di una collaudata coppia di amici disposti a tutto pur di non mettere in discussione il sentimento d’amicizia che li unisce. Nel film troviamo una serie di equivoci, a volte persino banali se non addirittura farseschi, trattati in maniera geniale e frutto di una sceneggiatura ben curata in ogni minimo dialogo/dettaglio. Il risultato ottenuto è stato quello di aver creato, da una storia scontata, una commedia brillante e divertente sia pur con una punta di amaro dovuta alla tematica di come affrontare la morte così imminente. Un film dunque basato su una sequenza continua di situazioni tragicomiche, rese particolarmente divertenti grazie alla bravura indiscussa di Fabrice Luchini alla quale si aggiunge quella altrettanto valida di Patrick Bruel, attori oramai ben collaudati soprattutto nel genere della cosiddetta “commedia alla francese”.

Una regia molto attenta nel raccontare la storia di un’amicizia che sfocia in un rapporto di amore sincero tra due persone, caratterialmente opposte, ma così indissolubilmente unite: due mondi eterogenei ma proprio per questo complementari che riescono a dialogare seppur in situazioni drammatiche, in cui ognuno pensa alla morte dell’altro.

Inutile sottolineare come il cinema francese riesca oggi a confezionare dei piccoli gioielli cinematografici partendo da plot a volte quasi inconsistenti. Il film, quando uscirà nelle sale italiane, sarà da non perdere.

data di pubblicazione:25/10/2019








FÊTE DE FAMILLE di Cédric Kahn, 2019

FÊTE DE FAMILLE di Cédric Kahn, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Tutto inizia come in uno di quei film di cui solo il cinema francese sembra avere la formula magica ,,, una grande casa di famiglia in campagna, dal fascino vecchio stile, un giardino ove giocano bambini gioiosi, una tavola imbandita sotto alberi centenari, una grande famiglia che si riunisce; fratelli, sorelle, fidanzate e figli, in occasione del compleanno della matriarca Andrea (Catherine Deneuve). L’incontro tenero e leggero, lascia ben presto emergere tensioni, drammi e nevrosi mai sopite. Chi manipola? Chi è manipolato?Tutto è ambiguo!

 

Kahn regista, sceneggiatore ed anche attore di una discreta notorietà in Francia, dirige, sceneggia ed interpreta oggi il racconto di una crisi familiare. A prima vista può sembrare una vera famiglia come tante altre … un progressivo, lento declassamento sociale, disparità di aspirazioni, di sogni e di risultati fra i figli ormai adulti, rancori più o meno dissimulati … cose tutte, in qualche modo, quasi normali. Ma non c’è solo questo! In realtà, appena, appena sotto la superficie controllata a fatica dalla matriarca, ci sono macigni e nodi irrisolti ben più crudeli e difficili. Kahn va ben oltre dal dipingerci l’ennesima variante sui valori della famiglia borghese in genere, sia essa francese o meno, perché affronta ed analizza un problema ed una questione ben più insidiosa e subdola. Quale è il livello di sacrificio che una famiglia può decidere ed accettare di scegliere per riuscire a preservare i propri confort ed il proprio status quo morale e materiale?

Su questo interrogativo che si insinua ambiguamente e progressivamente nella famiglia e nella mente dello spettatore, la regia e la sceneggiatura portano a nudo, piano piano, la Verità, con una meccanica narrativa implacabile che ricorda i drammi di Tennessee Williams, o, il ben più recente e crudo Festen.

Fête de famille è un film dall’impostazione scientemente teatrale, quasi una rappresentazione articolata secondo i codici classici teatrali di unità di tempo e di luogo, per le porte che si aprono, si chiudono, sbattono per far entrare ed uscire di scena i personaggi, per la modalità con cui, quasi atto dopo atto, vengono delineati i caratteri. Un dramma familiare, a tratti lacerante, a tratti divertente, che però il regista evita abilmente che sia del teatro filmato, per la sapienza con cui muove la cinepresa osservando i personaggi, i loro movimenti e lo spazio che li circonda, inserendo intelligentemente anche scene esterne, aiutato in ciò dall’alta qualità del montaggio, dal ritmo narrativo sempre sostenuto e dai dialoghi cesellati al dettaglio. L’autore è veramente abile nell’accentuare, in un giusto mix di tenerezza e crudeltà, di tragedia e commedia, la progressione delle dispute e contrasti familiari fino ad arrivare a lacerare la pseudo armonia familiare in una scena finale drammatica e catartica in cui si scioglie l’interrogativo di cui sopra. Kahn costruisce il dramma mettendo in scena i vari rapporti umani con leggerezza e sensibilità vere e veritiere, quasi fosse un concentrato di follia dolce e furiosa al tempo stesso.

Il suo film è certamente un film corale, straziante e divertente recitato da ottimi attori, tutti virtuosi e ben diretti. Al centro, su tutto e tutti emergono però la Deneuve: eccezionale e credibilissima con i suoi non detti, nel ruolo della madre e nonna intenta a tenere legata, in una sembianza di intesa, la famiglia, costi quel che costi, e poi Emmanuelle Bercot, nel ruolo della figlia, la cui coraggiosa performance è di una intensità che colpisce tanto è brava e geniale.

Fête de famille è di certo uno dei migliori film di Kahn anche se ad essere proprio severi c’è qualche piccolo calo di tensione. Forse quindi un po’ ineguale ma pur sempre del buon cinema, con buoni attori, buon soggetto, buona regia. Un vero piacere di cinema.

data di pubblicazione:25/10/2019








JUDY di Rupert Goold, 2019

JUDY di Rupert Goold, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Inverno 1968, inizio 1969, Judy Garland (Renée Zellweger) ormai fisicamente ed emotivamente segnata e, per di più, in gravi difficoltà economiche, è costretta ad accettare un’offerta generosa per una serie di show in un locale di Londra, sperando così di riottenere anche l’affido dei due piccoli figli. Gli ultimi sei mesi, prima di morire per eccesso di barbiturici a soli 46 anni!

 

Goold è un regista inglese attivo soprattutto in campo teatrale che ha fatto il suo debutto cinematografico nel 2015 con True Story ed oggi torna sugli schermi con la sua opera seconda.

Judy è un tributo ad una star leggenda di Hollywood ed al tempo stesso, una vittima dello star–system Hollywoodiano, ma, soprattutto, vuole essere un omaggio alla donna fragile che si celava dietro la facciata, schiacciata fra il suo essere nel privato ed il suo apparire nel pubblico. Il ritratto, non tanto della Diva, quanto piuttosto quello di un essere umano ferito che lotta ancora, anzi che è costretto ancora a lottare nell’incertezza di riuscire ad essere all’altezza della sua fama.

Il film è integralmente tratto da una commedia “The end of the rainbow” e per renderla meno teatrale e lineare il regista ricorre ad una serie di flashback facendo muovere lo spettatore avanti ed indietro fra gli ultimi mesi a Londra ed i primi passi della giovanissima attrice con la M.G.M. sul set del Mago di Oz . Una serie di ricordi personali della Garland che evidenziano le origini delle sue dipendenze, dei suoi bisogni di affetto, di sicurezza e di protezione. Certo il film e la stessa regia non sono molto originali, anzi la regia è molto classica e pacata ed il film si muove prevalentemente nell’alveo di tanti altri biopic: il personaggio segnato, le origini, i ricordi, i successi e gli insuccessi. Però, pur scivolandoci dentro in alcuni passaggi, il cineasta è bravo ad evitare di cadere del tutto nel melodramma e nel patetico. Concentrando poi la narrazione su un periodo ben definito quale quello londinese, evita abilmente l’altra trappola tipica delle biografie cinematografiche: troppe storie da raccontare in un storia, e, di conseguenza, che il film risulti poi oppresso e compresso. Si può infatti dire che i momenti migliori della regia di Goold sono proprio quelli in cui esce fuori dagli schemi narrativi delle biografie inventandosi del tutto alcune situazioni.

Quel che però fa scordare le imperfezioni e le carenze narrative del lavoro e che gli da il vero valore e che giustifica la sua visione e gli apprezzamenti e fa la vera differenza di qualità è … la straordinaria, eccezionale, superba, magnifica interpretazione della Zellweger già Oscar per Cold Mountain nel 2004 ed assente dagli schermi da un po’ di anni.

In realtà Judy è lo show della Zellweger, la sua bravura è già uno spettacolo di per se stesso; è capace di restituirci con autenticità la Garland catturandone gli aspetti della personalità sia fisici che psichici. Un processo empatico che coglie e trasmette tutta la sofferenza, la fragilità, la determinazione e la disperazione, la scarsa autostima, le dipendenze ed il tenero amore per i figli.

Pur restando sempre se stessa la Zellweger diviene la Garland non solo per mimesi fisica, ma facendola rivivere nei suoi drammi interiori, nei bisogni, nei vezzi senza mai essere eccessiva. Anzi al contrario. E poi … canta, e lo fa anche molto bene restituendoci le sonorità che poteva avere la Garland a quel punto finale della sua carriera. Una interpretazione che, come abbiamo detto, fa il film e che sicuramente porterà l’attrice ad essere una delle maggiori candidate per il prossimo Oscar. Veramente commovente e coinvolgente!

Il resto del cast è perfetto nei vari ruoli, come buona è la messa in scena, i costumi ed i set che ci riportano veramente nella Londra di 50 anni fa.

Judy è quindi un film da vedere perché ci restituisce quella grande icona che fu la Garland, un film che gli appassionati di cinema vedranno solo per l’interpretazione della Zellweger in attesa degli Oscar, e che poi potrà anche essere dimenticato. Un biopic classico sul finale di carriera, un po’ come abbiamo visto appena l’anno scorso alla Festa del Cinema con Stan e Ollie.

data di pubblicazione:24/10/2019








TUTTA CASA, LETTO E CHIESA di Dario Fo e Franca Rame, regia di Sandro Mabellini

TUTTA CASA, LETTO E CHIESA di Dario Fo e Franca Rame, regia di Sandro Mabellini

(Sala Umberto – Roma, 22 ottobre 2019)

Uno spettacolo che celebra la drammaticità della condizione della donna. Una visione ironica e intelligente come solo Dario Fo e Franca Rame potevano restituirci. Un’attrice eccezionale sul palco a raccontarcelo.

  

 

Si chiude in bellezza la rassegna romana di eventi dedicati a Dario Fo e al suo teatro alla Sala Umberto di via della Mercede. Bella in particolare Valentina Lodovini e così brava da trasmettere al pubblico grande emozione e partecipazione. Un’attrice matura, ricca di esperienza e carisma, che possiede pienamente un caleidoscopio completo di registri comici. Si ride tantissimo e si riflette: la condizione di sottomissione sessuale della donna all’uomo, con ciò che ne deriva, è il tema portante e – ahimè! – ancora tremendamente attuale, in Italia e in tante parti del mondo.

Il testo si suddivide in tre parti, come le tipologie di donna presentate o, per meglio dire, le condizioni in cui una donna può venire a trovarsi: la casalinga, l’amante e l’operaia.

Se è facile intuire come si possa svolgere la vita di una casalinga, segregata in casa dal marito geloso, alle prese con i figli, la casa, il cognato invalido che allunga l’unica mano funzionante e le chiacchiere con la dirimpettaia, non si può dire altrettanto del finale. Accade infatti qualcosa di assurdo e inaspettato, che ribalta lo stato di vittimismo della donna. Ci piacerebbe vedere questo riscatto anche nella vita vera di tante donne, ma la soluzione è appunto questa: assurda, come assurda appare una possibile rivalsa femminile in genere.

Le altre due storie terminano con altrettanti finali impossibili ed è amaro constatare quanto lo scenario di violenza contro le donne sia ancora tremendamente attuale, rispetto anche a quando il testo venne rappresentato per la prima volta nel 1977. Proprio di questi giorni è la notizia dell’uccisione di Hevrin Khalaf, ultima di innumerevoli morti, femminista e attivista politica curda, vittima del regime turco e degli jihadisti.

A chiudere lo spettacolo, come epilogo – staccato dal resto della narrazione ma tematicamente coerente – Alice nel Paese senza Meraviglie, una drammatica e distorta immagine della vicenda favolesca, che con rabbia racconta ancora la prepotenza maschile sulla debolezza femminile.

data di pubblicazione:24/10/2019


Il nostro voto:

TREDICI GOL DALLA BANDIERINA di Ettore Castagna – Rubbettino editore, 2019

TREDICI GOL DALLA BANDIERINA di Ettore Castagna – Rubbettino editore, 2019

La Calabria, l’adolescenza, il fatidico ’68, la scoperta della politica, i gol dalla bandierina di Palanca. Pieno di ingredienti l’orizzonte adolescenziale del protagonista di un romanzo che è un memoir, un intenso viaggio nel passato. Ricco di icone, di simboli, di contraddizioni, di smarrimenti, di scoperte sull’altro sesso. Timori e tremori da un mondo inabissato su cui va a frugare l’esercizio di memoria. L’alta qualità letteraria del libro si esplica con una lingua che più del calabrese tout court ammicca a uno slang catanzarese che deforma le parole ma di cui il lettore non tarda a impossessarsi. L’autore ci fa entrare in un mondo in cui si poteva cambiare il mondo prima che il mondo cambiasse noi o ci convincesse al minimo comune denominatore del quieto vivere, senza palpiti e sussulti. Al contrario era la passione che animava l’uscita dall’infanzia e l’ingresso in quella semi-maturità ricca di ambizione e di spirito di rivolta. Si percepisce l’angustia esistenziale del vivere in un sud retrogrado e che scopre con ritardo le conquiste civili della società. Tutto il progresso appare spostato al nord. Con una gita a Roma, come in un viaggio in Germania o nel profondo nord. Dunque è il ritratto collettivo di una generazione che spicca nel quadro d’assieme. Senza dimenticare il magico piccolo piedino di Palanca, centravanti del Catanzaro, capace di segnare dal calcio d’angolo. E per ben tredici volte come ricorda il titolo del libro. Palanca assurge al ruolo di protagonista inconsapevole, a eroe di una rivoluzione incompiuta, neanche fosse un Mao Tse Tung. Il raccolto in agrodolce mantiene la giusta tensione fino alla fine e dalla narrazione solista si eleva a ritratto di una classe, di un popolo accomunato dalla stessa anagrafe e dallo stesso deluso anelito al cambiamento. Oggi che di utopie sembriamo non farcene il ricordo di quegli anni è ancora più vivo e struggente.

data di pubblicazione:22/10/2019

MISTERO BUFFO di Dario Fo, con Mario Pirovano

MISTERO BUFFO di Dario Fo, con Mario Pirovano

(Sala Umberto – Roma, 21 ottobre 2019)

Sono passati 50 anni dalla prima volta che Mistero buffo andò in scena tra gli studenti dell’università di Milano; 20 dall’ultima volta che Pirovano è stato a Roma, in cui ritorna con una selezione di cinque giullarate del grande artista per tre ore di spettacolo. Roma celebra Fo.

 

 

La giornata di studi su Mistero buffo

La rassegna Roma per Fo inizia già nel pomeriggio alla Sala Umberto, nel foyer del teatro. Raccolto intorno ai relatori c’è un piccolo pubblico di interessati, l’atmosfera è accogliente. La giornata di studi intorno a Mistero buffo è moderata da Mattea Fo che da subito la parola a Felice Cappa, autore, regista e amico di Dario e Franca. Con i loro nomi propri vengono chiamati i due artisti, a testimoniare la familiarità e l’amicizia che li legava ai loro collaboratori. L’argomento di questo primo intervento è rivolto alle immagini, le tante immagini raccolte da Fo per dare vita alle sue giullarate e quelle che egli stesso realizzò per i suoi spettacoli – le famose lastrine, diapositive su vetro proiettate per presentare i testi recitati. La cultura visiva è la fonte primaria delle opere di Dario insieme alla trasmissione orale degli innumerevoli racconti popolari. Il tema è unico: la storia dell’eterno conflitto tra il popolo oppresso e povero – Dario non amava gli eroi – e il potere che lo dominava, risolto sempre con un registro ironico e satirico.

L’intervento di Maria Teresa Pizza (curatrice dell’archivio Fo/Rame) illustra invece come si muove la macchina teatrale creata dalla formidabile coppia, che del rapporto con il pubblico, e quindi dall’accoglienza nello spazio teatrale e nel saluto fino al dibattito dopo ogni spettacolo, si nutre e prende ispirazione. Il loro non era solo un mestiere, ma anche un’etica: il teatro che proponevano si nutriva di quello che accadeva nelle piazze tra la gente. Era il loro modo di fare politica. Inutile dire quanto questa attenzione al popolo abbia reso Dario Fo anche un ottimo storico, ricercatore e scopritore di piccoli fatti nascosti nelle carte di archivio che talvolta sono serviti a leggere meglio diverse vicende umane.

L’incontro si chiude con una notizia sul numero delle regie dei testi di Fo e Rame che sono in giro per il mondo in questo momento, ben 7500 quelle censite. Testimonianza del successo ma anche della capacità di queste opere di dare ancora senso alla situazione degli oppressi a ogni latitudine. Saluta infine Mario Pirovano che presto, è quasi ora di cena ormai, sarà sul palco con Mistero buffo.

Lo spettacolo

È in perfetta sintonia con la tradizione teatrale dettata da Dario Fo che Mario Pirovano imposta la sua interpretazione, fedele soprattutto del testo. Si incontrano casualmente a Londra all’inizio degli anni ’80 e tra loro comincia un viaggio i cui frutti si raccolgono sul palco ancora oggi. Pirovano viveva in Inghilterra, ma la conoscenza di Dario e Franca determina per lui un cambiamento. Viene invitato a tornare in Italia per lavorare nella compagnia come attrezzista, autista, elettricista ecc. Attore lo diventa per caso. Mentre si trovava a sedare una lite tra alcuni ragazzini improvvisa per loro il racconto de Il primo miracolo di Gesù bambino e subito si accorge di avere tutto il testo già dentro, ingoiato e digerito per bene, senza saperlo.

A oggi è uno degli interpreti più straordinari del repertorio Fo/Rame: vederlo a teatro è una grande fortuna. La fedeltà al testo e alla mimica di Dario, nonché una certa vaga somiglianza tra i due, aggiunge all’evento un ché di miracoloso. Tuttavia è dalla sua personale esperienza e dalla sua storia – che inizia in un paesino nel novarese – che prende ispirazione per le voci dei personaggi e per le movenze a loro collegate.

Da subito Pirovano stabilisce un contatto con il pubblico, le luci che rimangono accese in sala quando appare in scena ne sono il segno. Il popolo è il protagonista di Mistero buffo, ne è l’anima. Per questo le giullarate che contiene e quelle che vengono scelte per essere rappresentate vanno costantemente ricontestualizzate. Così se alla fine del 1969 la strage di Piazza Fontana fece guardare il brano dedicato a Bonifacio VIII da una certa prospettiva, oggi questa stessa giullarata non può che ricordare il grottesco di alcuni personaggi della nostra politica – qualcuno dal pubblico urla “Salvini”. Gli esempi e le connessioni si moltiplicano via via che lo spettacolo va avanti. Il prologo a ogni brano è un momento di scambio e una lezione. Interpretare La fame dello Zanni o La nascita del giullare (che insieme al già citato Bonifacio VIII e a Il miracolo di Lazzaro e a Il primo miracolo di Gesù bambino sono la scelta di questa serata) con l’occhio puntato al presente storico in cui viviamo è una necessità per questo classico che è Mistero buffo. I testi in esso contenuti si nutrono della linfa della storia da cui provengono e di quella a cui vengono rappresentati. La rielaborazione dei testi in questo senso è una caratteristica che Pirovano non manca di rispettare.

Il momento creativo e teatrale, che nasce dal dialogo dell’attore con la platea, è di nuovo ripetuto. Forse meno azzeccato il luogo sociale in cui esso è presentato: paradossalmente i teatri sono i luoghi meno adatti per questa rappresentazione. Tuttavia speriamo solo di non dover passare tanto tempo prima di rivedere in scena da qualche parte a Roma Mario Pirovano.

data di pubblicazione:22/10/2019


Il nostro voto:

TROIS JOURS ET UNE VIE di Nicolas Boukhrief, 2019

TROIS JOURS ET UNE VIE di Nicolas Boukhrief, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Antivigilia di Natale del 1999 in un piccolo villaggio delle Ardenne Belghe, un bambino scompare nella foresta. L’inchiesta arranca ed i sospetti dilaniano la piccola comunità. Eventi inattesi e devastanti, prima nell’immediato e, poi 15 anni dopo, modificano ed avvelenano vite intere.

 

Suspense, segreti, rancori, ambientazione plumbea, una foresta incombente, silenzi pesanti, una piccola comunità ripiegata su se stessa, una piatta quotidianità di provincia ed i giochi del Destino ci portano fin da subito in un’atmosfera degna del miglior Simenon o in un classico ritratto dei peccati occulti di provincia degno del miglior Chabrol. Boukhrief sceneggiatore, attore e regista francese attivo da oltre venti anni è un regista colto che trova spesso ispirazione per i suoi film nel cinema popolare francese degli anni ‘50 e ’60. Molto legato ai drammi psicologici ed al genere noir, ai suoi codici, alle sue situazioni tipiche, ne ha rinnovato però gli schemi ed i valori. Questa volta l’autore, prendendo spunto dall’omonimo romanzo poliziesco di P. Lemaitre edito nel 2016 realizza un film efficace ed incisivo che gioca, non tanto sul mistero o sull’intrigo della scomparsa del ragazzino, ma piuttosto sulle atmosfere di cui abbiamo accennato, sugli sconvolgimenti sul piccolo mondo del villaggio e soprattutto su alcuni interrogativi di fondo.

Il regista prende infatti lo spettatore e lo porta ad interrogarsi sulle vere frontiere fra il bene ed il male, la verità e la menzogna, l’innocenza e la colpevolezza. L’innocenza forse non esiste affatto, tante verità si intrecciano e nascondono dietro la scomparsa, silenzi e verità taciute, segreti con cui si è vissuto, si vive e si vivrà. Si può quindi vivere o sopravvivere con un peso sulla coscienza? In una parola, un microcosmo quello preso in esame dal regista in cui si condensano i misteri, i drammi dell’animo umano: sentimenti, onestà, ipocrisia, falsità, punti di vista individuali, ma, soprattutto la molteplicità delle verità di ognuno, e infine … su tutto e tutti … il Destino.

Sull’insieme di queste domande il regista costruisce una suspense ed una tensione progressiva moltiplicando gli echi della vera domanda principale: come sopravvivere con il peso della colpa o di un segreto.

Il risultato è alla fine un buon “poliziesco/noir” nell’alveo della grande tradizione del genere, con una messa in scena efficacissima ed un supporto di attori tutti impeccabili e convincenti nelle loro caratterizzazioni, fra tutti emerge Sandrine Bonnaire in un ruolo assai complesso. Si può criticare forse una mancanza di energia ed un ritmo troppo lento, ma sono mancanze che si perdonano facilmente e forse una certa lentezza è anche voluta e ricercata.

Trois jours et une vie è dunque un buon dramma psicologico intenso ed intimo, un film semplice di buona fattura ed efficace, un film di atmosfere che, di sicuro, non esce dall’ordinario, un film senza effetti speciali, ritmi incalzanti né virtuosità stilistiche, che, ciò non di meno, è ben diretto e si vede volentieri e si fa apprezzare nella piena tradizione dei noir francesi.

data di pubblicazione:21/10/2019








LA BELLE ÈPOQUE  di Nicolas Bedos, 2019

LA BELLE ÈPOQUE di Nicolas Bedos, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Victor (Daniel Auteuil) un sessantenne disilluso ed annoiato dalla vita e dal mondo tecnologico che lo circonda, è sbattuto fuori casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant) che, per quanto coetanea, vuole invece vivere intensamente la sua età e lo tradisce. Victor coglie allora l’opportunità (tramite un’agenzia che usando perfette ricostruzioni cinematografiche ricrea il passato che i suoi clienti decidono di rivivere) di tornare nel 1974 quando incontrò proprio Marianne. La splendida Margot (Doria Tillier) è l’attrice che impersona il suo amore di allora … ma l’Amore non ha età …

 

”Et voilà du veritable Cinéma!”… ecco questo è buon Cinema! Se per Cinema si intende spettacolo, divertimento, tenerezza, fantasia e capacità di far sognare e commuovere. Non c’è quindi solo Hollywood, talora ci riescono bene anche i francesi, e … perché noi no? Bastava vedere il film italiano in programmazione oggi subito dopo, per darsi una risposta: mancanza di soggetti, di storie, di fantasia, di sceneggiature, di produzioni, di soldi, di narratori, di talenti e di idee che non si brucino ed esauriscano nello spazio di pochi minuti.

Nicolas Bedos, figlio d’arte, talentuoso sceneggiatore, drammaturgo ed attore nonché anche compagno della splendida D. Tillier, dopo il discreto successo di Un Amore sopra le righe suo debutto nella regia nel 2017, torna di nuovo dietro la cinepresa con questa sua opera seconda regalandoci una pregevole commedia dal respiro romantico, passionale ed armoniosa.

Un elogio della nostalgia e della fuga, ma, soprattutto un elogio dell’Amore. L’autore si interroga infatti con garbo, ironia e leggerezza sulla vita che scorre, sul tempo che passa e che è passato e su ciò che rimane ancora, ed anche del futuro, e, lo fa traendo brillantemente spunto dall’incredibile opportunità del suo protagonista di poter “rivivere” e “vivere” momenti ed emozioni del passato.

La fluidità della sceneggiatura, della regia e del montaggio fanno sì che la storia fluisca armoniosamente senza che lo spettatore si perda fra il presente ed il falso passato, fra commedia e dramma, e, soprattutto fanno anche sì che le due realtà si fondano e corrispondano costantemente. La capacità e l’abilità del direttore è proprio nel non scivolare nella trappola dell’elogio amaro del buon tempo passato o della giovinezza o nel patetico amor senile. Qui Bedos è veramente bravo a giocare sempre sui vari livelli di lettura restando pur sempre padrone della storia grazie alla dinamicità della sua regia capace di toccare il tasto delle emozioni sapendo però come lasciarle un attimo prima che esse ci sommergano.

Come detto la sceneggiatura è perfetta, i dialoghi sono ottimi con battute precise, calibrate e cesellate che danno anima vera ai personaggi, il montaggio poi,va ribadito, è così sopraffino che il passaggio fra le varie epoche avviene sovrapponendo parole e sequenze in un gioco talentuoso di elissi continue. I personaggi infine incarnano veramente la vita e, come nella vita, si attraggono e si respingono con un tocco di ironia onnipresente e Bedos dirige magnificamente gli attori che li interpretano. E che attori! Alcune icone del cinema francese e nuove leve in stato di grazia. Su tutti: D. Auteuil da tempo lontano da un ruolo così giusto e così ben recitato, poi F. Ardant brava, fascinosa ed autoironica ed infine la bellissima e dotata D. Tillier, la musa del regista, che illumina lo schermo dando personificazione reale ad un ideale femminile davanti al quale si può restare estasiati.

La belle époque è la conferma della vitalità della cinematografia francese ed è un piacere vederlo, un film pregevole, tenero e vivace da non perdere. Una dolce love-story, romantica, divertente e ricca di ironia pungente e di emozioni.

data di pubblicazione:21/10/2019








DOWTON ABBEY di Michael Engler, 2019

DOWTON ABBEY di Michael Engler, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Inghilterra 1927, il re Giorgio V e la regina Mary saranno ospiti per una notte nella dimora aristocratica di Lord Grantham, a Dowton Abbey. L’evento destabilizza gli equilibri e gli ordini gerarchici ed i ruoli di ciascuno, soprattutto fra la servitù….

 

Dowton Abbey è stata una delle serie televisive di maggior successo degli ultimi anni. La serie è andata in onda per ben 6 stagioni consecutive a partire dal 2010 e raccontava la saga dell’aristocratica famiglia di lord Grantham, signore di Dowton Abbey nello Yorkshire e, tramite le sue vicende, le dinamiche di classe del “buon tempo andato”, gli anni gloriosi dell’Inghilterra dei primi decenni del secolo scorso. Un’acuta descrizione del mondo aristocratico al suo massimo fulgore ma, tuttavia, già costretto ad affrontare i nuovi venti di cambiamento. Una riflessione ironica e pungente sulla Società Britannica, sulle rigide distinzioni fra classi sociali e sulle interazioni ed i rapporti fra i vari ceti: fra i “piani superiori” quelli dei nobili e dei padroni ed i “piani inferiori” quelli della servitù, dei domestici, cuochi, valletti, maggiordomi e governanti. La serie è stata ideata dallo scrittore e sceneggiatore J. Fellowes (Oscar per la sceneggiatura del meraviglioso Gosford Park di Altman 2001). Fellowes stesso ha curato anche la sceneggiatura della versione cinematografica con cui l’autore ridà vita ai suoi personaggi e che è stata presentata alla Festa del Cinema di Roma. Il film dell’americano M. Engler (apprezzato regista televisivo che aveva diretto anche 4 episodi dell’ultima stagione) qui al suo secondo lungometraggio, riprende la storia là dove la serie televisiva si era interrotta.

La narrazione e con lei la cinepresa, segue i vari avvenimenti passando dai “piani alti” giù fino ai “piani bassi” abitati da uno stuolo di solerti domestici, governati tutti dagli stessi meccanismi di Potere dei loro padroni. Così facendo, lo sguardo dello spettatore si muove anch’esso da un piano all’altro della nobile magione, catturando conversazioni, vizi, progetti, gelosie intrighi e storie in un ritratto d’insieme delle classi sociali e delle varie gerarchie in un’analisi profonda delle relazioni umane e dei pregiudizi della società inglese dell’epoca, ma, se vogliamo, anche un quadro riflesso dei cambiamenti culturali, sociali e delle vicissitudini dei nostri giorni.

La sensazione, per chi ha già seguito la serie, è quella di stare ad assistere ad un nuovo lungo episodio, solo più stupefacente e più attento al dettaglio, vista la destinazione al grande schermo. In effetti le inquadrature sono spesso le stesse, le situazioni sembrano riproporsi, si rincontrano gli stessi personaggi, lo spirito è identico, ma non poteva che essere così vista la logica della stessa trasposizione cinematografica.

Il risultato è comunque un film rapido ed elegante, ironico ed avvincente, la messa in scena è efficace, la regia è dinamica e mantiene sempre un ritmo sostenutissimo. I dialoghi sono raffinati ed accurati. Il fasto della grande dimora, la bellezza dei costumi, gli oggetti di scena tutti perfetti e giusti, riempiono meravigliosamente lo schermo. Una giusta alternanza di dramma e tensione con commedia ed ironia diverte e coinvolge subito lo spettatore. Il cast ottimo, ripropone tutti i personaggi ed attori che li interpretavano, e, come ieri così anche oggi, sono tutti perfetti e bravi. Su tutti emerge la magnifica Maggie Smith, un gioiello di recitazione, di sottintesi, di pungente arguzia ad ogni sua battuta. Direi che come in un’orchestra ogni elemento ha la sua dignità propria ma tutti insieme fanno l’orchestra che suona alla perfezione, così qui nel film ogni elemento ha la sua importanza, ma tutti insieme fanno un film veramente gradevole e sontuoso.

A voler trovare dei difetti, segnalerei solo un eccesso narrativo con troppi personaggi che spesso sono soltanto delle mere presenze, alcune situazioni poi sono un po’ convenzionali o criptiche per chi non ha conoscenza della serie tv. Forse manca un vero soffio di virtuosità corale come in Gosford Park, ma che volete? quello era Altman!

data di pubblicazione:20/10/2019








MILITARY WIVES di Peter Cattaneo, 2019

MILITARY WIVES di Peter Cattaneo, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Basata su eventi reali, è la storia di un gruppo di mogli di militari inglesi in missione in Afghanistan e, più in particolare, di Kate (Kristin Scott Thomas) moglie di un alto ufficiale e di Lisa (Sharon Horgan) moglie di un sottufficiale. Due caratteri, due origini e personalità che più opposte non si può immaginare, eppure entrambe, ciascuna a modo suo, impegnate a cercare di trovare soluzioni alle ansie ed alle paure dell’attesa … e la soluzione sembra essere formare un coro vocale ….

 

Dopo il grandissimo successo nel 1997 di Full Monty, di Peter Cattaneo, regista inglese di origini italiane, si sono praticamente perse le tracce, i non tanti film diretti in questi venti anni non hanno lasciato alcun segno. Quest’ultimo lavoro può forse essere l’occasione di tornare a bissare un grande successo? Non credo. L’appuntamento con il successo è rimandato ancora.

Intendiamoci, il film di oggi è discreto e si pone più che dignitosamente nel filone della Commedia Inglese, nel sottogenere della “Dramedy”. Military Wives è infatti una onesta e discreta “commedia/dramma” di buoni sentimenti, quello che, per l’appunto, gli americani chiamano “a feel good movie”. La formula funziona sempre, se attuato il giusto dosaggio di ansie e paure, di sfortuna e volontà di reagire, di ironia e lacrime, sorrisi, risate e cameratismo. In una parola: drammi e humour. Ma, anche se il tocco originale del regista c’è sempre, sembra però che Cattaneo abbia perso il guizzo, la capacità di sviluppare tutta la propria originalità con convinzione, andando oltre il normale mestiere.

La storia si centra sulla descrizione del macigno che devono sopportare le mogli dei militari: vivere nella paura che ogni telefonata, messaggio o notizia possa portare novità devastanti. Un contesto il loro ove si presume che le donne e, con esse le famiglie, debbano avere la forza, la dirittura ed il coraggio morale e materiale di mantenere una “facciata” equilibrata continuando a fare la normale vita di sempre. L’analisi non va però oltre la mera superficie e non entra nella profondità di questo duplice e difficile ruolo, pur catturando e cogliendo che è nella routine del vivere quotidiano che queste mogli e madri esorcizzano l’ansia, la paura e l’assenza.

Cattaneo gioca molto sui conflitti di carattere e di cultura fra le due protagoniste, traendo dai loro diversi approcci nella direzione del coro e nell’affrontare la vita, spunti ironici a tratti anche esilaranti, ed è allora che il film prende il volo, ma, purtroppo non sempre sostenuto da adeguata sceneggiatura non pochi sono anche i momenti di stanca in cui la miscela non regge, ed allora il film scricchiola un bel po’. A soccorrerlo entrano però in gioco la bravura delle due protagoniste, entrambe ottime nel recitare con il giusto equilibrio di humour e di emozioni, dando così un vero spessore ai loro personaggi, salvandoli dalla mera rappresentazione di genere.

Military Wives è dunque un discreto prodotto di genere che non aspira, in realtà, ad essere altro che ciò che è: un mix di pathos, sorrisi, ironia e, ovviamente, musica. Una piccola commedia inglese in cui non c’è nulla di nuovo o che non si sia già visto ed apprezzato. Ciò non di meno, il film ricorda tanto quelle musichette accattivanti che continuano a risonarci piacevolmente dentro ancora per un po’ anche se tanto semplici e tanto banali.

data di pubblicazione:19/10/2019