THE GARDEN di Zinnie Harris, regia di Lorenzo Lavia

THE GARDEN di Zinnie Harris, regia di Lorenzo Lavia

(Teatro Belli – Roma, 8/10 novembre 2019)

Chiusi nel loro appartamento al quinto piano, Jane e Mac fanno i conti con il disastro causato dal cambiamento climatico ormai diventato irreversibile. La visione di un melo che nasce dal pavimento potrebbe riaccendere la speranza in qualcosa di bello.

 

 

È una serata particolare al teatro Belli di Trastevere, la sala si riempie in fretta e si ascolta un cicaleccio continuo ma disciplinato. Prendono posto in poltrona decine di ragazzi di un liceo romano, lo spettacolo è sul palco e in platea. Non capita spesso infatti – ma capita – di vedere tanti giovani a teatro tutti in una volta. Il tema della serata deve interessarli molto se sono qui, e se coinvolge loro coinvolge anche noi. Come in un immaginario prolungamento di una delle piazze che vediamo animate ultimamente in tutto il mondo dal movimento di protesta per il cambiamento climatico Fridays for Future, ci accorgiamo che The garden è in sintonia con la loro battaglia. Ed è anche venerdì sera.

La scena si svolge all’interno di un appartamento tutto grigio. Dello stesso colore sono vestiti i due protagonisti. L’atmosfera è triste, pesante. Jane (Arianna Mattioli) è seduta a terra davanti a un televisore che ininterrottamente trasmette il discorso di Greta Thumberg del Summit sul clima all’ONU dello scorso 23 settembre. È depressa e non esce di casa, parla poco avvolta nella sua vestaglia pesante, che la protegge dal mondo. Suo marito Mac (Lorenzo Lavia) da poco è stato preso a far parte di una sottocommissione che dovrebbe occuparsi di risolvere il disastro climatico in atto. Il problema è che non ci sono soluzioni al problema: ogni tentativo è un vuoto esercizio. I due non hanno figli, non hanno speranza. Per loro solo il palliativo delle pillole antidepressive e del vino, tanto vino, unico corroborante.

All’improvviso appare un bozzo dal pavimento di linoleum. È il germoglio di albero di melo spuntato per caso dal nulla o una visione connessa con la malattia mentale della donna? Di sicuro un pallido tentativo dell’immaginazione di sforzarsi di vedere il bello dove ormai non è più. L’azione si blocca davanti a questa verità: la mano dell’uomo ha distrutto ogni cosa vivente e non c’è possibilità per un nuovo Eden/giardino/speranza di poter crescere.

La coppia Mattioli/Lavia dimostra complicità sul palco pur manifestando una certa diversità nello stile di recitazione: silenziosa e intima lei, agitato e nervoso lui. Uno sbilanciamento forse dettato anche dal testo, che tuttavia offre spunto per riflettere sulla condizione del nostro pianeta e sulla posizione che dovremmo prendere rispetto alla crisi che ci sta investendo.

data di pubblicazione:09/11/2019


Il nostro voto:

SUBLIMI ANATOMIE

SUBLIMI ANATOMIE

(Palazzo delle Esposizioni – Roma, 22 ottobre 2019/6 gennaio 2020)

Per coloro che sono alla ricerca di qualcosa di sensazionale, al di fuori dai tradizionali circuiti museali della Capitale, si consiglia vivamente di visitare il Palazzo delle Esposizioni dove è in corso la mostra Sublimi Anatomie, un vero e proprio viaggio che dal passato ci porta al presente attraverso l’osservazione del corpo umano, mediante la presentazione di oggetti che costituiscono un mix di elementi scientifici e artistici al tempo stesso. Partendo dall’antichità, il percorso ci guida attraverso lo studio dell’anatomia umana: il corpo viene osservato non solo in superficie ma anche dissezionato nelle parti più intime diventando così oggetto strabiliante di studio sia per la medicina tradizionale che per gli artisti e i filosofi che lo hanno sempre considerato come elemento unico in natura proprio per la sua perfezione. Ecco così che nasce il concetto di Sublime, associato a quello più scientifico di Anatomia, che accomuna arte e scienza nella ricerca costante del sé e che trova particolare espressione nel Rinascimento quando, dalla contemplazione del corpo umano, si tendeva ad approdare a sfere completamente diverse che includono il concetto astratto del Bello e dell’Assoluto. Tra opere di artisti contemporanei quali Berlinde De Bruyckere, Chen Zhen, Dany Danino, Luca Francesconi, Marc Quinn solo per citarne alcuni, il visitatore potrà incontrare testimonianze di grande valore scientifico come i manichini anatomici ottocenteschi di Louis Thomas Jerome Auzoux, le tavole di studio di Jacques-Fabien Gautier d’Agoty nonché alcuni rari esemplari di cere anatomiche settecentesche facenti parte della collezione La Specola e gelosamente custodite presso il Museo di Storia Naturale di Firenze. Nella sala centrale del Palazzo è stato poi realizzato un vero e proprio teatro anatomico che costituisce un punto focale non solo per una serie di dibattiti sull’immagine del corpo ma che diventa anche un atelier di disegno per gli studenti dell’Accademia di Belle arti che posso avere così l’opportunità di esibirsi in performances creative prendendo come modelli sia le opere esposte che soggetti viventi. Questa iniziativa pone i visitatori in simbiosi con l’oggetto esposto, in una ricerca continua di qualcosa che va al di là della pura estetica e li introduce in un mondo più interiore che lascia sorpresi e affascinati.

La mostra è stata promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo con la collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il Polo museale dell’Università di Roma. Da non perdere.

data di pubblicazione:08/11/2019

dEVERSIVO scritto, diretto e interpretato da Eleonora Danco

dEVERSIVO scritto, diretto e interpretato da Eleonora Danco

(Teatro India – Roma 5/10 novembre 2019)

Il folgorante memoir di una one woman show. Meno aggressiva del solito, più lirica, più ripiegata su stessa.

La Danco rappresenta un esempio probabilmente unico nell’attualità teatrale nazionale. Fabbrica da sé i propri spettacoli, arrampicandosi su un testo ulceroso, autobiografico ma non del tutto, riassumendo nei suoi umori sconnessi il degrado di Roma e la confusione personale. Tanto tempo è passato dalle particine in film o fiction che non le appartenevano, La sua vera essenza sprigiona a teatro in una scena vasta che lei anima con movimenti suggeriti dal cambio di luci. Domina il testo fluviale, distribuito in un’ora di esibizione con la sola rutilante esibizione di rabbia con un lancio di sedie. L’attrice racconta la sconnessione di Roma con un viaggio nei quartieri raccontando la propria precarietà di attrice con siparietti comici particolari riassunti nell’incontro con impresari balzani e inaffidabili. E’ una storia del teatro raccontata attraverso metafore che testimoniano la dura coesistenza dell’arte (o del tentativo di essa) con le necessità materiali dell’esistenza. Dunque la scena è un modo per esorcizzare nevrosi, tic, ipocondrie con un cammino dal basso, condito di cammei, di dialetto romanesco, di qualche più o meno necessario turpiloquio. L’età ha temperato qualche spunto più radicale e nella sua drammaturgia circolano, inaspettati, persino momenti di lirismo, temperato dal gioco dell’ironia. Il segreto, anche nella recitazione, è non prendersi troppo sul serio. E la scommessa continua a funzionare visto la grande presenza di un pubblico insospettatamente inter-generazionale. La Danco viaggia sul suo singolarissimo tappeto volante, consapevole inventrice di un nuovo genere. Insieme autrice, regista, performer, la trinità che riassume con la sua personalità. Efficace nelle sue rituali conquiste, nel raccontare nuovi pezzi di vita. Puntualmente, ogni due/tre anni. Aggiungiamo che il tutto è ispirato all’opera di Robert Rauschenberg.

data di pubblicazione:08/11/2019


Il nostro voto:

PARASITE di Bong Joon-ho, 2019

PARASITE di Bong Joon-ho, 2019

Parasite di Bong Joon-ho vincitore della Palma d’oro al 72° Festival di Cannes è un film straordinariamente interessante e spiazzante. Una storia basata sullo scontro-incontro tra classi sociali ambientata a Seul, una commedia sociale nera con due famiglie protagoniste, una poverissima ma astuta e l’altra ricchissima e più ingenua, le cui vicende finiscono per intrecciarsi, secondo una serie inarrestabile di accadimenti ed imprevisti che toccano più tematiche e più generi, generando un affresco grottesco ed armonico al tempo stesso, perfettamente unico, dove ogni tassello ha un senso ed una identità. Straordinaria la colonna sonora del giovanissimo compositore Jung Jaeil in grado di enfatizzare le varie anime di questo capolavoro.

 

 

Ki-woo vive in un angusto appartamento sotto il livello della strada con i suoi genitori, Ki-taek e Chung-sook, e la sorella Ki-jung, sono molto uniti ma vivono di espedienti. Improvvisamente arriva l’opportunità: un amico gli offre la possibilità di sostituirlo come insegnante d’inglese a domicilio per la figlia di una ricca famiglia. E’ un lavoro ben pagato, in una villa meravigliosa e così improvvisamente il ragazzo entra in contatto con ricchezza e benessere. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, scaltramente riesce a far entrare all’interno della villa tutti i suoi familiari con false identità, dapprima la sorella come insegnante di educazione artistica per il figlio più piccolo, poi il padre come autista e poi la madre come domestica insinuandosi ancor più in profondità nella vita della famiglia benestante. Le due famiglie non sanno, però, che questo incontro è solo l’inizio di una storia drammatica, che porterà i Kim a introdursi sempre più nella routine dei Park, come un parassita fa con un organismo estraneo. Le due famiglie e le due realtà entreranno in una strana commistione che produrrà effetti inaspettati e devastanti.

Nell’era delle esasperazioni dei contrasti sociali, Parasite è un’eccellente lettura del nostro tempo, che Bong Joon-racconta in forma allegorica, alternando commedia, tensione e melodramma, attraverso un appagante cocktail di generi che va dalla commedia nera al dramma sociale, passando per il thriller ed il sentimentalismo. Il tutto in continuo divenire, attraverso salti e citazioni, densità e leggerezza, estetismo e splatter, senza tregua. Una vicenda apparentemente grottesca, originalissima ed efficace, in grado di descrivere con eccellente verosimiglianza le tristi dinamiche dell’ultima fase del capitalismo contemporaneo.

Parasite è in fondo una commedia senza risate, una tragedia senza veri cattivi, dove tutto porta ad un precipizio di violenza; ma quelle scale che scendono verso il baratro diventano poi anche simbolo di risalita ed espiazione cosi come la mistica inondazione che arriva improvvisa, trascinando e devastando, ma alla fine anche purificando da ogni scoria.

A Cannes il film ha vinto la Palma d’oro, mettendo d’accordo tutti i nove giurati guidati da Alejandro González Iñárritu.

Parasite è uscito all’inizio di giugno nelle sale coreane ottenendo risultati straordinari che si stanno ripetendo un po’ dovunque nel mondo. Da vedere il prima possibile.

data di pubblicazione:07/11/2019


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LA BELLE ÈPOQUE di Nicolas Bedos, 2019

LA BELLE ÈPOQUE di Nicolas Bedos, 2019

Victor (Daniel Auteuil) un sessantenne disilluso ed annoiato dalla vita e dal mondo tecnologico che lo circonda, è sbattuto fuori casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant) che, per quanto coetanea, vuole invece vivere intensamente la sua età e lo tradisce. Victor coglie allora l’opportunità (tramite un’agenzia che usando perfette ricostruzioni cinematografiche ricrea il passato che i suoi clienti decidono di rivivere) di tornare nel 1974 quando incontrò proprio Marianne. La splendida Margot (Doria Tillier) è l’attrice che impersona il suo amore di allora … ma l’Amore non ha età …

 

”Et voilà du veritable Cinéma!”… ecco questo è buon Cinema! Se per Cinema si intende spettacolo, divertimento, tenerezza, fantasia e capacità di far sognare e commuovere. Non c’è quindi solo Hollywood, talora ci riescono bene anche i francesi, e … perché noi no?

Nicolas Bedos, figlio d’arte, talentuoso sceneggiatore, drammaturgo ed attore nonché anche compagno della splendida D. Tillier, dopo il discreto successo di Un Amore sopra le righe suo debutto nella regia nel 2017, torna di nuovo dietro la cinepresa con questa sua opera seconda regalandoci una pregevole commedia dal respiro romantico, passionale ed armoniosa.

Un elogio della nostalgia e della fuga, ma, soprattutto un elogio dell’Amore. L’autore si interroga infatti con garbo, ironia e leggerezza sulla vita che scorre, sul tempo che passa e che è passato e su ciò che rimane ancora, ed anche del futuro, e, lo fa traendo brillantemente spunto dall’incredibile opportunità del suo protagonista di poter “rivivere” e “vivere” momenti ed emozioni del passato.

La fluidità della sceneggiatura, della regia e del montaggio fanno sì che la storia fluisca armoniosamente senza che lo spettatore si perda fra il presente ed il falso passato, fra commedia e dramma, e, soprattutto fanno anche sì che le due realtà si fondano e corrispondano costantemente. La capacità e l’abilità del direttore è proprio nel non scivolare nella trappola dell’elogio amaro del buon tempo passato o della giovinezza o nel patetico amor senile. Qui Bedos è veramente bravo a giocare sempre sui vari livelli di lettura restando pur sempre padrone della storia grazie alla dinamicità della sua regia capace di toccare il tasto delle emozioni sapendo però come lasciarle un attimo prima che esse ci sommergano.

Come detto la sceneggiatura è perfetta, i dialoghi sono ottimi con battute precise, calibrate e cesellate che danno anima vera ai personaggi, il montaggio poi,va ribadito, è così sopraffino che il passaggio fra le varie epoche avviene sovrapponendo parole e sequenze in un gioco talentuoso di elissi continue. I personaggi infine incarnano veramente la vita e, come nella vita, si attraggono e si respingono con un tocco di ironia onnipresente e Bedos dirige magnificamente gli attori che li interpretano. E che attori! Alcune icone del cinema francese e nuove leve in stato di grazia. Su tutti: D. Auteuil da tempo lontano da un ruolo così giusto e così ben recitato, poi F. Ardant brava, fascinosa ed autoironica ed infine la bellissima e dotata D. Tillier, la musa del regista, che illumina lo schermo dando personificazione reale ad un ideale femminile davanti al quale si può restare estasiati.

La belle époque è la conferma della vitalità della cinematografia francese ed è un piacere vederlo, un film pregevole, tenero e vivace da non perdere. Una dolce love-story, romantica, divertente e ricca di ironia pungente e di emozioni.

data di pubblicazione:07/11/2019


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BOX CLEVER di Monsay Whitney, regia di Giorgina Pi

BOX CLEVER di Monsay Whitney, regia di Giorgina Pi

(Teatro Belli – Roma, 5/6 novembre 2019)

Una donna sola con una figlia di cui prendersi cura. Una famiglia ostile dalla quale prendere le distanze, come da quella società che la spinge ai margini.

 

Se capita di incontrare per strada una tipa come Marnie l’istinto è quello di evitarla. Dice parolacce, bestemmia, è vestita male e fuma, probabilmente fa uso di droga. Sembra matta, una di quelle pericolose, violente, che per un nulla ti attaccano improvvisamente per il gusto di sfogare la loro rabbia. È nata nella parte sbagliata di Londra, a sud del Tamigi, dove un tempo venivano stipati ospedali psichiatrici e carceri. Il fiume spesso esondava da quelle parti, trascinando con sé immondizia e topi. Nel DNA di chi è nato lì c’è tutto questo disagio, siamo in periferia. Se poi non sei ricco il tuo destino è quello di arrangiarti, di cercare di vivere al meglio la tua giornata. Sei un facile bersaglio per gente deviata e pericolosa, ma anche di istituzioni mal funzionanti e ipocrite. Marnie, che non è affatto un’eroina, da tutto questo deve difendersi, da sola.

Box clever è uno spettacolo crudo, realistico, diretto e straordinariamente teatrale. È un lungo monologo che alterna momenti di riflessione a dialoghi mentali, con personaggi proiettati su uno schermo azionato dall’attrice in scena. I diversi registri – da quello sarcastico a quello drammatico – rendono l’azione dinamica e mai monotona. La regia riflette questa dinamicità: attenta ai movimenti dell’animo del personaggio ne riflette la spiazzante verità, ma senza scivolare mai in un manierismo simbolico. L’interprete – Gaia Insegna – è straordinaria, commovente, trascinante e sopra ogni cosa vera.

data di pubblicazione:06/11/2019


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L’ETÁ GIOVANE di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2019

L’ETÁ GIOVANE di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2019

Finalmente è arrivato nelle sale italiane L’età giovane dei fratelli Dardenne, presentato come evento speciale fuori concorso alla Festa del cinema di Roma nella Sezione Alice dopo aver vinto il premio per la miglior regia a Cannes. I registi colpiscono ancora nel segno raccontando una delle loro intense storie di minori (Il ragazzo con la bicicletta, Rosetta, L’enfant-Una storia d’amore), per rivolgersi invece al mondo degli adulti.

Ambientato in Belgio, il film parla dei turbamenti adolescenziali del “giovane Ahmed” (come il titolo originale, Le Jeune Ahmed, recita), un tredicenne musulmano in lotta con se stesso, combattuto tra gli ideali religiosi forzatamente instillati dal suo imam e i turbamenti tipici della sua età, solitamente piena di interrogativi, che tuttavia non possono non apparire ai suoi occhi “offuscati” come richiami ad una vita non pura.

L’età giovane è decisamente un film contro qualsiasi forma di integralismo, soprattutto se a farne le spese sono le nuove generazioni. Ahmed pianifica l’omicidio della sua insegnate in quanto accusata di apostasia da Youssouf, il suo imam, che continuamente gli parla della necessità di castigare chi non rispetta le regole, arrivando anche ad esaltare la figura del cugino di Ahmed come un eroe per aver immolato la sua giovane vita in nome di Allah.

Da spettatori non si riesce ad essere indulgenti nei confronti di questo adolescente, seppur vistosamente debole, e si prova rabbia per quella sua granitica ostinazione nel voler commettere un omicidio che egli ritiene “giusto”; tuttavia, attraverso le sue vicende, il film ci parla di plagio e di cattivi maestri, che purtroppo sanno a volte essere molto più convincenti di quella parte buona della società che talvolta non ha argomenti altrettanto persuasivi per dissuadere un giovane fanatico dal portare a termine il suo folle piano.

L’irriducibilità del protagonista pesa come un macigno e la sapiente regia dei fratelli Dardenne ce ne fanno sentire il carico, detestabile e fastidioso, attraverso la fissità del suo sguardo, la rigidità del suo corpo anche quanto pratica sport con i compagni di scuola, il suo netto rifiuto verso qualsiasi forma di contatto fisico con il mondo femminile, perché anche un abbraccio o una semplice stretta di mano rappresentano degli atti contrari ai suoi ideali di purezza.

Eppure questa pellicola riesce a generare un conflitto interiore di sensazioni contrapposte, attraverso le quali si può giungere a riflessioni che ci portano a condannare i reali carnefici e ad assolvere le vere vittime, passando da una mancanza totale di empatia verso il protagonista al perdono.

data di pubblicazione:04/11/2019


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ROMA EUROPA FESTIVAL A quiet evening of dance – di William Forsythe

ROMA EUROPA FESTIVAL A quiet evening of dance – di William Forsythe

(Teatro Olimpico – Roma, 30/31 ottobre 2019)

Due serate all’insegna della danza contemporanea andate in scena il 30 e il 31 ottobre al Teatro Olimpico di Roma. William Forsythe, coreografo statunitense di fama internazionale, è tornato nella capitale per presentare il suo A quiet evening of dance, nell’ambito dell’edizione 2019 del Roma Europa Festival.

 

In scena nove danzatori impegnati a presentare una panoramica del balletto accademico e dello storico percorso creativo del coreografo: una prima parte in assoluto silenzio in cui assoli e duetti costruiti sul respiro, costruiscono forme e immagini geometriche neoclassiche, mentre la seconda parte sulle note di Rameau ne esaspera i contenuti e le dinamiche. Le costruzioni coreografiche mantengono un realismo gestuale sempre dialogante con il corpus classico anche se aperto a commistioni con altri generi.

Lo spettacolo che ha debuttato al Sadler’s Wells London il 4 ottobre dello scorso anno ed è risultato vincitore del premio per la Danza Fedora – Van Cleef & Arpels 2018, si compone di cinque composizioni, incluse due nuove creazioni.

A quiet evening of dance rappresenta uno dei pezzi forti di William Forsythe, uno spettacolo creato dal coreografo per mostrare al pubblico come lui stesso intende costruire un balletto, a volte un po’ troppo didascalico e poco avvincente, attraverso i propri processi mentali di elaborazione e trascrizione in scena; l’intento di Forsythe è quello di mostrare al pubblico le posizioni e le geometrie alla base del balletto classico, facendole vivere sul palco attraverso le pulsazioni dei danzatori.

data di pubblicazione:04/11/2019

IL MIO PROFILO MIGLIORE di Safy Nebbou, 2019

IL MIO PROFILO MIGLIORE di Safy Nebbou, 2019

Claire (Juliette Binoche) professoressa universitaria, divorziata e madre di due figli, ancora attraente ma disillusa e bisognosa di amore, si inventa un falso profilo e, grazie a questo sotterfugio, fa innamorare e si innamora a sua volta del giovane Alex (Francois Civil) giovane fotografo coetaneo dell’amante che l’ha appena abbandonata. Nell’irrealtà virtuale tutto funziona al meglio fino al giorno in cui la realtà impone prese di coscienza crudeli…

 

Come non ci stancheremo mai di ribadire il cinema francese ci regala ancora una volta, l’opportunità di apprezzare quanto i bei ruoli di donna dominino la cinematografia di oltr’Alpe, e quanto la presenza e l’interpretazione carismatica di un’attrice in stato di grazia facciano poi la vera differenza.

Il nuovo film di Nebbou, versatile cineasta e sceneggiatore francese, ci regala infatti un ritratto di una complessa e fragile bella cinquantenne, affermata professionalmente che è però alle prese con la perdita progressiva di identità, con l’invecchiamento, con l’abbandono, con la passione ed il desiderio amoroso e fisico. Così facendo il regista esplora con precisione e finezza la deriva della nostra epoca schizofrenica costantemente presa fra il gusto per la trasparenza ed i mille compromessi con le verità, aprendosi così alle tematiche del “doppio”, delle messe in scena, delle ambivalenze, dell’amore impossibile, dell’età che avanza, dell’accettazione di se stessi, del fascino illusorio dei rapporti virtuali ed alle connesse e distruttive implicazioni psicologiche. Claire è infatti una donna che vuole avere ancora la sensazione di vivere, amare, desiderare ed essere amata e desiderata, in una parola: vuole ancora credere alla felicità!

Su questi temi di non poco conto, molto attuali e, per di più non insoliti per il Cinema, il nostro regista è molto abile nel non cadere nel banale e nel non percorrere sentieri già segnati, anzi, al contrario è bravo nel tessere ed articolare un racconto ove realtà, illusione e finzione si intrecciano e corteggiano fra loro, agendo e lavorando su doppi/tripli piani mentali e narrativi proprio perché infinite possono essere anche le proiezioni amorose.

Tutto passa per i sorrisi accennati o luminosi, le lacrime trattenute o le più vere della Binoche che veramente illumina costantemente lo schermo ed è capace di offrire allo spettatore con pari naturalezza sia la bellezza di un volto luminoso di speranza, sia le rughe, le ombre di un volto senza trucco segnato dall’angoscia. Un ruolo, un personaggio a doppio volto che l’attrice rifinisce ed impreziosisce con una presenza fisica generosa ed una capacità di analisi psicologica di rara profondità tanto è umana ed autentica nelle tante sfaccettature. Una Binoche dai mille volti, dalle mille espressioni, in uno dei suoi migliori ruoli ed interpretazioni. Bella e commovente, ostinata e fragile, sofferente e gioiosa, intrigante e desiderabile. Le tiene testa e la asseconda una altrettanto carismatica Nicole Garcia parimenti intensa nel ruolo della psicanalista che rappresenta lo sguardo di noi spettatori sulla storia. Con queste due grandi donne ed attrici non sfigura il giovane e promettente Civil, l’oggetto del desiderio di amore.

La Binoche dunque sostiene e da vera consistenza alla storia ed al film, ma va anche detto che il regista è altrettanto intelligente nel sapersi mettere da parte davanti alla prestazione dei suoi attori, curando invece con efficacia, come in un thriller psicologico di tutto rispetto, il dipanarsi ed intrecciarsi delle false piste e, con loro, i diversi punti di vista sul personaggio e sulle sue ferite profonde.

Il mio profilo migliore è un film più che discreto con un’ottima sceneggiatura, un montaggio perfetto, dialoghi intelligenti e ben calibrati, riprese ottime e anche virtuosismi. Fra i difetti segnalerei una lentezza narrativa soprattutto nella prima parte e poi, se difetto può definirsi, una mancanza di empatia verso la vicenda narrata. Troppa razionalità Cartesiana uccide le emozioni. Troppa mente, poco cuore! Una grande Binoche ed una storia intrigante e sconvolgente con un finale aperto, una storia di amore vista come un thriller, perché dopotutto …” ma sappiamo veramente chi amiamo, allorché amiamo … ai tempi della realtà virtuale? “

Se il gioco vita e virtuale vi intriga e volete vedere di nuovo giocare la realtà virtuale ed il cuore in modo più accattivante ed ironico, e … veder invece vincere il cuore e la passione sulla mente, andate allora a vedervi e godervi La belle époque quando uscirà!

data di pubblicazione:02/11/2019


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THE GARDEN di Zinnie Harris, regia di Lorenzo Lavia

PROGETTO ALAN BENNETT di e con Luca Toracca

(Teatro Belli – Roma, 1/2 novembre 2019)

Luca Toracca a confronto con Bennett. Due monologhi pescati nell’esilarante raccolta del drammaturgo inglese Talkings Heads: Una patatina nello zucchero e Aspettando il telegramma.

 

 

Questo Festival ha diversi meriti. Quello di avvicinare realtà artistiche che si trovano attive perlopiù altrove ne è uno. Per una sera Roma diventa il centro di scambio di esperienze e palcoscenico di esperimenti. Veder recitare allora Luca Toracca – cofondatore del Teatro dell’Elfo di Milano – sul palco del teatro Belli dei pezzi di Bennett è un’occasione unica.

Si comincia con Aspettando il telegramma, una storia che vede protagonista Violet, un’anziana signora costretta su una sedia a rotelle in una stanza di una casa di riposo. Il suo mondo è fatto di ricordi sbiaditi e di personaggi che le girano intorno quotidianamente: dall’infermiere che poi si ammala di polmonite al figlio che va a trovarla ogni tanto, dalla donna delle pulizie di colore con il grembiule giallo alla vicina di letto. È il giorno del suo compleanno e le dicono che un telegramma con gli auguri della regina sta per arrivare.

Il secondo monologo, Una patatina nello zucchero, racconta di Graham, un uomo oltre la quarantina in cura in un Centro di Igiene Mentale, e di sua madre con la quale vive una morbosa convivenza. A scatenare la gelosia del figlio è Mr Turnbull, un ex spasimante della donna, che riappare improvvisamente a sconquassare per un attimo la normalità della coppia madre-figlio. Sul finale tutto torna com’era, e l’incidente si rivela nient’altro che un’inezia, una patatina finita per caso nel barattolo dello zucchero appunto.

Spicca nella grammatica del testo il discorso diretto riportato dai protagonisti. Nulla di quello che si racconta accade sulla scena: tutto è già avvenuto fuori, lontano nel tempo e nello spazio. Temi, storie, personaggi, luoghi e situazioni sono presi dall’ordinario della vita, dove per ordinario si intende quanto di più scontato e di banale possa succedere a chiunque. La comicità di Bennett si nutre di questa ordinarietà e la solitudine degli individui che ritrae ne diventa espressione inconsapevole. Violet e Graham non sono coscienti di essere buffi o ridicoli davanti al pubblico a cui costantemente si rivolgono: se lo fossero probabilmente smetterebbero di parlare imbarazzati. Luca Toracca sacrifica quanto di comico può venir fuori da questi personaggi per un’interpretazione che calca invece la mano più sul lato drammatico delle loro esistenze. Così Violet è una vecchina simpatica ma malinconica, mentre Graham è comicamente isterico ma talmente solo da generare compassione. Fanno ridere, ma anche riflettere. Come ricorda l’attore, prendersi cura delle persone anziane è importante: i vecchi sono la nostra storia e sono da amare, dirà nella commozione alla fine del primo monologo.

data di pubblicazione:02/11/2019


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