IL MEDITERRANEO IN BARCA di Georges Simenon – Piccola Biblioteca Adelphi, 2019

IL MEDITERRANEO IN BARCA di Georges Simenon – Piccola Biblioteca Adelphi, 2019

Le scapigliate avventure in barca di uno dei più prolifici autori del mondo, banalmente definito di genere. Simenon è come un calciatore esperto che sa giocare sulla fascia, al centro e persino in difesa. Come in questa operina minore (in letteratura non si butta niente) rieditata da un editore importante e prestigioso e dunque abilitata a una sicura e importante vendita. Qui lo scrittore di gialli vira nel giornalista corrispondente che si aggira nel Mare Nostrum Mediterraneo, tra Europa e Africa, cavando succhi basilari dalla vita di mare e da alcune esperienze molto ruspanti. Il deterrente sessuale è sempre molto vivo nelle sue fantasie senza particolari connotazioni di genere. Si carpiscono molte informazioni sul suo carattere e sulle sue abitudini, sulla sua passione per il mare e per le sue idiosincrasie. Giornalista parziale e dunque non fedelissimo della realtà, restituita attraverso gli occhi sensibili dello scrittore e quindi con un’accezione particolare. Non altissima letteratura ma fogli di giornale deperibili, peregrinazioni che possano apparire senza capo ne coda. Più che notizie giornalistiche, divagazioni, piccole fughe narrative con altrettanti microscopici episodi descritti con avidità di particolari. Il libro si arricchisce delle foto, un accostamento e in fondo una passione coltivata dallo scrittore francese per diversi decenni. C’è amore e odio per il Mediterraneo descritto come una serie ininterrotta di golfi. Un mare oggi improvvisamente poco pescoso e che costringe i pescatori nostrani a pericolosi sconfinamenti. Trapela un’ironia distante, un po’ radical chic. L’aristocratico mantiene sempre le distanze dal volgo. Gli scritti sulla goletta rivelano curiosità e stupore nei vari passaggi dalla Tunisia all’Italia e a Malta, sempre con l’occhio attento alle onde ma anche ai personaggi che popolano quel mare e che gli conferiscono un’identità precisa. Pezzi di apprendistato rivalutati dopo che la scoperta e la fama di Maigret hanno compiuto un’importante traversata nella letteratura mondiale.

data di pubblicazione:20/12/2019

DIARY OF A MADMAN di Al Smith, regia di Stefano Patti

DIARY OF A MADMAN di Al Smith, regia di Stefano Patti

(Teatro Belli – Roma, 17/18 dicembre 2019)

Da quando una grossa multinazionale ha acquistato il Forth Bridge, Pop Sheeran è andato in crisi. La questione del referendum dell’indipendenza della Scozia dal Regno Unito coniugata sul racconto di Gogol Le memorie di un pazzo.

 

Appeso al ponte ferroviario di Forth Bridge, nel sud del Queensferry in Scozia, c’è sempre stato uno Sheeran. I maschi della famiglia si occupano della manutenzione della struttura da generazioni, quindi Pop passa tutto l’anno a ridare la vernice al ponte. Arriva però il momento in cui la tradizione deve cedere il passo all’invenzione e alla tecnologia, così Pop è costretto a far posto sul ponteggio a Matt White, uno studente che studia ingegneria a Edimburgo, originario della (nemica) Inghilterra, che gli propone di usare una vernice innovativa destinata a durare più a lungo. Per di più il ragazzo viene ospitato in casa Sheeran su proposta della moglie Mavra e, come se non bastasse, vive una relazione con la diciassettenne figlia della coppia, Sophie, conosciuta per caso al bar dell’università. Un bell’intreccio, non c’è che dire! Nel dramma del cambiamento Pop Sheeran appare come una vite che gira a vuoto e non riesce più a tenere insieme le parti: da un lato il dovere di mantenere il suo lavoro nella ditta di famiglia, dall’altro l’orgoglio identitario e nazionale di scozzese che sente di difendere. Siamo a un passo dal referendum per l’indipendenza, che vedrà come esito un debole risultato del 55 per cento a favore del no: la Scozia continuerà a far parte del Regno Unito. La vicenda rappresenta tutta la confusione e il disorientamento di questo momento dove Pop è l’eroe sconfitto: inutile lo sforzo di proporsi e vestirsi come il nuovo William Wallace di Braveheart, di cui Mel, l’amica del cuore di Sophie, ne confeziona il costume. La strada che prende lo porterà solo alla pazzia, espressa con scespiriano lirismo, di cui è sintomo l’apparizione di Grayfriars Bobby (il cane simbolo della capitale scozzese che passò parte della sua vita fino alla morte a guardia della tomba del padrone defunto) che lo incita a combattere per la buona causa della separazione. Gli elementi narrativi sono tanti e rendono complesso il racconto, ma la regia e l’ottima interpretazione di Marco Quaglia (Pop Sheeran) sbrogliano con eleganza e fluidità la difficile matassa delle situazioni. Di grande aiuto la scenografia essenziale e l’espediente di proiettare sul fondale – come i cartelli del teatro epico – il nome dei luoghi dove si svolge l’azione. Un testo un po’ fuori dalla nostra comprensione forse – le vicende politiche oltremanica ci emozionano in parte – ma tuttavia una buona prova di recitazione per i giovani attori della compagnia.

data di pubblicazione:20/12/2019


Il nostro voto:

UNA VITA AL CINQUANTA PER CENTO di Daniele Poto- Ensemble editore, 2019

UNA VITA AL CINQUANTA PER CENTO di Daniele Poto- Ensemble editore, 2019

La protagonista del libro, un romanzo memoir, ha avuto la propria condanna a morte con la diagnosi del 2000. Per deriva genetica ha contratto il morbo di Huntington. La sua vita è un lento rintocco in attesa che il male si manifesti con gli stessi segnali di malattie di quel genere come il Parkinson o l’Alzheimer. La riflessione sulla vita e sul sottile equilibrio che ci separa dal futuro è il delicato crinale in cui si sviluppano emozioni, percezioni, confessioni della protagonista che ha una famiglia devastata dall’ Huntington. Un fratello morto e un altro che lotta contro il male sono l’eredità di un flagello che lascia 50 probabilità per cento di positività e 50 di negatività. Di qui il necessario riferimento al titolo. Una sorta di scommessa di Pascal, di beffardo pari e dispari. Di più, ulteriore problema, la protagonista ha un figlio di venti anni che ignora questa condizione di famiglia. Non sa delle madre e non sa neanche di stesso. La madre è decisa alla rivelazione ma si angoscia nel pensare a come reagirà il ragazzo e alla conseguenza che potrà avere sulla sua vita, sulla decisione eventuale di sottoporsi al test per conoscere la propria sorte o meno, l’unica possibilità di scelta in questo contesto. Ma il libro ha ambizioni più vaste perché è anche una riassuntiva e giornalistica fotografia sullo stato della sanità italiana, un colosso da 115 miliardi che sembra avere i piedi d’argilla negli ultimi tempi, vista l’inamovibilità della cifra stanziata in un momento di prolungata crisi economica e il crescente sviluppo delle malattie rare che tardivamente vengono iscritte nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). Ci si interroga su una società che invecchia, di milioni di persone che hanno bisogno di un sostegno che non può essere limitato alla propria famiglia. Un’esigenza sociale insopprimibile e insieme dolorosa quanto necessaria a cui lo Stato per primo dovrebbe far fronte. Il testo contiene comunque messaggi di speranza. La battaglia è difficile ma va combattuta. Nessun male può essere definito in partenza incurabile. Informazione vuol dire consapevolezza e maggiori possibilità di sviluppo per la ricerca.

data di pubblicazione:19/12/2019

L’ONORE PERDUTO DI KATHARINA BLUM di Henirich Boll, adattamento di Letizia Russo, con Elena Radonicich e Peppino Mazzotta

L’ONORE PERDUTO DI KATHARINA BLUM di Henirich Boll, adattamento di Letizia Russo, con Elena Radonicich e Peppino Mazzotta

(Teatro Eliseo – Roma, 3/15 dicembre 2019)

Letteratura al cinema con qualche problema di mimesi e di rappresentazione. Duetto di attori per un’innocenza che viene contaminata dal sospetto di una insinuante cultura giornalistica del fango. Attualissimo richiamo ai nostri tempi.

 

Impresa ardua quella di trapiantare un classico del premiato autore tedesco a teatro nei limiti delle pareti esistenti e di una storia letterariamente assai dilatata. Lo scrittore aveva puntato sul dissidio tra la donna protagonista e il giornalista mentre la versione teatrale si apre a ventaglio ad altri scenari, in particolare al rapporto malcelato di affetto tra il datore di lavoro e la governante, progressivamente trascinata in uno scandalo dal quale non sembra poter uscire. C’è il poliziotto cattivo e quello buono. C’è la madre, c’è l’amica, c’è la moglie dei benestante. Il fascino di Katharina viene fuori progressivamente disvelato dal folle e irrazionale sentimento verso un presunto terrorista che alla fine si rivelerà un criminale abbastanza innocuo. Tanto rumore per nulla? No, perché ci scappa il morto. Il giornalista che deforma persino le interviste incurante di ogni possibile deontologia professionale. C’è catarsi e climax in questa esecuzione, legittima difesa dopo un tentativo di approccio sessuale. Risulta leggermente ostica la narrazione in terza persona di Katharina che serve a raccordare le storie e ad accorciare lo sviluppo della vicenda, espediente forse inevitabile. Mazzotta continua a rivelarsi ben più dotato dello stereotipo di Fazio, spalla di Zingaretti in Montalbano. Del resto aveva già rivelato il proprio talento in Anime Nere, il più fedele film sulla ‘ndrangheta della cinematografia italiana minuti. Non è uno spettacolo facile con qualche caduta di ritmo, frutto del voler dire tanto e dello sforzo immane di condensazione di un’opera letteraria che gode di un ritmo cadenzato.

data di pubblicazione:18/12/2019


Il nostro voto:

L’OPERAZIONE di Rosario Lisma, con Fabrizio lombardo, Andrea Narsi, Alessio Piazza e con Gianni Quillico

L’OPERAZIONE di Rosario Lisma, con Fabrizio lombardo, Andrea Narsi, Alessio Piazza e con Gianni Quillico

 

 (Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 12/22 dicembre 2019)

Teatro nel teatro, efficacemente. Dalle Brigate Rosse ai piccoli dissidi interni di una compagnia che punta al successo attraverso il sequestro del Grande Critico. Inutilmente..

 

Piccolo spettacolo di charme senza gli effetti speciali e la mondanità del Grande Eliseo. Con un pubblico di nicchia che scoppia a ridere nelle svolte micidiali della comicità a portata di mano. Quattro attori che diventano solisti nei momenti di maggiore climax. Sfigati? Irrealizzati più che altro, in cerca di successo. Soprattutto quello che potrebbe venire dalla visione dalla recensione di un critico radical chic che riflette tutti i peggiori difetti della categoria giornalistica. Vanesio, superficiale, bugiardo e super-impegnato. Così dopo che la piccola compagnia riesce a ritrovare un filo logico di programmazione dopo liti e chiarimenti faticosi il grande giorno sembra arrivato. Ma la delusione sarà cocente perché l’illustre ospite non arriverà. Ed allora il testo entra nel testo. Il flash back sulle Brigate Rosse diventa il sequestro del critico che legato e imbavagliato viene obbligatoriamente e coattivamente costretto ad assistere allo spettacolo. Ma si addormenterà e dunque svanirà consenso e recensione. Mesta uscita di scena e finale gramo, sconsolato che riflette un po’ metaforicamente lo stato di una categoria inappagata che fa fatica a sbarcare il lunario. Dunque la prova in cento minuti del quartetto di Lisma diventa anche una fotografia sullo stato difficile dell’arte teatrale. Delle difficile combinazione tra artigianato e sopravvivenza. Contenuta anche la caricata di un superatissimo teatro sperimentale dove primeggiava il corpo, l’occhiuto e strumentale richiamo a Pasolini. Vincerà la tesi del regista. Vincerà il naturalismo che è incontro di uomini, di storie e di contraddizioni. Dunque un sottotesto che si legge in maniera defilata rispetto ai fuochi artificiali di notevoli esplosioni di comicità.

data di pubblicazione:18/12/2019


Il nostro voto:

DIARY OF A MADMAN di Al Smith, regia di Stefano Patti

OUT OF LOVE di Elinor Cook, regia di Niccolò Matcovich

(Teatro Belli – Roma, 14/15 dicembre 2019)

L’amicizia tra due donne, Grace e Lorna, dura da quando erano piccole; le rispettive mamme si conoscevano già ancor prima che nascessero. Il racconto della loro storia fino a che non si interrompe per la prematura scomparsa di Grace.

 

Grace (Livia Antonelli) indossa una felpa poco femminile di colore viola, mentre Lorna (Dacia Dacunto) un maglione giallo che la copre fin sopra le ginocchia. Nella teoria dei colori giallo e viola risultano complementari, ovvero sommati insieme come luci danno il colore bianco, l’unità perfetta. Forse per caso o per scelta voluta risulta così per Lorna e Grace: due ragazze che non possono fare a meno l’una dell’altra, così diverse tra di loro, che insieme sembrano invincibili. Come nel romanzo di successo della Ferrante, L’amica geniale, Lorna e Grace sono migliori amiche fin da bambine, ma crescendo la storia le divide. Trascorrono in un piccolo paese di periferia fanciullezza e adolescenza tra giochi e primi amori: Grace deve badare al padre malato, trova presto lavoro in fabbrica e nel frattempo rimane incinta di Marta, mentre Lorna – tra le due l’unica ad aver visto Londra almeno una volta – ha la possibilità di studiare e di emanciparsi di più rispetto all’amica. Passano trent’anni durante i quali però si ritrovano sempre, anche quando le cose sono difficili, violente, ingestibili e non condivisibili. Tra loro sembra esserci un confronto continuo che spesso si trasforma in una lotta fisica, ma essere veri amici comporta anche questo. La struttura della narrazione frammenta il tempo in una miriade di situazioni in cui le amiche convivono e si raccontano mille avventure. Sullo sfondo la presenza sfumata, quasi nemica, di tanti uomini dai quali è necessario fare squadra per difendersi (tutti interpretati da Livio Remuzzi). La scelta del regista unisce invece lo spazio, l’entrata di una vecchia miniera di carbone nei pressi della cittadina dove crescono, retaggio di un tempo passato dove si stava economicamente meglio, da cui escono nel carrello su rotaie i ricordi sepolti di una vita custodita gelosamente. Out of love è questa miniera di memorie, questo scrigno che contiene la ricchezza di un’amicizia unica.

data di pubblicazione:16/12/2019


Il nostro voto:

Il PRIMO NATALE di Ficarra & Picone, 2019

Il PRIMO NATALE di Ficarra & Picone, 2019

Favoletta natalizia dove si narra di un parroco di paese e ladro di oggetti sacri catapultati per “miracolo” nella Palestina ai tempi della nascita di Gesù. Seguono blande complicazioni…e finale miracoloso!

Candido come un soufflè, leggero come un ruscello d’alta montagna, ecco apparire per la gioia-di-grandi-e-bambini, l’ultima fatica dei simpatici (questo sì!) Ficarra&Picone, già cabarettisti di talento, poi attori e financo registi con alterne fortune ( L’Ora Legale la loro migliore prova sullo schermo). Con il super-natalizio, Il Primo Natale (omen nomen) in uscita, si ripropongono nella loro versione più innocua, senza il cinismo di Ficarra (qui nelle vesti di un ladro miscredente e arruffone) e con un buonismo quasi d’altri tempi. L’idea di partenza non è nuova (il viaggio nel tempo a ritroso), con ben altri risultati l’avevamo già vista, tanto per citare, in Non Ci Resta Che Piangere, e la storia pure, ovviamente, rivisitata in più salse e angolazioni diverse (dal Re dei RE ai Monty Phyton). Nell’occasione il duo palermitano, aiutati (?) nella sceneggiatura dal bravo Nicola Guaglianone, s’ingegnano in un film che ha comunque dei pregi rispetto alle tradizionali pellicole nostrane: sarà per la concorrenza di Netflix ( sulla cui piattaforma è probabile che il film finisca, come già gli altri lavori dei due) o per quella dei normali “cine panettoni”, ma Il Primo Natale ha certamente il merito di non essere povero e sciatto nella sua veste. I costi produzione sono stati alti e si vede…! Le avventure in Palestina con i villaggi, gli animali, la gente sono assolutamente credibili, (indiscutibile l’omaggio ai “peplum” di cinecittà, con Romani e tigre nell’arena) e rari per prodotti analoghi ammanniti durante il Natale. Non è quindi la rappresentazione dell’epoca (puntuale e ricca) , né la narrazione della favoletta (i nostri eroi che cercano Giuseppe e Maria per ottenere il miracolo del ritorno ai nostri tempi) a deludere, bensì la mancanza di coraggio complessiva nel non volersi distaccare da battute tranquillizzanti e mai corrosive, il barcamenarsi fra adesione all’ideologia cattolica e critiche superficiali alle religioni, l’occasione di trattare il fenomeno migratorio in modo non barzellettistico. Quanto alle interpretazioni , oltre i due , al loro livelli standard (simpatia, battutine, gags più o meno scontate) va segnalata quella del bravo Popolizio nelle vesti di un superbo Erode. In conclusione, come si diceva una volta, Ficarra e Picone “strappano la sufficienza ma avrebbero certamente potuto fare di più…!”il che non impedirà al pubblico nazional- natalizio di apprezzare il più natalizio dei film.

data di pubblicazione:13/12/2019


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STRIPPED di Stephen Clark, regia di Erika Z. Galli e Martina Ruggeri

STRIPPED di Stephen Clark, regia di Erika Z. Galli e Martina Ruggeri

(Teatro Belli – Roma, 10/12 dicembre 2019)

Alice Torriani e Francesco La Mantia sono Emma e James, schizzo di una coppia affrescata con veloci pennellate e mai compiuto. Rette parallele che percorrono insieme un tratto di vita senza mai incontrarsi veramente.

 

 

Inizia con un prologo la storia di E e J, in cui l’oggetto della riflessione è capire se a impadronirsi di James quella volta sull’autostrada sia stata una vera crisi di panico o più semplicemente un attacco di ansia. La stessa cosa è accaduta a Emma, ma la circostanza era diversa, fu in un bar dove fanno karaoke e lei era la prossima a dover cantare una canzone. Cosa li avrà colpiti non lo sappiamo, perché la conversazione si interrompe e la loro perplessità diventa la nostra. A volte capita di cominciare un discorso e non finirlo. Viene quindi annunciato il titolo della pièce: Stripped, che in italiano significa “strisce” se lo si legge come sostantivo, ma anche “spogliato” inteso come aggettivo. Se le conversazioni tra i due protagonisti sono stralci di frasi strappate da un foglio di appunti che iniziano ma non finiscono, è vero anche che danno l’incipit perché l’uno si metta a nudo con l’altra e viceversa, senza però poter cogliere fino in fondo la reale essenza delle loro intenzioni. Nel gergo popolare infatti la parola stripped significa anche la particolarità di un individuo di essere senza ambizione o di essere inconcludente nei suoi progetti. Ecco perché James inizia ma non finisce la sua trilogia di romanzi e Emma, che è una scultrice, mostra solo i bozzetti delle sue opere al compagno, portacandele realizzati con tubi rame piegati. La loro relazione è in atto, si raccontano del passato, ma non se ne conosce sviluppo. Anche l’improvvisa gravidanza di Emma determina un momento di indecisione, teso tra la possibilità di abortire e la scelta di tenere la “persona”, come la chiamano loro. La mancanza di scopo diventa parte del rapporto e fa cancellare dal vocabolario della coppia la parola futuro. L’unica certezza rimane l’intesa sessuale, un punto fermo che interrompe bruscamente la conversazione e la manda a capo, ma che se ci si ferma a ragionare sopra anche questa fa nascere dei dubbi e delle domande. I due personaggi sguazzano nel liquido melmoso e appiccicoso dei pensieri mozzi e mai conclusi. Si scrutano e si studiano dicendo solo al pubblico negli a parte le loro congetture e le loro deduzioni. E così fino alla fine, inconclusa per rispetto di copione anche questa. Uno spettacolo ben fatto, reale se si pensa a quanto la vita possa a volte essere un abbozzo di mille progetti, con due attori in armoniosa sintonia tra di loro.

data di pubblicazione:11/12/2019


Il nostro voto:

DIARY OF A MADMAN di Al Smith, regia di Stefano Patti

I’M A MINGER/SONO UNA FRANA di Alex Jones, regia di Eleonora D’Urso

(Teatro Belli – Roma, 7/8 dicembre 2019)

Esilarante e travolgente, Eleonora D’Urso firma la regia di uno spettacolo divertente e attuale di cui ne è anche l’interprete. Una valanga di parole e situazioni che raccontano uno dei periodi più complicati della vita di una donna: l’adolescenza.

 

 Entriamo nella stanza di Lisa improvvisamente, di colpo. Sembra il camerino di una diva, con specchio e cuscini e una miriade di accessori di arredo tutti rigorosamente rosa e perfettamente in disordine. Chi ha a che fare con gli adolescenti sa per certo quanto sia difficile poter varcare la soglia delle loro camerette, per cui prendiamo questo momento per quello che è: un privilegio. Lisa sembra uscita da un manga, ha i capelli tinti di rosa come le cose che la circondano. Il suo biondo naturale è sinonimo di stupidità, e lei vuole sembrare tutto tranne che stupida. Torna da scuola e con un calcio sfonda la quarta parete per raccontarci il suo mondo. Esagitata e irrequieta mostra subito le sue debolezze e preoccupazioni, prima fra tutte la linea. Come la strega in Biancaneve si guarda allo specchio e si riconosce però come la più brutta tra le sue compagne, per di più ansiosa di compiacerle in ogni cosa per essere da loro accettata e considerata. Attenta a che nulla le sfugga dal controllo, vive in biblico tra la falsa amicizia delle più “fighe” della classe, che non si fanno problema a eliminarla dalla lista delle amiche special di WhatsApp, e la paura di precipitare nel gruppo delle “sfigate”, dimenticando la cosa più importante: l’originalità che sta nella bellezza di essere sé stessa. Messa da parte solo perché è come è – praticamente per la banale motivazione che a qualcuno sta antipatica – viene risucchiata nel vortice della depressione e lì inizia a pensare al suicidio. Bulli e stronze non le danno tregua, ma per fortuna c’è Carlo, un ragazzo affascinante dai capelli rossi e le lentiggini – caratteristiche non esattamente sinonimo di bellezza estetica nell’immaginario adolescenziale – che cattura la sua attenzione e le fa capire che assumere una posizione diversa dagli altri è sempre un bene, anche se ci espone al rischio di diventare facile bersaglio delle critiche della gente invidiosa. Poi ci sono i genitori con i quali recupera un rapporto, fino a ora burrascoso, di confidenza e fiducia che la fa uscire dall’isolamento della sua stanza. E infine le nuove amiche, quelle considerate da tutte le altre serie B, che manifestano per lei sincero affetto e solidarietà.

La simpatica Lisa trova finalmente la strada per riscattarsi, ottimo esempio per tante ragazze che condividono la sua condizione. La ricetta in fondo è facile e la troviamo nella citazione finale di Caparezza: devi fare ciò che ti fa stare bene … e non compiacere chi ti vuole diversa da quella che sei.

data di pubblicazione:10/12/2019


Il nostro voto:

FRONTE DEL PORTO di Budd Schulberg, traduzione e adattamento Enrico Ianniello, regia Alessandro Gassmann

FRONTE DEL PORTO di Budd Schulberg, traduzione e adattamento Enrico Ianniello, regia Alessandro Gassmann

(Teatro Argentina – Roma, 3/15 dicembre 2019)

In Fronte del porto, in scena al Teatro Argentina di Roma dal 3 al 15 dicembre, Alessandro Gassmann dirige Daniele Russo e altri 10 attori in una riscrittura tratta dall’omonima opera di Schulberg e dalla sceneggiatura del celebre film di Elias Kazan (interpretato da Marlon Brando), curata da Enrico Ianniello, traduttore e autore dell’adattamento.

Rispetto alla versione originale ambientata nell’inferno della malavita portuale degli Stati Uniti degli anni ‘50, la vicenda è trasposta nella Napoli degli anni ’80 o meglio nel porto di Napoli, centro di interessi diversi, legali e illegali tra caporalato, soprusi e gestione violenta del mercato del lavoro, dove il sistema malavitoso sfrutta gli operai, gestendo il lavoro e condannandoli ad uno schiacciante silenzio.

Nessuno osa ribellarsi, nessuno osa denunciare per non pagare di persona: meglio vivi che eroi. Sono questi i pensieri di un padre (Bruno Tràmice) di fronte al cadavere del figlio, fatto precipitare dal tetto perché avrebbe denunciato i camorristi. E’ parte in causa di questo omicidio, suo malgrado, Francesco Gargiulo (un veramente bravo Daniele Russo), combattuto tra la fedeltà al fratello, braccio destro del boss (Edoardo Sorgente) e l’amore per la sorella della vittima (Francesca De Nicolais).

Sin da subito si delinea la divisione tra i personaggi sulla scena: da un lato le vittime del sistema ovvero la famiglia e gli amici di Giuseppe, sottomessi al sistema ma non tutti rassegnati, come Don Bartolomeo (Orlando Cinque) parroco del quartiere e dall’altro lato i cattivi ovvero Giggino Compare e i suoi scagnozzi. Gargiulo è in mezzo tra le continue richieste di favori richiesti dal fratello, fatti di pestaggi e appostamenti e il crescente amore per Francesca a cui vorrebbe raccontare la verità sulla morte del fratello, in cui è stato lui stesso coinvolto. Dovrà alla scegliere il percorso più difficile e doloroso. La dignità alla fine finirà per prevalere unitamente al desiderio di giustizia, legalità e libertà. Fronte del Porto diventa così la voce del riscatto di una comunità che ricerca l’onestà e la verità ma anche di una Napoli degradata che sa risollevarsi proprio con gli umili, guidati anche dalla voce di un Vangelo che predica il coraggio e rivendica la coscienza della propria dignità per sé e per gli altri.

Lo spettacolo è decisamente interessante, recitato in uno slang napoletano misurato ed efficace che cattura l’attenzione del pubblico sin da subito grazie al profondo lavoro realizzato da Enrico Ianniello. Alessandro Gassman ha composto la regia usando in maniera intelligente luci, ombre,  musiche ed un impianto scenografico veramente di grande effetto, ma soprattutto lavorando sulla caratterizzazione dei personaggi e del quadro di insieme (molto bravi tutti gli attori) regalandoci un affresco della vita del porto malinconico e doloroso, ma al contempo pulsante di vita e di speranza. Applausi meritati.

data di pubblicazione:10/12/2019


Il nostro voto: