THE MATCH BOX di Frank McGuinness, regia di Carlo Emilio Lerici

THE MATCH BOX di Frank McGuinness, regia di Carlo Emilio Lerici

(Teatro Belli – Roma, 28 novembre/1 dicembre 2019)

The match box – la scatola di fiammiferi. Sola su un’isola della Contea di Kerry – Irlanda – una madre racconta il dolore della scomparsa della figlia.

Bruciano uno dietro l’altro i fiammiferi della scatola che Sal tiene in tasca. Come in un rituale ripete all’infinito il gesto di accenderli che appare fin da subito ossessivo, nevrotico. In quella fiamma che divampa e scompare in pochi secondi c’è tutto il suo tormento, il suo inferno nell’odore di zolfo che sale pungente al naso. Non capiamo perché all’inizio, ma sentiamo disagio davanti a questa donna minuta, vestita in modo semplice, comune. C’è qualcosa di terribile che si nasconde dietro questa aria anonima, qualcosa di indicibile. La solitudine che la circonda è sconfortante. Più che sola capiamo che vive isolata. Unico pezzo di arredamento nel buio cottage in cui si trova una sedia. Persino la finestra è spettrale, troppo alta perché ci si possa affacciare per vedere cosa succede fuori, ottima per difendersi dagli occhi indiscreti di chi vorrebbe sbirciare all’interno. Eppure si vedono le nuvole che corrono in cielo e tracciano lo scorrere del tempo. La luce che penetra regala un’atmosfera crepuscolare e silenziosa, quella dell’Irlanda che si affaccia sull’oceano. È da queste zone che proviene la famiglia di Sal, ma al tempo dei fatti vivevano tutti in Inghilterra: lei, i suoi genitori e l’unica figlia di dodici anni, Mary. Un brutto giorno proprio Mary, tornando da scuola, rimane uccisa da un proiettile vagante. C’era stata una sparatoria tra fratelli, probabilmente interessati nel traffico di stupefacenti. In città è quello che si diceva. Da quel momento Sal smette di vivere. Il dolore è fin troppo grande e paralizzante, non riesce neanche a piangere per quanto è scossa. Non riesce a darsi pace; a nulla servono le cure delle amiche e l’appoggio della madre. Fino a che un giorno non è lei stessa a farsi giustizia da sola. In fondo cosa ci vuole? Un fiammifero nel pagliaio, un po’ di zolfo e poi però bisogna tenere la bocca chiusa. Così eccola lì, sola a ricordare, a convivere con il suo dolore. Francesca Bianco, la nostra Sal, interpreta magistralmente questa storia, restituendoci un personaggio autentico, credibile. Con la sua recitazione controllata, mai esagerata, grazie a una regia essenziale e composta, ci tiene incollati alla poltrona per tutto lo spazio del lungo monologo, senza annoiare e soprattutto regalandoci grande emozione e trasporto per questa triste storia.

data di pubblicazione: 29/11/2019


Il nostro voto:

VINCENT VAN GOGH di Stefano Massini, regia di Alessandro Maggi

VINCENT VAN GOGH di Stefano Massini, regia di Alessandro Maggi

(Teatro Vascello – Roma, 26 novembre/1 dicembre 2019)

Alessandro Preziosi veste i panni dell’artista olandese Vincent Van Gogh. Una versione di alta poesia e intensa analisi del periodo di reclusione in manicomio del grande pittore.

Si apre il sipario e il colore bianco della stanza dell’ospedale psichiatrico di Saint Paul de Manson, in cui è rinchiuso Van Gogh, abbaglia e cattura. L’odore assordante del bianco è il sottotitolo dello spettacolo. Il rimando a una dimensione fisica, percettiva, sensoriale è immediato e la tinta bianca delle claustrofobiche pareti contrasta di netto con le rughe di pittura coloratissima e vivace che siamo soliti ricordare nei quadri del pittore olandese. La battaglia è annunciata e il campo di combattimento, un grigio e gelido pavimento inclinato vertiginosamente, è pronto. Il conflitto si svolgerà tra lo smodato desiderio di libertà – sia creativa che esistenziale – dell’artista e il rigido carcere dove è costretto, nel quale è proibito tutto, anche dipingere, perché “l’arte agita, turba, eccita”. L’episodio che scatena l’accusa di pazzia è legato alla relazione artistica con Gauguin, con cui viene a trovarsi in disaccordo fino ad attaccarlo, presumibilmente, con un rasoio (sarà Van Gogh invece a rivolgere la lama contro di sé e a recidersi il lobo dell’orecchio sinistro). Viene quindi ricoverato a Saint Paul per essere curato. Siamo nel 1889 ad Arles in Francia, un anno prima della sua morte, nel periodo di massima espressione del suo genio artistico, sollecitato dai caldi colori e dagli sconfinati paesaggi della Provenza e dai visi della gente del posto. Tutte queste immagini mancano però alla visione dello spettatore, e l’impossibilità del gesto creativo si trasforma in un’intensa evocazione poetica.

La resa drammaturgica di Massini e la penetrante interpretazione di Alessandro Preziosi scavano in questa direzione e trascinano fuori dal personaggio, lacerandolo in sublime maniera, le reali motivazioni del suo dipingere e del suo vivere. Il pittore è il tramite, la porta attraverso la quale la realtà, una tavolozza di violenti colori, entra e si riflette sulla tela bianca. Di bianco abbiamo detto è costruita la scena, mancano i tubetti di vernice per colorarla. Anche la pianta che sboccia dal pavimento ha fiori dai petali bianchi. Manca la possibilità di espressione, di comunicazione. Le continue allucinazioni e le fissazioni della sua mente – non capiamo se la presenza del fratello Theo, venuto a fargli visita da Parigi, sia reale oppure no – peggiorano solo la sua condizione rispetto all’ottuso Dottor Vernon-Lazàre che lo ha in cura. Ci vorrà l’intervento del direttore dell’istituto, il Dottor Peyron, per riscattarlo dalla sua condizione e riabilitarlo a una vita normale. È qui allora che la scena si colora di quel giallo cromo tipico dei suoi dipinti e della sua immaginazione creativa.

data di pubblicazione: 28/11/2019


Il nostro voto:

THE MATCH BOX di Frank McGuinness, regia di Carlo Emilio Lerici

JUDITH di Howard Barker, regia di Massimo Di Michele

(Teatro Belli – Roma, 25/26 novembre 2019)

Giuditta è una donna che per salvare il suo popolo uccide il nemico Oloferne, assetato di morte e di potere. La storia biblica raccontata attraverso lo sguardo interiore e visionario di Howard Barker.

 

 Cade il 25 novembre, forse non a caso, la prima di Judith, in perfetta coincidenza con la giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza contro le donne. La storia è conosciuta: nella notte che precede la grande battaglia che vedrà Oloferne attaccare i Giudei, Giuditta e la sua serva si recheranno nella tenda del generale dell’armata assira per sedurlo e poi ucciderlo, scongiurando così l’attacco.

Una fitta aria di morte si respira sulla scena, luogo non-luogo della mente. La notte è tremendamente buia e avvolge tutto in una danza febbrile di cattivi pensieri. La realtà si deforma nell’interiorità dei personaggi. Oloferne, nell’interpretazione del bravissimo Giuseppe Sartori, è colto nel suo delirio di onnipotenza, preda di cupi ragionamenti sulla morte e sul potere che assoggettata a lui chiunque. Stretto nell’orgoglio di sé stesso, l’uomo è incastrato nel male che ha costruito, come il corpetto che gli stringe il ventre, soffocandolo nella voce e nell’esistenza. È già morto prima ancora che la donna gli stacchi la testa.

Giuditta – la splendida Federica Rosellini – è lì per compiere il gesto che darà libertà a lei e alla sua gente. È lì per difendersi dalla menzogna che esso rappresenta, quella di credersi un dio, padrone indiscusso e incontestabile del giudizio di vita o di morte sugli altri. Un po’ come il falso diritto di cui si arrogano coloro che fanno violenza alle donne appunto. Decidersi di ferire il colpo non è facile, non per lei. Ci vuole giusto disgusto per il tiranno, assumere una posizione distanziata da lui, come nella celebre immagine dell’eroina in Caravaggio. Ma nello stesso tempo però occorre che i due si conoscano e si avvicinino, affinché vittima e carnefice si scambino di posto. Giungere a compiere l’atto di giustizia è per lei come addentare la scorza amara e pungente di un limone – di cui ne è pieno il pavimento della scena – per arrivare poi a berne il succo, che purifica e disinfetta. È necessario che Oloferne muoia, come ricorda la serva (Aurora Cimino) alla sua padrona. Non merita quella pietà che egli rifiuta di provare per alcuno.

Giuditta ribalta la scena della passione e del delitto – lo fa anche fisicamente rovesciando il divano rosso al centro del palco – con la sola forza del suo coraggio femminile, sfidando lo strapotere del maschio Oloferne, nuda e vulnerabile ma comunque dignitosa, pura come la sua pelle bianca.

data di pubblicazione:26/11/2019


Il nostro voto:

ROMA EUROPA FESTIVAL Ritorno a Reims – di Thomas Ostermeier

ROMA EUROPA FESTIVAL Ritorno a Reims – di Thomas Ostermeier

(Auditorium Parco della Musica sala Petrassi – Roma, 20/23 novembre 2019)

Un progetto europeo di ampio respiro quello di Thomas Ostermeier, uno dei più importanti registi tedeschi della scena europea, già presentato con successo in Francia, in Inghilterra e in Germania: il medesimo testo, Ritorno a Reims, tratto dall’omonimo saggio che il sociologo francese Didier Eribon ha pubblicato nel 2009, con una differente riscrittura della drammaturgia in ogni paese europeo in cui viene rappresentato per tener conto della realtà politica e sociale nazionale, in stretta collaborazione con il teatro e gli attori chiamati in causa. Un progetto che in Italia ha visto coinvolto il Piccolo Teatro di Milano e la coproduzione del Roma Europa Festival che ha ospitato lo spettacolo all’interno del Festival dal 20 al 23 novembre, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

 

Siamo in uno studio di registrazione e l’attrice Sonia Bergamasco sta lavorando al commento sonoro di un documentario dedicato allo stesso Eribon. Accanto a lei, il regista, interpretato da Rosario Lisma, e l’ingegnere del suono, Tommy Kuti.

Scorrono le immagini e la voce narrante della Bergamasco accompagna il viaggio del filosofo verso la sua città natale, Reims, da cui manca da decenni, da quando ha intrapreso la carriera universitaria, viaggio compiuto per rivedere la madre, rimasta sola a seguito anche della morte del padre con il quale Eribon aveva da tempo troncato ogni relazione.

Da questo ritorno e dall’incontro con la madre prende inizio un percorso a ritroso negli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della gioventù. Eribon ricostruisce la propria storia di figlio di operai, gay, schiacciato dalla doppia discriminazione, sociale e sessuale, ripercorrendo le proprie scelte ed i conseguenti gradi di separazione adottati verso i familiari e verso la politica.

Nel confronto con il passato, Eribon si scontra con i lati oscuri della società contemporanea, il declino delle ideologie e le delusioni delle classi borghesi e proletarie che hanno portato all’avanzata della destra populista del Front National, traendo spunto dalla vita privata per raccontare la Francia contemporanea.

Ritorno a Reims è la storia di un distacco durato per 20 anni e di una riconciliazione con il passato e con la madre che di li a poco morirà, mentre il treno corre e rivivono gli scorci di fabbriche e case popolari oramai in abbandono. Ma non c’è solo una storia da raccontare in quello studio di registrazione; ad essa si sovrappone il presente e le storie dei tre personaggi che portano in scena se stessi: Sonia, Rosario, Tommy. Parallelamente alla vicenda di Eribon dunque c’è il loro vissuto personale ed inevitabilmente nascono domande alla vista di spezzoni di realtà passata e recente. Che fare per cambiare le cose? Cosa fa e cosa può fare ognuno di noi?

Ed ecco allora che anche le immagini proiettate si sovrappongono ed i confini della storia si allargano. Passano fotogrammi di dimostrazioni, pro e contro, si scorge l’immagine di Mitterrand alla prima elezione come Presidente della Repubblica francese, ma poi si individua il volto di Berlinguer, la situazione italiana, con filmati storici e gli ideali del ‘68, fino a una deriva sempre più a destra, sostenuta dalle classi cosiddette operaie e meno agiate, l’ascesa della Lega e i cortei contro Salvini.

Che fare, dunque? Se lo chiede la bravissima Sonia Bergamasco, se lo chiede il regista Rosario Lisma, se lo chiede il Tecnico del suono Tommy Kuti, che si dichiara nigeriano-italiano, e porta il suo vissuto di emigrato nero e di rapper. E il pubblico viene coinvolto in prima persona.

Tutti personaggi in cerca di identità, perché nessuno può tirarsi fuori e la responsabilità è di tutti..

Ed all’interrogativo su cosa ognuno di noi può fare per evitare tutto questo, Rosario Lisma risponde mostrando su youtube il video registrato a Mazara del Vallo, quando in aprile aveva parlato ai suoi concittadini in risposta a un comizio di Salvini.

Lo spettacolo è finito ed il messaggio è arrivato forte e chiaro: potrà essere certamente considerato di parte, ma è la voce di una coscienza che non può più far finta che sia solo una rappresentazione.

data di pubblicazione:26/11/2019

I RACCONTI DEL CUSCINO

I RACCONTI DEL CUSCINO

Venerdì 22 novembre 2019 lo store di Alessandra Giannetti, sito in Roma a piazza Capranica 94, ha ospitato la performance I racconti del cuscino, tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice e poetessa giapponese Sei Shonagon, per la regia di Rossano Giuppa e portato in scena da Giulia Gallo e Massimo Bracciolino.

I 317 capitoli dei Racconti riflettono la raffinatezza della cultura Heian nel momento del suo massimo splendore in una sorta di diario intimo in cui la poetessa, nonché dama di corte legata alla principessa Sadako, annota le sue impressioni/riflessioni sui riti e costumi dell’epoca alternandoli a descrizioni di persone e luoghi, rievocando amori e celebrando la bellezza della natura in uno stile leggero, raffinato ed elegante come gli antichi kimono, indossati per l’occasione dagli interpreti, messi a disposizione da Alessandra Giannetti da sempre legata alla cultura giapponese. L’evento, molto suggestivo, ha avuto come cornice la collezione A/I della designer, che da sempre riesce ad armonizzare forme e codici maschili e femminili, coniugando spunti distanti ma memori della materia e del piacere di un manufatto rispettoso, pensato in ogni minimo particolare e semplicemente naturale.

data di pubblicazione:25/11/2019

SPETTRI di Henrik Ibsen, traduzione, adattamento e regia di Giuseppe Venetucci

SPETTRI di Henrik Ibsen, traduzione, adattamento e regia di Giuseppe Venetucci

(Teatro di Documenti- Roma, 15/24 novembre 2019)

Un classico della drammaturgia ibseniana, carico di ambiguità e di dissimulazioni. Due ore di spettacolo teso e sobrio, proposto con apprezzabile filologia teatrale e rispetto del testo originale.

Nella suggestiva location di un piccolo teatro storico sfilano i cinque protagonisti di un autore molto rappresentato, tutt’altro che passato nel dimenticatoio teatrale. Sala lunga e stretta, a contatto di pubblico dove i protagonisti recitanti si producono nell’affabulazione e poi si siedono, pazienti, in attesa della loro successiva entrata in scena. Ma attenti anche in situazione di pausa, ad abbozzare nuove caratteristiche che appartengono alla loro profondità. L’apparente verità si colora con l’apparire delle menzogne e di tante situazioni irrisolte, legate a paternità incerte. Realtà fatta di spettri e di ribaltamenti perniciosi. Una virtuale macchina del fango messa in moto dalla ricerca della verità. Un moto quasi inconsapevole provocato dallo sviluppo degli eventi. Rivelazione chiama rivelazione in un vortice che non sembra mai fine, in un processo dialettico in cui il personaggio inizialmente sbozzato si riconvertirà in uno completamente diverso nella catarsi teatrale. Spettacolo ricco di pathos. L’attualità di Ibsen sta nel delineare un mondo completamente privo di certezze, sin dal piccolo nucleo familiare. Tragedia in cui si intravedono baluginii proto-femministi ben in linea con l’autor di Casa di Bambola o Hedda Gabler. Siamo all’interno di uno spaccato borghese con molti derivati ottocenteschi di cui, volontariamente, non ci si sbarazza fino in fondo, per scrupolo di fedeltà e di corretta adesione alle tematiche dell’autore. Spettri come fantasmi e minacce. Opinioni, credenze, pregiudizi e decisioni in atto. Se il teatro è conflitto qui lo scioglimento emotivo è propedeutico alla messa in moto di un rigoroso groviglio di scoperte variamente metabolizzate dai protagonisti. Non tutto è come sembra, non tutto sarà eguale a prima.

data di pubblicazione:24/11/2019


Il nostro voto:

FURORE di John Steinbeck, adattamento di Emanuele Trevi, con Massimo Popolizio, musiche eseguita dal vivo di Giovanni Lo Cascio

FURORE di John Steinbeck, adattamento di Emanuele Trevi, con Massimo Popolizio, musiche eseguita dal vivo di Giovanni Lo Cascio

(Teatro India – Roma, 19 novembre /1 dicembre 2019)

Non un semplice reading, una struttura composta di 80’ con foto, creazioni video, le stesse impennate acustiche conditi da virtuosismi dell’attore in scena..

Inaspettato recupero di Steinbeck, cantore prima giornalistico poi letterario, di una crude temperie della società americana. Migranti ante litteram in cerca di una difficile terra promessa, la California. Pane amaro con una metafora di estrema attualità rispetto alla realtà di oggi. Popolizio definisce “un’operina” il lavoro composito realizzato in appena 15 giorni per volere del Teatro di Roma con una risposta di pubblico esuberante legata al carisma dell’interprete. Le onde della sua voce raccontano in una dozzina di capitoli la sala dei poveri, esemplificata in 685 pagine e recente ri-traduzione dall’autore americano, oggi recuperato sulle scene anche con la fluviale edizione de La valle dell’eden (otto ore di durata) per la regia di Antonio Latella. Non ci si annoia nella scansione dei capitoli anche per la suggestione delle foto (poi ammirabili in una mostra fotografica nel foyer) e per le percussioni del musicista di scena che asseconda il testo con una partitura predefinita ma non priva di qualche guizzo di improvvisazione originale. Il finale è lirico e l’uscita del one man show contrassegnata dalla riproduzione di un famoso brano di Bruce Springsteen pienamente dentro la vicenda. Così Steinbeck esce dal cono d’ombra in cui l’aveva relegato la sua presunta ingenuità e il ben diverso impatto di un Faulkner. Il suo presente storico (sembra raccontare i fatti in presa diretta) riacquista mordente tattile. Intravediamo la polvere e le spighe di mais, i trattori che sostituiscono il lavoro umano. I robot del nostro futuro sono solo il perfezionamento di un mondo del lavoro con regole sempre più spietate e tayloriste. Malavoglia in salsa statunitense con focus sulla crisi agricola che stritolò negli anni ’30 del passato secolo un bel pezzo di società.

data di pubblicazione:22/11/2019


Il nostro voto:

MOLTO PRIMA DI DOMANI, scritto e diretto da Umberto Marino

MOLTO PRIMA DI DOMANI, scritto e diretto da Umberto Marino

(Teatro Argot – Roma, 20 novembre/1 dicembre 2019)

Tre giovanissimi ragazzi intrappolati in una baita di montagna in pieno inverno. Fuori un mondo in preda al caos e alla distruzione. Una lotta per la sopravvivenza tra paure e speranze per un futuro a rischio.

  

Il diciannovenne Teo (Andrea Pannofino) è costretto a barricarsi all’interno della baita di famiglia insieme alla sorellina di nove anni, Alice (Flaminia Delfina De Sanctis) e alla compagna di scuola Emma (Annalisa Arena). Il mondo fuori è impazzito e le radici di questo male distruttivo rimangono sconosciute. Sappiamo solo che chi non è morto per lo sparo di un’arma da fuoco lo è per una strana malattia che non lascia segni sui cadaveri. Come in Bird Box – film diretto da Susanne Bier nel 2018 – l’umanità sembra improvvisamente colta da un male mortale, catastrofico e irreversibile. In Molto prima di domani, però, non ci sono adulti e i tre giovani ragazzi, che aspettano invano il soccorso dei genitori, devono vedersela da soli e far fronte con il poco che hanno a tutta una serie di difficoltà. Prima tra tutte la scarsità di cibo, a cui segue la mancanza di contatto con il resto del mondo – i cellulari sono praticamente inutili – e il pericolo che qualcuno ancora in vita da qualche parte possa trovarli e ucciderli. Fra i tre si crea una piccola società in cui ognuno ha un ruolo importante e sempre rivolto al bene dell’altro. La loro missione diventa sopravvivere con i pochi mezzi che hanno a disposizione e proteggersi a vicenda. L’intuito per risolvere le cose pratiche diventa la loro arma principale: dal saper accendere un generatore di corrente al saper far funzionare un vecchio baracchino per le comunicazioni radio, fino alla creazione di un sistema di allarme che li avvisi di notte se qualcuno si avvicina alla casa. Trovano il modo anche di accudire una capretta che si è persa intorno alla baita, in pieno accordo con la sensibilità dei giovani di oggi per la cura del creato.

Questa storia parla dell’urgenza di iniziare a preoccuparsi seriamente di intervenire a favore della ricostruzione di un mondo che si sta autodistruggendo. Lo fa affidando il compito non al consueto eroe ma alle nuove generazioni, a tre ragazzi qualunque. Tutto molto realistico, come anche la scenografia di Enrico Serafini, precisa in ogni dettaglio nella ricostruzione della baita. Uno spettacolo non semplice per durata e con pochi personaggi per cui bravissimi i tre attori, specialmente la piccola Flaminia, attenti e concentrati per tutti e due gli atti, a cui auguriamo di continuare per questa strada con tanto successo.

data di pubblicazione:21/11/2019


Il nostro voto:

L’UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski, 2019

L’UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski, 2019

L’affaire Dreyfus, una delle pagine più celebri della storia (non solo) francese, diviene la perfetta trasposizione cinematografica di una vicenda senza tempo, in cui le cadenze del film storico si fondono a quelle del legal thriller e in cui ogni ingrediente del racconto contribuisce in maniera determinante alla composizione di un mosaico potente ed elegante.

 

Parigi, 1894. Nella Francia ancora logorata dalla guerra con la Prussia, la “Sezione di statistica” (ovvero i servizi segreti francesi) si muove alla spasmodica ricerca di spie al soldo dell’Impero Tedesco. Tra i sospettati c’è anche Alfred Dreyfus (Louis Garrel), ufficiale di artiglieria che corrisponde esattamente al profilo del traditore ricercato e che, soprattutto, è un ebreo. A seguito di un processo sommario, Dreyfus viene condannato alla degradazione e alla deportazione nella famigerata Isola del Diavolo. Tra coloro che infliggono la condanna esemplare c’è anche il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardine), che di lì a poco si trova inaspettatamente a capo proprio della Sezione di statistica per sostituire l’ormai malato predecessore. Attraverso il nuovo incarico Picquard prenderà consapevolezza di quanto sbrigative siano state le indagini condotte a carico di Dreyfus e a quel punto si troverà di fronte a un conflitto interiore che vede opposti la fedeltà all’Esercito e il senso di Giustizia.

L’affaire Dreyfus rappresenta certamente una delle pagine più note della storia mondiale, che nella versione cinematografica di Roman Polanski è raccontata dall’ottica del colonnello Picquard, offrendo una prospettiva indubbiamente peculiare e, per certi aspetti, originale. Il celeberrimo articolo di Émile Zola, pubblicato nel 1897 da Le Figaro e divenuto con il tempo l’emblema evocativo della libertà di stampa, funziona sul piano narrativo come momento di svolta: il processo a Zola si traduce, di fatto, nella revisione del (non) processo celebrato nei confronti di Dreyfus, innescando una tanto progressiva quanto faticosa presa di coscienza in un caso in cui il “codice d’onore” militare e i pregiudizi razziali hanno finito per prevaricare le più elementari garanzie cui il processo penale post-illuminista è ispirato.

Il legal thriller di Polanski centra perfettamente l’obiettivo: la meticolosa ossessione per ogni dettaglio, unita a una scrittura che scandisce millimetricamente l’andamento della storia e impreziosita dalle musiche di Alexandre Desplat, offre un affresco potente di un caso destinato a divenire un simbolo. Si rivela convincente anche la scelta di girare il film in lingua francese, malgrado il progetto iniziale prevedesse una più internazionale versione inglese.

Inutile chiedersi quanto di Roman Polanski ci sia in Alfred Dreyfus, così come inutile sarebbe “contestualizzare” (ancora una volta) la scelta di inserire J’accuse (titolo originale del film) nella selezione ufficiale di una Mostra cinematografica come quella di Venezia che, almeno “a parole”, ha fatto della questione femminile una delle bandiere di questa edizione. Ciò che importa è che lo sforzo produttivo, visibile fin dalla prima scena del film e che molto deve all’impegno alla lungimiranza made in Italy di Luca Barbareschi e di Rai Cinema, abbia condotto a un prodotto dalla cifra artistica brillante e prepotente. Un racconto storico che scuote le coscienze, mai didascalico eppure capace di impartire più di una lezione allo spettatore disposto ad ascoltarla.

data di pubblicazione:21/11/2019


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AMADEUS di Peter Shaffer, regia Andrei Konchalovsky

AMADEUS di Peter Shaffer, regia Andrei Konchalovsky

(Teatro Quirino Vittorio Gassman – Roma,19 novembre/1 dicembre 2019 )

Antonio Salieri, compositore e maestro di cappella presso la casa imperiale asburgica di Vienna, gode di grande fama quale autore di musica sacra e operistica. Un bel giorno incontrerà il giovane Wolfgang Amadeus Mozart e rimarrà disorientato dalle perfezione stilistica delle sue partiture. La rivalità nei confronti dell’intruso a corte, sia pur ben celata, rovinerà per sempre le sue convinzioni religiose e da quel momento inizierà per lui un lento declino interiore che lo porterà alla totale autodistruzione.

 

 

Amadeus ritorna a teatro, per il quale originariamente era stato ideato da Peter Shaffer, drammaturgo e sceneggiatore inglese che nel 1979 aveva scritto questa pièce teatrale ispirandosi al testo Mozart e Salieri di Puškin. L’opera riscosse subito un grande consenso da parte del pubblico ma il suo successo a livello mondiale avvenne nel 1984 con l’omonimo film di Miloš Forman che vinse allora numerosi importanti premi tra i quali ben 8 Oscar.

La regia di questa nuova edizione, presentata in prima assoluta al Teatro Quirino, porta la firma del grande Andrei Konchalovsky, regista e produttore cinematografico russo che abbiamo avuto modo recentemente di apprezzare con il film Il Peccato, presentato a chiusura dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e prossimamente distribuito nelle sale. La scena, continuamente in movimento con rapidi cambi da parte degli stessi interpreti, si presenta subito molto sobria sia pur rispettando i canoni classici del tempo, che prevedevano costumi raffinati e parrucche incipriate. I due ruoli principali, Salieri e Mozart, sono interpretati rispettivamente da Geppy e Lorenzo Gleijeses, padre e figlio nella vita reale, ma che sulla scena riescono a fronteggiarsi perfettamente rivelando l’essenza delle due contrapposte personalità. Alla figura pacata e riflessiva di Salieri, attraverso una recitazione dove ogni parola sembra essere scandita quasi a volerla fissare a futura memoria, fa da contrappunto il tratto sgangherato, a volte burlesco se non addirittura irriverente, del giovane e talentuoso Wolfgang.

Salieri riscuoteva grande successo a corte e le sue opere erano rappresentate nei più importanti teatri di Vienna; purtuttavia il suo nome rimarrà legato alla presunta rivalità nei confronti del grande compositore salisburghese, rivalità che aveva alimentato alcune voci, prive di qualsiasi fondamento storico, di averne persino causato la morte.

Merito, in parte della regia e in parte dell’interpretazione degli attori, è quello di farci quasi affezionare alla figura del vecchio maestro italiano. verso di lui ci si rivolge con tenerezza, quasi a volerne comprendere lo stato d’animo di un uomo tradito da un Dio ingiusto che non aveva mantenuto la promessa di fornirgli il giusto talento musicale a fronte della sua totale abnegazione. Mentre Mozart morirà in povertà, abbandonato persino dalla moglie, Salieri continuerà a riscuotere celebrità durante la sua lunga carriera ma ciò non gli restituirà la serenità di un tempo per essersi lui stesso reso conto della propria mediocrità.

Molto curati sono sia la scenografia di Roberto Crea che i costumi d’epoca di Luigi Perego, a cui vanno aggiunti un sottofondo di arie e concerti mozartiani, appena percepibili, che creano una magica atmosfera.

Amadeus è una produzione Gitiesse Artisti Riuniti in coproduzione con Teatro Nazionale della Toscana e con il contributo della Regione Lazio.

data di pubblicazione:20/11/2019


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